tre figure senza nome
Cadura Interrotta, 1973-74
Sparpagliati costantemente, 1973-74
Caduta libera, 1974
1970-1974
Il titolo non corrisponde all'insegnamento dell'opera e questa a se medesima altro che per metonimia.
Vedere è una relazione determinata nell’ambito di una relazione: un’illusione nell’illusione.
La memoria retrocede nell’immediatezza lasciando scorgere sulla sua superficie, delle immagini, e l’occhio, dominato alternativamente dal necessario e dal contingente, guida il gesto nel gioco incerto della decisione. Se la profondità è recuperata d’un balzo annodando i giochi espressivi, la superficialità non ammette il recupero. Nelle sue immagini appariva qualcosa da indovinare, il difficile era afferrarlo, decifrarlo: “La superficie ha il pathos di ciò che è nascosto”.
Il continuo è per definizione divisibile. Il tutto è unitario e si scinde solo per l’intervento di una “prospettiva”, da questa conseguono necessariamente delle rappresentazioni astratte, specchi espressivi dell’apparenza. Non possiamo mortificare la fantasia; eppure ancora vengono poste assillanti domande e risposte stravolte continuano la finzione del definire.
Il rischio che si corre aprendo la strada a nuove “prospettive” è la caduta nel vuoto dell’astrazione inquieta, dove tutto si moltiplica e l’esplorazione, trasformata in strumento dialettico, rivive, incompiuta, travisamenti fatali, è su di essi che si costruisce. E le cose si appiccicano, allusive e simultanee, a punti di riferimento concreti presenti nella memoria dello spettatore, una tela di ragno sempre più forte per invischiare la preda.
I comportamenti che noi chiamiamo “trasgressioni” sono in realtà accordi impliciti tra il redattore della regola e chi l’ha trasgredita.
Vedo, è quello che vedo, ma quando guardo la rappresentazione diventa oggetto e, ancora una volta, il concreto si nasconde nell’astratto: è l’origine che sfugge.
Tutto è riducibile a una questione di mimetismo (essere l’altro), l’assolutezza di una convenzione è riconoscibile quando la mostruosità obiettiva sottesa, è pensabile depurata dalla significazione, quando nella simulazione le apparenze e le motivazioni del gesto diventano riconoscibili.
Il mimetismo è conduttore di conoscenza e per conseguenza, abbiamo tendenza a separare, dividere, unire, aggiustare. Questi termini definiscono azioni, impiegandole conduciamo operazioni ambigue attraverso le quali intrichiamo la serie dei nessi tra i fenomeni e gli oggetti che li rappresentano.
Un’indicazione modale è il punto in cui la rappresentazione è penetrata dalla proiezione sconfinante: sentiero che la forma percorre nel suo progressivo e irriducibile affermarsi.
Il contingente si trasforma in congiungente stabilendo un rapporto negativo, un vuoto coperto, non colmato, nel quale nascono relazioni falsate dall’opportunità dialettica attraverso il “possibile”. Ma il vuoto, anche quando è “a perdere”, rimane e mantiene quelle caratteristiche d’ambiguità che permettono al furbo di fingere il colpo di fantasia, e questa finzione ha dato scacco matto alla fantasia.
Quello che rappresentiamo ha una funzione ri-presentativa, funzione che è una specie di approssimazione fittizia, un’insufficienza, che implica coscienza della memoria e uso del memorizzato.
Questo è un processo, ed è possibile che questo modo di procedere sia il vero soggetto della rappresentazione. In realtà, essendo la rappresentazione una relazione tra più termini, non ha sostanza e solo trasponendola in comportamento è possibile elidere quelle considerazioni con tendenza privativa, che sono date dalla speculazione in profondità, ossia la spiegazione metafisica del significato che basandosi su uno sempre più vasto dei nessi, spiega se stessa come spiegazione permanente, sostituendo la rappresentazione che è insufficiente già per sé stessa, con la sua denominazione. È qui che nasce l’equivoco della struttura conoscitiva alla quale è riconosciuta una funzione condizionante, realizzata tramite azioni sbrigative.
Nella certezza possiamo identificare una mancanza, essa è espressa dalle modalità dell’apparire.
Le definizioni relative ai concetti di “positivo” e “negativo” comportano l’impiego simultaneo di termini riferiti e non riferiti all’immediato. Questo significa che quando guardiamo non è nel nostro interesse praticare l’esercizio di una qualche facoltà, ma solo il riconoscimento dell’espressione condizionante; tutto il resto è solo un intreccio di deduzioni alle quali sono assegnati ulteriori limiti e significati secondarî.
L’intuizione, che non è immaginazione formante, è nel mondo. Essa priva l’arte delle forme che non le sono conformi: è un evento nel mondo del mondo, e il mondo si è attaccato a lei e la dissipa.
Una cosa “come è” non è arte se non è in rapporto con il tessuto rappresentante, se alle cose sensibili non ritorna, se non è arrivata ancor prima di partire, se con fratture senza rimedio e alcuna preoccupazione formale non risucchia via ogni apparenza tra il visto e il fatto di vedere.