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L'argomento
Tiziano Merlin (bozza)
LA VITA E LE OPERE DI ANGELO BORSO
Socialismo, teatro e poesia
in un monselicense
del secondo ottocento
LA VITA E LE OPERE DI ANGELO BORSO.
SOCIALISMO TEATRO E POESIA IN UN MONSELICENSE DEL SECONDO OTTOCENTO.
1- La famiglia e la cultura monselicense nei primi anni dopo l'unificazione. 1770-1875.
Angelo Borso nacque a Monselice nel 1861, da una importante famiglia di professionisti. Il bisnonno Carlo, attorno al 1770 si trasferì da Padova nella cittadina dove fu assunto come 'Maestro della Posta dei cavalli' e 'Direttore delle Lettere'; ruoli che ancora esercitava nel 1794. Di condizione economica agiata, tanto da potersi permettere il passatempo dispendioso della caccia con capanno nelle vicine valli pozzonovane, ebbe un ruolo di primo piano nell'amministrazione cittadina tra il 1808 e il 1815. Lo troviamo infatti sempre consigliere comunale in questi anni, e revisore dei conti nel 1810. Carlo iunior, nipote del capostipite Carlo e padre di Angelo, secondo Celso Carturan era “a capo di una delle più cospicue famiglie monselicensi. Possedette beni di fortuna, fu molto stimato, coprì cariche cittadine fra cui quella di primo Presidente della
‘ Società operaia ‘. Abitava nel palazzo ora sede dell'asilo Tortorini; passò poi nella casa di Via Cavallotti ove il cav. Carlo Dal Din ha piantato la sua rinomata fabbrica di dolci”. Membro del Comitato provvisorio nel 1848 e Presidente della Società operaia nel 1864, Carlo Borso sembra avere significativamente peggiorato la propria condizione economica, se ha ceduto ai Tortorini la villa ora trasformata in Municipio per
accontentarsi di una abitazione certo decorosa, ma sicuramente meno lussuosa della precedente. Nel 1880 è consigliere comunale, in rappresentanza di una lista dichiaratamente anticlericale.
Nei primi anni Settanta, un Antonio Borso, probabilmente fratello di Carlo iunior, esercita la professione di ingegnere a Monselice; e si diletta, al pari di molti esponenti della Monselice bene nati nel decennio 1830-40, di poesia e di teatro.
La Monselice bene di questi primi anni dopo l'unificazione - la Monselice degli studenti, degli intellettuali, dei professionisti (ingegneri, notai, medici e avvocati), e dei commercianti più "moderni" della Piazza che attira nella sua orbita anche qualche elemento della borghesia terriera come Fruttuoso Centanin - è tutta liberale. Deve ancora registrarsi, o appare appena abbozzata, la frattura tra una destra moderata che s'avvicinerà a poco a poco e in nome dei comuni interessi all'abborrito mondo clericale; e una sinistra mazziniana destinata a sfociare - con la clamorosa organizzazione della sezione anarchica monselicense nel 1875 - nel radicalismo e nel socialismo.
Nel 1874, per intervento dell'attore professionista monselicense Giuseppe Mazzocca, va in scena il "Torquato Tasso" con un gruppo di attori che rappresenta emblematicamente questo mondo liberale non ancora diviso. Anna Olivetti, Augusta Foscolo e Teresa Salotto - che cucirono personalmente i costumi cinquecenteschi - calcarono il palcoscenico assieme ad Antonio Borso, Antonio Caffi, il dottor Nicolò Spasciani, Giovanni Casoni e Giuseppe Boniolo. I mobili furono forniti da Don Stefano Piombin. Un mondo ancora unito in nome della comune avversione nei confronti degli austriaci visto che Anna Olivetti nel 1866 confezionò e sventolò la bandiera italiana all'arrivo dei piemontesi, che Stefano Piombin rifiutò di firmare una documento in favore del temporalismo papale una decina di anni prima, che Antonio Caffi combattè nelle patrie battaglie con la camicia garibaldina.
Dopo appena cinque anni la coppia Francesco Olivetti e Anna Tellarolli rappresenterà a Monselice il nucleo più forte del moderatismo che non disdegnerà di affiancarsi ai clericali; i Borso il Caffi e lo stesso Piombin invece saranno schierati decisamente dalla parte opposta, con la sinistra radicale e garibaldina e, almeno in qualche momento e per qualche elemento, col socialismo.
2- La cultura monselicense nel quindicennio 1875-1890.
Il quindicennio 1875-1890 è l'epoca d'oro della cultura laica monselicense che ora ripercorriamo brevemente sia da un punto di vista culturale che politico.
Sono gli anni della Filarmonica di Antonio Caffi che così viene ricordata dal Mazzocca: "Vi fu un periodo nel quale si potevan contare dei buoni dilettanti ... Il dottor Ferdinando Veronese, efficacissimo nella parte di Ludro di Augusto Bon. Antonio Caffi, Antonio Ferriguto mio cugino, un giovane intelligentissimo troppo presto rapito a noi. L'ingegnere Angelo Borso ... Potrei dire anche della signora Stefani ora signora Malipiero, del dottor Procida, di Pietro Moretto, di Fioravante Toffolo i quali mi recitarono nella Cameriera astuta, con una bravura degna di... provetti artisti". Avendo agito grossomodo tra il 1872 e il 1877, essa porta sulla scena, nel 1874, uno scherzo comico ed una farsa; nello stesso anno tenta di rappresentare una commedia dell'abate Francesco Sartori - 'padre nobile' e stimato insegnante del gruppo dei nostri giovani - avente come protagonisti "un tedesco, un francese ed un petroliero" e quindi ambientata nella Parigi comunarda. L'autorità di polizia negò tuttavia la propria autorizzazione avendo considerato sovversivo il contenuto dell'opera; scritta da un autore, del resto, considerato troppo di sinistra e collaboratore - addirittura e non ostante fosse un religioso - del giornale anarchico-repubblicano dell'estense Uriele Cavagnari. Quindi la filodrammatica locale rappresenta La Donna romantica e, nel 1877, l’'Amleto impersonato dallo stesso Mazzocca.
Sono gli anni - limitandoci al quinquennio 1875-1880 - in cui anche Carlo Monticelli e i suoi amici passano serate assieme al non ancora famoso Emilio Zago che recita a Monselice per alcuni mesi; anni in cui Monticelli e Galeno con altri studenti pubblicano il libretto di poesie Alle dolci signore dei colli euganei; anni in cui lo stesso Monticelli calca le scene evidenziando una cultura teatrale tale da impressionare amici ed avversari politici; anni in cui altri giovani come il maestro ed insegnante di ginnastica Giovanni Bazzarello si cimenta nella drammaturgia, dedicando i propri lavori all'antico insegnante.
Ed anni in cui nasce e si sviluppa, tra il 75 e l'80 appunto, la sezione anarchica che attrae non pochi dei giovani intellettuali appena nominati. Carlo Monticelli in primo luogo e Angelo Galeno; ma anche Antonio Ferriguto arrestato col Monticelli nel 1878; ed un Ramina, fratello dell'attore nominato, che poco prima di morire col Monticelli fu addirittura il fondatore della
sezione.
3 - Angelo Borso, una giovinezza tra arte e politica. 1875-1890
Angelo Borso, più giovane di un lustro rispetto agli amici, vive tuttavia la loro cultura. Una cultura tutta intrisa di liberalismo anticlericale all'inizio, e che coincide con quella familiare; ma una cultura che si radicalizza velocemente fino ad abbracciare, magari solo sentilmentalmente e solo per una parte del gruppo intellettuale monselicense, gli ideali anarchici o socialista-anarchici.
Nel 1880, con la crisi della sezione anarchica monselicense e l'allontanamento di Carlo Monticelli, prende le redini del movimento politico di estrema sinistra Angelo Galeno che lo caratterizza in senso nettamente legalitario. Non più sogni rivoluzionari, fatti di progetti irrealizzabili e tanta poesia, ma lotta politica concreta senza tuttavia negare del tutto l'elemento sentimentale che rende più appassionante la politica stessa.
Nel gennaio di quell'anno Galeno riorganizza con Angelo Borso la sezione socialista monselicense su basi legalitarie e nel marzo nasce il 'Circolo di Studi Sociali'. Queste due realtà, abbandonando le istanze rivoluzionarie e trovando una intesa col liberalismo anticlericale, contribuiscono, nello stesso anno ed in occasione di elezioni supplettive comunali, ad eleggere consigliere comunale il padre di Angelo Borso. Due anni dopo - e questo è il segno di un profondo rinnovamento nella strategia - la sinistra estrema monselicense unificata nel 'Comitato dei Giovani democratici' programma, in perfetta sintonia col 'Circolo Garibaldi', una serie di riunioni per preparare le imminenti elezioni amministrative e politiche con l'evidente scopo di "accaparrarsi un certo numero di voti" del ceto operaio ammesso per la prima volta a votare.
Ma la svolta politica e soprattutto il suo successo non si possono appieno comprendere senza analizzare quanto - tra il 1880 e il 1889 - la sinistra monselicense riuscì ad organizzare sul piano culturale e parapolitico nella cittadina; una sinistra vivificata dallo straordinario attivismo di Giovanni Rizzetti che riesce a trascinare col suo entusiasmo anche tutti gli altri giovani compagni.
La società operaia 'I Figli del Lavoro', nata nel 1881 grazie a Galeno e Monticelli e irrobustitasi negli anni, organizza banchetti, conferenze, commemorazioni di eroi risorgimentali e di propri iscritti defunti, partecipa a convegni di società consorelle; insomma offre - assieme all'altra 'Società operaia' strappata grazie all'ex anarchico Ferruccio Duner e allo stesso Rizzetti alle grinfie dei moderati - al ceto operaio un "luogo" ed una "identità" destinati a produrre i loro effetti nelle successive competizioni elettorali. La 'Società di ginnastica' retta fino al 1883 da Giovanni Bazzarello e poi malamente egemonizzata dal "moderatume"; la 'Società di Scherma' dei Monticelli; la 'Filodrammatica' - del Caffi e poi del Cesari che era anche esponente della Società operaia - sempre in lotta coi maggiorenti locali; la 'Filarmonica' di Paolo Santato che preferisce gli inni di Garibaldi a quelli sabaudi e che si affianca alla filodrammatica nei frequenti contrasti coi moderati; la 'Società del buonumore' del Rizzetti cui si devono le più memorabili feste danzanti; la 'Società Giordano Bruno' che brucia in piazza opuscoli clericali e la 'Benedetto Cairoli' che sorta nel 1889 programma manifestazioni teatrali e bandistiche: tutte queste realtà, sorte con l'impegno determinante dei nostri giovani, creano un clima culturale senza il quale la vittoria elettorale della lista anticlericale nelle amministrative del 1889 non sarebbe stata assolutamente possibile.
Tra il 1888 e il 1890 un elemento di spicco del gruppo è Pietro Borso, nato nel 1870 e fratello di Angelo. E' lui che nel 1889, appena conseguita la patente di segretario comunale, promuove la 'Benedetto Cairoli' ed il suo programma fatto di manifestazioni teatrali e bandistiche aventi lo scopo di amalgamare nella cittadina in un unico partito gli anticlericali monselicensi; nel giugno dello stesso anno commemora Garibaldi. Lo commemora anche l'anno successivo, nel giugno del 1990, in qualità di membro del direttivo della 'Società democratica' stigmatizzando il comportamento poco anticlericale del sindaco Tortorini che pure dalla Società Democratica era stato fortemente sostenuto nella campagna elettorale. Ammalatosi nello stesso mese, muore alla fine di giugno dopo una inutile operazione chirurgica.
4- Angelo Borso e l'amministrazione Tortorini. 1889-1895.
La nuova tattica politica inaugurata dai vari Borso, Galeno e Rizzetti nei primi anni Ottanta ottiene il suo primo grande successo con le elezioni amministrative del 1889. Facendo leva su un dissidio nato all'interno del clericomoderatismo monselicense, questi giovani riescono ad unificare tutti i liberali monselicensi in una lista che prevede, come sindaco, il moderato Alvise Tortorini e come programma i punti seguenti: "combattere il partito clericale", laicizzazione delle scuole femminili in mano
alle religiose locali, "togliere" al clero locale l'incarico di sovrintendente scolastico, eliminazione dei simboli religiosi negli ‘Istituti Pii’ da affidarsi ad elementi non clericali, "favorire" la cremazione considerata più igienica della inumazione. Tale programma, vera e propria summa dell'anticlericalismo positivistico ottocentesco, aveva ben poco però di socialismo: limitandosi a prevedere una qualche forma di sostegno finanziario comunale alle cooperative operaie.
Dopo la vittoria, Tortorini viene eletto sindaco di una giunta formata da due moderati e da due socialisti, cioè dall'ex anarchico Ferruccio Duner e dal neo ingegnere Angelo Borso. Tra il 1889 e il 1895 - tale è il periodo dell'amministrazione Tortorini - Angelo Borso assume altri incarichi politico amministrativi: nel 1892 è nominato membro della commissione per la scelta del medico, suscitando l'indignazione e le dimissioni per protesta dell'assessore moderato e farmacista Ferdinando Vanzi; nello stesso anno ha un referato per la pubblica istruzione; nel 1893 viene eletto con Duner membro della commissione vigilanza per le scuole. Nel 1894 firma il
documento che attesta l'agibilità del Teatro in cui intende parlare Carlo Monticelli; ma il Tortorini, negativamente influenzato dal nuovo segretario comunale Giulio Steiner e sfidando la sinistra che pure aveva contribuito in modo determinante alla sua elezione, nega con un pretesto l'uso dell'edificio.
I rapporti, all'interno dell'amministrazione liberale infatti, si deteriorano quasi subito. Il Tortorini non vuole o non può realizzare il programma anticlericale che pure aveva firmato: non lo vuole per temperamento e per mentalità; non lo può realizzare perchè il numero dei clerical-moderati all'interno del consiglio comunale si accresce ad ogni elezione supplettiva. Le accuse della sinistra poi, di una sinistra sempre più minoritaria, spingono il Tortorini nelle braccia dei moderati e in modo particolare nelle braccia del nuovo segretario comunale Giulio Steiner che diventa un po' l'eminenza grigia del municipio. E' la stessa abilità della sinistra, sempre molto preparata e battagliera, a consegnare nelle mani dello Steiner un Tortorini chiaramente privo di capacità amministrative e politiche autonome.
Il rapporto conflittuale tra la destra e la sinistra trae poi fondamentale alimento dalle varie elezioni politiche che vedono le due anime dell'amministrazione monselicense schierate in campi opposti. Da una parte Tortorini e Steiner nei comitati elettorali a favore dei vari candidati moderati; dall'altra parte Borso e Galeno impegnati in favore del radicale Antonio Aggio di Boara Pisani. Questi rimase in Parlamento tra il 1892, anno della prima vittoria, e il 1903, anno della morte; con una breve interruzione tra il 1895 e il 1897 che vide il suo posto occupato dal moderato rodigino Tullio Minelli.
5- Come Giovanni Bazzarello, Carlo Monticelli e Angelo Galeno, anche Angelo Borso è allontanato dalla sua cittadina- 1895-1898.
Esaurita l'amministrazione Tortorini nel 1895, l'ex sindaco rimane isolato nello scenario politico monselicense, inviso com'è ai clericalmoderati che aveva tradito nel 1889, e alla sinistra che aveva tradito nei cinque anni seguenti. Nasce così, in chiave antitortorini, una insolita lista formata da sinistri e clericali che batte i moderati puri e che vede, con Giovanni Pertile sindaco, Angelo Galeno entrare in consiglio comunale quale consigliere di maggioranza. Non vi entra il Borso che assume l'incarico di ingegnere comunale e che continua ad impegnarsi politicamente pel radicale Aggio ad ogni elezione politica. In veste di ingegnere firmerà, nel 1895, il progetto della loggetta sotto la torre dell'orologio, destinata ad ospitare il
busto di Vittorio Emanuele secondo. Questa loggetta, realizzata con molte peggiorative modifiche, verrà giustamente rimossa in epoca fascista da un Podestà molto sensibile alle bellezze architettoniche della cittadina.
Arriviamo così al 1898 quando muoiono molti personaggi simbolo della Monselice ottocentesca: dall'abate Evangelista de Piero che ha impersonato il potere clericale per oltre un quarantennio, a Don Francesco Sartori maestro dei giovani intellettuali della sinistra, a Giovanni Pertile sindaco a Monselice per qualche decennio. Nel 1898, dopo i fatti di Milano, la repressione si abbatte sui socialisti e sui cattolici. E a Monselice, approfittando del momento e con l'accusa di avere sparlato del governo, Giulio Steiner fa decadere Angelo Borso dal suo incarico costringendolo a lasciare la cittadina per andare a guadagnarsi la vita in Lombardia.
6- Angelo Borso e il palcoscenico.
Di Angelo Borso scrive l'amico Mazzocca: "L'ing. Angelo Borso, per la molta attitudine sempre da lui dimostrata, per la sua bella persona, per il simpatico timbro della sua voce e per la sua notevole intelligenza credo che se si fosse dato alle scene sarebbe riuscito un valentissimo artista". E scrive, sostanzialmente concordando, il Carturan: " Ricordo un figlio [di Carlo Borso], ingegnere di bella presenza, beniamino delle signore, di spiccata intelligenza, buon parlatore e fine dicitore. Mio caro amico, lo coadiuvai nelle sue recite di filodrammatico dilettante, in cui era abilissimo. Fu consigliere ed assessore comunale di partito democratico, e quale esponente di tale tendenza sostenne molte lotte.
Dedicatosi un po' troppo al culto di Bacco, morì ancora in giovane età in conseguenza di questo vizio. Il suo ingegno meritava una fine migliore". Egli, dunque, rimase nel ricordo di chi lo conobbe soprattutto per il suo fascino in società e per la sua abilità di attore dilettante.
La Filodrammatica, esauritasi verso la fine degli anni Settanta pel disimpegno del Caffi, rinasce alla fine degli anni Ottanta con Giuseppe Cesari, il dinamico segretario della Società Operaia nonchè responsabile della Filarmonica locale. Amico di Giovanni Galeno e del Rizzetti, anche il Cesari dunque, apparteneva al mondo che abbiamo tentato di raccontare nelle precedenti pagine. Nel 1889 la nuova Filodrammatica tenne due recite in sala Mori, che non recuperarono nemmeno le spese
essendo state volutamente boicottate dalla borghesia moderata locale; e che, naturalmente, rimisero in crisi il sodalizio.
Nel 1891 Angelo Borso si sposa con Ida Centanin, appartenente ad una agiatissima famiglia di antichi fittanzeri che s'erano trasferiti da Stanghella a Monselice nei primi anni del 1800. Fruttuoso Centanin, grande appassionato di cavalli e di teatro, negli anni Ottanta aveva messo in scena a sue spese la prima opera lirica a Monselice. Appassionata di teatro era pure la sorella Ida che, sposatasi col Borso, calcherà negli anni successivi e da dilettante la scena assieme al marito. Nel 1892 il Borso si fa promotore di una passeggiata benefica nella cittadina, abbinando in tal modo beneficenza e mondanità secondo un codice di comportamento sempre meno socialista e sempre più borghese.
Nel 1893, essendo morta nel 1890 e con il trasferimento a Milano del Rizzetti la 'Società del buonumore', sulle sue ceneri nasce il "terribile" 'Consiglio dei dieci'. Questo consiglio nel 1895, e con la direzione del vecchio Mazzocca oramai avviato sulla strada di un inarrestabile tramonto, porta sulle scene le commedie Un segreto di Lopez, La figlia di Jefte del Cavallotti e Il matrimonio di Alberto di Antona Traversi. Attore principale - oltre al Mazzocca affiancato dalla giovanissima figlia Ida destinata a diventare di lì a poco prima attrice giovane nella compagnia di Eleonora Duse - Angelo Borso. Col Borso e i Mazzocca recitano pure Luigi Zannoni e la signora Vittoria Canossa. Si trattava di una iniziativa benefica, di un gruppo di giovani intellettuali che - come ho già osservato - avevano di molto annacquato il loro impegno politico in nome di una cultura sempre più salottiera e sostanzialmente borghese.
Nel 1896, in un teatro finalmente restaurato, "la compagnia di dilettanti retta da Angelo Borso -[e quindi la quarta dopo quella dei fratelli Mazzocca, del Caffi e del Cesari-] porta sulla scena il bozzetto di Marenco, Giorgio Gandi. Venne interpretato benissimo, alla perfezione dai signori Morosetti, Zannoni, Borso, Steiner e dalle signore Centanin-Borso e Nonato. Precedette il monologo 'Lo sciopero dei fabbri', recitato dall'ing. Borso che riscosse numerosi applausi e chiamate. Chiuse la serata Amor in paruca di Gallina ove i tre esecutori Zannoni, Nonato e Florio furono esilirantissimi. Zannoni interpretava Menego la macchietta, P. Santato dirigeva l'orchestra".
Ingegnere comunale, direttore della Filodrammatica, presente nelle feste che il terribile 'Consiglio dei dieci' promuove, sposato con una ragazza di buona famiglia che condivide la sua passione per il teatro, Borso sembra molto meno impegnato in politica negli ultimi tempi. Ed è contro quest'uomo che si scaglia Giulio Steiner, nel 1898, per farlo sparire dalla scena monselicense. Ci penserà qualche anno dopo Angelo Galeno a vendicarlo, facendo leva sulle irregolarità commesse dal segretario moderato in municipio e costringendolo alle dimissioni. Scrive il Carturan, che dello Steiner è uno strenuo difensore: "Frattanto la sanzione disciplinare a carico del Segretario Giulio Steiner colpevole di indebite ingerenze era stata confermata con decisione del Consiglio di Stato dell'11 giugno 1904; erano stati infatti respinti sia il ricorso del Consiglio comunale che quello dello stesso Steiner, con la conseguenza che la posizione di quest'ultimo diveniva di per sè stessa difficile".
Angelo Borso non tornerà più a Monselice. Dalla Lombardia si trasferisce a Padova dove muore a soli 52 anni, nell'aprile del 1913.
7- L'opera.
Sono riuscito a recuperare, di Borso, solo una poesia ed una breve commedia. La poesia, di evidente derivazione monticelliana, evidenzia lo stridente contrasto tra una natura paradisiaca quale è quella dei Colli Euganei e le tristissime condizioni di vita di una popolazione sfruttata dall'usuraio, dal prete e dal gesuita; e destinata, a causa degli stenti, a morire di tubercolosi e di pellagra.
La breve commedia Confronti pubblicata a Padova nel 1904 per i tipi dello stabilimento Prosperini, appartiene all'ultimo periodo della vita dell'autore, quando si sono fatti evidenti gli effetti devastanti dell'alcool. Il ritorno alla provincia di origine, infatti - sulla base di alcuni indizi che proverò ad elencare -, pare si debba
collegare ad un fallimento insieme familiare ed economico.
I personaggi principali della commedia, che si amano ma che poi si separano per colpa di lui, si chiamano Angelo ed Ida: esattamente come il Borso e sua moglie. Forse - mi vien da pensare - nel lavoretto teatrale l'autore ha voluto raccontare trasfigurandola la storia del fallimento del suo stesso matrimonio. Il fatto poi che solo il giornale socialista "L'Eco dei Lavoratori" abbia tracciato un breve necrologio di un uomo che pure era legato ad una delle più eminenti famiglie della provincia (pubblicando una sua poesia rinvenuta tra le tante carte lasciate) sembra avvalorare la tesi di una progressiva deriva del nostro e di un suo conseguente isolamento rispetto all'ambiente borghese che pure lo aveva allevato.
Prima di pubblicare il lavoretto l'autore chiese un giudizio agli antichi amici che si espressero in modo positivo, ma tanto laconicamente da apparire ben poco persuasivi. Dice Ida Mazzocca:"La commedia I Confronti la trovai bella e soprattutto interessante"; afferma suo padre Giuseppe: "E' mio convincimento che il lavoro I Confronti debba piacere". Scrive infine Monticelli: "Ho letto i Confronti. La donnèe , è ottima".
"Il lavoro, invero modesto, risente del modello monticelliano, nel senso che rappresenta una feroce critica ai comportamenti morali delle classi benestanti, tesi tutte all'apparenza delle cose e non alla sostanza".
Questo giudizio, da me espresso oltre venti anni or sono, mi sembra ancora di poter confermare.
8- Bibliografia.
1- C. CARTURAN, Memorie di storia monselicense, Monselice 1990
2- G. MAZZOZZA, Memorie di un attore, Milano 1904.
3- T. MERLIN, Gli anarchici, la piazza e la campagna, Vicenza 1980.
4- T. MERLIN, Storia di Monselice, Padova 1988.
5- R. VALANDRO, A. Galeno, uomo e socialista a 50 anni dalla morte, Padova 1981.
6- ARCH. COM. di POZZONOVO, Busta sulle valli ( Test. di Carlo Borso senior ).
7- Alcuni giornali della provincia di Padova degli anni 1866-1913.
MONSELICE
Qui tra i miei colli è tutto un paradiso
Spira un'aura soave, è un ciel d'incanto
La natura si schiude ad un sorriso
Crescono i fiori alle fanciulle accanto.
Oh! come è bello il mondo, come è santo!
Come dolce il soggiorno in questo eliso!
Quivi esser noto non dovrebbe il pianto,
Nè‚ la ruga del duol solcare il viso!
Eppur tra questi fior, tra queste aiuole
Dove germoglia e palpita la vita
Dove risplende allegramente il sole
C'è chi in aspro lavor soffre, dimagra,
C'è l'usuraio, il prete, il gesuita,
C'è chi muore di tisi e di pellagra!
CONFRONTI
COMMEDIA IN UN ATTO
DI
(Salotto elegante in casa di Carlo)
IDA (avrà in mano un canestro di fiori) – A Lei mio bel signorino (Con bonar io rimprovero) un bottoncino di rosa… e poi un gelsomino di Spagna e una viola del pensiero. A Lei anche una viola mammola… era l’ultima del giardino ed ho voluto serbarla per Lei… brutto cattivo!
ANGELO (distratto) – E’ proprio vero?
IDA – Si verissimo… come è vero che un altro fiore ho qui nascosto; un fiore assai delicato, prodigioso…. Ma quello lo tengo proprio per me…. Poiché Lei non saprebbe certo (rimproverando) con quell’umor nero che ha, interpretarne il linguaggio!
ANGELO – Fanciullagini!
IDA (mortificata) – Già… m’aspettavo questa risposta. Sei ingeneroso!
IDA – Dio mio! Del linguaggio dei fiori. Eh già voialtri uomini non lo comprendete… o meglio non lo volete comprendere. (rianimandosi) Guarda è una margherita… sfogliala… sfogliala, pure Angelo mio… essa ti dirà tutto il mio affetto… il mio immenso affetto. Oh! Credi… l’oracolo non sarà bugiardo! (con dolcezza).
IDA (vedendo Angelo che sfoglia distrattamente la margherita e poi la getta quasi senza avvedersene esclama con dispiacere evidente) Angelo che hai?… Perché così indifferente… così sprezzante?… Dubiti forse di me?…
ANGELO – No, mio tesoro! (con effusione).
IDA (incalzando) – Ed allora questa tua freddezza ostinata che cosa è mai se non la conseguenza che tu non mi ami più?… che il tuo pensiero insegue forse un altro ideale?…
ANGELO (vivamente) – No, non è vero!… Il mio ideale sei tu… ed il mio cuore è tuo.
IDA – Ma la tua serietà….la tua tristezza?…. il tuo contegno glaciale?
ANGELO – Te l’ho detto altre volte che vari pensieri preoccupano la mia mente…. primo fra gli altri quello che i miei genitori ancora non mi diedero l’assenso pel matrimonio…. Sai bene…. Io debbo Loro rispetto ed obbedienza e quindi questo silenzio mi affligge… e mi fa temere…
IDA (vivamente) – Che cosa?… Ah si! Comprendo (amaramente) questo silenzio ti fa temere in un rifiuto da parte dei tuoi,.. e tu (con isforzo) dovendo Loro obbedienza e rispetto… è naturale…
ANGELO – Ma no! Non dico questo… ma…
IDA (proseguendo) – E’ naturale che questa povera illusa debba soffocare la voce dell’affetto che è il sole della sua vita… e rassegnarsi all’abbandono… non è vero? (Angelo fa per parlare mentre Ida incalzando) Eppure… vedi io ho qui davanti chiare, scolpite tutte le tue promesse… a grandi caratteri… anche quella che qualunque fosse la volontà dei tuoi genitori, il matrimonio… si sarebbe fatto ugualmente… Te ne rammenti? Oh si! Ma allora era l’amore che parlava in te… mentre oggi…
ANGELO (interrompendola) – Ida, credilo, ti amo, ti amo sempre!…
IDA (fissandolo con gravità) – Allora tu mi celi qualche segreto!
ANGELO (imbarazzato) – Segreto… no…
IDA (risoluta) – Negalo ancora… se puoi!… Ti conosco ormai intimamente e da’ tuoi occhi, dall’espressione del volto mi è dato indovinare tutte le lotte, le agitazioni dell’animo tuo. Dimmi… perché da qualche tempo non sei più gaio e sereno quando mi sei presso! (con dolcezza) Te ne ricordi? Una volta venivi lieto… mi recavi un fiore… un bacio, ed eri tutto amore, tutto gentilezza, tutto poesia! (amaramente) Ed ora quanto mutato!
ANGELO (vivamente) – Io mutato? T’inganni! Ti vidi la prima volta e mi parve ritrovare l’angelo consolatore della mia inquieta esistenza… Vidi realizzato lo splendido sogno della mia giovinezza. A te consacrai i pensieri più alti, i moti puri del cuore, le aspirazioni febbrili dell’anima ardente… Non dubitare Ida del mio affetto! Credimi, per quanto ho di più sacro ti amo… ma (vorrebbe parlare, ma si pente rimanendo esitante).
IDA (con forza) – Ma che cosa?… dimmi, dimmi, voglio saper tutto. Per quanto grave e dolorosa sia la rivelazione saprò essere forte… Dimmi, dimmi tutto Angelo mio.
Arturo e detti
(Arturo entrando dal fondo con fare gaio – e soffermandosi alquanto – mentre i due fidanzati tentano di ricomporsi alla calma. – Arturo vestirà elegantemente, senza affettazione, ed avrà passata la cinquantina.
ARTURO (declamando) –
“ Quali colombe dal desio chiamate
“ Con l’ali aperte e ferme al dolce nido.
Questa volta mi sbaglio… le colombe sono ferme ma le ali sono ancora chiuse al sospirato volo.
IDA (con rispettosa confidenza) – Sig. Arturo buon giorno!
ANGELO – Sii il benvenuto! Felice te cui il buon umore non manca!
ARTURO – Certamente! Si vive una volta sola ed ho pensato che è meglio munirsi di filosofia, prendere con calma le vicende più o meno aspre del nostro breve pellegrinaggio e, ridere! Tanto è tanto anche a mostrarci malinconici non v’ha alcuno che si muova per sanarci le piaghe. Dunque allegramente! (scorgendo i fiori sul tavolo) – Oh! Guarda! Le colombe coll’olivo simbolo di pace hanno qui recato i fiori più belli per intrecciare amorosamente ed in anticipazione, il modello della ghirlanda nuziale. Bravi, queste possono dirsi le prove generali e ve ne facevo complimenti ed auguri! (poi accorgendosi della loro serietà)… Ma perché così seri… così accigliati? Ah capisco! Una nuvoletta passa ad offuscare momentaneamente il sereno del vostro bel cielo! Già, qualche piccola lotta, un lieve rimbrotto e poi, e poi il cielo d’un tratto si rasserena e la pace ritorna irradiata dal sole splendido, coronato dalle promesse più belle, più feconde!… A Lei Signorina che mi sembra la meno terribile (con fare dolcemente canzonatorio), mi dica qual è di grazia la causa del suo malumore?… Via , sono vecchio amico di casa e, con me, può aprirsi liberamente. E tu pure lo potresti (con lieve rimprovero), ma ti lascio in quiete per ora… conosco i tuoi nervi!
IDA (amaramente) – Oh lo lasci pure in pace, lo lasci solo co’ suoi pensieri.., forse coi nuovi sogni! Non ha più tempo Lui di occuparsi di me! Sono le nuove aspirazioni che lo affascinano ormai… ed anche i vecchi piaceri… già gli sport, la caccia, il ballo, la scherma e che so io?… Quanto a me…
ANGELO (interrompendola) – Ma insomma finiamola Ida, non essere a tua volta ingenerosa… Certi argomenti sono fuori posto… Non ti ho detto prima…
IDA (vivamente) – Che cosa?
ARTURO (interrompendola) – Via Signorina, lasci a me la cura di mettere all’ordine il suo Angelo, divenuto per poco ribelle! Lucifero non mi spaventa e vedrà che data la condizione di cose saprò agevolmente appianare la facenda. Creda… Gli argomenti persuasivi non mi mancano. Ella vada intanto a fare un bel bacione al suo papà... gli porti i miei saluti; poi scenda in giardino a cogliere degli altri fiori, ed al suo ritorno troverà dissipate le nebbie, e rasserenato il cielo. Ah! Ah! (ride di compiacenza).
IDA - Ebbene, sì vado, perché… (commossa) perché me lo dice Lei che è tanto buono e mi consiglia pel bene… ma, sa Sig. Arturo, quel Signore là non mi ama più, ne ama un’altra, forse.
ANGELO – Ma Ida!
ARTURO – Oh insomma finiamola! Sia obbediente, si ritiri e lasci fare a me!...
IDA - Sì vado, vado… e mi perdoni! (fra se) Dio! Quale triste presentimento (esce).
Angelo ed Arturo
ARTURO – Che tesoro di fanciulla! (poi volgendosi ad Angelo). Ed ora a noi due mio… furibondo Oreste. Dimmi la verità: questo tuo malumore è l’effetto di una cattiva digestione, oppure è conseguenza di uno dei tuoi soliti colpi di testa?!
ANGELO – Non celiare… senti.
ARTURO (interrompendolo) – Non voglio sentir nulla! Ascolta tu invece quello che ti dico io e persuaditi che non è generoso, né ben fatto il trattare così una fanciulla che è un angelo.
ANGELO – Oh senti Arturo! E’ vero tutto quello che dici. Ida è una creatura angelica che aggiunge alla bontà la gentilezza, l’educazione ed ogni altra prerogativa che rende ambita ed invidiata una donna, perciò io l’amo, l’amo immensamente, ma…
ARTURO (interrompendolo) – Ma che cosa?…
ANGELO (risoluto) – Ma cause imperiose, gravissime si oppongono al nostro matrimonio!
ARTURO (con viva sorpresa) - Scherzi o diventi matto?…
ANGELO – Ti dico e ti ripeto con tutta la serietà possibile che la mia affermazione è vera e la mia decisione irrevocabile.
ARTURO – Irrevocabile?!!
ANGELO – Si!
ARTURO (pausa – poi molto serio) – Allora senti: prima che tu mi abbia detto quali sieno queste cause imperiose e gravissime (marcando la parola) poiché me le devi tutte… permettimi che, dimenticando il mio solito gaio umore, le mie facezie, ti apra liberamente e seriamente l’animo mio. E’ a me, a me solo che tu devi di essere entrato in questa casa divenendo il fidanzato della Signorina Ida. Amico di suo padre, dell’ottimo Sig. Carlo, e ad un tempo amico tuo sebbene da lunga data, conoscendoti sventato sì ma buono in fondo, ho creduto di far bene a combinare, come si dice, questa unione. Perdio! Era bene assortita! Tu un bel giovanotto, istruito, con un blasone per giunta (lasciamo andare i peccati chè tutti ne abbiamo) Lei… tralascio di tesserne le lodi, poiché dovresti conoscerla… e se non l’hai conosciuta e compresa peggio per te! Ed ora… ora mi sento dire freddamente che questo matrimonio è impossibile, che ragioni imprescindibili vi si oppongono! Ah! Ma non sai che con la tua è impegnata anche la mia parola e che data la tua determinazione inconsulta il fatto di averti introdotto in questa casa costituirebbe per me un tradimento dell’amicizia, dell’ospitalità! Oh! Guai a te Angelo se manchi alla parola data!
ANGELO – Guai?!!
ARTURO – Si… guai! (risoluto).
ANGELO – Sai bene che non voglio subire intimidazioni da chicchessia, e perciò neppure amo subirne da te! Comprendo il tuo sdegno e mi duole soltanto ch’esso mi costringa a farti una rivelazione che avrei preferito tacere per ora. Tu mi vi sforzi in modo che non ammette esitazione alcuna. Orbene! Sappi che io non potrò mai divenire lo sposo della Signorina Ida, poiché Suo Padre….
ARTURO (con ansia) – Ebbene, Suo padre?…
ANGELO – Sì, l’ottimo Sig. Carlo come lo chiami tu, come lo chiamano tutti è un delinquente… un omicida!
ARTURO (inorridito e scattando) – Non è vero… tu menti!
(Durante le ultime parole di Angelo il Sig. Carlo, che stava per entrare a sinistra dello spettatore, si sarà soffermato un istante in maniera da udirle, poi ritirato subito, tanto che i due, infervorati nel dialogo non s’accorsero di lui).
ANGELO – Bada!…(minaccioso)
ARTURO (ricomponendosi) – Mi sembra di sognare!…No, non è vero… non può essere vero!
ANGELO (incalzando) – Bada Arturo!
ARTURO –Hai ragione (amaramente) . Comprendo dove vai a finire! Io ti do spontaneamente, naturalmente una smentita sotto l’incubo di un dolore acuto, di una rivelazione straziante, e tu corri tosto col pensiero ad una riparazione! E’ un duello che vorresti, non è vero! Quasi tutti così questi gentiluomini blasonati. Sulle labbra la parola dolce e ingannatrice… e nella destra la spada sempre sguainata, per poter quindi saldare a buon prezzo le partite!.,. (moto vivissimo di Angelo). Sai che io detesto…
ANGELO – Ma permettimi.
ARTURO (scattando) – Permettimi di continuare. Detesto il duello, lo sai, come uno dei peggiori avanzi delle barbarie… malgrado ciò sotto questa bonaria e gioviale apparenza non si cela l’anima del coniglio! Quindi sono “se credi” a tua disposizione.
ANGELO – Oh Arturo, smetti la collera, l’ironia amara, e ritorna alla questione essenziale; io non volli già chiederti una riparazione, ma bensì respingere una smentita che non meritavo. Infatti…
ARTURO (rimettendosi). Infatti hai ragione… il colpo tremendo, quanto inaspettato, m’aveva fatto perdere il sangue freddo!.., Dimmi dunque ora con tutta la calma possibile come sei venuto a conoscere questa storia dolorosa.
ANGELO – Ecco: quando scrissi a mio padre chiedendogli l’assenso pel matrimonio egli vi si oppose adducendomi appunto come imprescindibile ragione la colpa del Sig. Carlo.
ARTURO – E… i particolari?
ANGELO – Promise comunicarmeli verbalmente quando verrà…
ARTURO – Non bisogna indugiare… Scrivi subito… telegrafa… fa mestieri assolutamente chiarire la cosa, vedere quali sieno state le cause, quali le attenuanti. Dio mio! C’è da perdere la testa!… E da chi apprese il fatto tuo padre?
ANGELO – Da un suo amico intimo che abitava a Ravenna… patria del Sig. Carlo… dove appunto si svolse il dramma.
ARTURO – E quale condanna ebbe a subire pel suo delitto?…
ANGELO – Ecco un altro particolare che ignoro… ma in ogni modo io credo superflua ogni ulteriore ricerca, e data la circostanza terribile il solo partito che mi rimane è quello: essere forte, soffrire, dilaniarmi il cuore, ma… obbedire alla volontà di mio padre… Io abbandonerò immediatamente questo caro luogo… dove avevo riposto un immenso tesoro di affetti, ritornerò presso la mia famiglia… e…
ARTURO – E… la fanciulla… povera innocente?… Non pensi tu che colla tua decisione repentina rechi un colpo mortale a quella povera disgraziata… facendole cadere sul capo tutta la responsabilità della colpa paterna, e recidendo in un istante il fiore dei suoi belli anni giovanili. Dimmi che cosa avverrà della buona Ida.,. di questa perla bianca, dal cui volto spirano la grazia, l’innocenza, il candore… quando tu le infliggerai il doppio immeritato strazio di un dolore e di un disinganno crudele?! Pensa all’avvenire di questa martire. Hai tu forse il diritto per un pregiudizio sociale… di sacrificare… di far vittima un’innocente?
ANGELO – Pregiudizio lo chiami?
ARTURO – Sì, pregiudizio!
ANGELO – Tutt’altro! Per me è invece rispetto alla mia famiglia, al blasone, alla fama onorata di mio padre, de’ miei congiunti, de’ miei avi… i quali proverebbero orrore… al solo pensiero di unire il proprio ad un altro nome non illibato! E’ cosa che abbiamo succhiato col sangue materno ciò che tu chiami un pregiudizio… per noi è religione di casta… a cui siamo tutti devoti… e che teniamo in gran conto. Vogliamo insomma tramandare puro ed intatto il blasone…
ARTURO – Oh ci siamo! Me l’aspettavo! E sei tu sicuro, disgraziato, che anche riandando la vita de’ tuoi avi, quella de’ tuoi parenti che son vivi, troveresti che tutti… proprio tutti, abbiano sempre tenuta alta la nobiltà del sangue, la dignità del Casato?… la purezza del blasone! Vi sono certe colpe che, nell’alta società specialmente, passano col nome di scappate giovanili, che la legge non punisce e che rivestono maggior gravità che non ha il fatto di uccidere un uomo… sotto date circostanze, o provocazioni… Per me ad esempio è un atroce delitto quello di abbandonare una donna dopo averla vilmente tradita… ed è cosa che taluni, cosidetti gentiluomini, si compie leggermente, impunemente, battezzandola col nome di avventura galante. Infamia la chiamo io! Ne convieni?…
ANGELO (imbarazzato) – Ne convengo!
ARTURO – E convieni pure che ogni uomo o meglio ogni creatura umana debba essere figlia soltanto delle proprie azione… di guisa che la colpa dell’una non debba ricadere mai sull’altra, per quanto stretti sieno i vincoli del sangue che le uniscono?…
ANGELO – Ne convengo… ma…
ARTURO (interrompendolo) – Ma nato e cresciuto nel pregiudizio.., non cedi nemmeno di fronte alla mia logica stringente… e corri diretto per una via pericolosa ed oscura… Animo! Sii uomo ed ascoltami! Invece di prestar fede alle ubbie della mente, segui la voce del cuore e…
ANGELO – Arturo! Tu mi chiedi una cosa impossibile!
ARTURO – Impossibile! No! Tu devi far parlare la coscienza… ed obbedirla. Per ora va al telegrafo. Che tuo padre ti scriva con sollecitudine i particolari e poi vedremo.
ANGELO – Questo è tutto ciò che posso fare. Vado e fra pochi minuti sarò di ritorno (per partire).
Carlo e detti
CARLO – Un momento!
ARTURO – Sig. Carlo! (con un inchino)
ANGELO (ritorna sul davanti della scena).
CARLO – Anzi tutto debbo dichiarare (serio e grave, dopo pausa) che ho udito…. La parte importante e grave del loro colloquio… (sensazione) ciò non si deve ascrivere a mia indiscrezione, ma sibbene al semplice caso. Stavo per entrare quando la rivelazione del Signore (accennando Angelo) mi arrestò… sulla soglia… Non visto,.. potei udire…. (pausa… poi reggendosi con isforzo)…e controllare!… Il racconto che le ha fatto il Conte Angelo Arnaldi… sul mio fallo… sul mio passato… non è che la pura verità!…
ANGELO – (Dio mio!)
ARTURO – Che dice mai?!
CARLO – Io sono un omicida.,.. (sarà grave e commosso): Quanto alle spiegazioni… ai particolari del fatto… non fa mestieri ch’Ella (ad Angelo) incomodi davantaggio il Suo Sig. Padre… dirò tutto io serenamente, dettagliatamente… dall’a fino alla z…ciò che riguarda la mia colpa giovanile ed al cospetto anche di mia figlia.
ARTURO – Badi Sig. Carlo alle conseguenze di tale sua determinazione; pensi che sua figlia è giovane, sensibilissima, sotto l’impulso di un primo amore, e che una scossa violenta potrebbe riescerle anche fatale…
CARLO (non prestando ascolto alle parole di Arturo va con passo risoluto al tavolo e suona il campanello).
SCENA Va
Cameriera e detti
Cameriera – Ai suoi ordini.
CARLO – Dite alla Sig.na Ida che suo padre desidera…
ARTURO (interrompendolo) – Ma Sig. Carlo….
CARLO (incalzandolo) – Dite alla Sig.na Ida che suo padre vuole che venga subito!…
Cameriera – (Fa un inchino ed esce).
Ida e detti
IDA (con dolcezza andando incontro a suo padre) – Hai desiderata la mia presenza. Eccomi babbo, che vuoi?… (accorgendosi del suo pallore). Babbo mio.., sei pallido… ti senti male!
CARLO – Nulla. Sto bene… Bene assai, specialmente quando mi sei vicina. (La guarda e la bacia in fronte, evidente emozione, pausa). Ho desiderato, anzi voluto che tu pure fossi presente alla mia confessione.
IDA – Confessione? Che dici mai!
CARLO (gravemente) – Tua povera madre ebbe da me il divieto di fartela prima e, nella sua assennatezza mantenne fedelmente il segreto. Ora è giunto il momento solenne, il momento decisivo, per la tua, per la mia vita e soprattutto pel tuo avvenire. Debbo parlare e parlerò. Ascoltami attentamente e poi mi giudicherai.
IDA (con vivissimo interesse) – Parla, ti ascolto babbo mio!
CARLO – Sappi adunque, sappiano tutti che io sono un omicida!
IDA – Dio mio! Non è vero… dimmi papà mio che non è vero!
CARLO – Purtroppo è vero! Questo è il segreto che non ti fu svelato da quella Santa creatura di tua madre. Il Sig. Conte sapeva di questa mia colpa… ed amava conoscere anche i particolari. Ecco quindi in brevi parole la storia lagrimevole, (sarà forzatamente calmo dapprima, ed andrà gradatamente animandosi). Giovane a venticinque anni rimasi orfano e tutore dell’unica sorella, la povera Emma. Ella aveva sedici anni ed era assai avvenente. Un amico mio intimo, che dico? Un fratello, pure giovane e simpatico frequentava la nostra casa. Come è naturale la scintilla divampò, ed i due giovani si amarono e si scambiarono promessa di matrimonio. Lui me ne aveva fatta domanda formale ed io non dubitavo della sua parola ritenendolo un perfetto gentiluomo. Un giorno però mi accorgo d'un cambiamento d'umore... d'insolito turbamento nella Emma. La interrogo serio, preoccupato sulle cause del suo dolore visibile e la esorto ad essermi franca. Essa esita dapprincipio, ma poi finisce col confessarmi che il suo fidanzato, il mio più caro, intimo amico, l’aveva abbandonata e che s’era anche promesso ad un’altra.
IDA – Che infamia!
CARLO – Ma c’è di più.,, l’infelice s’era abbandonata a quel tristo… era divenuta colpevole! E’ fatale che la virtù si dissolva come la nebbia al vento agli ardori giovanili!… Cieco, adirato… non concepisco che il pensiero della vendetta. Prendo da un cassetto una rivoltella, che tenevo sempre carica, ed esco di casa, pazzo, disperato dal dolore. Proprio vicino all’abitazione della sua nuova fidanzata m’imbatto in Lui… il traditore. Lo fermo e naturalmente gli chieggo spiegazioni. Per tutta risposta mi insulta, mi scaccia come un mascalzone… io protesto, ed egli tenta perfino di percuotermi con la mano sul volto. Allora, sparo uno, due… non so più quanti colpi e lo sciagurato stramazza al suolo cadavere!
IDA – Dio mio!
ANGELO – E’ raccapricciante!
ARTURO – E… il seguito Sig. Carlo?
CARLO (ricomponendosi alquanto) – Il seguito è breve. Andai tosto a costituirmi… subii per alcuni mesi il carcere preventivo, poi comparso alla Corte d’Assise i giudici mi assolsero… ma nel frattempo la povera Emma morì di dolore. Ecco tutto… ecco la colpa espiata amaramente… in tanti e tanti anni di sacrificio, di rimorsi, di abnegazione.., d’indicibile strazio… (è commosso, piange).
IDA (abbracciandolo) – Oh babbo mio! Tua figlia ti perdona e ti bacia,..
ARTURO (sarà commosso, poi avvicinandosi ad Angelo) – Ebbene che ne dici?
ANGELO – La questione ha delle forti attenuanti, ma si poteva rimediare… più convenientemente…
ARTURO (ironicamente) – Sì, per esempio con un colpo di sciabola,.. con un duello.
ANGELO – E perché no?…
(Questo dialogo viene udito dal Sig. Carlo e da sua figlia. Ida sarà commossa, ed avrà rivolti frequenti sguardi ad Angelo che mostra assai titubante e risoluto a perseverare nel pregiudizio):
IDA (al padre) – Nemmeno uno sguardo,.. una parola d’incoraggiamento da Lui…
CARLO – Oh è naturale (forte) Il Sig. Conte nella sua equanimità… nella illibatezza del suo carattere e de’ suoi costumi… non saprebbe certo trovare una parola di perdono… per un disgraziato mio pari, né tollerare che il suo Casato patisse… l’onta d’unirsi al nostro… E giusto…
IDA (piangendo) – Quale strazio… babbo mio!…
CARLO – E’ giusto.,. ch’egli non si commuova neppure… poiché certe miserie non lo toccano… (con accento agitato)… Una storia però ho appreso… la quale potrà scuotere le fibre sensibili del Sig. Conte… (movimento di Angelo, viva attenzione di tutti). E’ anche questa abbastanza breve,
(Durante questo racconto, Angelo che non pensava certo d’essere scoperto: dovrà far apparire chiaramente la sua vergogna, il suo imbarazzo, il suo soffrire).
Vivevano lieti nella tranquilla soavità delle colline della Brianza due giovani sposi. Un elegante giovinotto amante degli sport, blasonato per giunta, ed amico intimo del marito frequentava la loro casa. Amato, stimato, desiderato… sempre bene accolto… Il credereste?.,. Questo gentiluomo, per modo di dire, anziché rispettare i doveri sacri dell’ospitalità, pensa bene di tendere i lacci alla Signora… che se era un fiore di beltà e gentilezza, non si può dire però che fosse un fiore di virtù… Il marito sulle prime dubita e poi finisce collo spiare ed accorgersi che vi era la colpa…(moto vivissimo di Angelo) Orbene, questo marito invece di armarsi e fare giustizia come ho fatto io… trova opportuno, conveniente, di definire la vertenza con una partita d’onore. Il duello si compie alla spada, senza esclusione di colpi, sotto le condizioni più gravi, insomma… Fatalità! Al quarto assalto un colpo di spada ferisce al cuore il povero marito che muore proferendo il nome dell’adorata ed infelice compagna.
IDA – Ma questa storia babbo mio!…
ARTURO (traendo Angelo) – Altro che purezza di blasone.
CARLO – E’ verissima, e costituiva un altro segreto, che mai ebbi il coraggio di rivelarti… perché mi doleva di doverti strappare alle illusioni di un primo amore. I dettagli particolari potrà questa volta esporli il Sig. Conte Angelo Arnaldi che fu appunto il seduttore…
ANGELO – Signore!
IDA (andandogli incontro con fare risoluto e con accento fra la commozione e l’ira) – Di che non è vero! Dimmi che mio padre ha mentito!… che sei innocente!
ANGELO (soggiogato dallo sguardo fiero di Carlo vorrebbe difendersi e non può, finisce coll’accusarsi abbassando il capo confuso).
IDA – Ah vile! mentitore! (come parlando tra sé) chi l’avrebbe creduto? E dire che poco dianzi da quelle labbra menzognere sgorgavano le frasi più nobili, i propositi più seri, i giuramenti più sacri! E mentiva! Mentiva con una apparenza di sincerità da ingannare Dio istesso! E parlava di sogni puri, d’aspirazioni ardenti, di poesia sublime… lui… che aveva calpestati cinicamente i tesori tutti dell’amicizia, ed ora osava passare coll’immondo piede su quelli dell’amore! Ah no! Iddio non ha permesso che anche di me tu facessi una vittima! e l’occasione, dolorosa sì, ma decisiva, non tardò a presentarsi. Ha influito tanto in te lo stupido orgoglio di un blasone tarlato, di una nobiltà decrepita, che per non contaminarla davantaggio rinunciasti in un attimo al fulgido sogno della nostra giovinezza, come tu chiamavi per celia e come per me infatti era… consacrato nel tempio del mio vergine cuore! Non importa, va!… riprendi la lubrica via… non sei degno di me (marcando) e neppure di lui (accennando al padre). Vedi i confronti! Egli pure ebbe la colpa che espiò con tanta amarezza, con tante lagrime, con tanti anni di abnegazione e di sagrifici. Ma quanta differenza tra i due moventi che vi spinsero alla colpa! Egli divenne delinquente per vendicare l’onore offeso… tu… lo divenisti dopo averlo calpestato… dopo aver profanato il santuario di una onesta famiglia che ti ospitava credendoti un gentiluomo. Va, mi fai orrore! Ed io qui rimango altera accanto a questo vecchio, la cui macchia di fronte alla tua scompare come la pallida luce di un lucignolo davanti a quella smagliante del sole!… Non ho pregiudizi io ed obbedisco solo alla voce della coscienza! Ed è per la coscienza vedi, che faccio uno strappo crudele al mio cuore… è per la coscienza che tu non hai (moto di Angelo, Ida incalzando) che non sai cosa sia… che io soffoco nell’intimo dell’animo tutte le illusioni d’un primo affetto… e col cuore sanguinante ma libero e fiero i dico va.., allontanati… va non sei degno! Va!…
(Ida sarà concitatissima e vicina al padre suo; dall’altro lato Angelo in preda a vivissima commozione tormentato dai sentimenti più tristi. Alla intimazione di Ida, Angelo risoluto si avvia alla porta, Arturo lo segue con vivo interesse. Giunto alla soglia Angelo si sofferma e volge un ultimo sguardo ad Ida. Arturo senza parlare stringendogli la mano vorrebbe interrogarlo, ma Angelo in tuono desolato esclama):
ANGELO – Vado!… So che cosa mi resta a fare per espiare…
ARTURO (interpretando sinistramente le parole di Angelo e solenne) – Bada a quello che fai. Per espiare bisogna vivere e soffrire!…
(Cala la tela)