Nel 1978 veniva scoperto da Alberto Solinas, durante i lavori di sbancamento della superstrada Napoli-Vasto, un importante sito preistorico che in seguito prenderà il nome dalla località del rinvenimento: La Pineta (Peretto et al. 1983). Lo scavo archeologico, intrapreso a partire dal 1979, portò alla luce, all'interno di una serie stratigrafica costituita da sedimenti fluviali, lacustri e vulcanici, numerosissimi reperti faunistici e litici che resero il sito di grande interesse per la comprensione dell'origine del primo popolamento europeo (Coltorti et al. 1982). Negli anni l'età geologica è stata calcolata attraverso vari metodi di datazione, come 40K/40Ar (Coltorti et al. 1982), la biostratigrafia (Peretto et al. 1983), il paleomagnetismo (Gagnepain 1996), ed è stata inoltre oggetto di dibattito sulla base del record paleontologico ritrovato (von Koenigswald e van Kolfschoten 1996); ma è il metodo 39Ar/40Ar, datando i sanidini del livello geologico USE, (Coltorti et al. 2005), che ha inserito definitivamente il sito di Isernia La Pineta nella prima parte del Pleistocene medio (610 ± 10 (2σ) ka). Data questa che si accorda con la composizione dell'insieme faunistico: indicativa, ad esempio, la presenza del roditore Arvicola cantiana e la sua associazione con Bison schoetensacki, Stephanorhinus hundsameinsis e Elephas antiquus. Gli scavi sistematici, condotti dall’Università di Ferrara sotto la direzione scientifica del professore Carlo Peretto tra il 1979 e il 1993, poi ripresi nel 2000 e ancora in corso, hanno interessato due settori distinti: il I settore coperto da un padiglione, localizzato ad est della linea ferroviaria, si estende su una superficie di circa 300 mq ed è tuttora oggetto di indagine archeologica; il II settore situato ad ovest del tracciato ferroviario, a circa 100 m dal I settore, è stato indagato esclusivamente nel 1979 su una superficie di circa 90 mq (Peretto et al. 1994).
Quattro sono le archeosuperfici individuate a seguito dei diversi interventi di scavo effettuati e rispettivamente identificate con le sigle: 3c, 3a e 3S10 del I settore di scavo e 3a del II settore di scavo. L’archeosuperficie 3c è stata fino ad oggi esplorata, in differenti anni di intervento, su una superficie di circa 70 mq. I reperti poggiano sul piano di erosione che tronca il paleosuolo che altera il travertino (Cremaschi & Peretto 1988) e sono inglobati in una matrice sabbiosa di colore rossastro a tratti cementata dello spessore, seppur variabile, di alcuni centimetri. L’archeosuperficie è dislocata da una serie di fratture che corrono parallele tra loro, già presenti alla messa in posto dei reperti, che hanno continuato la loro attività anche dopo il suo seppellimento e che possono essere attribuite o all’attività tettonica sempre attiva nella zona o ai movimenti di assestamento del travertino sottostante (Giusberti et al. 1983). Il materiale paleontologico e paletnologico rinvenuto è per lo più caratterizzato da frammenti ossei appartenenti a bisonte, rinoceronte, ippopotamo, orso, elefante, associati in misura variabile ai resti litici in selce e in calcare. La distribuzione areale dei reperti è piuttosto omogenea e regolare, soprattutto per quanto riguarda i reperti faunistici. L’archeosuperficie 3a del I settore di scavo si presenta nella sua estensione differentemente interessata da fenomeni geologici; infatti, essa risulta poggiare direttamente sul travertino nella parte SW della porzione fino ad oggi esplorata, che comprende circa 150 mq, mentre, procedendo verso N poggia su limi e i manufatti e le ossa che la caratterizzano costituiscono un’interfaccia tra la sommità dei livelli argilloso-limosi e i sovrastanti livelli di sabbie medie e grossolane. Spostandosi più verso NE tale discontinuità è meno marcata e i materiali sono contenuti all’interno dei livelli limoso-argillosi (Cremaschi 1983)[3]. La quantità di reperti rinvenuta è maggiore rispetto alle altre archeosuperfici ed è caratterizzata, così come è stato attestato per la 3c, da una distribuzione variabile di resti faunistici e materiale litico (Minelli et al. 2009). L’archeosuperficie 3S10 è stata riconosciuta soltanto a seguito dello scavo del 1992 ed inizialmente esplorata su un’estensione di circa 12 mq; lo scavo della stessa è stato approfondito nel corso della campagna di esplorazione del 2001 su un’estensione di circa 20 mq ed ha permesso di comprendere meglio la sua localizzazione all’interno della serie stratigrafica, nonché il rapporto che la lega alle altre archeosuperfici. I materiali paleontologici e litici rinvenuti si caratterizzano per il loro aspetto piuttosto frammentario e per uno stato di conservazione che è in parte fresco ed in parte particolarmente fluitato. La concentrazione dei reperti interessa la porzione NE dello scavo, dove maggiore è anche lo spessore del livello archeologico che li ingloba, costituito da sabbie giallastre o giallo-verdastre localmente grossolane, anche concrezionate, e ciottoletti di calcare, travertino e selce, poggianti a loro volta su sabbie di colore grigio-verdastro scuro, grossolane, compatte, a tratti cementate, che comprendono una frazione silicea e numerosi ciottoletti (Peretto 1999). L’archeosuperficie 3a del II settore di scavo è stata individuata nel 1979, direttamente a ridosso del rilevato ferroviario, dalla parte opposta della localizzazione dell’attuale I settore ricoperto dal nuovo padiglione di scavo. Si è trattato di uno scavo di emergenza esteso su un’area di 18 x 4 m, allo scopo di recuperare il materiale archeologico che altrimenti sarebbe stato distrutto e disperso dai lavori per la costruzione della superstrada Napoli-Vasto. Questo livello archeologico, con una sigla analoga a quella dell’archeosuperficie del I settore di scavo, è caratterizzato da una matrice argillosa di colore bruno rossiccio che poggia sul sottostante travertino. Rispetto alle archeosuperfici del I settore, essa differisce drasticamente per la totale assenza dei manufatti in calcare, per la scarsità e la frammentarietà dei reperti paleontologici e per la grande abbondanza dei manufatti in selce (Peretto 1999).