LE EMOZIONI
Dopo aver letto, ascoltato ed interpretato altre interviste sullo stesso tema, rivolte a molteplici persone di sesso diverso e di svariate età, è stato possibile individuare ed analizzare le emozioni ed i pensieri, talvolta diversi fra loro.
È emerso che il sentimento che ha caratterizzato la maggior parte degli intervistati è stata la paura, in quanto ci si è trovati di fronte ad un nemico "invisibile" e sconosciuto; infatti nessuno aveva idea di come porsi davanti ad una situazione così nuova, mai vissuta prima.
Le emozioni prevalenti variavano in base all'età, alla attività e al luogo di residenza dei soggetti. Abbiamo dunque analizzato i differenti stati d'animo, degli intervistati di varie fasce d'età ed impiegati in diverse professioni.
I GIOVANI
Essi sono gli unici a palesarsi davanti alla telecamera con spensieratezza e senza preoccupazioni, probabilmente non essendosi resi conto della gravità dell'insolita situazione vissuta tra i mesi di febbraio e maggio. D'altra parte, è emerso dalle interviste, che i genitori, nonostante le avversità conseguite alla difficile condizione imposta dal virus, abbiano rappresentato, potendo trascorrere più tempo con i propri figli, un aspetto positivo.
I bambini intervistati, non essendo in grado di comprendere appieno la situazione, hanno vissuto la pandemia con meno consapevolezza e con l'ingenuità tipica dei bambini. Hanno, piuttosto, percepito la preoccupazione dei genitori e mimato di conseguenza i loro atteggiamenti.
I più piccoli, essendo più "plastici", si sono riusciti ad adattare ai cambiamenti con maggiore facilità rispetto agli adulti e la loro ingenuità ha permesso loro di vivere l’intera situazione più serenamente, ritrovando a tratti la positività che altri avevano perso più facilmente. Perciò non hanno visto la quarantena come una tortura. La nostalgia di amici, compagni e parenti era senz'altro presentissima e a volte la noia si è fatta sentire, ma il periodo di lockdown è stata per loro un’occasione di riposo e di riunione con la propria famiglia.
Anche i ragazzi adolescenti hanno sfruttato al meglio questo periodo di rallentamento, concentrandosi sui propri interessi e sulla propria famiglia. La loro visione è tendenzialmente positiva. Ad esempio, Matteo Z. non pensa che ci sarà un nuovo lockdown e Massimiliano C. è convinto che la diffusione del COVID non durerà a lungo. Forse, una preoccupazione dei giovani è quella di trasmettere il virus ai nonni.
GLI ADULTI
È dunque interessante notare la differenza dello stato d’animo dei giovanissimi, più sereno, rispetto a quello degli adulti. Questi, infatti, pienamente consapevoli della situazione, hanno vissuto la quarantena in maniera opposta, passando mesi difficili sia a livello psicologico che, in certi casi, fisico.
Bombardati di notizie dai telegiornali, è ricorrente negli intervistati il ricordo del momento della conta dei contagi. Pressoché tutti gli adulti attendevano la sera per sapere l’andamento dei contagi e, sempre, la speranza di un miglioramento veniva delusa. Viene evidenziato da svariati intervistati come i media, per quanto fornissero spesso informazioni veritiere, ponessero gli eventi in modo estremamente drammatico, ad esempio definendo la lotta al virus come una guerra. Chi è dovuto rimanere a casa non ha avuto modo di sapere come le cose stessero veramente e, facendo interamente affidamento non solo ai telegiornali, ma spesso anche al web, ha visto gli eventi descritti nella chiave drammatica tipica dei media.
Lavoratori in campo medico
Una parte dei lavoratori ha continuato a svolgere il proprio mestiere in presenza. È il caso dei lavoratori in campo medico (medici, infermieri e farmacisti) hanno percepito la sensazione di muoversi nel vuoto, a tentoni, agendo contro una malattia mai vista prima, di cui non si sapeva niente; a ciò si è aggiunta la sorpresa nel vedere l’ospedale completamente rivoluzionato, nel caos dei cambiamenti apportati senza seguire i protocolli. Gli ospedali sono stati i primi a risentire degli effetti del COVID, quindi i primi luoghi a essere riadattati, e i medici i primi a venire contagiati.
Lo stato d’animo prevalente è stato probabilmente lo stress: in Italia, gli ospedali erano pieni di malati COVID e molti medici sono stati spostati da reparti che sono stati chiusi a nuovi reparti d’emergenza; in America, in aggiunta, buona parte della popolazione era incurante o ignorava i rischi di un contagio. Julia H., infermiera americana, ci racconta, inoltre, di aver lavorato con misure di protezione inadeguate al caso.
Coloro che lavoravano in campo medico, tra i pochi a poter uscire durante il lockdown, si sono detti impressionati dalle strade deserte. La distanza nei rapporti con i pazienti, dovuta all’assenza di contatto fisico e visivo (infatti i medici, oltre a non poter toccare i pazienti, dovevano portare tute protettive che non permettevano di essere riconosciuti) è stato un altro cambiamento percepito negativamente.
Si è fatta sentire, infine, anche l’ansia di essere infettati dal virus e di trasmettere la malattia ai familiari e il timore che, nelle complesse procedure richieste per cambiarsi d’abito, si sbagliasse un passaggio, rischiando di contaminare oggetti personali.
Ma in una situazione così caotica e stressante, è emerso l’importante elemento della solidarietà. Medici, infermieri e volontari hanno infatti collaborato al meglio, aiutandosi per arginare il più possibile l’impatto del COVID.
Quest’ultimo aspetto, fa notare lo studente Alberto M., sarebbe idealmente presente anche nella società, ma è in pratica assente; è anzi sostituito da una tendenza a chiudersi in se stessi che, con questo lockdown, è aumentata ulteriormente.
Lavoratori in smart working
Molti dei lavoratori intervistati sono stati costretti allo smart working, bloccati in casa. Per alcuni questo non è stato un cambiamento radicale, in grado di sconvolgere completamente la routine. Per altri la noia, la piattezza delle giornate sono state inevitabili conseguenze del rallentamento che tutto il mondo ha subito con questo cambiamento. Gli stati d’animo prevalenti erano, dunque, il senso di costrizione e, soprattutto per chi era in isolamento lontano dai propri cari, la solitudine.
A questi sentimenti si è accompagnato anche un diffuso senso d’impotenza, d’inutilità, per l’impossibilità di contribuire alla lotta al virus; nessuno, però, si è reso conto di aver contribuito positivamente rimanendo a casa. A tal proposito è bellissima l’immagine di una bambina di nove anni, Sara P., che, alla richiesta di rappresentare il periodo di quarantena, ha disegnato una casa con dentro, al sicuro, la propria famiglia, e fuori il virus.
Gli stati d'animo che sono emersi non sono esclusivamente negativi: anche la speranza ha giocato un ruolo fondamentale. Solo il pensiero di un futuro sereno poteva essere un modo per sfuggire alle disgrazie quotidiane, nonostante la progettualità a breve termine fosse resa impossibile dalle poche informazioni riguardo il virus. Sperare ci ha fatto rimanere ancorati per terra, facendoci dimenticare in parte la sofferenza. Alcuni, come Monica, hanno trovato la speranza nella fede e nella religione.
Altri hanno deciso di prestare soccorso a coloro che ormai la speranza l’avevano persa, facendo del volontariato, come ad esempio Marino B., il quale ha aiutato i malati in un ospedale da campo a Bergamo, oppure come Alberto M., che ha distribuito gli alimenti ai più bisognosi del proprio quartiere.
GLI ANZIANI
Quella degli anziani, essendo questi più fragili, è stata la fascia più colpita dalla malattia. Non è quindi sorprendente notare il timore di un contagio negli appartenenti a questa categoria.
Sono stati intervistati anche anziani che, prima della pandemia, si occupavano di diverse attività, che poi, loro malgrado, sono stati costretti a sospendere. Allora, come per i lavoratori, è percepibile il dispiacere di chi, dall’essere perennemente in movimento, ha dovuto fermarsi. La chiusura dei luoghi di riunione per gli anziani ha innescato nella maggior parte di loro un senso di abbandono e solitudine, non potendo oltretutto frequentare i propri figli, nipoti e parenti più stretti.
Molto interessante e commovente è il discorso di una nonna, la quale, in seguito alla diffusione del COVID e all’inizio del lockdown, riflette sulla tematica della brevità del tempo davanti a sé, affermando di non voler sprecare in futuro neppure un secondo per poter vivere ogni istante con i suoi nipotini.
Mariangela F. esplicita, poi, un aspetto ricorrente nelle interviste di diverse categorie di individui. Evidenzia come ai rapporti via schermo manchi qualcosa, la cui causa, probabilmente, non è da trovare nella sua inesperienza con le tecnologie, come lei sostiene. Uno studio citato dallo studente Alberto M. sottolinea come, nei rapporti scolastici in videochiamata, gli studenti provassero minore tensione; dunque la presenza di un mezzo permette all’alunno di non aprirsi completamente, di non mettersi del tutto in gioco. Questo concetto può essere esteso ad ogni relazione che, durante il lockdown, è stata ridotta a una comunicazione via schermo.
Molti anziani si sono quindi trovati di fronte ad una situazione terribile, da alcuni definita addirittura peggiore della guerra, e spesso in totale solitudine, con la paura, accresciuta dai numeri dei decessi visti al telegiornale, di dover affrontare un’eventuale malattia che avrebbe potuto portare alla morte, senza la vicinanza dei propri affetti più cari.