“Veniansi incontra i cavallieri arditi,
fermando in sui le reste i gran lancioni,
grossi duo palmi, di nativo cerro,
che quasi erano uguali insino al ferro.
Di tali n’avea più d’una decina
fatto tagliar di su lor ceppi vivi
Sansonetto a una selva indi vicina,
e portatone due per giostrar quivi.
Aver scudo e corazza adamantina
bisogna ben, che le percosse schivi.
aveane fatto dar, tosto che venne,
l’uno a Ruggier, l’altro per sé ritenne.
Con questi, che passar dovean gl’incudi
(sì ben ferrate avean le punte estreme),
di qua di là fermandoli agli scudi,
a mezzo il corso si scontraro insieme.
Quel di Ruggier, che i demòni ignudi
fece sudar, poco del colpo teme:
de lo scudo vo’ dir che fece Atlante,
de le cui forze io v’ho già detto inante.
Io v’ho già detto che con tanta forza
l’incantato splendor negli occhi fere,
ch’al discoprirsi ogni veduta ammorza,
e tramortito l’uom fa rimanere:
perciò, s’un gran bisogno non lo sforza,
d’un vel coperto lo solea tenere.
Si crede ch’anco impenetrabil fosse
poi ch’a questo incontrar nulla si mosse” (XXII, 67-8)
“Con la medesma asta con che avea
Sansonetto abbattuto, Ruggier viene,
coperto da lo scudo che solea
Atlante aver sui monti di Pirene:
dico quello incantato, che splendea
tanto, ch’umana vista nol sostiene;
a cui Ruggier per l’ultimo soccorso
nei più gravi perigli avea ricorso.
Ben che sol tre fiate bisognolli,
e certo in gran perigli, usarne il lume:
le prime due, quando dai regni molli
si trasse a più lodevole costume;
la terza, quando i denti mal satolli
lasciò de l’orca alle marine spume,
che doveano devorar la bella nuda
che fu a chi la campò poi così cruda” (XXII, 81-2)