Mentre Enea e i suoi compagni sostano presso il fiume di Cere, la madre Venere gli appare improvvisamente dalle nubi e gli consegna i doni forgiati da Vulcano per incitarlo alla guerra contro Turno: le armi lucenti e lo splendido scudo su cui il dio ha cesellato gli eventi della futura storia di Roma e la cui descrizione (Eneide VIII, 617-731) rappresenta una vetta indiscussa dell'uso virgiliano della figura dell'ekphrasis che si chiude con la contemplazione da parte di Enea delle sue armi, tra cui lo scudo, "non enarrabile textum". Con queste parole Virgilio introduce la sua descrizione...
Egli (Enea), lieto dei doni della dea e di tale onore, / non riesce a saziarsi e volge gli occhi per ogni cosa, / e ammira e tra le mani e le braccia rigira / l'elmo tremendo per le creste, che vomita fiamme, / e la spada fatale, la lorica di bronzo rigida, / sanguigna, enorme, quale una cupa nube / quando arde ai raggi del sole e rifulge lontano; / poi i levigati schinieri di elettro e di oro rifuso, / e l'asta, e l'indescrivibile intreccio dello scudo. / Qui l'Ignipotente aveva effigiato i fatti italici / e i trionfi dei Romani non all'oscuro dei vati / né ignaro del tempo avvenire, là l'intera linea / della stirpe futura di Ascanio e le guerre combattute in ordine. [VIII, vv. 617-625]
Dopo la descrizione dello scudo, Virgilio prosegue...
Talia per clipeum Volcani, dona parentis,
miratur rerumque ignarus imagine gaudet
attollens umero famamque et fata nepotum.
[VIII, vv. 729-731]
Egli ammira tali cose nello scudo di Vulcano, dono
della madre, e ignaro dei fatti gode della loro immagine,
sollevando sulla spalla la gloria e i fati dei posteri.