"Nulla si crea, nulla si distrugge, tutto si trasforma." ~Antoine-Laurent de Lavoiser
Con il repentino sviluppo delle Scienze - in particolar modo della Fisica -, l’Essere Umano si è via via sempre più distaccato dalle domande fondamentali della Filosofia: o meglio, ha cessato di cercare/darsi delle risposte. E dunque, viene da chiederesi se la Filosofia sia morta...
La crisi spirituale ed esistenziale che ha caratterizzato l’uomo del XX secolo ha portato i/le giovani generazioni alla quasi totale sfiducia nella metafisica, nelle religioni e negli ideali politici. La coscienza collettiva giovanile pare essere sempre più lontana dalla Filosofia, per limitarsi ad un parziale interesse spesso circoscritto all'ambito storico della Disciplina, anche a seguito dell’approccio che le istituzioni scolastiche generalmente propongono alle giovani leve.
Secondo alcuni filosofi, storici, sociologi contemporanei stiamo vivendo la cosiddetta “Crisi delle grandi certezze”, caratterizzata dallo sdoganamento di:
credenza in una spiegazione onnicomprensiva e universalmente valida dell’esistenza;
concezione della Storia in termini di Progresso;
concetto dell’intellettuale impegnato che orienta le masse in direzione del Progresso storico;
dominio totale sulla Natura;
primato della Ragione scientifica sulle altre forme di razionalità.
La nostra epoca è infatti distinta dall’impossibilità di individuare una razionalità univoca della storia, e la nostra esperienza del mondo è sempre più immateriale poiché fondata sull’informazione – soprattutto mediatica.
Tra i nomi maggiormente conosciuti nel nostro mondo post-moderno vi è quello del filosofo e politico italiano Gianni Vattimo, cui dobbiamo la distinzione del Pensiero dell’Uomo moderno e dell’Uomo contemporaneo: il primo, definito come "Pensiero forte”, nonché identificato nella metafisica e nella pretesa di fondare in modo assoluto i principi gnoseologici; il secondo definito come “Pensiero debole”, o anche “post-metafisico” poiché rifiuta la stessa metafisica ed ammette plurime razionalità. Oggigiorno, in effetti, si può parlare di un collettivo "Nichilismo debole", cioè la certezza che non vi siano certezze assolute: la certezza di non essere certi...
Tuttavia, se da un lato si nota un certo allontanamento dalle speculazioni ontologiche della Filosofia, negli ultimi decenni il focus è in realtà traslato in diversi ambiti prettamente pratici ed etici, come la Bioetica, l’Etica ambientale e la Filosofia del Linguaggio.
La Bioetica è disciplina che nasce nel Novecento come risposta all’evoluzione della medicina e delle biotecnologie: si interroga in merito a pratiche come l’eutanasia, la fecondazione assistita, la clonazione, l’aborto o il trapianto di organi, ponendosi domande come "fino a che punto è lecito intervenire sulla vita? Quali limiti etici dovrebbero guidare l’azione medica e scientifica?"... Essa tenta di rispondere a queste domande cercando un equilibrio tra il rispetto della dignità umana e le potenzialità - spesso immense, ma subdole - offerte dalla tecnica...
Accanto alla Bioetica, prende forza una nuova sensibilità: quella dell’Etica ambientale, di cui si è diffusa ampia conoscenza...
Se, dunque, la Vita e la Natura interrogano la Coscienza morale, anche il Linguaggio diventa oggetto di profonda riflessione: la Filosofia del Linguaggio, sviluppatasi tra il XX e XXI secolo, si chiede come funzionano le parole, cosa significhi parlare, comunicare, capire. Filosofi come Wittgenstein, Austin e Chomsky hanno mostrato che il Linguaggio non è strumento neutro, ma qualcosa che struttura il nostro pensiero, che condiziona la nostra percezione del reale e che costruisce il nostro rapporto con gli altri.
La Filosofia, dunque, non è mai morta: essa è in continuo divenire... Cambiano i mezzi, gli obiettivi e gli approcci, ma non ha mai cessato di esistere, e dubitiamo profondamente che questo possa accadere!
A cura di Daniele Petralia