Il Coronavirus. Questa parola dallo scorso Febbraio riecheggia nelle nostre orecchie come una melodia conosciuta che vorremmo non sentire più. Purtroppo questa melodia ha segnato la vita di tutta la popolazione e continuerà a farlo per gli anni che verranno. Nessuno di noi, un anno fa, si sarebbe aspettato che tutta la sua vita sarebbe stata ridimensionata a causa di una pandemia. Ogni giorno, prima che l’epidemia avesse luogo, miliardi di persone davano per scontato tutte quelle piccole cose che caratterizzavano la normalità, non pensando minimamente ad un’interruzione della noiosa vita di routine. All’improvviso, però, siamo stati catapultati in questa realtà parallela paragonabile a un libro distopico sul filone di 1984 di George Orwell.
Non siamo sulla stessa barca.
Quello della pandemia di COVID-19 è stato certamente un evento improvviso che ha impattato la vita di chiunque in ogni parte del mondo. Eppure, non tutti sono stati colpiti allo stesso modo, né hanno reagito identicamente. “Siamo nella stessa tempesta, ma non sulla stessa barca”, ha riassunto efficacemente il poeta inglese Damian Barr.
C’è chi ha avuto, durante il lockdown e nei mesi successivi, il privilegio di dimenticarsi della pandemia e di vivere il lockdown come in vacanza, rilassandosi e sfruttando il tempo libero per dedicarsi alla famiglia e coltivare nuovi hobby. Ne è senz’altro testimone il periodo in cui lievito e farina erano introvabili perché erano andati a ruba.
C’è chi è riuscito a proseguire la propria normale routine, forse volendo credere che la situazione, nella sua transitorietà, non avrebbe portato ad alcun cambiamento nella propria vita e nel mondo circostante. In questo caso, si è cercato, per quanto possibile, di mantenere i propri orari ed essere produttivi come in circostanze normali, di vestirsi bene anche durante lo smart-working e di non andare a dormire alle tre di mattina.
La maggioranza, però, non ha avuto il privilegio di aver trascorso così positivamente questo periodo, un privilegio concesso da stabilità economica, mentale e familiare. Non sono pochi coloro che hanno sperimentato in maniera negativa gli effetti della pandemia e del conseguente lockdown; non ci si riferisce solo a tutte le donne chiuse in casa con mariti violenti, o a coloro che una casa non ce l’hanno, né solamente a chi era lontano dalla propria famiglia e ha vissuto da solo, né a chi il COVID l’ha sperimentato sulla propria pelle o ha visto i propri famigliari soffrire per questa malattia, né a chi conviveva già con qualche disturbo mentale e nemmeno soltanto ai “nuovi poveri”, che hanno perso tutto con la chiusura delle proprie attività. L’esperienza del lockdown ha, infatti, disorientato e danneggiato anche coloro che non erano in situazioni tragiche, che erano nelle perfette condizioni di vivere il privilegio prima descritto. Molti si sono ritrovati con tanto tempo libero a disposizione e non sono stati in grado di sfruttarlo positivamente. La mancanza di orari precisi e la notevole riduzione degli impegni, ha fatto emergere paure nascoste, che non erano state prese in considerazione per via del trantran della vita consueta, o ansie dovute alle conseguenze della pandemia.
Alla fine del lockdown sono stati, dunque, riportati notevoli aumenti nei casi di malattie mentali, tra cui disturbi d’ansia dovuti al terrore dei contagi, alla paura dell’isolamento, all’incertezza della situazione corrente e al timore di una grave crisi economica. A casi di depressione, decisamente in aumento, si è giunti attraverso riflessioni personali unite a sentimenti di inutilità, suscitati da insuccessi o circostanze come quella del lockdown, durante il quale, a causa dell’assenza di obiettivi da raggiungere, con la sospensione delle varie attività, sono scaturite queste emozioni.
Non siamo per nulla tutti sulla stessa barca: si è appena osservato come alcuni si siano goduti una crociera, mentre altri abbiano visto la propria zattera distrutta dal mare agitato delle proprie ansie.
La solidarietà ai tempi del Coronavirus
Eppure, una cosa ci accomuna tutti e a ciò siamo tutti soggetti, chi più, chi meno: siamo fragili e mortali. Ed è in ciò che ci siamo tutti uniti per far fronte comune al Coronavirus, riscoprendo il significato di solidarietà.
Abbiamo scoperto che non siamo invincibili, che, anzi, un microscopico essere a metà fra la materia inanimata ed animata, può vincerci facilmente. Abbiamo compreso, per esempio, che, non indossando la mascherina e che incontrandosi in gruppo, non danneggiamo solo noi stessi, ma anche gli altri, sconosciuti e a noi cari. Certo, un concetto banale: “l’unione fa la forza”. Un concetto, però, troppo spesso dimenticato da una società fortemente individualistica, in cui, per ottenere un proprio vantaggio, talvolta si danneggiano gli altri; una società che oggi riscopre che l’essere umano, per quanto egoista, sta bene se è lo stesso per la sua comunità.
Ci sono anche altri lati positivi. Saremo, forse, in grado di apprezzare maggiormente quello che abbiamo e celebrare ogni piccola cosa. Questa ardente ritrovata passione per la vita ci porterà a non dare per scontato le cose che prima ci sembravano imperiture, poiché non potremo mai prevedere cosa il futuro ci riserva.
Inoltre, può darsi che molti abbiano trovato conforto nei rapporti familiari, entrando maggiormente in confidenza l’uno con l’altro, e che questa unione perduri in futuro.
Nonostante molti usciranno da questa situazione come persone totalmente diverse, impossibilitate dal divincolarsi totalmente dal peso che li opprime, grazie alle persone che hanno speranza, si riuscirà a trovare una normalità diversa ma non per questo meno piacevole di quella di prima.
La lontananza
Una visione piuttosto ottimistica, questa. Senz’altro, però, non ci saranno soltanto effetti positivi. Oltre all’impatto sul singolo individuo, descritto precedentemente, anche la socialità ne risentirà.
Per citare Aristotele, l’uomo è, per natura, un animale socievole che necessita un confronto e una volta venuto meno questo confronto, la solitudine inizia a prendere piede nell’animo delle persone. Essere soli per scelta permette di riflettere e rilassarsi, ma, quando diventa un’imposizione, la situazione cambia. Attraversare momenti così difficili da soli ha causato dei radicali cambiamenti nel modo di essere di molte persone, le quali probabilmente, non riusciranno più a vivere liberamente come prima. Avranno sempre una sorta di freno nelle relazioni sociali che impedirà loro di condurre la vita senza ansia.
Questa è una cesura, dopo la quale ci saranno dei cambiamenti radicali e permanenti, eppure continuiamo a dire “quando torneremo alla normalità...”, dimenticandoci che la normalità del futuro sarà diversa da quella cui eravamo abituati.
Si sente spesso dire: “portiamo pazienza, un domani torneremo ad abbracciarci”. Davvero ci si tornerà ad abbracciare? Dopo mesi, se non anni, di distanziamento sociale, quando si avrà di nuovo la possibilità di avvicinarsi, toccarsi, abbracciarsi e baciarsi, davvero saremo liberi di farlo? È forse più probabile, invece, che si manterrà un minimo di lontananza l’uno dall’altro.
Non si parla solo di un allontanamento fisico, ma anche a livello psicologico. Le persone sono più appagate e si sentono meglio comprese, quando si possono incontrare fisicamente. Il confronto mediato da uno schermo fa perdere l’empatia, facendoci sentire più distanti l’uno dall’altro. Siamo ormai abituati a frequentare una scuola virtuale e, per quanto i social network abbiano aiutato molto, non sono riusciti a sopperire alla mancanza di un rapporto vero, dal vivo. Dunque, tra gli amici, anche quelle poche volte in cui si incontrano, con tutte le distanze e mascherine del caso, sembrano frapporsi delle barriere psicologiche. In un’età come quella adolescenziale, in cui si sta ancora formando il proprio modo di rapportarsi con gli altri, trascorrere mesi in casa, con la sola compagnia dei propri famigliari, non potrà che provocare dei danni, nella migliore delle ipotesi non permanenti.
Non ci resta che sperare, allora, che davvero queste conseguenze non siano permanenti, e questa nuova società non si porti dietro gli strascichi del distanziamento che, per oggi, ancora ci divide.