Un filo sottile ma tenace di coerenza lega e ricuce i venti anni di impegno che Gianna Maggiulli propone ora di ripercorrere e riguardare. Impegno coraggioso perché ancora negli anni Settanta ed Ottanta non era affatto facile per una donna affermare in ambiente pugliese il diritto di fare arte che non fosse da salotto o da arredo. Tanto meno era indolore praticare una pittura che recepiva la nuova sensibilità della materia e del segno maturata nel lungo percorso dall’astrazione storica all’informale (rilanciato, meglio si potrebbe dire fatto scoprire, a Bari in una grande mostra storica nella Pinacoteca Provinciale nel 1971-72). La recepiva interrogandola a fondo, pian piano muovendo da un lirismo che evocava rarefatti stupori di natura verso affondi esistenziali di sempre più concisa misura. I teli di plastica come i grandi cartoni erano campi di fisica consistenza dell’esperienza quotidiana su cui posare e poi incidere una sorta di diario personale alluso per strappi come per scritture.
Le variazioni di questa avventura nel tempo, così come ora la stessa autrice ha inteso scandirle in gruppi e sintesi di diversa intonazione tematica, si offrono ad una doppia chiave di lettura. Suggeriscono una cadenza che da una parte castiga il colore per estrarre, quasi, dalla materia ferita le tracce della natura perduta e i fantasmi della memoria, semmai lenendo le piaghe con la memoria estrema della pittura, l’assolutezza dei neri o dei bianchi. Dall’altra la ostinata nostalgia di un sogno formale, che si condensa nella ricerca di ritmo interno alla superficie mediante i segni, o nel ritorno del colore come scheggia che sollecita l’inerzia del campo, addirittura come benda di luce che risarcisce le offese al corpo dell’arte.
Un processo con oscillazioni esatte, quasi scandite da un metronomo interiore. Ma percorso non lineare, mi sembra: compiuto come in un circolo mentale che alterna tempi lenti ed accelerazioni nevrotiche, che conosce espansioni e dilatazioni (dai segreti personali a respiri di ordine cosmico). Ripetizioni differenti insomma, non fughe in avanti. Perciò credo che abbia ragione Gianna quando sostiene che questa revisione del suo lavoro non è un punto di arrivo, ma una tappa di riflessione e di comunicazione per ripartire. Se ancora all’interno del suo cerchio magico, o verso nuovi orizzonti, non so. So che la mia ex allieva di Accademia – attenta ieri come oggi a quanto avviene nel campo dell’arte - ha tutta la matura determinazione per affrontare, se vorrà, altre avventure del sensibile.
PIETRO MARINO