Frammenti d’artista. Gianna Maggiulli si racconta attraverso sentimenti, emozioni e ricordi.
Intervista di Isabella Battista
Io abito, dal latino Habitare, vivere con consuetudine in un luogo ed esserci. Così è l’abitare dei sentimenti lasciati nei modelli su carta della Scuola Moderna Internazionale di Taglio per Sarti di Torino frequentata da Armando Maggiulli nei primi Anni Trenta, negli anni della sua formazione professionale, fra Torino e Roma. Gli abiti sono intrisi di ricordi ed emozioni, raccontano la storia della moda degli anni del primo dopoguerra, nel rigore della linea e nella consistenza dei tessuti. La storia personale di Gianna si intreccia con quella di suo padre: lui sarto, abituato a usare le stoffe per comporre dei vestiti realizzati tramite i suoi progetti, lei artista che usa il bisturi per “togliere” dal cartone quella materia che rivela lo spazio sottostante di una superficie all’apparenza estremamente semplice[1]. La riflessione sulla forma, più che sulla reale funzione dell’abito, diviene un punto di partenza per ripensare completamente all’idea di indumento come oggetto funzionale, a metà strada tra estetica e espressione della società moderna.
Le prime opere giovanili di Gianna Maggiulli erano realizzate con le carte. Sul cartoncino leggero l’artista disegnava geometricamente e tratteggiava linee colorate fatte di somme di scritture, poi strappava il foglio e lo ricomponeva apparentemente nello stesso modo, creando però degli spazi vuoti in cui i pezzi di carta sovrapposti al plexiglass producevano degli effetti di vuoto/pieno[2]. Successivamente l’artista attribuisce più importanza al materiale cartone, limitando la presenza della carta a piccoli inserti cromatici molto accesi e in forte contrasto tra loro.
Il cartone, divenuto ormai la “firma” dell'artista, non scompare mai dalla produzione della Maggiulli[3]. Nei primi anni Ottanta, questo materiale solitamente adoperato per gli imballaggi, è utilizzato come semplice supporto per far spazio alla leggerezza delle carte e del plexiglass. Con il trascorrere del tempo, diventa, però, vero protagonista del suo lavoro[4], a volte enfatizzato nella sua semplicità grazie all'esclusione del colore e all'inserzione di frammenti di vetro o di carta.
Io ABITO racconta il percorso personale e artistico della Maggiulli attraverso cartoni, fotografie e installazioni, progetti e disegni della scuola di taglio, grucce d’epoca e frammenti di abito realizzati in plastica trasparente. Questa operazione di recupero dell’identità passata, ben si articola con le azioni gestuali che Gianna Maggiulli applica sulla superficie del cartone[5]. Incidere lo spazio superiore significa scavare nella memoria.
Collegare le proprie radici artistiche a coloro che hanno fatto parte del nostro percorso di vita indica il raggiungimento di un grado di consapevolezza di bisogni specifici. Come è nato questo progetto?
Non si tratta di un’operazione nostalgica, né di un omaggio, ma piuttosto una ricerca ulteriore della identità attraverso la memoria. Operazioni ed esigenze recenti mi hanno fatto ripensare nell’ultimo periodo alla figura di mio padre, mi hanno aiutato a scavare nella mia interiorità. Si sono sovrapposte una serie di immagini e numerose sensazioni che hanno rimesso a posto molti tasselli: la musica, Torino che frequento attualmente, gli studi sulla figura che fanno parte della mia formazione negli anni fiorentini. Ho trovato pezzi collegati alla formazione dell’identità.
Ha sempre accostato la leggerezza delle carte con la materia più concreta del cartone. Come si colloca l’abito nel suo periodo creativo?
Con il trascorrere degli anni, ho continuato a lavorare con i cartoni e il plexiglass, ma la leggerezza dei tessuti l’ho introiettata nell’uso delle carte veline, nei teli di plastiche leggere e svolazzanti usate in alcune opere, materiali da me privilegiati come il cartone e i cartoni pressati. Poi è emerso il bisogno di organizzare carte e frammenti in forme d’abito, abiti improbabili, ironici e fantasiosi. Mi è parso naturale a un certo momento mettere in relazione questo bisogno con la figura di mio padre che ha fatto della sartoria e dell’eleganza la sua fonte di ispirazione e di vita. Diverso tempo fa ho trovato delle carte progettuali (stranamente dello stesso color biscotto dei cartoni che andavo usando) che lui realizzò nella Scuola Moderna Internazionale di Taglio a Torino negli Anni Trenta e poi a Roma. Queste grandi carte riportano la progettualità geometrica e scientifica, oltre ai timbri di controllo dell’epoca, le firma di maestro e allievo e gli appunti personali. Mi sono sembrati cimeli di grande valore, testimonianza di un sapiente lavoro artigianale.
Quindi si tratta di un progetto che coltiva da molto tempo?
Da diversi anni sento il bisogno di “pensare” l’abito, un elemento importante della nostra vita. In simbiosi con il corpo, il tessuto lo ricopre in modi e finalità diverse, tutte affascinanti anche nel variare del tempo. C’è un abito che mi accompagna sin dall’inizio del mio periodo creativo, da oltre trent’anni mi segue in tutte le sedi dei miei studi. Mi piace l’aspetto sensoriale del tessuto leggero e le suggestioni che mi stimola anche in relazione al tempo della mia prima giovinezza in cui lo indossai. Credo sia sempre stato in me il desiderio di far emergere in qualche modo tutti gli stimoli che attraverso il tempo si sono sedimentati nella memoria.
Quanto è importante per un’artista confrontarsi con la moda?
Il raffronto con la moda per un’artista non è solo frivolo ed esteriore, ma è strettamente collegato ad un valore tra il corpo e il suo rapportarsi con gli altri. Ho frequentato un corso della Scuola di Nudo nei primi anni ‘70 a Firenze, con il maestro Emanuele Cavalli e da lì ho sempre messo in relazione il corpo con gli indumenti che lo ricoprono, che lo mimetizzano e lo svelano: l’abito va oltre la sua funzione. Gli anni della prima formazione hanno influito nei periodi successivi, la figura umana è stata una presenza costante fra le mie “carte”, che mi ha accompagnato in tutti questi anni di lavoro.
Nelle sue opere, con i suoi gesti, la sua pratica artistica si concentra nel sottrarre materia dalla superficie. “Spellare”[6] il cartone così risulta essere un’azione contrapposta alla cucitura.
Creando un abito si disegna col gesso bianco, si taglia e si scarta. Realizzare che quest’azione di “togliere” qualcosa dal cartone sia collegata alla mia esperienza personale, credo sia una presa di coscienza conquistata attraverso tutti questi anni. Non posso dimenticare il rumore metallico delle grandi forbici che scandivano il lavoro di mio padre nel suo atelier. Nella costruzione di un abito se non si toglie, non si riesce a costruire. E così l’azione dell’ago sul tessuto potrei associarla al risarcimento su cartone che realizzo dopo aver scavato: una reintegrazione di materia che compio quando compongo le mie opere.
Prima ha affermato che il colore dei suoi cartoni le ricorda quello delle carte progettuali della scuola di sartoria. Perché non usa più il cartone color caffellatte?
Attualmente preferisco usare il cartone grigio pressato ed esaltare i colori sovrapposti. In questo momento della mia ricerca artistica i cartoni non sono più i protagonisti ma i supporti, la struttura interna non viene più alla luce, anche se le superfici appaiono spellate, graffiate, segnate.
Ritiene di essere arrivata a un punto risolutivo di questa ricerca?
Nonostante abbia trovato altri tasselli di ciò che è stato l’ambito in cui sono cresciuta e vissuta, si è aperto un mondo completamente nuovo. Grazie alla lunga esperienza artistica e a questa fase sperimentale ho ritrovato molte cose che credevo perdute. Non lo sento come un punto d’arrivo, ma un nuovo punto di partenza. Ora è come se si fosse allargato il campo dell’esperienza e fossi pronta a ripartire.
[1] Marcello Venturoli le riconosce «la calma delle solitarie pugnaci e la capacità a captare nell'aria l'invisibile spina dorsale del drago avanguardistico, senza cadere nei trabocchetti della moda». M.VENTUROLI, Gianna Maggiulli, tra essere e apparire, in “Arte e Cronaca”, agosto-settembre 1987.
[2]“Eliminato, in gran parte, il colore, fatta eccezione per i bianchi, i neri e la tinta naturale della carta, la pittrice costruisce un linguaggio più essenziale e primario. In tale ricerca, ben si colloca il riutilizzo dell'antica tecnica scultorea che crea forme, non aggiungendo, ma sottraendo il materiale”. ANNA D’ELIA, La vita è scavata in un cartone, in “La Gazzetta del Mezzogiorno”, giovedì 28 marzo 1991, p. 18.
[3] Così racconta Nicola De Benedictis, in occasione di una personale alla Galleria Centrosei di Bari: “In questa ultima fase (Gianna Maggiulli) scava la materia-cartone per ricavarne superfici in accenno di bassorilievo, lasciando il tutto grezzo o trattato con smalto nero o bianco per ritrarne opere monocromatiche o acromatiche. L’operazione di scavo e l’essenzialità del materiale tendono a raggiungere forme prosciugate nella loro estrema e nuda essenzialità”.
N. DE BENEDICTIS, Il Punto Zero di Gianna Maggiulli, in “Puglia”, 10 marzo 1991.
[4]Il commento di Lia De Venere sull’utilizzo esclusivo del cartone: “Il cromatismo binario (il bianco ed il nero) cui Maggiulli si attiene da anni, si è in questa fase radicalizzato, lasciando il posto a monocromi, che spesso oscillano con impercettibili variazioni tra stesure lucide e opache. E numerose sono le prove in cui il colore neutro del cartone rimane l’unica notazione cromatica, arricchita di sfumature create dal sottosquadro e dal trascorrere della luce”.
L. DE VENERE, Gianna Maggiulli alla Galleria Centrosei di Bari, in “Altrimmagine” n.10, giugno 1991.
[5] “Le opere dell'artista barese dichiarano – nei supporti di cartone rigato o su vetri e plastiche trasparenti- una complessità esistenziale. E' fatta di frammenti, lacerazioni, fatture, doppi-tripli rimandi o spessori (equivalente materico dell'oggetto e del suo doppio, l'ombra), cancellazioni e abrasioni. Dentro questo campo accidentato si muove, faticoso ma esplicito, un progetto di ricomposizione. Lo attestano le tensioni formali su cui si regge ogni opera: i tagli obliqui cercano le loro linee di continuità, le carte strappate inseguono sogni di equilibri nel colore, la materia scrostata non rinuncia ad eleganze sensoriali, la scrittura prova un suo orientale sistema di calligrafie e di ritmi corsivi”. P. MARINO, catalogo per la personale della galleria Il Cortile, Bologna , marzo 1983.
[6] A proposito della gestualità del bisturi, così commenta Marilena Di Tursi: “La lama che la Maggiulli utilizza per esplorare la superficie regola il farsi della stessa, da andamenti ortogonali, interrotti dall'apparire timido del colore, si passa a piani spellati con una cura riservata altrove a materiali preziosi e delicati. L'artista opera per sottrazioni riportando l'orizzonte dell'osservazione a particolari elementari ma essenziali della visibilità quotidiana”. MARILENA DI TURSI, Millenovecentonovantanove, in “Barisera”, 27 gennaio 1999.