Il Perdono è definito da Treccani come "l’atto di condono della pena da infliggere al colpevole": tuttavia, questa definizione giuridica non è esauriente.
Il perdono è uno dei temi più complessi e profondi che l’essere umano possa trovarsi ad affrontare lungo il suo percorso di vita. Scegliere o ricevere il perdono rappresenta un'esperienza di svolta per lo sviluppo di ogni individuo. È un punto centrale della vita di ognuno, per questo non può essere semplificato e banalizzato in un semplice atto di clemenza.
Il concetto di Perdono lega memoria e giustizia: il perdono non cancella il male subito, né ha l’obiettivo di far dimenticare/cancellare la crudeltà del carnefice, ma punta alla comprensione della situazione con conseguente sviluppo di una coscienza critica che impedisce il generarsi di ulteriore odio.
Nonostante l'umanità possa emanare un concetto così bello e profondo, agli occhi di molti il perdono può apparire come una scelta da deboli senza spina dorsale...
Eppure, in moltissime filosofie e religioni il perdono è considerato segno di forza interiore maggiore. Tuttavia, anche non aderendo a nessuna di queste correnti di pensiero, si può realizzare il coraggio di abbracciare questa scelta.
Un esempio lampante della forza d'animo necessaria per perdonare è la brillante filosofa Edith Stein: nata come ebrea tedesca, poi successivamente convertita al cristianesimo, scelse di intraprendere la vita monacale con il nome di Teresa Benedetta della Croce.
Deportata ad Auschwitz nel 1942, fu uccisa insieme a milioni di altre vittime innocenti. Nonostante il dolore e la sofferenza cui i suoi occhi sono stati esposti, nella sua filosofia si può ritrovare una fede e un’attitudine al perdono innegabili. Nemmeno di fronte a ciò che molti hanno descritto come un inferno terreno, i suoi valori sono vacillati, e Stein non si è mai piegata e arresa all’orrore che ha dovuto subire. Nelle sue lettere e nei suoi scritti non c’è nemmeno una parola che contenga odio, ma ogni sua frase è colma di una fiducia radicale nella bontà e nella dignità dell’essere umano.
Stein da molti è stata percepita quasi come una figura scandalosa in quanto ha scelto di perdonare ciò che sembrava imperdonabile.
Dopo aver aderito al Viaggio della Memoria e aver visitato il campo di Mauthausen, pare ancora più incomprensibile come qualcuno riesca a perdonare eventi e azioni che si configurano come uno dei punti più bassi dell’umanità.
I vari racconti delle guide fanno comprendere pienamente come la Shoah sia la vera e propria manifestazione estrema della disumanizzazione: persone private della loro umanità, sbeffeggiate da soldati che le ritenevano carne da macello.
Colpisce particolarmente vedere all’entrata del Campo la piscina dove i soldati tedeschi si divertivano a giocare con l’acqua, mentre i deportati appena arrivati, dopo giorni e giorni di digiuno, erano costretti a guardarli sprecare l’acqua che tanto avrebbero voluto bere.
In un contesto del genere, parlare di perdono sembra un’assurdità, dato che anche molti deportati hanno rifiutato quest’idea definendo ciò che hanno subito come imperdonabile.
Infatti, in questo contesto parlare di perdono è estremamente delicato ma anche estremamente importante.
Come è valida la scelta di coloro che hanno deciso di non perdonare, è altrettanto lecita la decisione di farlo. Ma ciò che è comune a tutte queste voci è la consapevolezza che mentre il perdono può essere un gesto personale, la memoria è un dovere collettivo.
Per questo io stimo molto Edith Stein: Edith incarna perfettamente una forma di resistenza lucida e consapevole, non rispondendo mai con la vendetta o con l’odio, ma nemmeno tacendo o sottomettendosi passivamente. La sua morte può apparire come una denuncia silenziosa, ma è innegabile il rumore che ha generato. Il suo perdono non cancella la colpa dei carnefici, ma rifiuta di lasciare che l’odio abbia l’ultima parola.
Questo bellissimo esempio di vita ci fa comprendere la vera forza del perdono. Ci insegna che è un vero e proprio atto di responsabilità, dato che tramite esso riconosciamo e comprendiamo il Male senza riprodurlo o giustificarlo e, soprattutto, ci permette di educarci alla memoria affinché un tale evento non ricapiti mai.
Questo messaggio è più attuale che mai. In molti paesi si sta assistendo a una rinascita di estremismi violenti e intolleranti. Movimenti che negano eventi storici, che fomentano il razzismo e creano nemici per ottenere consenso.
Il linguaggio dell’odio sembra prendere il sopravvento nel dialogo politico, diffondendosi a macchia d’olio, nascosto in molte forme. Questo odio è spesso giustificato come difesa dell’identità nazionale e del cittadino, o con la distorsione della memoria storica, creando una narrativa conveniente al fine di dividere le masse.
In un contesto del genere, il perdono può essere un faro nella notte che vigila e accompagna il percorso della giustizia e della verità storica. Per questo figure come quella di Edith Stein vanno ricordate con coscienza, come un vero e proprio gesto di consapevolezza politica e morale.
Inoltre, è importante visitare personalmente e guardare con i propri occhi gli scenari di queste orripilanti vicende e tenere viva la memoria, dato che il ricordo purtroppo sta scomparendo. Con l’avanzare degli anni, sono sempre meno i sopravvissuti che possono raccontare personalmente le loro storie.
Il ricordo non rimarrà vivo per sempre, morirà con chi l’ha vissuto, ma la Memoria, se ci impegniamo a tenerla viva, rimarrà sempre una forma di amore e responsabilità verso le generazioni future e quelle passate che hanno dovuto sopportare tale dolore.
Per questo, tengo a condividere questa mia esperienza e queste mie riflessioni: perché se non ci fermiamo veramente a riflettere sull’importanza e sulla differenza che può fare un singolo individuo, non comprenderemo mai la responsabilità e il potere che abbiamo nelle nostre mani. È lì che realizziamo il dovere di non dimenticare. Quando, raccontando di questo mio viaggio a mia nonna, l’ho vista emozionarsi e piangere, lì ho veramente compreso tutto questo. Sentendola invitarmi a raccontare di questa mia esperienza anche ai miei futuri figli, perché non voleva che la sofferenza di queste persone venisse dimenticata, ho compreso l’enorme potere della memoria.
Tenere viva la Memoria è scegliere di non rispondere al male con altro male, proprio come ci ha mostrato Edith Stein: vivere e morire senza odiare.
Oggi, di fronte a un ritorno di ideologie pericolose, il Perdono e la Memoria non devono diventare parole vuote di significato, quanto piuttosto un’esortazione alla coscienza, un invito a custodire la dignità della Persona anche nei tempi più oscuri e dolorosi.
A cura di D. Ceroi