PHYSIS
La chioma spoglia di un albero, sbiancata dalla presenza della neve e oggettivata iperrealisticamente in una stampa plotter, è un elemento spiazzante nel nuovo ciclo ‘Physis’ di Gianna Maggiulli. Una solitaria presenza fotografica eppure un eloquente imput per convogliare una ricerca che come di consueto conta sull’uso dei cartoni, opportunamente spellati e oltraggiati tanto da movimentarne la texture fino a suggerirne inedite possibilità tridimensionali. Unico dunque il tema, l’albero, dato sia nel suo simulacro visivo più realistico, la fotografia, sia in dieci variazioni in cui appare diversamente disgregato e smontato nelle sue componenti costitutive, chioma, foglie e fusto, poi riassemblate in un’asciutta grafia e contrappuntate da limitati assaggi di colore. E come per tutte le varianti di uno stesso soggetto, magnifica ossessione per molti artisti, anche l’albero diviene metafora, nella fattispecie di una ricerca palingenetica e si fa archetipo generatore d’infinite combinazioni. Per esempio quando compaiono solo foglie, per il piacere di assecondare andamenti curvilinei liberi o ripresi da impalpabili simmetrie, o quando si prospettano solo fusti per imporre al supporto una perentoria indicazione di verticalità o ancora quando sbucano solo radici aperte a ventaglio a siglare un’indiscutibile stabilità. Non di un processo autoreferenziale si tratta ma di un percorso del tipo già avviato da Paul Klee, quando, proprio con gli alberi, passava da raffigurazioni cubiste a sintassi di sobrio geometrismo. Ma, a differenza dell’artista svizzero, Gianna Maggiulli non è interessata a procedure di riduzione della visione a poche costanti, al contrario a solleticarla creativamente è proprio la potenziale apertura di una stessa forma a sconfinate redazioni compositive. Le sue opere, non certo asettici esercizi di stili, diventano allora testimonianze durevoli di una pratica che ormai da molti anni si avvale sia di una robusta e accalorata gestualità in grado di irrompere sulla superficie del cartone per strapparla, lacerarla o bruciarla, sia di una meditata riflessione tale da sostenere un intenso itinerario, partito dall’astrazione e giunto solo da poco ad un accenno di figurazione. A tutto ciò, in quest’ultima fatica, Maggiulli aggiunge anche la dimensione temporale, una sorta di registro del tempo che passa, scandito dal mutare dei colori compresi tra l’arancio e il marrone, prescrizioni canoniche nei cicli stagionali per estati o autunni ma i cui esiti possono essere infinitamente imprevedibili tanto in natura quanto nelle mille cattedrali di Monet.
Marilena Di Tursi