Perché il Cretaceo?
Il periodo che segue il Giurassico, a sua volta seguito dal Paleogene (circa 140 milioni di anni fa), vede fare la sua comparsa una struttura completamente nuova e rivoluzionaria nelle angiosperme, il gruppo più numeroso di piante che comprende fiori, alberi da frutto e piante erbacee, il cui nuovo organo riproduttivo segnò un momento di cambiamento cruciale, rivelandosi fondamentale per la loro rapida diffusione.
Ad oggi, i fiori rappresentano circa il 90% delle specie vegetali esistenti e continuano ad abbellire il nostro ambiente quotidiano. Da sempre, i fiori sono stati utilizzati come mezzo di comunicazione tra artisti e pubblico, scrittori e lettori: basti pensare alla tecnica adottata da molti poeti — da Joyce, a Montale, a Eliot — del correlativo oggettivo, figura retorica in cui un oggetto o un’immagine esterna rappresenta un’emozione o uno stato d’animo, rendendo tangibile per il lettore un sentimento intimo del poeta.
In questo articolo verranno analizzati alcuni casi in cui si osserva il ruolo centrale dei fiori nei versi poetici... Ma iniziamo da lontano...
Antica Grecia
Sicuramente, la storia di Narciso è una delle più significative da analizzare. Il termine italiano narciso deriva dal latino Narcissus, a sua volta dal greco antico Νάρκισσος (Nárkissos), nome del giovane protagonista del mito. La sua vicenda è narrata principalmente da Ovidio nelle Metamorfosi ed è incentrata sul tema dell’amore non corrisposto e dell’eccessivo amore per se stessi. Narciso respinge tutti coloro che si innamorano di lui e, come punizione per il suo orgoglio e la sua freddezza, viene condannato ad innamorarsi della propria immagine riflessa nell’acqua. Incapace di distaccarsene, muore consumato da un amore irrealizzabile. L’etimologia profonda del nome sembra derivare dalla parola greca νάρκη (nárkē), che significa “torpore” o “intorpidimento”, ed è collegata al verbo νάρκω (narkō), ovvero “stordire” o “addormentare”. Questi termini richiamano gli effetti della pianta sugli esseri viventi, ma anche lo stato di estasi e immobilità in cui cade Narciso nel finale del mito.
Antica Roma
Nelle Georgiche di Virgilio troviamo molte descrizioni della vita umana e della mitologia, accompagnate da riflessioni sul rapporto tra l’uomo e la natura. I fiori, in questo contesto, assumono un forte valore simbolico: rappresentano non solo la bellezza naturale, ma anche il frutto dell’impegno umano. Ad esempio, nei versi 338–350 del primo libro:
“Quando fiorisce il biancospino, e l’erba copre i campi,
allora, tra danze e canti, si celebrano le feste dei contadini.
Le fanciulle portano ghirlande di fiori intrecciati,
e gli altari fumano di incenso davanti alle divinità agresti.”
Il fiore diventa il fulcro del racconto, protagonista dei riti campestri e parte integrante della cultura popolare e religiosa.
Odissea e antichi Egizi
Il fiore di loto compare sia nell’Odissea di Omero che nella cultura egizia, permettendoci di confrontare le due civiltà. Nel nono libro dell’Odissea, Ulisse giunge alla terra dei Lotofagi, un popolo che si nutre del frutto (o fiore) del loto, dal sapore dolce come il miele. Il passo più noto recita:
“Quelli che mangiavano il loto non volevano più tornare... dimenticavano il ritorno.”
Chi assaggia il loto cade in un oblio totale: dimentica la patria, gli affetti e persino lo scopo del viaggio. Il fiore diventa così simbolo della tentazione e della pace ottenuta al prezzo della perdita di sé. In Egitto, invece, il loto (seshen) era un simbolo sacro nell’arte e nella religione. Fiorendo al mattino e chiudendosi al tramonto, rappresentava il ciclo solare, la rinascita e la vita eterna. Nei templi e nelle tombe era comune trovare raffigurazioni del dio solare o di Horus emergenti dal loto. Nel Libro dei Morti, una raccolta di formule per accompagnare il defunto nell’aldilà, il loto compare spesso, associato alla rinascita spirituale.
Ad esempio, la Formula 81 recita:
“Io sono il loto puro che emerge dalla luce, colui che siede nel mezzo del Sole.”
La differenza tra queste due visioni è netta: Ulisse rifiuta il loto e prosegue il suo viaggio, rimanendo fedele alla propria identità. Per gli Egizi, invece, il fiore simboleggia un’evoluzione positiva, un passaggio verso l’eternità e la conoscenza di sé attraverso la natura.
Divina Commedia
Nella Divina Commedia di Dante Alighieri, i fiori compaiono spesso, in particolare nel Paradiso, dove assumono un valore metafisico. Dante li utilizza per esprimere purezza, bellezza e, spesso, qualità femminili. Nel cielo Empireo descrive la “rosa mistica”, non come un fiore terreno, ma come una visione celeste formata da anime beate disposte a petalo attorno a Maria, centro della rosa. Il Paradiso è quindi un “giardino eterno di anime fiorite nella grazia”, simbolo di bellezza assoluta e amore divino, che racchiude l’essenza stessa del poema: il cammino dell’uomo verso la luce.
Gaspara Stampa (1500–1600)
Nel pieno Rinascimento, epoca in cui la poesia era dominata dagli uomini, Gaspara Stampa (1523–1554) si distinse come una delle voci più intense della letteratura italiana. Le sue poesie trattano amore, dolore e riflessione, e spesso il fiore — in particolare la rosa — assume un ruolo centrale.
In uno dei suoi versi più celebri scrive:
“Qui coglieremo a tempo e rose e fiori, ed erbe e frutti,
e con dolci concenti canterem con gli uccelli i nostri amori.”
La scena si svolge in un giardino d’amore, dove il lettore è invitato a cogliere la bellezza dell’attimo. La rosa e il fiore diventano simboli del desiderio, della fusione tra natura e sentimento. Gaspara anticipa una sensibilità moderna, rappresentando l’amore in tutta la sua complessità, senza idealizzarlo.
Pablo Neruda (1900)
Pablo Neruda (1904–1973), poeta cileno, ha scritto molte Odi elementari, incentrate sulla semplicità e sugli oggetti quotidiani. Nella sua Oda al diente de león (“Ode al soffione”) il fiore è simbolo di bellezza e speranza. Il soffione, con la sua leggerezza, rappresenta libertà e rinascita.
“Un fiore che vola,
un piccolo fiore che diventa seme,
che tocca il cielo con la sua piuma
e si fa viaggio nel vento.”
Attraverso la natura, Neruda riflette sull’esistenza umana, paragonando l’uomo al soffione: fragile, ma capace di staccarsi dalla realtà quotidiana e lanciarsi verso il futuro. Il soffione diventa così simbolo di speranza e rinascita.
I fiori sono una presenza costante nella Letteratura mondiale e assumono significati diversi a seconda delle epoche e dei contesti. La loro apparizione in così tante opere è così vasta che ci vorrebbe un’eternità per esplorarle tutte. Forse ci sarà una seconda parte per scoprire nuovi significati e connessioni...
In fondo, i fiori continuano a sbocciare tra le pagine dei libri, invitandoci a guardare oltre le parole e cogliere le infinite sfumature della realtà complessa che ci rivelano...
A cura di Melania Albergo