In questa sezione i versi prendono forma di racconto: i canti diventano storie, immagini e suggestioni che si intrecciano in un percorso narrativo capace di dare voce al silenzio. Ogni testo nasce come un frammento poetico che si espande, si trasforma e accompagna il lettore dentro l’immaginario dell’opera, lasciando che la parola si faccia eco, visione e cammino.
Istoria al Sacro Velo - Canto Primo Versi al Velo del Tempio - Omaggio ai lettori
In quella ora che sta tra la notte che more e l’albore che nasce, quando l’aere pare sospeso e le stelle indugiano nel lor cammino, s’era levato lo Tempio di Selene, vetusto e venerando, sopra rupi scabre e fonti tacenti. Ivi pendea lo Velo dell’Albor, sacra trama che li savi antichi diceano tessuta di pensieri non detti e di memorie che lo cor umano non potea sofferire.
E fu in quel silenzio che parve levarsi un mormorio, sì tenue che parea fiato d’ombra:
«Nel vel che all’ora mesta e ancor dispiega, s’accende il foco d’un pensier profondo…»
Lyris, donzella d’antica schiatta, udì quelle parole come voce che non appartenea né a vivo né a spirito.
Ella, custode del sacro drappo, s’accostava ogni dì all’ora mesta, e nelle sue pieghe vedea lampeggiar lumi che non eran di questo mondo. Ma in quel dì remoto, lo velo fremette sì come creatura desta da lungo sopore. Lyris tese la mano, e lo panno sacro le sfiorò le dita con tepore d’alito umano.
Allora un altro sussurro si levò, più profondo, come memoria che si ridesta:
«S’adombra il volto sotto il ciel giocondo, ma in nobil luce il cor ne fu sovrano…»
Ella comprese che un pensiero vetustissimo cercava varco, forse più antico che li dèi.
Dal drappo uscì un soffio simile a mosto che fermenta in silenzio: narrava d’un guerrero che avea giurato fedeltà alla luna e che mai più tornò dalle rive dell’Ombra. Lo firmamento, quasi udendo tal lamento, si curvò sopra lo tempio, e un raggio pallido discese a benedire la scena.
Tra le trame del velo, Lyris vide figurarsi un volto: non carne né spirito, ma memoria viva, scolpita in lume tremolante. E mentre lo volto prendea forma, il velo stesso parve cantare:
«Dal manto sua beltà che mai si fende, se l’aura posa in riverente attesa…»
Mossa da pietate che pareale venire da tempi non suoi, Lyris posò la palma sul volto di luce. Lo velo tremò, poi si quietò sì come mar che ritrova la riva. Un soffio caldo avvolse la donzella, e lo volto si dissolse in un raggio che salì al cielo sì come stella novella.
Quando lo silenzio tornò signore, lo velo rimase immoto, ma una piega sola rilucea d’oro, sì come ferita che lo tempo avea sanata. Lyris comprese che l’anima errante avea trovato pace, e che lo tempio, dopo secoli innumeri, avea renduto lo destino al suo vero signore.
E ancor oggi, dicono li pellegrini, nell’ora che sta tra notte e mattino, una luce sottile danza sul velo: non è alba né ombra, ma memoria che respira e non vole morire.
Testo e crediti a cura di Gioia Lomasti
Delle Onde e del Lume Rivelato - Canto Quinto - Dell’Onde e dell’Anima - Omaggio ai lettori
Nel punto in cui il mare pareva custodire un segreto antico, l’abisso levò un canto che non apparteneva né al giorno né alla notte. L’onda, come creatura ferita, gemeva l’ira del suo cuore, e il suo volto, disfatto da memorie che il tempo non aveva saputo guarire, si mostrò a me mesto e infranto. Pareva che ogni flutto portasse in sé un dolore che non trovava riva.
Oltre quel tumulto vidi terre prive d’onore, dove le acque, costrette al loro lamento, si torcevano come anime che non possono più tacere. L’eco che ne nasceva era un suono spento, privo d’ardore, come se il mondo avesse dimenticato la sua stessa voce. Eppure le brezze, con passo lieve, davano intento a quelle voci, e nel loro soffio riconobbi il presagio del mio avvento, gravoso e inevitabile. Il pensiero che mi sorreggeva si fece allora monumento saldo, eretto contro il tremore dell’anima.
Invocai l’onda, pregandola di sciogliere il mistero che mi serrava la mente. Ma essa non rispose: indugiava come creatura che teme la propria verità. Il senno, turbato, vacillava davanti all’alta consegna che il destino pareva affidargli. Così la mia ventura intrise d’inchiostri amari il cammino, ché ogni passo era una vela di memoria da ridire, e un remo stanco specchiava la propria sepoltura nel fondo oscuro del mare.
Allora mi volsi al vento, che parve chiamarmi con voce più chiara. Seguirlo fu come affidarsi a un maestro invisibile: nel suo volto mutevole colsi una beltà che l’onda non aveva saputo celare. E fu proprio l’onda, infine, a mostrarmi senza menzogna quel riflesso di luce che da tempo cercavo.
Dirigei lo sguardo oltre il tremore del dubbio, e le onde, come ancelle fedeli, mi svelarono il fulgore d’un lume vivo e palpitante, sospeso tra cielo e abisso. In quel chiarore trovai l’ardore che credevo perduto: un fuoco che non bruciava, ma rischiarava. E fu così che, nel mare stesso, scorsi terre straniere adagiate in un astio antico, e non dimeno capaci d’offrire uno sguardo e un amore sospirato. Allora compresi che l’onda, il vento e il lume non eran che tre volti d’un’unica rivelazione: l’anima; e in quelle terre vidi lo sguardo che m’attendea e l’amore che da lungo sospirava
Testo e crediti a cura di Gioia Lomasti