L'argomento
La Piazza
1879 - NASCE LA PIAZZA
"Costruire fra noi una piazza era questione di necessità per dare comodo al mercato e togliere dai portici il commercio girovago che impedisce la libera circolazione, era una necessità per fare sparire dal cuore del paese delle fabbriche indecorose... L'avvenire del paese deve attendersi dal commercio e dalle industrie. Sulla futura piazza in maggior quantità potranno affluire e partire le nostre derrate il prodotto dei nostri vigneti. I nostri agricoltori faranno maggiore tesoro dei vantaggi dei nostri colli coltivando specialmente frutta e legumi, prodotti che non sono mancati nella vecchia piazza. Dare una piazza a Monselice non vuol dire solo fare largo, ma... scuotere delle forze economiche che paiono assopite, significa migliorare le condizioni del commercio." Perché, fino ad allora, una piazza ancora non esisteva. E ne approfittavano i giovani estensi - in quegli anni di esasperato campanilismo - per deridere i monselicensi. Si racconta, al proposito, che un giorno vennero in carrozza per cercare, coi fanali... la piazza inesistente. C'era un piccolo spazio, essendo parte della superficie della piazza attuale occupata da una serie di casupole. Inoltre, sul terreno libero, ad ogni temporale si abbatteva una quantità enorme di detriti provenienti dalla vicina cava. E non si poteva più passare, almeno fino a quando gli uomini del comune non fossero intervenuti con carretti e cavalli a raccogliere il pietrame. Nel giugno del 1881 s'era rinnovata la macchina dell'orologio comunale il cui disco, finalmente illuminato dal "gaz", permetteva di leggere le ore anche di notte. Ma la pressione del "gaz" corpo leggero che pare finora si trovi a disagio in questo paese della "trachite" a causa delle eccessive variazioni dava non pochi problemi.
1881 - IL POTENTE DI TURNO
Solo nel maggio del 1881 si decise di procedere alla demolizione delle casupole. Ma non si volle abbattere anche una casetta che apparteneva all'ospedale. Anzi il comune "ha comprato la casa per regalarla ad un privato accordandogli per giunta lire 200 perché se l'abbia a restaurare". Insorse di conseguenza la popolazione che mandò una petizione al sindaco con moltissime firme perché "la gente sa che non si tratta solo di un errore, ma di qualcosa di peggio ". Il fatto è che anche allora chi aveva il potere ne approfittava. "Speriamo che chi è direttamente interessato all'affare, pensando alla posizione che occupa, ed ai mille riguardi che la carica dovrebbe imporgli, senta tutta la sconvenienza delle chiacchiere che si fanno e rinunzi spontaneo ad un guadagno che gli toglie in paese autorità e stima".
Invece il misterioso personaggio - con molta probabilità un amministratore - se ne infischiò del giudizio dei suoi compaesani. I quali, inviperiti, mandarono una petizione al prefetto. Ma non ottennero soddisfazione alcuna. Scrive infatti un corrispondente, nell'agosto 1884, che le casupole, sono state demolite, ma quella dell'ospedale, regalata ad un privato, è stata ricostruita "offrendo al nuovo spazio plateale il frontespizio d'una reggia in miniatura anzi in 64ø".
In ogni caso c'era ancora della strada da percorrere per giungere al completamento della piazza. La Giunta infatti, in quell'agosto, non riuscendo a trovare un accordo sul tipo e sulla forma della pavimentazione, decise di rinviare ogni decisione.
1886 - ILLUMINAZIONE A "GAS"
"Monselice - prima fra le città del veneto che non sono capoluogo di provincia, sta per inaugurare nelle sue contrade l'illuminazione a gas. Diciamo sta per inaugurare, ma la cosa sta allo stato di progetto. Si tratterebbe di adottare il gas cosiddetto Ferrario, dal nome del suo inventore. Questo gas si estrae dal petrolio ed esige un modesto impianto per l'officina. A parità di volume col gas ordinario, sviluppa una sostanza luminosa cinque volte maggiore; non è esplodente e, infine, costa meno. All'Hotel Firenze, a Mlano, venne introdotto il gas Ferrario".
Quando è quanto racconta un corrispondente il quale poi si dilunga su particolari abbastanza interessanti. Il nuovo impianto metterà a disposizione del municipio e 150 fiamme e altre 200 per i privati. La spesa è calcolata in diecimila lire annue di cui seimila andrebbero a carico degli utenti privati. Il tutto con un risparmio notevole, specie se si tiene conto che il petrolio è destinato a scendere molto di prezzo.
Mi par di capire che il progetto dell'illuminazione sia andato in porto, almeno leggendo un "pezzo" sull'inaugurazione della piazza. "Ci fu un grande concorso di gente, pare una grande città. La piazza dopo una lunga serie di vicende venne finalmente sistemata. Opera ben riuscita salvo un po’ di indisciplina dei candelabri che non vogliono rispettare alcuni ordini di file. La banda, sotto la direzione del nuovo maestro (trattasi di Paolo Santato), non pare quella di prima: contegnosa disciplina nei suonatori, piena armonia nelle strumentazioni diligenza ed esattezza nell'esecuzione del programma. Il corpo filarmonico - avverte ancora il corrispondente che pare più attratto dall'orchestra che dall'inaugurazione - sarà tra i più accreditati della provincia".
Qualche giorno dopo il sindaco, per venire incontro a Toffoletto che s'era sentito ingiustamente trascurato dall'articolo, manda una lettera al giornale in cui informa che" l'opera di pavimentazione di questa piazza ed incanalamento delle acque (perché i sassi della cava non scendano più in piazza) discendenti dalla Rocca, si deve al merito di questo ingegnere comunale Ferdinando Toffoletto.
1895 - LA LOGGETTA DI A. BORSO
Nel 1892 si pose il problema di restaurare, ovvero di abbattere, "appiedi dalla torre di piazza una indecente baracca che sta per sfasciarsi e che ebbe nei tristi tempi della nordica dominazione l'alto onore di servire a corpo di guardia della austriaca milizia". Il consiglio, infatti, pensò collocare al suo interno il busto di Vittorio Emanuele 1ø. Abbattuti infine "la catapecchia" e sostituita da una loggetta in stile corinzio progettata dall'ingegnere Angelo Borso, il busto del Re venne inaugurato nel 1885. Particolare curioso. A proporre di inaugurarlo - ma alla data laico- garibaldina del 20 settembre - fu l'ex garibaldino Zoppelli, probabilmente titolare dell'anonima tipografia. Acceso repubblicano e assessore di una giunta "anomala" formata da clericali e democratico-sociali in opposizione agli odiati moderati (e pertanto una specie di connubio tra il diavolo e l'acqua santa) Zoppelli dovette ingoiare il rospo di inchinarsi alla monarchia. Ma anche i clericali ebbero i loro amaro boccone, dovendo accettare le data "garibaldina" . All'inaugurazione parlò, tra gli altri, il sindaco Pertile che, in coerenza con la maggioranza che lo sosteneva, disse che sull'unità italiana non avevano senso le antiche divisioni...
1887 - ILLUMINAZIONE ELETTRICA
Nel febbraio del 1887, se pure in via provvisoria, per la prima volta la piazza conosce l'energia elettrica. "Se la sono passata divertendosi assai il giovedì Grasso.
Il corso mascherato riuscì benissimo, per la varietà di equipaggi, l' eleganza dei carri tirati da buoi. Benissimo pure i filarmonici. L'arena era illuminata da luce elettrica a cura del signor Mantovani" . Anche nel 1895, del resto, in inaugurazione della Loggetta del Borso, la piazza era stata illuminata elettricamente a cura del prof. Cesare Ghirardini. Solo nel 1894 affrontato seriamente il problema del nuovo tipo di illuminazione contattando la società Caldiera e Rubbi, proprietaria dei mulini di Battaglia la quale dette inizio alle pratiche per poter attivare a Monselice un servizio stabile.
tale servizio, con tutta probabilità cominciò a funzionare nel 1896 perché in quell'anno il teatro risulta illuminato elettricamente. Nel 1898, a giugno, un primo commento. Funziona bene - scrive un corrispondente - ma la corrente viene data solo alla sera e l'erogazione si interrompe durante il giorno. "Nei giorni di maltempo i negozi per avere luce sufficiente devono usare il petrolio".
1919 - IL NOVECENTO
Poi la "storia" continua, per tutto il novecento, trovando nella piazza il suo più naturale palcoscenico. Dalle tumultuose manifestazioni socialiste del 1919-20, alla sparatoria dell'ottobre 1920. Sparatoria degli agrari sui manifestanti in sciopero, e preludio della feroce repressione agraria, fascista-agraria e fascista, del 1921-22. Dalla costituzione ufficiale del Fascio alla data provocatoria del primo maggio 1921, all'uccisione del carrettiere diciottenne Pasquale Usaggi, ad opera di uno squadrista. (Ed una pietra incisa dai suoi montericcani quella stessa sera ancora lo ricorda). Dalle oceaniche manifestazioni della proclamazione dell'impero e della entrata in guerra allorquando il Fascismo godeva del massimo consenso, al comizio del giorno della Liberazione.
Perché, anche partendo da una piazza, dalla piazza di una cittadina di provincia, è possibile scrivere la "grande" storia.
Riviera Belzoni
1820 - LE GAZZELLE EGIZIANE
Nel 1820 la famiglia dell'avventuriero ed archeologo Giovan Battista Belzoni (nato a Padova nel 1778 e morto a Gato nel 1832)" si trasferì a Monselice, ai piedi dei colli Euganei. Qui si sperava che la vecchia madre Teresa trovasse un beneficio alle sue continue emicranie. La nuova casa aveva poi un cortile dove furono sistemate le due gazzelle che Giovanni Battista aveva portato dall'Egitto". (Da L. MONTOBBIO, G.B. Belzoni, 1984)
1872 - UN TRENO ... STRADALE
Barcari e carrettieri, come si vede nella foto d'epoca. Ma per Monselice, nel 1872, si tentò anche di organizzare un... treno su strada. Viaggio della locomotiva Thompson da Padova a Monselice. "Parte alle sei della mattina e giunge a Monselice alle 10 e 25. Ivi si spera di trovare del carbone, ma la sorte ci fu avversa perché quegli opifici vanno a legna. Appena arrivati a Monselice il primo pensiero fu di telegrafare a Este e Montagnana per avvisare quelle popolazioni che non era possibile nella giornata; il secondo pensiero fu di telegrafare a Padova per avere il carbone. Essendo temporaneamente chiuso l'ufficio telegrafico di Monselice abbiamo dovuto valerci del telegrafo della ferrovia, con gran danno della sollecitudine del recapito. Nessun danno per l'impaurimento dei cavalli o per danni di qualunque genere arrecati al convoglio sia alla strada sia alle proprietà si ebbe a deplorare nel viaggio d'andata da Padova a Monselice. La commissione provinciale e le commissioni militari rimasero soddisfatte dalla locomotiva Thompson. Un incidente di nessun rilievo ma che mette conto di ridurre alle sue vere proporzioni per non vederlo esagerato occorse a Monselice ove, avendo messo in movimento la locomotiva per farla vedere a quei cittadini ed ai forestieri accorsi sul luogo, per la troppo arcuata carreggiata stradale, alla svolta d'una via andò a urtare nella parte d'una casa, spezzandolo alcune tavole che un falegname aveva disposto sul marciapiede e scrostando il muro. L'urto con qualunque genere di macchina a vapore sarebbe stato di conseguenza, con questa macchina, che per la sua speciale conformazione può venire arrestata quasi istantaneamente, non riuscì di alcuna importanza. Ricevuto il carbone spedito da Padova pochi minuti prima delle quattro, ci siamo messi in partenza alle 4 e 25, ... e arrivammo a Padova in due ore e 10 minuti precisi, cioè alle sei e 35. Anche nel ritorno i cavalli che incontrammo per via, sia quelli tenuti fermi da malsicuri conduttori come quelli che erano in movimento si mantennero tranquilli nè alcun danno avendo per il transito della locomotiva sulle strade". Si trattava, come si può ben capire dalla interessata relazione del macchinista, di una locomotiva a vapore che trascinava una specie di convoglio alla strepitosa velocità di... 5 chilometri l'ora all'andata e 10 chilometri al ritorno. Non se ne fece niente anche per l'opposizione dei trasporti tradizionali, come i facchini, di rimanere senza lavoro.
1884 - LA FORNACE CHE INQUINA
"Fatta la nuova via Giudecca che dal centro della cittadella arriva al canale naviglio, lo attraversa con un ponte girevole e si congiunge con la strada che conduce alla stazione ferroviaria. Però via Belzoni lascia molto a desiderare. In involta discendiamo per un piazzaletto privato che serve a deposito di materiale per una fornace di mattoni primitiva che spesso affumica passanti".
1887 - UNA TORRE DEMOLITA
"L'antico castello che rendeva sì pittoresca questa terra è quasi totalmente distrutto, conseguenza inevitabile dello scoprimento di cave che fruttano il pane a numerosissimi operai. Ma che almeno fossero conservate le costruzioni che sono affatto staccate da quella località. (Invece) ora si sta demolendo una torre prospettica alla Riviera Belzoni: dicesi che sia compromettente la sicurezza pubblica".
1893 - LA CORSA DEGLI ASINI
"I carrettieri delle cave Cini continuano a transitare coi sassi lungo le vie. Quasi non bastasse lo strepito una parte di quei carrettieri nel viaggio di ritorno in numero di 5-6 fanno la gara con salve di urli, legnate, maltrattamenti d'ogni genere riescono a mettere in corsa quelle povere bestie ischeletrite". A partire dal 1909 ai carrettieri del Cini venne in gran parte a mancare il lavoro perché imprenditore per motivi di economia, mise in funzione una ferrovia che portava il sasso dalla cava alla stazione ferroviaria, passando appunto per il ponte di ferro sul Bisatto.
VILLA NANI
1943 - OCCUPAZIONE TEDESCA
Villa Nani, durante la guerra, fu sede del Presidio del Comando militare italiano che venne saccheggiato dalla popolazione nel Luglio del 1943. Di conseguenza, nel settembre, il Commissario prefettizio pubblicò il seguente manifesto:
"PER ORDINE DEL COMANDO TEDESCO si diffidano tutti coloro che hanno asportato o detengono materassi, coperte, zaini, effetti di vestiario e di equipaggiamenti o altri oggetti del genere appartamenti al cessato Comando di Presidio Militare italiano sito in Via Duomo (ex Villa Nani) a riportarli subito nella suddetta località, consegnandoli agli incaricati e al custode e in ogni caso con la massima urgenza. Mentre nei confronti di coloro che riporteranno gli effetti asportati e detenuti non sarà preso alcun provvedimento invece, contro gli inadempimenti al presente bando sarà agito col massimo rigore con l'applicazione di gravi punizioni da parte dell'Autorità Militare Tedesca".
Ma quanti, ancora, continuavano a credere nella guerra? Quanti, in buona fede continuavano a spargere sangue? Non pochi, probabilmente, come attestano alcune lettere di monselicensi.
Lettera di O.F.- un mutilato arruolato volontariamente tra i bersaglieri- datata marzo 1943 e proveniente dalla Cirenaica.
"Un ordine viene affidato a uno perché sia consegnato al comandante della compagnia. Io baldo e fiero glielo consegnai. Non era un compito facile portarla a loro dal mezzo dell'ala destra, si doveva passare tra il picchiare della mitraglia. Dopo l'occupazione dell'obiettivo nessun colpo in arrivo dai fuggiaschi. E nella solitudine venne il furiere con un pò di posta; io stavo un pò appartato, seduto su un cumulo di sassi; che pensavo non lo so. Quando ad un tratto sentii chiamare il mio nome. Come ad una cosa incredibile scattai e corsi verso colui il quale distribuiva la posta. Vidi una lettera gialla; sul principio mi venne un palpito al cuore; ma poi mi pacificai nel vedere il segno della scuola. La stappai e la lessi e la rilessi. Per dirvi la verità al sentire parole di conforto dopo un combattimento non avrei sognato altro; mi ha così talmente vinto che avrei fatto altri giorni senza mangiare in combattimento. Come vedete io risposi subito. Sarei stato un vile a non rispondere a parole simili. Se volete sapere altre cose io sono sempre disponibile a darvi altre notizie. Dimenticavo di scrivere... la proposta sul mio conto. Altro non mi resta a dirvi che mi scriviate perché i vostri scritti danno conforto e che riceviate con piacere questa piuma del mio cappello. Cordiali saluti a voi, a tutti i professori e compagni. Vinceremo
O. F.
Ultima lettera di N.F. alla madre, prima di morire, il 25 maggio in "Balcania".
"Mamma adorata, scrivo queste poche righe per il caso che non dovessi ritornare più. Siamo in guerra e bisogna tenere presente tutte le possibilità. Non ho mai saputo esprimerti tutta la mia gratitudine per quello che tu, mamma adorata, hai fatto per me, ma sai che io non sono di natura espansiva: ma so che adoro solo te. Sto facendo il mio dovere nel migliore dei modi e se dovessi cadere come tanti miei compagni per mano di questa gente vigliacca non avrò che un rimpianto nella vita: il tuo dolore. Credimi, senza rimpianto per la vita che lascio, perché so la vita che mi attende. Questo ti scrivo in perfetta serenità di mente, che Iddio mi protegga e dia a me la grazia di agire bene per la Patria".
N.F.
Lettera di G.F, datata settembre 1944, da una località delle Alpi. "Ti scrivo per farti sapere che godo ottima salute come spero altrettanto di te, di mamma e fratelli. Caro zio, siamo in mezzo alle Alpi in rastrellamento e da 8 giorni non conosciamo soste. Le fatiche e i disagi non contano quando si tratta di salvare la Patria. Abbiamo già avuto parecchi combattimenti con i ribelli che si chiamano "garibaldini". Per darti un'idea della nostra forza e del nostro ardimento ti dirò che nel primo combattimento i partigiani hanno lasciato sul terreno 25 morti e 8 feriti e un gran numero di prigionieri; da parte nostra un Caduto. Il giorno successivo alla battaglia un colonnello tedesco delle SS ci ha rivolto un particolare elogio dicendoci che siamo dei ragazzi coraggiosi. Come vedi la Brigata Nera di Padova si fa sempre distinguere in tutto".
G.F.
La fede incontrollabile nella giustizia della propria scelta e nella "Vittoria" immancabile è attestata anche da questa lettera da Milano, datata febbraio 1945, scritta sotto ai bombardamenti degli alleati. "Caro Aldo, forse qualche volta avrai detto che mi sono dimenticato di te e dei miei camerati di Monselice; al contrario, invece, io vi ricordo sempre come ricordo mia mamma, perché voi siete stati i primi a raccogliere l' invito del Duce per la ricostruzione della nostra Patria. Dilaniata dall'ignominioso tradimento, quando non si sapeva da che lato incominciare. Ma la nostra fede non ci ha fatto vacillare e abbiamo immediatamente seguito gli ordini del Duce che lavora febbrilmente con tutte le sue forze per la ricostruzione della nostra bella Italia. Se lo vedessi, caro Aldo, è sempre uguale, bello, maestoso, se lo vedessi cento volte al giorno non sarei soddisfatto. Quando ho il piacere di vederlo mi sento tanto orgoglioso di essergli fedele che dimentico qualsiasi cosa. Termino il mio breve scritto perché devo riprendere servizio. Siamo in stato di allarme e quei farabutti hanno poco tempo fa mitragliato qui vicino ma non avranno ancora molto da girare; te lo dice uno che ne sa qualcosa. Attendo tue notizie con le novità di Monselice. Saluti camerateschi tuo affezionatissimo camerata."
L.D.
"Te lo dice uno che ne sa qualcosa." Una frase che può avere in qualche modo un senso per noi soltanto se riusciamo ad immaginare il clima di fanatismo mistico, sconfinante nell' allucinazione, dentro al quale vissero molti giovani di allora. Giovani che hanno sparso sangue, e che, molto probabilmente, hanno anche pagato per le loro idee. Ma proprio per questo, per la loro folle coerenza, meritano la nostra pietà e il nostro rispetto. Altri, più di loro, sono responsabili. Chi durante il ventennio inneggiava a Mussolini come all'Uomo mandato dalla Provvidenza; chi deteneva importanti cariche pubbliche e s'è eclissato al momento più opportuno; chi ha fatto i danari, magari come ministro, per poi uscire indenne dopo i giorni della Liberazione".
Il Duomo Vecchio
1926 - IL RESTAURO
Agli inizi degli anni Venti sorge a Monselice un Comitato degli amici dei monumenti presieduto da E. Uccelli, avente lo scopo di valorizzare il patrimonio architettonico della cittadina. Tale Comitato manda petizioni all'amministrazione comunale, sensibilizza l'opinione pubblica con numerosi articoli sui quotidiani, si dà da fare in tutti i modi perché gli edifici storici vengano salvati dal grave degrado. Così, quando il restauro del Duomo Vecchio, nel 1926 appunto, è già in fase avanzata, Uccelli scrive un articolo sul "Il Veneto", informando tra l'altro che tra le pietre della facciata è stata scoperta una statua di molto probabile origine barbara. Negli stessi giorni anche il settimanale cattolico "La difesa del popolo" dedica un pezzo all'antica chiesa, pezzo che val la pena di trascrivere integralmente:
"Restituita la facciata del nostro Duomo nelle pure linee dello stile romanico mercè l'interessamento e il valido aiuto del commendator Forlatti. La fabbriceria si assunse il compito di abbattere il pesante soffitto stile 1800. Ora fervono i lavori e fra il polverio possiamo ammirare le magnifiche travature che da tanto tempo reclamavano il diritto di vedere la luce. Ci auguriamo che i lavori proseguano con sollecitudine e che non si usi misericordia con quanto non è conforme allo stile del Duomo, cosicché rimessi gli altari al loro posto, fatte scomparire le cappelle della Addolorata e di San Giuseppe, riaperte le magnifiche monofore dell'abside e quelle laterali, sia concesso presto rivedere il classico monumento quale lo videro i monselicensi nel 1200".
1931 - TRADIZIONALE LUOGO DI PREGHIERA
Il restauro dello storico edificio impose alle autorità religiose la ricerca di una nuova area su cui innalzare un nuovo e funzionale Duomo. Area che, almeno per tutti gli anni trenta, si pensò di creare abbattendo la chiesa di Santo Stefano, di proprietà del comune che l'adibiva a magazzino. Molti, tuttavia, provavano un certo disagio nel dover abbandonare il tradizionale luogo di preghiera, disagio che il podestà Mazzarolli, interpretando i sentimenti di molti monselicensi, espresse così: "Il Comune, per quanto è in lui cercherà di ottenere che il Duomo Vecchio, che accolse tante generazioni di monselicensi, continui ad essere ufficiato almeno nelle solennità! Non è senza tristezza che vedremo chiudersi quel magnificato tempio ove si pregò bambini insieme ai nostri vecchi".
1910 - MONSELICE LAICA
Sarebbe un errore, però, calcare troppo la mano sulla religiosità dei monselicensi. Gli abitanti del centro, infatti come attestano del resto numerose relazioni allarmate dei parroci, a fine secolo avevano in buona parte abbandonato la pratica religiosa, attratti com'erano dalle nuove concezioni posivitistiche, laiciste o addirittura socialiste, considerate più "moderne". A partire dal 1870 circa, (e con molti alti e bassi fino alla prima guerra mondiale e all'immediato dopoguerra), intellettuali, commercianti, artigiani ed operai, vale a dire senza terra, aderirono, pur con motivazioni diverse e spesso contraddittorie, ai partiti radicale, repubblicano e socialista che facevano dell'anticlericalismo più spinto la loro bandiera. Un centro storico in buona parte legato ad una visione laica della vita, quindi; che non prevaleva, è vero, alle elezioni, in quanto schiacciato dalla preponderanza numerica del contado legato al partito clerical-moderato e, più tardi, al partito popolare; ma che trovava modo di esprimersi con gli scritti, con le conferenze, coi numerosi funerali civili. Questo mondo ebbe il coraggio, nel 1910, di sfidare i cattolici invitando a parlare il "maiale" Podrecca, vale a dire il direttore dell'"Asino", il giornale più accesamente anticlericale dell'Italia giolittiana. Allora la chiesa locale insorse, come scrive "La difesa del popolo", con una " grandiosa manifestazione. Grandiosa perché il popolo cattolico al semplice cenno insorse unanime stipando il Duomo. Si calcolano 4000 persone. Grandiosa perché organizzata in 24 ore malgrado l'imperversare del tempo e le peripezie della viabilità attraverso l'estesa campagna. Dopo la benedizione in Duomo...essa continuò anche fuori dal tempio, attraverso le vie e le piazze del paese, davanti le edicole sacre. Uomini, donne, fanciulli malgrado l'imperversare del tempo si diffondevano a crocchi...senza paura, senza rispetti umani, perché franchi e convinti della loro fede. E Podrecca? Che è, che non è... da Roma...telegrafava che personali impegni non gli consentivan di venire e rimandava ad altro tempo l' adempimento del suo impegno...Proprio così. Come un fuggitivo non si fece vedere ed i podrecchiani..., con un naso lungo dalla piazza alla Rocca, e con un muso, con un muso!". "L'Eco dei lavoratori", il settimanale provinciale del partito socialista, dovette in qualche modo ammettere che l'invasione del centro, posta in essere dal contado organizzato dai preti di tutti i paesi limitrofi, aveva conseguito il suo scopo. Ma i socialisti monselicensi non volendosi dare per vinti, una settimana dopo invitarono ancora una volta il conferenziere il quale, però, dovette adattarsi a parlare di sera e al chiuso per evidenti motivi di ordine pubblico. "I ga volesto anca lori far vegnere a Monselese el lurido bestemiadore dela Madona benedeta, a dispeto de tuta la magioranza che la gera contraria...I ga dovesto far vegnere a Monselese un regimento de soldai, guardie e carabinieri, parchè el gran porco so degno protetor el gabia da bestemiare lo stesso contro la volontà del popolo...Gera un bel colpo de ocio a vedare tuta sta trupa sbarà per le strade con le baionete in cana e vedare pasarghe in meso el porco in barbeta seguito da altri bestioni nostrani". In tal modo, sul settimanale cattolico, gli avversari della cultura laica esprimevano la loro intolleranza.
1930 - LA CULTURA DEGLI ANNI TRENTA
La cultura laico-socialista, tanto osteggiata fino alla grande guerra, venne distrutta in modo sistematico durante il fascismo: con l'eliminazione delle lapidi, con i tentativi di fascistizzazione delle Società Operaie, mettendo al rogo gli scritti dei sovversivi, bastonando gli avversari politici. Mentre il vecchio deputato socialista Angelo Galeno veniva sepolto per volere delle autorità fasciste in modo quasi clandestino, il suo storico antagonista a livello locale, il prof. Angelo Main, assumeva l'incarico di ripulire la biblioteca del Gabinetto di Lettura da tutte le pubblicazioni "antisociali e antinazionali". Un lavoro che richiese parecchi mesi perché, evidentemente, si volle portarlo a compimento con il massimo scrupolo. E così, quasi sicuramente, dobbiamo ringraziare Main se oggi Monselice non conserva neppure uno scritto di Angelo Galeno, di Angelo Borso, di Carlo Monticelli, di Bazzarello e di Ferriguto; se, insomma, s'è quasi perso il ricordo di quella piccola schiera di intellettuali di fine secolo che trasformarono la cittadina in un importante centro di irradiazione, a livello veneto, della cultura materialista e socialista. Durante il ventennio anche il teatro, le filo-drammatiche locali, furono sistematicamente utilizzate per demonizzare la cultura che la chiesa e il fascismo consideravano un nemico da distruggere. Racconta "La Difesa del Popolo": "Nella sala di S. Sabino domenica 28 dicembre (1930) la premiata filodrammatica La Rocca dinanzi a un pubblico numeroso e scelto ha rappresentato "Il grande sacrificio" lavoro brillante interpretato egregiamente da bravi attori. Nella Russia bolscevica il padre (Forlin Eliseo) si lascia trascinare dalla corrente venefica. Di terrore muore la madre che lascia nella casa un fido servo (Franchin Zilene) per ricordare al figlio (Cipelli Luigi) le massime che un giorno formavano il retaggio della famiglia cristiana. Epilogo del dramma la condanna del figlio e di conseguenza, per rimorso, la conversione del padre. Nella sua veste di cristiano tra le persecuzioni il giovane Cipelli si diportò con disinvoltura e maestria insuperabili. Il Forlin, bene quale demagogo bolscevico nella figura di convertito all'ultimo atto, Serio e dignitoso quale importa la parte il Manoi, a un tempo apostolo e martire. Sempre fresco e cordiale il Zilene nella parte di servo. Belle pure e applaudite le tre macchiette di rivoluzionari che tra un bicchiere e un sigaro personificano le figure dei "senza Dio" bolscevichi, spergiuri e persecutori. Il popolo capì il lavoro e comprese la stupenda interpretazione e fu largo di meritati applausi che, se sono merito ai giovani filodrammatici, sono ancora stimolo ad altre imprese e ad altre fatiche, le quali, se dilettano ed istruiscono il popolo dicono, ancora, che il teatro cattolico è divertimento ed ammaestramento".
Piazza Ossicella
1930 - IL MERCATO DELLA FRUTTA
È a partire dal 1930 che il mercato della frutta di Monselice comincia ad assumere una importanza sociale ed economica che va al di là dello stretto territorio comunale. Scrive il podestà in una sua relazione del 1932: " L'amministrazione fermò la sua attenzione sul mercato giornaliero della frutta che si svolge da tempo in questo capoluogo da tempo immemorabile. Anzitutto ne disciplinò lo svolgimento con opportune norme e con una vigilanza assidua, ottenendo una frequenza notevole in modo da far classificare il mercato locale tra i primi della regione.
Al consorzio Triveneto della frutta tenutosi a Venezia nello scorso Agosto, questo comune volle che il mercato locale intervenisse con i suoi migliori prodotti ottenendo la medaglia d'oro ed uno speciale diploma di benemerenza per la qualità e la quantità dei prodotti (circa mille quintali giornalieri) esposti e venduti nella totalità " .
E il quotidiano "Il Veneto" ricorda che solo Ferrara supera Monselice per volume di affari. "Dal 20 giugno al 17 agosto sono stati spediti dalla stazione ferroviaria ben 378 vagoni di pesche pari al ql. 23836 tutti destinati all'estero. Sono state vendute al mercato pesche e frutta in genere per 9626 quintali; la frutta in sorte e le pesche esportate dai pescheti e frutteti sono state quintali 116750 senza elencare la verdura e gli altri prodotti. Il primato è dovuto alla posizione privilegiata di Monselice che è collegato con tutte le più importanti reti stradali e ferroviarie. Le pesche locali sono ricercate e preferite per la loro resistenza ai lunghi viaggi mentre il colorito e il profumo di esse assumono una speciale distinzione
1934 - I TIGLI DI PIAZZA OSSICELLA
Un corrispondente da Monselice ci avverte che la "pesca di Monselice viene esportata anche all'estero e per questo servizio si sono costituite molte società che nella stagione estiva occupano numeroso personale usando macchinari per la pulitura e per la cernita della grandezza della pesca, la quale, dopo la selezione e la pulitura, viene avvolta in una leggera carta velina ed allineata in piccole cassette o gabbiette che vengono portate alla stazione. Ogni giorno portano da un minimo di mille fino a tremila quintali di pesche". Nel 1937 il mercato è ancora fiorente, tanto che un intellettuale locale pensa di scriverci sopra "un pezzo di colore":
"I grandi tigli di Piazza Ossicella accolgono sotto le loro ombre ospitali i prodotti di una vasta zona circostante. Dai primi piselli dei soleggiati Colli Euganei, alle profumate pesche di Pozzonovo, San Pietro Viminario, Pernumia e Monselice, alle uve dorate di Arquà Petrarca e di Baone, è tutta una ricca simpatica rassegna degli splendidi prodotti ortofrutticoli del Monselicense, è una dimostrazione dell'attività dei buoni rurali, che gareggiano per ottenere dal suolo le migliori produzioni.
Il mercato si apre alle tre del pomeriggio. Prima di quell'ora nessuna contrattazione può aver luogo e la merce viene allineata, coperta con foglie e tele, sotto i tigli, in attesa dell'ordine di apertura. Alle precise un agente municipale apre dichiara l'apertura del mercato. Tosto la piazza comincia ad animarsi: le ceste si scoprono, i sacchi si aprono, la merce viene messa in bella mostra. È uno spettacolo che varia a seconda della stagione. Al verde dei piselli di maggio, si unisce il rosso delle ciliege e poi il giallo delle albicocche e delle prugne, è un intera tavolozza con le pesche, le pere, i fichi ecc... , il tutto temperato da una sobria cornice costituita dalle diverse specie di recipienti, secchi, cesti, cassette, ecc... . Un pittore avrebbe di che sbizzarirsi. Le pesche tengono certamente il primo posto per la quantità della merce e la sua qualità . Il territorio di Monselice, infatti, da qualche anno si è specializzato nella cultura di questo frutto e ne produce in tutte le varietà nazionali ed americane. Si trovano spesso sulla piazza due-trecento quintali di pesche, ed in certe giornate eccezionali molti di più. Allora l'ampia piazza Ossicella non è più sufficiente a contenere tutta quella grazia di Dio, e si invade la attigua Piazza San Marco, come succede quasi quotidianamente. È la sagra dei ragazzi che possono più agevolmente e con minore ira dei contadini, assaggiare le frutta tentatrici, è la disperazione dei vigili che non riescono a mantenere dappertutto l' ordine necessario. Tre o quattro pese pubbliche lavorano fino a tarda ora a pesare tutta la merce e le relative tare. Comincia poi il lavoro di imballaggio e di trasporto che si compie in giornata perché , si sa, le pesche non resistono tanti giorni, e debbono essere spedite subito per poter giungere sane molto lontano, spesso agli estremi limiti d'Europa. Ecco allora squadre di donne e di ragazze e pile di cestini giungere sulla piazza e nei vari magazzini. È un lavoro febbrile e lieto insieme"
1938 - FABBRICHE A... SINGHIOZZO
Il successo del settore agricolo legato alla frutta non deve tuttavia farci dimenticare che la terra, in una zona con una densità di popolazione tra le più elevate d'Italia, non riusciva ad assorbire, neppure nei mesi di punta, la sempre troppo abbondante nano d'opera. Le relazioni podestarili con insistenza evidenziarono come la richiesta di manodopera fosse insufficiente rispetto alla domanda; che mancavano lavori pubblici statali o comunali; che le cave spesso rimanevano chiuse e ancora più spesso funzionavano a ritmo estremamente ridotto. Non c'erano altre attività . Fabbriche praticamente non ne esistevano. Nel 1923, cioè al tempo del sindaco Leopoldo Corinaldi, agricoltore ed industriale oltre che diplomato, sorsero quattro fabbriche su terreno comunale. Ma il calzaturificio Canale e la bulloneria Breda avevano già chiuso i battenti all'inizio degli anni trenta; la fabbrica di fiammiferi del bolognese Grassili s'era ridotta ad una misera gestione familiare; infine la ditta che costruiva manufatti in trucioli e cemento -L'insuperabile- aveva rischiato più volte il fallimento. Quest'ultima conobbe un improvviso ed insperato sviluppo con la proclamazione dell'Impero, grazie alle numerose commesse statali in terra africana che dettero lavoro a mezzo migliaio di operai, peraltro solo in minima parte provenienti da monselicense. Poi venne la guerra. E poiché fu impossibile esportare, "l' Insuperabile" tornò ad essere la fabbrichetta di un tempo, mentre il mercato della frutta, tanto fiorente, entrò in una crisi gravissima. Fu appunto per questo, cioè per utilizzare in qualche modo la gran massa di pesche prodotte nelle circostanti campagne, che il vicefederale Primo Cattani promesse la costruzione dell'attuale fabbrica di marmellate. Essa impiegava, nei primi anni Quaranta, circa duecento lavoratori. Primo Cattani, perito industriale, autore di un libro e numerosi articoli sulla necessità di una maggiore industrializzazione della Bassa, fascista della prima ora, appartenne a quel fascismo che si potrebbe chiamare "dei colletti bianchi", della piccola borghesia. Un fascismo rivoluzionario che nel periodo squadrista fu in prima fila nelle violenze e che, di conseguenza, in qualche modo dovette pagare un tributo di sangue. Un fascismo che fu storicamente sconfitto quando i Cini, i Volpi, i Treves, i Calore, cioè la grande borghesia legata alla terra e all'industria, prese il potere che mantenne per tutto il ventennio. Come altri, della sua corrente, egli visse il ventennio all'interno della organizzazione sindacale fascista nella quale, in nome di una certa giustizia sociale, e magari con scarsissimi risultati, più di qualche volta ebbe a scontrarsi con il patronato. Negli ultimi anni venti, in particolare, Cattani fu responsabile di una grossa cooperativa di lavoro raggruppante quasi un migliaio di braccianti, tra Monselice e Galzignano. E quando la borghesia industriale e terriera, dopo il '43, si staccò dal regime in sfacelo preparandosi ad assumere un nuovo ruolo predominante nella futura Italia, i Cattani, in nome di una coerenza ideale e di un patriottismo quanto meno fuori luogo, si trovarono da soli a difendere un fascismo che essi sognavano essere quello dei primi tempi, repubblicano e anticapitalista. E furono i soli, questi fascisti, a pagare duramente per le loro responsabilità .
Il Monumento Ai Caduti
1925 - IL MONUMENTO
Per capire la grande importanza simbolica del Monumento ai Caduti occorre accennare, seppure in modo rapido, ad una delle più riuscite operazioni culturali poste in essere dal regime fascista nel suo primo decennio.
Passano improvvisamente di fase i discorsi pacifisti di Galeno, i discorsi sull' inutilità della grande strage, sulle tribolazioni e gli orrori vissuti dai proletari dai proletari nelle trincee per responsabilità delle classi dominanti, sullo sfruttamento del sangue dei poveri. Ora ai proletari si fa vivere nel ricordo -deformando il ricordo- una guerra fatta di luci, di purezza ed eroismo, una guerra imperniata sui tradizionali valori della Famiglia, della Patria e della Religione.
È la retorica della Grande Guerra, delle lapidi commemorative, delle vie dedicate ai generali , delle gite a Trento e poi a Redipuglia, dei parchi della Rimembranza. La retorica delle Messe ai Caduti coi gagliardetti fascisti e i tricolori; delle Associazioni dei combattenti, dei reduci, dei mutilati ed invalidi, degli orfani e delle vedove di guerra; delle Chiese, come quelle di Ca’ Oddo, dedicata alla Patria.
C'era stata una solenne commemorazione dell'armistizio, il 4 novembre del 1925. E il Fascio Femminile fece affiggere il seguente manifesto: "Una semplice data per alcuni, e tutta una luminosa epopea per l'Italia nuova. Angosce che pregano, moncherini che si protendono, l'eco di una pia campana del castello di Rovereto.
È tutta la Patria che chiama presso l'Urne dei morti; è tutta la gran Madre che dice anche al buon popolo di Monselice: " Vieni presso noi che morimmo in un baleno, che ci illuminò la vita, passati sull'Ara consacrata dal dolore e dalla pietà, e accompagna a te tutte le associazioni, tutte le scuole, tutti gli uomini, perché le nostre zolle vogliono dire Italia.
Chi non viene è indegno di noi. C'è il sacrificio divino che si rinnova e ci benedice. Ci sono le memorie sublimi la stirpe che accomunano, vieni!" Quella mattina, in Sala Garibaldi, vennero scoperte due lapidi. La prima per ricordare la permanenza del Re a Lispida, tra il 20 gennaio 1918 e il 7 luglio del 1919; la seconda per perpetuare nel marmo la venuta di Mussolini a Monselice, nel 1923.
Parlarono il segretario del Fascio Arcangelo Bovo e Don Barbierato, e poi andarono tutti al cimitero. C'era il gagliardetto fascista assieme a quello del Circolo Cattolico Femminile; la bandiera del Fascio e quella del Patronato San Sabino. Tutti c'erano inquadrati sotto i rispettivi vessilli: la Società Operaia e il Municipio, il Corpo Insegnanti, e la Polisportiva, il Sindacato Ferrovieri e i Combattenti.
1926 - INAUGURAZIONE
Dopo appena due mesi, il 17 gennaio 1926, alla fine di un periodo caratterizzato da velenose polemiche e altrettanto velenosi personalismi, si inaugura finalmente il monumento di Paolo Boldrin. E il Fascio esce con un manifesto firmato da Arcangelo Bovo:
" Fascisti e cittadini!
Suonata l'ora solenne della Patria, l'Esercito italiano, il sangue nostro più puro e più forte generosamente combattendo raggiante in finale trionfo mostrò al Mondo il valore del sangue romano ed il Piave canterà come un liuto la generosità della nostra stirpe e il "Grappa" sacro tra i sacri nelle bufere del verno nel fiammeggiante sole di maggio e i dorati tramonti d'autunno dirà ai "venturi" quanto possa l'italico Valore. Pagine grandi scrissero nel libro delle patrie gesta i fratelli nostri leoninamente pugnando cadendo e da Eroi trionfando.
Ben a ragione da un capo all'altro d'Italia fu ed è un imponente manifestazione di gratitudine commossa verso i Militi nostri dal più grande al più umile perché tutti coi loro petti fecero baluardo al nemico e scrissero col proprio sangue sulla Nazionale Bandiera: Vittoria! Domenica 17, nel pomeriggio, con la solenne inaugurazione del Monumento ai morti del nostro paese unito a cento e a mille in tutta Italia assieme alle bufere delle nostre Alpi per sangue ancora vermiglie, e al mormorio delle acque risonanti negli storici fiumi, in armonia delle feste e di colori delle nostre pianure tornerà la perenne canzone di gloria e dirà ai più tardi Nepoti l'epopea del nostro riscatto.
Cittadini Fascisti! La cerimonia sacra di domenica per il marmoreo ricordo ai morti della grande guerra che solo il Fascismo ha valorizzato sia fiamma possente per le nostre anime..."
Da quel momento il Monumento divenne il "luogo" di ogni manifestazione politica e polittico- religiosa: luogo della Patria, della Famiglia e della Religione.
1912 - LA GUERRA DI LIBIA
La guerra "vera", però, non è mai stata questa. Anche nel dicembre del 1912 il consiglio comunale aveva plaudito alla guerra libica e ringraziato Casa Savoia. Ma la minoranza socialista volle mettere a verbale che essa "era contraria alla guerra ed in particolare a quella di conquista, perché avversa ai veri e nobili sentimenti di nazionalità e in antitesi coll'amore di patria". SI fa presto ad essere bellicisti a parole, specialmente se sono gli altri a combattere. E questo, mi par, è il succo di una lettera di monselicensi spedita dalla Libia: Bengasi 24 Febbraio 1912 Sig. Angelo Galeno Monselice luogo principale se non gli sarà dispiacente, ma credo di no: la nostra salute è ottima così speriamo di Lei e della sua cara famiglia. Siamo molto dispiacenti perché noi di Monselice non abbiamo ricevuto nessun saluto dai nostri concittadini; noi non vogliamo, come tutti i sindaci di tutte le province hanno inviato ogni cosa per incoraggiare... ma noi diciamo basterebbe che il sig. nostro comune si avesse degnato di inviare un saluto... Di più la Signora Giunta Municipale formata da tutti i cattolici non ha dimostrato il suo cattolicesimo presso i soldati della Libia di Monselice. Siccome che noi tutti siamo sempre nell'idea che i signori del cattolicismo pensano sempre per loro e si appoggiano dove che meglio a loro piacque, così noi gli inviamo queste poche righe perché crediamo che Lei non sarà dispiacente di ciò. Però Lei non sene sappia a male. Inviando i più caldi saluti da tutti noi e se vorrà, e crediamo che si, la comunicherà ai signori di Monselice. Gino Bizzarro, Maccin Giovanni, Giallain Giovanni del 57 e Tognin Ernestro 79 F".
I socialisti sono isolati e la cittadina diventa luogo di molte manifestazioni " guerrafondaie " dei clericali, da sempre acerrimi nemici, ora vanno a braccetto ed uniti commemorano i morti. Ma il sindaco,- scrive il settimanale socialista- che osanna la guerra, nulla fa per i soldati che muoiono in Africa. E a Camerini che inneggia all'impresa libica in proletari grida:" Si, belle parole, ma noialtri semo costreti da magnare la polenta senza sale". Anche l'avvocato Rosa, da Monselice, sulla "Difesa del Popolo" inneggia a "quei giovani forti che costituiscono le speranze della Chiesa e della patria, questa gioventù che trionfò nei trionfi di Libia". Mazzarolli, per ora solo consigliere clericale, ma futuro Podestà, legge una filippica in consiglio contro i socialisti, "più turchi dei turchi", accusati di non volere inneggiare a Torelli e ai suoi soldati vittime dei ribelli libici. "Noi - insistettero i socialisti- ci inchiniamo per quanto possono aver fatto di bene per la Patria, ma non possiamo associarsi a quanto di bene o di male abbiamo fatto in Africa o in Libia". " Antipatriottici!" gridò allora il futuro gerarca. Ma subito tacque quando i rossi chiesero come mai, col suo patriottismo, non si fosse aggregato ai cinquemila volontari italiani diretti al fronte libico.
Il Castello
1769 - CÀ MARCELLO
Il 27 luglio 1769 il conte Paolo Brazolo Milizia, di Tribano, "essendo andato la notte a Monselice in compagnia di un villano per ricoverarsi in casa Marcello, e non ricevuto da quel fattore, preso da furiosa disperazione, dopo aver congedato il villano, si tagliò con un coltello le canne della gola e disgraziatamente morì in età di 60 anni. Era un uomo di caldissima fantasia...
e da molti mesi s'era fitto in capo di essere in corso nella disgrazia del principe (cioè il Doge) per aver sparlato del governo e gli parea di avere sempre le spie d'intorno." Da tempo viveva stabilmente a Tribano dove la sua famiglia aveva vasti possedimenti nelle valli a partire, almeno dal 1500. Buon classicista, tradusse "Le opere e i giorni" di Esiodo, i due poemi omerici e altri pezzi di poesia greca in versi italiani.
1885 - RADUNI ANARCHICI NEL CASTELLO
Acquistato verso il 1850 dai Giraldi che erano appaltatori di lavori stradali, il Castello cadde nel più completo degrado divenendo il magazzino della cava Giraldi e poi di Cini. Direttore della cava, tra il 1853 e il 1878, fu Martino Monticelli considerato a ragione il padre dell'anarchia veneta. Nel Castello, spesso, e specialmente se gli argomenti da trattare erano riservati, si radunavano gli affiliati alla setta.
Di Martino, che pure ha un posto di fondamentale importanza nella storia del movimento operaio, per ora si conosce un solo scritto, consistente in una lettera spedita ad Andrea Costa nel 1885. Parzialmente pubblicata ne "Il Veneto" einaudiano dallo storico Emilio Franzina, viene ora presentata per la prima volta nella sua completezza.
Si tratta di un documento di estremo interesse non solo perché ripercorre la storia dell'anarchia monselicense, ma anche perché evidenzia a tutto tondo la capacità repressiva del potere e la grande dignità di un vecchio rovinatosi per mantenere fede alle proprie idee. Onorevole Sig. Andrea Costa Deputato al Parlamento Italiano in Roma Monselice 19 Dicembre 1885 È questa la prima volta che mi permetto di indirizzare a voi un mio scritto, quantunque non abbia il bene della vostra amicizia personale, null'ostante vi parlerò collo schietto linguaggio della medesima. Non vi prenda rammarico adunque della troppa mia confidenza, dacché voi stesso mi avete imparato nove anni circa or sono a Monselice, che gli uomini sono tutti fratelli ed eguali nella legge di Natura, e che la dignità proprio bensì il rispetto, ma non mai un degradante umiliazione. Tale presunzione potrebbe anche essere in me chiamata superbia, ma io la dirò invece frutto della vostra dottrina: che se mai ciò non vi potesse aggradare, condonatela in tal caso alla mia dabbenaggine. Ciò premesso vi dirò ora quale sia lo scopo principale di questa mia. Voi già saprete che vari socialisti trovansi detenuti da oltre sei mesi alle dipendenza del tribunale di Este, Procuratore del Re certo Pietra Francesco. Fra questi disgraziati alcuni dei quali gravemente deperiti nella salute, vi è pure certo Sovrano Eraclito di Padova, che si è unito con mia figlia Maria, dalla quale unione tengono una bambina che conta oggidì un anno circa. Questo Sovrano-Scarmagnan-Panzacchi e altri, dopo l'inondazione delle carceri di e altri, dopo l'inondazione delle carceri di Este, avvenuta per la rotta del fiume, furono tradotti alla casa di pena di Padova, ove tutt'ora si trovano. È sapersi però che Sovrano ha emesso molto sangue per bocca, ed è stato lungo tempo all'ospedale di Este, come ora si trova in uno di quelli di Padova. Panzacchi padre di numerosa famiglia credo si trovi in identica condizione, e lo Scarmagnan pur esso con moglie e quattro teneri figli trovasi assai deperito nella salute. La comune imputazione che si vorrebbe loro attribuire, e credo anche con poco fondamento, in realtà il fatto non fu provato, sarebbe quello d'aver fatto dispersione e distribuzione di foglietti stampati intitolati "I COMANDAMENTI" che in parola d'onore io ne lessi un esemplare senza punto restare né commosso né entusiasto. Si vocifera inoltre, che un incendio casualmente avvenuto in Pozzonovo Distretto di Monselice, che distrusse un grande fienile con entrovi cento e più animali bovini di proprietà del sig. Domenico Centanin, o si abbia fatto servire a pretesto per far eseguire gli arresti, insinuandoli come complici di quella distribuzione. L'alibi però, e la nessunissima prova di reità in argomento, li protegge ed un giorno confido avranno la piena assoluzione. Con tutto ciò sono essi detenuti e chi sa quando verranno giudicati e lasciati liberi.
Ma perché non si accorda loro la libertà provvisoria almeno ora che il processo è istruito? Non è egli un assassino crudele far languire e morire la gente in carcere quando pur sono innocenti? E se sono rei, perché non
condannarli quanto prima?Povera Italia e poveri Italiani. Valeva la pena che anche il mio sfortunato
padre sacrificasse la vita a Piove di Sacco che io corressi tante volte
pericolo di perderla strisciando sull'erba come rettile per nascondersi dalle
sentinella croate nei posti avanzati di Brondolo per cooperare alla
liberazione d'Italia dallo straniero? Bella ricompensa infatti io mi ebbi da questa Italia libera ed una! Se il mio povero padre venne dall'Austria fucilato, se io mi fui dalla stessa tenuto in carcere per mesi e messo a disposizione militare, essa aveva anche giusto motivo per farlo, dacché tanto io quanto lui avevamo operato contravvenendo alle sue leggi marziali.
Ma l'Italia non per Dio che non ebbe mai giusti motivi per nuocervi. L'unica cosa di cui avrebbe potuto farmi una colpa sarebbe stata quella di non essermi opposto alle massime di mio figlio Carlo, massime e dottrine che se anche lo avessi voluto, sarebbemi sempre mancata l'autorità di farlo per più ragioni. Nel 1878-79 ebbi il premio del carcere per mesi unitamente ai miei due figli Carlo e Antonio, e fummo rilasciati col non farsi luogo a procedere.
Fra tanto io perdetti l'occupazione di agente privato, e da comodo ch'io ero, mi trovai sospinto nella miseria assieme alla mia famiglia. Carlo, non ha mai potuto conseguire un posto di Segretario Comunale malgrado della sua ultima Patente e disgustato della malignità dei nostri compaesani, si è trasferito in vari luoghi d'Italia ed esteri in traccia di occupazione e di miglior fortuna, ma questa non gli si è mai mostrata propizia, se non quando avesse voluto ritrarre i suoi principi ed infamarsi col fare la parte di Gano di Maganza. Ora, è un esiliato per forza. Colui che solo avrebbe potuto soccorrere il suo vecchio padre, trovasi a Parigi, né può tornare qui se il tempo od un'amnistia non distruggano le condanne inflittegli dal Tribunale di Milano, il che io ritengo sia pienamente cognito. L'altro mio figlio Antonio, che si era dedicato al commercio, ha dovuto per più vicende sinistre chiudere il suo negozio di merci e fallire. La Maria che si era accompagnata con Sovrano, dai quali pure poteva sperare un qualche soccorso trovasi in Padova ospitata presso una pietosa famiglia, ma quello che è peggio con poca salute. L'ultimo mio figlio di nome Arturo di anni 19, mostra di avere grande passione allo studio, dacchè vuole frequentare le scuole di Este, che distano da Monselice ben 9 km, e che egli percorre quasi sempre a piedi e qualche volta ancora non senza appetito.
In quanto a me, poi, non saprei cosa dirvi essendo reso quasi stupido dalle sventure e dagli anni, quasi 64.
Da circa sei anni mi trovavo alle dipendenze del Dottor Cicogna ottimo avvocato di Monselice con lo stipendio di lire 1,50 al giorno come copista, che bastavano per campare meschinamente la vita a me e a mio figlio Arturo, ma la morte dello stesso avvenute nel 13 novembre, mi ha privato anche di quest'ultimo conforto lasciandone nella prospettiva di un rigido inverno privo di mezzi ed ove i bisogni della vita maggiormente sentire.
Non per tanto in mezzo a tante e così amare vicende, mi resta ancora l'animo per pensare a quei poveri carcerati che soffrono innocentemente sì a lungo senza poter giovare nè a loro stessi nè alla propria derelitta famiglia e quindi prego voi caldamente a volere prestare di buon animo per gli stessi o presso il Ministro, o presso chi altri voi meglio crediate, affinché gli sia fatta quanto prima GIUSTIZIA, sia pur questa quanto vuolsi rigorosa e severa, ma che si possa chiamarla veramente GIUSTIZIA.
...Stringendovi affettuosamente la mano, mi permetto chiamarvi con stima distinta Vostro Amico
Martino Monticelli
VILLA DUODO
1796 - IL CORAGGIO DI UN SERVO DEI BALBI
La notte del 6 novembre 1796 l'ultimo podestà di Monselice, Nicolò Balbi, fu svegliato di soprassalto da alcuni soldati francesi che, assieme al loro generale, chiedevano viveri ed altro. Al suo rifiuto il generale lo minacciò e si fece un gran clamore. Si svegliò, di conseguenza il servo dei Balbi che, entrato nella stanza e vedendo offeso il suo padrone, strappò dalla testa del francese il berretto dicendo che dinanzi ad un pubblico ufficiale si doveva aver rispetto. La cosa sembrò finire senza altre conseguenze, ma il 21 gennaio del 97 il generale Augerau, passando di là, chiese al Balbi la consegna del servo perché voleva fucilarlo. In caso contrario la città sarebbe stata incendiata. Il Balbi tentò prima di convincere il generale che il servo era pazzo, poi si giunse ad un accordo nel senso che il Podestà promise che avrebbe mandato a Padova il suo servo perché fosse punito. (Adattamento da G. RIZZETTI, Monselice, tip. A. Grassi, 1888)
1870 - NIDO DI VOLPI E DI VIPERE
La villa, che fu adibita nel 1859 e 1866 a ospedale militare e lazzaretto, fu ereditata nel 1867 dai Balbi-Valier i quali, a causa di continui dissidi di ordine economico al loro interno, lasciarono tutto il complesso architettonico in completo abbandono per circa un ventennio. Le Sette Chiese furono totalmente abbandonate dai naturali padroni; le volpi, i topi, i pipistrelli ne rovinarono l'interno, al di fuori le erbe, i giardini incolti ed il vagabondaggio facevano il resto, talché quella amena località fu ritrovo di pubblico malintenzionato, e di gioventù dedicata al facile vivere. Dietro alle cappelle del Santuario convenivano gli amanti, i giocatori di "Zecchinetta". (de "Il Veneto", 2O ottobre 189O)
1890 - LE SASSATE CONTRO I DUODO
Soltanto attorno al 189O, passati in proprietà dei fratelli Marco ed Alberico, la villa, il santuario e l'antico torrione vennero restaurati. Ma i proprietari intendevano impedire l'accesso ai monselicensi, che da decenni oramai, secondo una consuetudine consolidata, entravano liberamente nel cortile della villa e nella chiesa maggiore. Dopo una lunga lite che rischiava di diventare giudiziaria, si giunse alfine ad un accordo. Ma la convenzione non eliminò gli attriti, anche perché i proprietari tentavano con ogni mezzo di limitare il diritto di accesso. Verso il 19OO, ad esempio, i Balbi-Valier, con la scusa che alcuni ragazzi avevano sfregiato a sassate i busti marmorei dei Duodo attribuiti alla Vittoria. Inoltre chiesero che l'entrata alla villa fosse maggiormente regolamentata e che fosse garantita una adeguata sorveglianza.
1906 - ALLA LUCE DELLA ROMANTICA LUNA
Fra alterne vicende e continue crisi si giunse al 19O6, il luglio, quando i socialisti organizzarono una marcia sulla villa con duemila persone: "Quella domenica sera non fu una dimostrazione, fu la continuazione dell'esercizio di un diritto da parte dei cittadini acquisito da secoli dalla cittadinanza senza distinzione di confessione religiosa.. Al suono dell'Inno dell'Avvenire e non dei parassiti...la folla civilmente, senza strappare un filo d'erba, senza emettere un grido incomposto, alla luce bianca della melanconica luna,... salutò.. il trionfo del lavoro e la fine di un passato che non ha ritorno". ("L'eco dei lavoratori", 9 luglio 19O6)
1930 - IL CONTE NUDO OVVERO "LA SCANDALOSA VISIONE
La questione lungi dal trovare una razionale soluzione, sfociò invece in una lunga lite giudiziaria tra i conti e il comune. Un accordo fu raggiunto solo alla fine degli anni Venti, ma non ebbe una lunga durata. Scrive infatti Maria Damerini, una nobildonna grande amica dei Balbi e spesso ospite in villa: "Igo (Alberigo)s'era tenuto gran parte della proprietà di Monselice con metà del fabbricato. D'estate tutti si trovavano in villa ben divisa nella parte architettonica, piazzale dinnanzi, giardino, parco e pendii del colle, in comune. Ma la proprietà di Monselice, era gravata, a cagione di usucapione, di una strana servitù: i monselicensi potevano andarci a passeggiare fino al tramonto d'ogni dì in quanti volessero ed anche sul piazzale selciato fin sotto le finestre dell'abitazione... Igo Balbi non accettò e riuscì ad impedire l'afflusso di passeggianti durante tutta l'estate. Calzato di stivaloni, coperto da un cappellone piumato alla moschettiera, brandendo un frustino che tagliava l'aria fischiando, passeggiava e passeggiava per tutta la proprietà quant' era grande, durante il giorno quant' era lungo. Stivali, cappellone, frustino, e per il resto tutto nudo. Allora si ottenne il vuoto. Si raccontò a lungo della scandalosa visione che impauriva le donne. Oltre tutto Igo era in bel pezzo di marcantonio, forse impaurì ancor più i mariti". Gli attriti continuarono poi per gran parte degli anni Trenta, con petizioni al Vescovo, lettere sui giornali, interventi del Podestà Mazzarolli che era anche fabbriciere delle Sette Chiese.
1990 - LE CHIAVETTE ANTIEPILETTICHE
"A Monselice è assai viva nel popolo la tradizione di accompagnare i bambini al santuario per la benedizione, per proteggerli dalla epilessia e per appendere al collo di questi le tradizionali "chiavette". (Da un quotidiano del 19OO) "La Difesa del popolo" del 21 maggio 1933 ci informa che "Dio volle che fra le numerose reliquie che ci ricordano la Vergine, i Santi e i Martiri potessimo enumerare alcune preziosissime reliquie della Passione di Cristo: una particella della Santa Croce, una Sacra Spina, alcune gocce del preziosissimo Sangue e altro ancora".
VIA XXVIII APRILE
1876 - IL CAFFÈ GRANDE
" Io ho conosciuto Zago a Monselice quando vi capitò con la compagnia di Gaetano Benini, il padre di Ferruccio. Era la primavera del 1876 e il teatro si apriva per la fiera delle feste pasquali. La compagnia doveva fare dieci recite sole, invece ne fece 85, rimanendo inchiodata nella piccola città per circa 5 mesi. Emilio Zago che recitava, per modo di dire, anche fuori di teatro, portando la nota gaia e burlona in ogni conversazione, era diventato quasi una necessità dell'ambiente, per i buoni monselicensi, miei concittadini. Ricordo quando Zago veniva a fare con noi lunghe passeggiate notturne. Egli ci teneva tutti allegri, benché la bolletta per lui fosse terribile. Andava spesso a pranzo dal vecchio medico dottor Ghedini il quale diceva a tutti: " Io curo gli ammalati, e Zago si prende cura di me! " Delle interpretazioni, date da Zago nel modesto teatro di Monselice, due mi rimisero impresse; quella del " Sindaco de Torcello " nella " Statua de sior Paolo Incioda " e quella di " Giovanni " , uno dei quattro servi de " L'amor senza stima " del Ferrari. Io pensavo, sin da quell'epoca, che Zago dovea divenire una celebrità. E la profezia si è avverata. Frattanto il nostro Emilio aveva rinnovate le pratiche per entrare nella compagnia Morolin. In un giorno dell'agosto 1876, mentre stava seduto al Caffè Grande, con noi discorrendo del più e del meno, un fattorino gli consegnò un telegramma. Era sior Anzolo ( Il Morolin ), che, ricredutosi, lo chiamava a Napoli, scritturandolo a 5 lire al giorno. Quel telegramma lo redimeva artisticamente ed economicamente ". E comincia, cosi, la straordinaria carriera del più importante attore veneto del secolo scorso. (Il brano è trattato da uno scritto del monselicense Carlo Monticelli ).
1944 - UN RASTRELLAMENTO
Una delle prime grosse azioni di rastrellamento avvenne nella notte del 6 aprile alla Stortola, che così viene succintamente raccontata in un documento inviato direttamente a Mussolini: " Nella notte del 6, alla Stortola, Vanzo, San Siro, Conselve e Arre reparti della GNR rinforzati da elementi tedeschi e con l'appoggio di un carro armato effettuarono un'azione di rastrellamento conclusosi con l'arresto di 150 ribelli. Inoltre un bandito rimase ucciso e un altro ferito gravemente. Da parte nostra due feriti leggeri, un italiano e un germanico... Nella notte del 23 furono diffusi manifestini incitanti i cittadini ad aiutare il movimento ribelle e a colpire i confidenti dei fascisti ". Il manifestino così recitava: " In questi giorni le bande di mercenari fascisti hanno invaso la nostra zona. Nella caccia i negrieri hanno esercitato più di 150 persone. Un agricoltore che dopo la mezzanotte si rifiutò di aprire temendo il furto da parte dei ladri in camicia nera si vide il fuoco appiccicato alla sua casa davanti agli occhi dei suoi. PATRIOTI PADOVANI simili delitti devono esasperare il vostro odio profondo contro i nemici tedeschi i loro sgherri fascisti. Rispondete ai colpi coi colpi. Dente per dente, occhio per occhio. Tutti coloro che applicheranno il bando di fucilazione sul posto dei patrioti Volontari della Libertà sorpresi in possesso di armi, saranno ritenuti colpevoli di altro tradimento contro la Patria e come tali condannati a morte. I criminali che non saranno raggiunti dalla giustizia della formazioni armate patriottiche saranno inflessibilmente puniti domani dai tribunali popolari. Il motto dei patrioti napoletani sia il vostro: " Se non avrai ucciso almeno tre tedeschi non sarai degno di essere italiano ". Giovani per resistere unitevi in piccoli gruppi, fatevi la guardi a vicenda e colpite le spie e i traditori. Raggiungete i Partigiani e lottate per l'Italia indipendente lottate con spirito Garibaldino fino allo sterminio dei nazisti e dei loro servi. All'odio vostro e di tutti i padovani additiamo alcuni responsabili dell'efferato assassino " (seguono i nomi di una decina di fascisti locali che riteniamo opportuno non riportare ).
1944 - I PARTIGIANI
Monselice ha avuto una decina di morti nei campi di concentramento, deportati perché appartenenti al movimento partigiano. I fascisti poterono catturarli grazie alla delazione di alcuni doppiogiochisti che, individuati nei mesi immediatamente precedenti la Liberazione, fecero quasi tutti una brutta fine. Tra le carte dell'ex vice-federale Primo Cattani, abitante a Monselice, fu rinvenuta una busta con alcuni documenti significativi come il seguente: " I ben noti capibanda ( A ), ( B ) organizzatore e segretario della Brigata Rossa, ( C ), ( D ), ( E ), ( F ), elementi già noti nel campo ribellistico. Costoro sono provvisti di un tesserino tedesco del capitano Lembke del Comando presidio di Este. Codesto tesserino ha validità mensile. I sopraelencati sono già stati fermati per ben due volte dalle Brigate Nere di Monselice, e in seguito liberati per mezzo del Capitano Meneghini della Guardia Nazionale Repubblicana di Monselice. Costoro ora sono informatori della GNR di Monselice dove in questo periodo di stasi per loro informazioni date si sono potuti arrestare due inglesi che si trovavano nella zona. Per ogni eventualità prima di arrestare i sopraelencati sarebbe bene mettersi d'accordo col Capitano Meneghini perché a quanto sembra danno a suo carico preziose informazioni. Però bisogna tener conto che si stanno nuovamente organizzando e tempo addietro hanno avuto un lancio da aerei nemici ".
1945 - LA LIBERAZIONE
" Il giorno 25 il comandante della brigate nere e quelle della GNR vennero avvistati che se entro 24 ore non avessero consegnato le armi sarebbero stati attaccati dalle nostre formazioni i comandanti suddetti si dettero alla fuga e le truppe di presidio vennero catturate. Furono prese in consegna le caserme e occupati il municipio e le carceri di Monselice. Non appena giunto l'ordine di attacco cominciammo la lotta contro pochi gruppi tedeschi di passaggio. Nella frazione Ca’ Oddo due garibaldini vennero colpiti a morte dopo un violento combattimento contro forze preponderanti nemiche fra le quali si ebbero tre morti e feriti gravemente altri due. Sulla via per Este, una nostra squadra volante si imbatté in un gruppo di tedeschi. Ne avvenne un furioso combattimento che costò al nemico otto morti e due feriti. Sulla strada di circonvallazione di Monselice e precisamente nella località dove era istallato il comando tedesco presso la villa Breda un nucleo di 23 tedeschi furono affrontati da una nostra squadra. Nei combattimenti che ne seguirono e che durarono oltre mezz' ora trovarono la morte due nemici. Il resto si arrese" .
1945 - TESTIMONIANZA
Di quel 25 aprile, quando si presero in consegna le caserme, questo ricorda il partigiano Tiberio Bernardini: " Il maresciallo Barbieri ( che era d'accordo da tempo coi partigiani ) aveva detto a Cursio ( Raffaele Curzio, maresciallo della GNR, pugliese, uno dei fascisti più temibili durante il periodo repubblichino ) : " Guarda che qua bisogna salvare il salvabile ". Allora siamo andati da Savioli l'impresa funebre, mi son fatto dare il carretto a mano col quale portavano via i morti e siamo andati in caserma e abbiamo portato via tutte le armi. Abbiamo fatto due viaggi con le armi. Cursio era con noi, lo abbiamo tenuto. Al secondo viaggio, siccome c' erano i tedeschi in giro, abbiamo dovuto fare un giro vizioso, là dove avevano fatto un muro ( vicino al monumento era stato innalzato un muro per impedire che i tedeschi in ritirata entrassero in città ). Allora sento che i tedeschi chiamano Cursio. Lui ci scortava in divisa, col mitra. Insomma Cursio s' era messo al nostro servizio, grazie all'interessamento di Barbieri e del CLN. Lui è davanti a me e dico: " Guarda che ti chiamo! " Cursio va da loro e parla assieme. " Cosa volevano? " " Mi hanno chiesto se ripieghiamo anche noi ". I tedeschi credevano che fossimo sequestrati e abbiamo fatto il giro. Le abbiamo portate in via XXVIII Aprile, dove abita oggi l'avvocato Greggio ".
VIA ROMA
1930 - VIA VITTORIO
Via Littorio ci riporta alla Monselice degli anni Trenta quando, in piena "normalizzazione", lo squadrismo sembra ormai un lontano ricordo. Un ricordo da bastonate patite dal sindaco di Pernumia e consigliere provinciale Enrico Crociati, costretto dai fascisti monselicensi a lasciare il Veneto; un ricordo le imboscate al vecchio deputato socialista Angelo Galeno atteso davanti alla casa della donna cui era legato la signora F. ; un ricordo l'uccisione del povero Usaggi ad opera di un luogotenente del capostazione Michelangelo Breccia.
Tutti inneggianti al Duce che sulle rovine del bolscevismo ha ripristinato gli antichi valori. I frati, ad esempio, spediscono una copia dell'opuscolo "Nella solenne inaugurazione dell'istituto Missionario Francescano in Monselice" a Mussolini, che li ringrazia tramite il suo segretari particolare.
1932 - RIVELAZIONI DI UN VENTENNE
Ma è consenso completo ?
La crisi del '29 ha come conseguenza un brusco peggioramento delle condizioni vita tra i ceti più deboli; e un opposizione cauta, nascosta in qualche modo tende a manifestarsi.
Una lettera datata Monselice '24 aprile 1932, arriva al Duce.
"On. Comando Generale,
da vero fascista, degno figlio di questa Italia, terre di rosse speranze in avvenire per l'energico agire del nostro Duce, comunico ora a questo On. Comando Generale, una relazione sulla politica generale del Veneto. La numerosa classe operaia e contadinesca è contraria all'idea, accogliendo l'agire del fascismo con disprezzo, disonorandolo, trattandalo da falsario, sperperatore, insultatore ecc. ecc.
Nei luoghi pubblici, all'infuori dei principali, oppue pre le vie, contadini e operai discutono spesso sulla condotta del regime mormorandone la prossima caduta fra due anni prossimi.
Le autorità locali non possono accertarsi di ciò , data la segretezza dell' agire di questa massa operaia.
Con desiderio manifesterei che ciò fosse comunicato al Duce.
Con fede
(.........) iscritto al PNF al FGC di Monselice e MSVN 54 Legione Est. Ora, venerdì 24, sono partito per la Libia".
Mazzarolli, il podestà interpellato sulle rivelazioni del ventenne, tenta in qualche modo di minimizzare dichiarando che "non ha mai potuto raccogliere una voce che potesse suonare odio o minaccia o rancore al governo" e si dice convinto che le "mormorazioni denunciate devono esclusivamente riferirsi ai fenomeni contingenti della attuale crisi". E tuttavia è costretto ad ammettere che "tenuto presente l'attuale stato la crisi economica, che è causa di parecchi dissesti e di molte preoccupazioni, e della disoccupazione che più del solito colpì e colpisce la massa operaia, non è improbabile che da qualche singolo si sia fatta risalire la colpa dello stato di disagio esistente al Governo e al Regime.
1937 - ESTREMA MISERIA
Con la guerra d'Africa il fascismo conquistò il massimo dei consenti perché tutti pensano che gli operai trovassero lavoro nelle colonie e che ci sarà terra per tutti.
Ma la speranza si tradusse in ben presto in un'amara delusione. Lo si può capire leggendo questa impressionante relazione del Questore di Padova, datata 30 marzo 1937:
"Abitanti dei comuni di Baone, Galzignano, Monselice e specialmente Arquà Petrarca si recano sulla località Monte Ricco... e... contro il divieto dei due guardiani giurati... estirpano una pianta della Lippia che dopo accurata lavorazione rivendono ricavandone un modestissimo guadagno. Detta pianta che nasce del tutto spontanea... non è stata mai fatta raccogliere... per assoluta mancanza di convenienza economica, dato che la spesa per stiparla, pulirla e lavarla supererebbe di molto il prezzo che potrebbe essere ricavato dalla vendita...
Quest'anno a causa dell'estrema miseria in cui versa quella popolazione... , sia per la grande disoccupazione, sia per la mancanza di ogni risorsa locale e sia per gli scarsissimi raccolti delle ultime annate agricole... , moltissimi abitanti, che qualche giorno hanno raggiunto il rilevante numero di 400, spinti dall'assoluta indigenza in cui versavano si recano... a raccogliere detta piante, e un buon lavoratore pur lavorando con lena... dopo 9-10 ore di lavoro giunge appena a raccogliere una quantità che dopo lunga e accurata pulitura e levatura sì e no riesce a vendere per 5 o 6 lire... L'interventi decisi dei carabinieri, i sequestri dei sacchi col frutto del duro lavoro, le denuncie e la prigione non valsero a fermare la massa dei diseredati che continuarono a perlustrare fino a che le piante non furono del tutto esaurite".
1944 - L'ARRESTO DEI "29"
Dell'arresto dei 29 partigiani monselicensi, avvenuto nella notte tra il 17 e il 18 ottobre del 1944, Mussolini fu informato qualche giorno dopo della seguente comunicazione: "Da qualche tempo il comandante il distaccamento del GNR di Monselice aveva avuto sentore che nella zona si stava costituendo un battaglione di fuorilegge; dopo accurate indagini accertava la responsabilità di certo Luciano Barzan, fu Enrico, da Monselice. Effettuata una perquisizione nella casa del Predetto Barzan, venivano rinvenuti un elenco nominativo dei componendi il Primo Battaglione aquila della "Brigata Garibaldi di Padova" aderendo al Comitato di Liberazione Nazionale, cartelle del prestito per la liberazione nazionale, due buoni di prelevamento intestati "Corpo volontari della Libertà " e raffigurati su ciascuno di essi un garibaldino imbracciante il moschetto, oltre a vari documenti, una pistola "Glisenti" e alcune cartucce.
Il Barzan veniva tratto in arresto e sottoposto ad interrogatorio; con l' ausilio delle informazioni da lui fornite si potevano identificare ed arrestare tutti i componenti del battaglione Aquila, ad accezione di uno [Luigi Giorgio] irreperibile.
I fermati, da cui la maggior parte era armata, sottoposti ad interrogatorio, affermarono che la loro partecipazione al Primo Battaglione Aquila giustificandosi di avere aderito all'iscrizione senza essere a conoscenza del fine che il costituendo battaglione si proponesse. Gli arrestati per ordine del Capo della Provincia [Menna], sono stati passati a disposizione dell'Esercito tedesco".
Un secondo documento informa che "fu pure scoperto l'ufficio attrezzato anche di macchina da scrivere i cui caratteri... risultavano essere quelli di alcune lettere minatorie che circolavano tempo addietro. Oltre al comandante e al vicecomandante furono arrestati gli informatori segreti, quelli addetti al collegamento e tutti i componenti che in totale sono 29".
Angelo Barison che assieme a Tiberio Bernardini apparteneva al gruppo ricorda ancora quando gli otto esponenti più importanti del battaglione uscirono dalla caserma di tortura del SD, con i polsi bruciati dalla corrente elettrica e la "faccia grossa così ". Aggiunge pure che l'ufficio dove tenevano la macchina da scrivere era presso la casa dell' addetto alla stampa e propaganda, il figlio del gestore del "Bar del Beduino". Lì c'era la macchina da scrivere".
"Il Bar del Beduino", luogo di lotta, simbolo di una Monselice che si ribella alla ingiustizia e alla violenza. Come l'osteria "Alla Stella d'Italia" al tempo degli anarchici; come "Il caffè grande" al tempo dei propositi insurrezionali di Monticelli e di Galeno: come le osterie del 1850, al tempo dei briganti e della lotta antiaustriaca.
Perché anche attraverso le "osterie", attraverso la loro storia, nella bassa è possibile "fare la storia".