Capitolo tratto dal testo di prossima pubblicazione "LU ... LE MINGA LE GIUST"
Briel " le giust" seduto in tribunale, sul banco degli imputati, ascoltava l'arringa del suo avvocato a causa del morso dato dal suo cane al dito indice di un astante, seduto su una panchina in pietra, credendo che fosse una salsiccia.
In un’aula di tribunale che più che un luogo di giustizia sembrava una sala d’aspetto di un ambulatorio affollato, tra colpi di tosse, sedie che scricchiolavano e sguardi curiosi, si stava per discutere una causa destinata a rimanere negli annali… o almeno nei racconti da bar.
Il giudice, un uomo sulla sessantina con gli occhiali sempre sul punto di scivolare e un’espressione che oscillava tra il rassegnato e l’incredulo, batté il martelletto con una certa lentezza, come se già presagisse guai.
«Si proceda.»
L’avvocato difensore si alzò. Era un tipo asciutto, con una voce impostata ma con quel leggero tremolio che tradiva una certa… fantasia argomentativa.
«Signor giudice,» esordì con tono solenne, «è materialmente impossibile che il cane del mio assistito abbia morso l’indice del qui presente.»
Si fermò un attimo, guardando la corte come se stesse per rivelare un segreto di stato.
«In quanto…» – pausa teatrale – «non aveva ancora in bocca la sua dentiera.»
Silenzio.
Poi una risatina.
Poi un’altra.
Il giudice spalancò gli occhi. Cercò di mantenere la compostezza, ma il labbro iniziò a tremare. Dopo pochi secondi, scoppiò in una risata fragorosa, piegandosi in avanti.
«Ma… ma che sta dicendo?!» balbettò tra una risata e l’altra.
Il cancelliere, che fino a quel momento aveva mantenuto una dignità quasi eroica, dovette intervenire per sostenerlo e rimetterlo seduto.
«Calma, signor giudice… respiri…»
Nel frattempo, l’avvocato della parte lesa si alzò di scatto, indignato.
«Questa è un’offesa alla corte!» tuonò. «Una giustificazione del tutto priva di fondamento! Non si è mai sentito parlare di animali con dentiere! Mai!»
A quel punto il pubblico, che già faticava a trattenersi, esplose in una risata generale. Alcuni si coprivano la bocca, altri ridevano apertamente mostrando dentature complete… e altri, invece, evidenziando vistose lacune proprio nella parte anteriore.
Il giudice, asciugandosi una lacrima, cercò di riprendere il controllo.
«Questa… questa è nuova,» disse scuotendo la testa. «In quarant’anni di carriera non ho mai sentito una cosa del genere.»
Fece una pausa, guardando l’avvocato difensore con un misto di sospetto e curiosità.
«Sentiamo un po’. Ci spieghi questa… delucidazione semiseria.»
L’avvocato annuì con convinzione, come se fosse perfettamente normale.
«È tutto vero, signor giudice. Esiste un veterinario… diciamo… polivalente, nella contrada Santa Croce in ombra. Un uomo dalle mille risorse.»
Il giudice alzò un sopracciglio.
«Già partiamo male… continui.»
«Questo individuo,» proseguì l’avvocato, «svolge numerose attività. Tra queste… anche il veterinario dentista.»
Il giudice si tolse gli occhiali, li pulì con lentezza e li rimise.
«No, aspetti… questa me la devo gustare. Continui.»
«Lo chiamano… Ming ‘r Primitiv.»
Un mormorio percorse l’aula.
«E dove si sarebbe laureato, questo… Ming?» chiese il giudice con tono ironico.
«Non è laureato,» rispose l’avvocato con naturalezza. «Ha frequentato fino alla seconda elementare.»
Silenzio di nuovo.
Poi il giudice si appoggiò allo schienale, fissando il soffitto.
«E naturalmente… è anche un luminare.»
«Assolutamente sì,» replicò l’avvocato. «È dotato di una manualità straordinaria. Immagazzina nella mente qualsiasi operazione osservi.»
Inizia a gesticolare, prendendo sempre più entusiasmo.
«È un eccellente apicoltore, un falegname di prim’ordine, si ricarica da solo le cartucce da caccia, fa il barbiere—anche se le macchinette non sono sempre… perfettamente affilate—e come muratore realizza ponti ad arco in pietra senza utilizzare cemento.»
Il giudice lo interruppe.
«E già che c’è… va pure a caccia di frodo?»
«No, no!» rispose prontamente l’avvocato. «Non gli piace cacciare. Però carica cartucce molto potenti perché vuole eliminare un nibbio che, a suo dire, gli ruba le galline.»
Il giudice alzò una mano.
«Basta così. Torniamo alla dentiera, per favore. Che già mi gira la testa.»
Si sistemò meglio sulla sedia.
«Mi spieghi: come fa a prendere l’impronta dentale… a un cane?»
L’avvocato sorrise, come se la risposta fosse ovvia.
«Semplicissimo. Utilizza la cera delle api, leggermente solida, applicata all’imboccatura delle arcate anteriori.»
Il giudice rimase immobile.
«Questa… questa mi è davvero nuova.»
Fece una pausa, poi incalzò:
«E come fa ad aprire la bocca dell’animale? Glielo chiede gentilmente?»
L’avvocato, serio:
«Ha realizzato un bastone a forma ovale.»
Il giudice si portò una mano alla fronte.
«No…»
«Sì,» continuò l’avvocato. «Lo inserisce nella bocca del cane. Ovviamente serve qualcuno che tenga fermo l’animale per la testa. Poi ruota il bastone… e la rotazione costringe l’animale ad aprire la bocca.»
A quel punto in aula si sentì qualcuno sussurrare: «Geniale…»
«E a quel punto,» proseguì, «inserisce il modello in cera per l’impronta.»
Il giudice rimase qualche secondo in silenzio, poi chiese:
«Mi tolga una curiosità. Perché continua a dire “animale” e non “cane”?»
L’avvocato si illuminò.
«Perché realizza dentiere anche per le mucche.»
Un’altra ondata di risate travolse l’aula.
«Ah, pure!» disse il giudice ormai rassegnato.
«Certo. In un caso specifico,» continuò l’avvocato, «una mucca era diventata scheletrica per la mancanza dei denti anteriori. Dopo l’applicazione della dentiera… è ingrassata rapidamente.»
Si fermò un attimo, poi aggiunse con enfasi:
«E le mammelle erano così piene di latte da sembrare un ringraziamento vivente al contadino.»
Il giudice batté il martelletto.
«Basta! Basta così! Ho capito il livello.»
Sospirò profondamente.
«Torniamo alla causa. Il morso. Come sarebbe avvenuto?»
L’avvocato si ricompose.
«Il signore qui presente, mentre era seduto su una panchina di pietra, stava indicando un’amica con l’indice.»
Fece una pausa, poi aggiunse:
«Un indice particolarmente… pronunciato. Arrossato. Direi… somigliante a una salsiccia.»
Qualcuno scoppiò a ridere.
«Il cane,» continuò, «lo ha scambiato per cibo e ha tentato di afferrarlo.»
Il giudice annuì, seguendo.
«E quindi?»
«Ha tirato indietro la testa… ma non ha fatto presa.»
«Perché?» chiese il giudice.
L’avvocato alzò le mani, trionfante:
«Perché non aveva denti.»
Il giudice rimase immobile per qualche secondo, con lo sguardo fisso sull’avvocato difensore, come se stesse cercando di capire se fosse vittima di uno scherzo ben orchestrato o di una realtà semplicemente… fuori controllo.
«Quindi,» disse lentamente, scandendo le parole, «mi sta dicendo che il cane ha tentato di mordere… ma non potendo mordere… non ha morso.»
«Esattamente, signor giudice!» rispose l’avvocato con entusiasmo, come se avesse appena dimostrato una teoria scientifica rivoluzionaria.
Il giudice si tolse gli occhiali per la seconda volta, li poggiò sul banco e si massaggiò le tempie.
«Io… io devo andare in pensione,» mormorò tra sé e sé.
Nel frattempo, il querelante — un uomo robusto, con una camicia troppo stretta e un’espressione offesa a prescindere — alzò la mano con impeto.
«Ma io il dolore l’ho sentito!» protestò. «E pure forte!»
Il giudice lo guardò con un filo di pazienza.
«Lei ha sentito dolore.»
«Sì!»
«Ma è stato morso?»
L’uomo esitò. Guardò il suo dito, poi l’avvocato, poi di nuovo il dito.
«Beh… diciamo… sfiorato con decisione.»
Dall’aula si levò un brusio.
L’avvocato difensore colse al volo l’occasione.
«Ecco, appunto! Sfiorato. Senza denti. È un concetto fondamentale.»
«Fondamentale per chi?» intervenne l’avvocato della parte lesa, ormai paonazzo. «Qui si parla di danni morali, fisici, psicologici! Il mio assistito ha sviluppato una paura dei cani!»
Il giudice si raddrizzò.
«Ah, ecco. Questo è interessante. Che tipo di paura?»
Il querelante si fece serio.
«Non riesco più a mangiare salsicce in pubblico.»
Silenzio.
Poi una risata soffocata, partita dal fondo dell’aula, si diffuse come un’onda.
Il giudice chiuse gli occhi per un secondo.
«Questa mi mancava.»
Il cancelliere, ormai rassegnato, prendeva appunti senza nemmeno più alzare lo sguardo, come se nulla potesse più sorprenderlo.
L’avvocato difensore, intanto, camminava avanti e indietro con aria ispirata.
«Signor giudice, permetta un’ulteriore precisazione.»
«La prego… mi sorprenda ancora,» rispose il giudice con un filo di ironia.
«Il cane, all’epoca dei fatti, era in una fase delicata della sua vita.»
«In che senso?»
«Era in attesa della dentiera.»
«Come fosse una protesi salvavita,» borbottò il giudice.
«Esattamente!» ribatté l’avvocato, senza cogliere (o fingendo di non cogliere) l’ironia. «Una condizione di disagio masticatorio che lo rendeva… confuso.»
«Confuso,» ripeté il giudice.
«Sì. Affamato, frustrato… e quindi incline a fraintendimenti alimentari.»
Il pubblico annuiva, qualcuno anche con convinzione eccessiva.
L’avvocato della parte lesa sbottò:
«Ma stiamo parlando di un cane o di un filosofo esistenzialista?!»
Risata generale.
Il giudice batté il martelletto.
«Ordine! Anche se capisco la difficoltà.»
Si voltò di nuovo verso la difesa.
«Mi dica una cosa. Dopo questo presunto… tentativo di morso, cosa è successo?»
L’avvocato si fermò, gonfiò il petto e dichiarò:
«Il cane ha realizzato il proprio limite.»
«Addirittura.»
«Sì. Ha capito che senza denti non si va da nessuna parte.»
Il giudice lo fissò.
«E quindi?»
«Il proprietario, mosso a compassione, lo ha portato dal famoso Ming ‘r Primitiv.»
Un mormorio di riconoscimento attraversò l’aula, come se ormai quel nome fosse diventato una garanzia… o una minaccia.
«E lì,» continuò l’avvocato, «è avvenuta la trasformazione.»
«Mi dica,» sospirò il giudice.
«Applicazione della dentiera completa. Superiore e inferiore.»
Il giudice si appoggiò allo schienale.
«E il cane?»
«Felice.»
«Felice.»
«Scodinzolava tutto il giorno.»
«Per la gioia di vivere.»
«E di mangiare,» precisò l’avvocato.
Il querelante alzò di nuovo la mano.
«E io?! Io nel frattempo avevo il dito gonfio!»
«Un dito gonfio non fa giurisprudenza,» rispose il giudice secco.
Poi si fermò un attimo.
«Anche se… in questo caso… potrebbe quasi.»
Risata generale.
L’avvocato della parte lesa tentò un ultimo affondo.
«Signor giudice, qui si rischia di legittimare comportamenti pericolosi! Oggi un cane senza denti, domani uno con apparecchio ortodontico!»
Il giudice lo guardò con aria stanca.
«Avvocato… non allarghiamoci.»
Poi si rivolse nuovamente alla difesa.
«Il cane, adesso, dov’è?»
L’avvocato esitò per la prima volta.
Un silenzio diverso calò nell’aula.
«Ecco… signor giudice…»
«Parli.»
«Non è più tra noi.»
Il giudice si immobilizzò.
«In che senso?»
«È deceduto.»
Un lieve “oh…” percorse il pubblico.
«Quando?»
«Qualche anno fa.»
«E la dentiera?»
«Non pervenuta.»
Il giudice rimase in silenzio, poi sospirò profondamente.
«Quindi… ricapitolando: abbiamo un cane senza denti che non morde, una dentiera fatta da un… artigiano multifunzionale, un dito scambiato per salsiccia e un testimone principale… deceduto.»
Il cancelliere annuì senza alzare lo sguardo.
«Perfettamente riassunto, signor giudice.»
Il giudice prese il martelletto, lo osservò come se fosse l’unica cosa sensata rimasta nella stanza, e lo batté.
«Io… ho bisogno di cinque minuti.»
Si alzò lentamente.
Poi si fermò, si voltò verso l’aula e disse:
«E qualcuno mi porti un caffè. Forte.»
Dopo cinque minuti che sembrarono un’eternità — durante i quali il pubblico aveva ripreso a chiacchierare come al mercato e il querelante continuava a guardarsi il dito come se potesse peggiorare da un momento all’altro — il giudice rientrò in aula con un caffè in mano.
Lo sorseggiò lentamente, fissando il vuoto.
Poi si sedette.
«Bene,» disse con voce più ferma. «Riprendiamo questa… vicenda.»
Fece un respiro profondo.
«Avvocato, prima di arrivare a una decisione definitiva, voglio capire meglio questo… Ming ‘r Primitiv.»
Un leggero mormorio si diffuse, quasi reverenziale.
L’avvocato difensore si illuminò.
«Ah! Finalmente entriamo nel cuore tecnico della questione.»
Il giudice lo guardò di sbieco.
«Tecnico… non esageriamo.»
«Signor giudice,» continuò l’avvocato, «Ming ‘r Primitiv è un uomo di grande ingegno pratico. Non ha studi accademici, è vero, ma possiede una conoscenza… empirica.»
«Empirica…» ripeté il giudice, sospirando.
«Basata sull’esperienza diretta,» precisò l’avvocato. «E soprattutto su tentativi.»
«E errori, immagino.»
«All’inizio, sì.»
Il giudice si sistemò gli occhiali.
«Mi faccia un esempio concreto.»
L’avvocato fece un passo avanti, come se stesse per raccontare una leggenda.
«La mucca.»
Silenzio.
Il giudice chiuse gli occhi per un attimo.
«Sapevo che saremmo arrivati qui.»
«Una mucca, signor giudice,» proseguì l’avvocato, «ridotta pelle e ossa. Non riusciva più a nutrirsi adeguatamente.»
Il pubblico si fece improvvisamente attento.
«Mancanza totale dei denti anteriori.»
Il querelante, quasi involontariamente, si toccò la bocca.
«Il proprietario era disperato,» continuò. «Produzione di latte quasi azzerata. Situazione economica al collasso.»
Il giudice annuì lentamente.
«E quindi interviene… lui.»
«Esattamente. Ming ‘r Primitiv.»
L’avvocato fece una pausa teatrale.
«Decide di applicare una dentiera.»
Qualcuno in fondo sussurrò: «Alla mucca…»
«Alla mucca,» confermò l’avvocato.
Il giudice si sporse in avanti.
«Mi descriva l’operazione. Ma con calma… che voglio capire dove stiamo andando a finire.»
L’avvocato iniziò a gesticolare con entusiasmo crescente.
«Prima fase: impronta con cera d’api.»
«Sempre quella.»
«Sempre quella. Naturale, modellabile, a chilometro zero.»
«Ci mancava solo il marchio DOP,» borbottò il giudice.
Qualche risata.
«Seconda fase,» continuò l’avvocato, «apertura della bocca.»
Il giudice si irrigidì.
«Con il bastone ovale.»
Un coro di “eh…” percorse l’aula.
«Dimensioni maggiorate, ovviamente, trattandosi di una mucca.»
«Ci mancherebbe,» disse il giudice, ormai completamente immerso nell’assurdo.
«Due assistenti per tenere ferma la testa,» proseguì l’avvocato. «E uno per incoraggiare l’animale.»
«Incoraggiare… in che senso?»
«Parlandole.»
Silenzio.
«Parlandole?» ripeté il giudice.
«Sì. Frasi motivazionali.»
Il pubblico scoppiò a ridere.
«Tipo?» insistette il giudice.
L’avvocato, serissimo:
«“Dai che poi mangi meglio.”»
L’aula esplose.
Il giudice si coprì il volto con una mano.
«Io non ce la posso fare.»
Il cancelliere, ormai completamente distaccato dalla realtà, continuava a scrivere come se stesse trascrivendo un trattato scientifico.
«Terza fase,» riprese l’avvocato, «realizzazione della dentiera.»
«Materiali?» chiese il giudice, quasi rassegnato.
«Una miscela segreta.»
«Naturalmente.»
«Resine, elementi naturali e… un tocco personale.»
«Non voglio sapere altro.»
«Meglio,» annuì l’avvocato.
«E poi?» incalzò il giudice.
«Applicazione.»
Si fece silenzio.
«E funzionò?» chiese il giudice, quasi incredulo.
L’avvocato sorrise.
«Signor giudice… fu un trionfo.»
«Un trionfo.»
«La mucca ricominciò a mangiare.»
«Questo è già un buon segno.»
«In pochi giorni riprese peso.»
«Meglio.»
«E soprattutto…»
Il giudice alzò una mano.
«La prego.»
«Le mammelle tornarono piene di latte. Anzi… più piene di prima.»
Un attimo di silenzio.
Poi qualcuno applaudì.
E subito dopo tutta l’aula.
Il giudice batté il martelletto, ma senza convinzione.
«Ordine! Anche se… devo dire… storia avvincente.»
Si appoggiò allo schienale, guardando nel vuoto.
«E quindi mi sta dicendo che questo… individuo… ha migliorato la produttività agricola grazie alle dentiere.»
«Esattamente,» rispose l’avvocato.
«E io sto qui a discutere di un dito…»
Il querelante alzò la voce:
«Un dito importante!»
Il giudice lo fulminò con lo sguardo.
«Un dito che somiglia a una salsiccia, a quanto pare.»
Risata generale.
Poi tornò serio.
«Torniamo al punto. Il cane.»
Fece una pausa.
«Se questo Ming ‘r Primitiv è così abile… perché il cane non aveva ancora la dentiera al momento dei fatti?»
L’avvocato si ricompose.
«Lista d’attesa.»
Silenzio.
«Lista… d’attesa?» ripeté il giudice.
«Molto lunga. Casi urgenti. Tra cui… la mucca.»
Il pubblico scoppiò a ridere di nuovo.
Il giudice si lasciò andare contro lo schienale.
«Quindi la mucca ha avuto la precedenza sul cane.»
«Situazione più grave,» confermò l’avvocato.
«E il cane?»
«In attesa. E nel frattempo… affamato.»
Il giudice annuì lentamente.
«E quindi… ha visto una salsiccia.»
Si voltò verso il querelante.
«E ha tentato.»
Il querelante abbassò lo sguardo.
«Senza successo,» concluse l’avvocato.
Il giudice rimase in silenzio per qualche secondo.
Poi prese il martelletto.
Lo sollevò.
Si fermò.
Lo riabbassò.
«Io… voglio sentire un’ultima cosa.»
Tutta l’aula trattenne il respiro.
«Qualcuno… ha mai visto questa mucca?»
Silenzio totale.
Poi, lentamente, dal fondo dell’aula, una voce esitante:
«Io… forse sì.»
Tutti si girarono.
Un anziano, con cappello in mano, si alzò.
«Parli,» disse il giudice.
L’uomo deglutì.
«Mangiava… come un trattore.»
L’aula si voltò tutta insieme, come in un film rallentato.
L’anziano, cappello tra le mani, fece due passi avanti con quell’andatura incerta ma determinata di chi sa di avere qualcosa di importante da dire… anche se non è del tutto sicuro di cosa.
Il giudice lo osservò con interesse.
«Si avvicini. Nome?»
«Pasquale… Pasquale Volabasso,» rispose l’uomo con voce roca.
«Professione?»
«Pensionato… ma prima facevo un po’ di tutto.»
Il giudice sospirò.
«Un altro.»
Qualche risata soffocata.
«Lei ha dichiarato di aver visto la mucca con la dentiera.»
Pasquale annuì con convinzione.
«Sì, signor giudice. L’ho vista.»
Silenzio.
«E cosa ha visto, esattamente?» incalzò il giudice.
Pasquale si schiarì la voce.
«Mangiava.»
Il giudice chiuse gli occhi.
«Fin qui ci siamo.»
«Ma non come una mucca normale,» aggiunse Pasquale.
L’aula si fece attenta.
«Spieghi meglio.»
L’uomo fece un gesto con le mani, come a simulare una masticazione energica.
«Faceva… croc, croc.»
Un attimo di silenzio.
Poi l’aula esplose.
«Croc, croc?!» ripeté il giudice incredulo.
«Sì!» confermò Pasquale. «Come quando uno mangia il pane duro.»
Il cancelliere smise per un attimo di scrivere, guardò il giudice… e poi riprese, rassegnato.
L’avvocato difensore intervenne con entusiasmo.
«Ecco! Questo conferma la funzionalità della dentiera!»
«Conferma che la mucca faceva rumore,» ribatté l’avvocato della parte lesa, ormai esasperato. «Non che avesse una protesi odontoiatrica!»
Pasquale si offese.
«Io le cose le vedo bene!»
«Nessuno mette in dubbio la vista,» intervenne il giudice, «ma qui siamo oltre.»
Si voltò di nuovo verso il testimone.
«Ha notato altro?»
Pasquale ci pensò un attimo.
«Sì.»
«Prego.»
«Rideva.»
Silenzio assoluto.
«La mucca… rideva?» chiese il giudice lentamente.
«Non proprio rideva… però sembrava contenta.»
Il giudice si lasciò andare contro lo schienale.
«E meno male.»
Il querelante intervenne di nuovo:
«Ma cosa c’entra tutto questo con il mio dito?!»
Il giudice lo guardò.
«Ormai siamo in ballo… e balliamo.»
Risata generale.
Poi tornò serio, o almeno ci provò.
«Pasquale, un’ultima domanda. Lei ha mai visto il cane?»
«Sì.»
«Com’era?»
«Triste.»
L’aula si zittì.
«Triste?» ripeté il giudice.
«Sì. Stava sempre lì… che guardava gli altri mangiare.»
L’avvocato difensore abbassò leggermente lo sguardo, cogliendo l’effetto emotivo.
«E quando ha avuto la dentiera?» chiese il giudice.
Pasquale si illuminò.
«Un’altra vita.»
«In che senso?»
«Correva, scodinzolava… e mangiava di tutto.»
Il querelante sbuffò.
«Sì, pure le dita!»
«No!» intervenne Pasquale deciso. «Dopo no.»
Silenzio.
Il giudice si raddrizzò.
«Questo è importante.»
Si rivolse all’avvocato difensore.
«Quindi, dopo l’applicazione della dentiera… nessun incidente.»
«Nessuno,» confermò l’avvocato.
«Perché finalmente distingueva il cibo dalle dita.»
«Esattamente.»
Il giudice annuì lentamente.
«Quindi il problema… era la mancanza di denti.»
«Precisamente.»
L’avvocato della parte lesa alzò le mani.
«Ma allora è ancora peggio! Un cane senza denti che tenta di mordere! È pericoloso!»
Il giudice lo guardò.
«Avvocato… mi spieghi come.»
L’altro esitò.
«Beh… psicologicamente!»
Risata generale.
Il giudice prese un respiro profondo, poi si alzò in piedi.
L’aula si zittì immediatamente.
«Ho sentito abbastanza.»
Si tolse gli occhiali, li posò con cura e guardò tutti, uno per uno.
«Abbiamo un cane anziano, privo di denti, in attesa di una protesi.»
Fece una pausa.
«Abbiamo un dito… particolarmente invitante.»
Il querelante abbassò lo sguardo.
«Abbiamo un tentativo… non riuscito.»
Altra pausa.
«E abbiamo una mucca che… mangia come un trattore.»
Un sorriso gli sfuggì, ma lo nascose subito.
«Il testimone principale non è più tra noi.»
«Purtroppo,» mormorò qualcuno.
«E la dentiera… non è recuperabile.»
Il giudice prese il martelletto.
Lo sollevò lentamente.
Tutta l’aula trattenne il respiro.
«Pertanto…»
Silenzio.
«Ritengo che…»
Un colpo di tosse dal fondo.
«…in assenza di prova concreta del morso…»
Il querelante strinse il dito.
«…e considerando le circostanze… diciamo… particolari…»
L’avvocato difensore sorrise.
«…il fatto non sussiste.»
Martellata.
Un secondo di silenzio.
Poi il caos.
Il pubblico scoppiò a ridere, qualcuno applaudì, Pasquale si tolse il cappello come a una cerimonia, e il querelante rimase immobile, guardando il suo dito come se lo avesse tradito.
Il giudice si alzò.
«Seduta tolta.»
Poi si fermò un attimo, si voltò verso il cancelliere e disse sottovoce:
«Segni a verbale…»
Il cancelliere si preparò.
«Sì, signor giudice.»
Il giudice sospirò.
«E mi raccomando… niente salsicce.»
Fuori dal tribunale, l’aria sembrava più leggera.
O forse era solo la sensazione generale di essere sopravvissuti a qualcosa di inspiegabile.
Il querelante uscì per primo, con passo deciso ma lo sguardo basso. Continuava a fissarsi l’indice, ormai diventato il protagonista indiscusso della giornata.
Ogni tanto lo muoveva, lo osservava, lo confrontava mentalmente con una salsiccia… e poi scuoteva la testa, contrariato.
«Non è possibile…» borbottava tra sé. «Io il dolore l’ho sentito.»
Dietro di lui, l’avvocato della parte lesa cercava di consolarlo.
«Vedrà che in appello…»
«In appello cosa?!» sbottò l’uomo. «Portiamo la mucca a testimoniare?!»
Silenzio.
L’avvocato ci pensò un attimo.
«Non sarebbe… del tutto da escludere.»
Intanto, dall’altra parte, l’avvocato difensore uscì con aria soddisfatta, sistemandosi la giacca come un generale dopo una battaglia vinta.
Lo raggiunse Pasquale, cappello in mano.
«Avvocà… abbiamo fatto giustizia.»
«Abbiamo fatto… qualcosa,» rispose lui, con un sorriso vago.
«Io la mucca l’ho vista davvero,» insistette Pasquale.
«Non ho dubbi,» disse l’avvocato, senza fermarsi.
Poco più in là, sotto un’insegna leggermente storta, c’era un bar.
Di quelli veri.
Con le sedie di plastica, il bancone consumato e il profumo di caffè che ti arriva prima ancora di entrare.
Il giudice era già lì.
Seduto.
Davanti a un espresso.
Fermo.
Immobile.
Come se stesse cercando di rimettere insieme i pezzi della realtà.
Il cancelliere gli stava accanto, con un bicchiere d’acqua.
«Signor giudice… tutto bene?»
Il giudice annuì lentamente.
«Ho visto cose…» mormorò.
Il cancelliere sospirò.
«Anche io.»
In quel momento entrò l’avvocato difensore.
Si fermò sulla porta, poi si avvicinò con cautela.
«Posso?»
Il giudice fece un cenno con la mano.
«Ormai…»
Si sedette.
Silenzio.
Il barista si avvicinò.
«Cosa prende?»
«Un caffè. Amaro,» rispose l’avvocato.
Il giudice lo guardò.
«Come la vita.»
Il cancelliere aggiunse:
«E senza denti.»
Per un attimo si fece silenzio.
Poi, inevitabilmente, scoppiarono a ridere tutti e tre.
Una risata liberatoria, stanca, ma sincera.
Dopo qualche secondo, il giudice si fece serio.
«Mi tolga una curiosità,» disse all’avvocato. «Questo Ming ‘r Primitiv… esiste davvero?»
L’avvocato lo guardò.
Sorrise.
Fece una pausa.
«Signor giudice…»
Si avvicinò leggermente, come per confidare un segreto.
«In certi posti… esiste sempre uno così.»
Il giudice annuì lentamente.
«Questo è vero.»
Il barista, che aveva ascoltato tutto mentre puliva un bicchiere, intervenne:
«Da noi ce n’è uno che aggiusta i televisori con il nastro adesivo.»
«Funzionano?» chiese il cancelliere.
«Per un po’.»
Silenzio.
Il giudice sospirò.
«Alla fine… è tutto lì.»
Bevve un sorso di caffè.
«Funzionare… per un po’.»
Intanto, fuori dal bar, Pasquale raccontava la storia a due passanti.
«Vi giuro… mangiava come un trattore.»
I due lo ascoltavano, indecisi se credergli o chiamare qualcuno.
Poco più in là, il querelante si fermò davanti alla vetrina di una macelleria.
Guardò le salsicce.
Le fissò intensamente.
Fece un passo indietro.
Poi un altro.
«No… non ancora,» disse.
E se ne andò.
Dentro il bar, il giudice si alzò.
Prese il cappotto.
Si fermò un attimo sulla porta.
Si voltò verso l’avvocato.
«Se un giorno mi arriva un caso con una gallina con l’apparecchio…»
L’avvocato sorrise.
«Mi chiami.»
Il giudice scosse la testa.
«Cambio mestiere.»
Uscì.
Camminò qualche passo.
Si fermò.
Guardò il cielo.
Poi mormorò:
«Però… la mucca…»
Sorrise.
E continuò a camminare.
E così si concluse una delle cause più strane mai discusse in quell’aula:
senza prove, senza denti… ma con molte risate.
Perché, in fondo, tra un dito scambiato per salsiccia e una mucca riconoscente,
la giustizia aveva fatto il suo corso.
O almeno… ci aveva provato.