Intervista agli allievi e ai proff. del laboratorio sul metodo di studio
25 MARZO - Ultimo appuntamento con i nostri corsi del PN ORIENTAMENTO, di cui facciamo parte anche noi del giornalino. Dopo aver approfondito, nelle precedenti settimane, la conoscenza dei laboratori di teatro (proff.sse Popolo e Fiumara) e di robotica (proff. Caglio e Cannistrà), eccoci a fare quattro chiacchiere con i docenti CiroRoberto Di Luca e Vittorio De Cicco e coi loro alunni del corso sul metodo di studio, una riuscitissima news entry nel panorama delle offerte formative del nostro istituto.
Ai proff. Di Luca e De Cicco e alcuni degli alunni gli abbiamo mandato delle domande sul loro corso del metodo di studio e ad ogni domanda hanno risposto chiaramente queste domande sono:
Questo corso quando è iniziato e quando finirà?
Il corso è iniziato il 13 novembre e terminerà il 31 marzo, a ridosso con la pausa pasquale
In che giorni lo fate e quante ore dura ogni incontro?
Il giorno è il giovedì e ogni incontro dura due ore.
Quanti e quali alunni frequentano il vostro laboratorio?
Abbiamo deciso di tenere il corso sul metodo di studio esclusivamente per le prime, nella speranza di aiutare i nuovi arrivati a impattare al meglio con il carico di lavoro che la secondaria di primo grado porta con sé. Hanno partecipato alunni delle attuali 1^C, 1^D, 1^H, 1^F, 1^G. In totale i ragazzi sono quattordici.
In cosa consiste una vostra lezione?
La lezione parte sempre con un piccolo recap di quanto fatto nelle lezioni precedenti. Dopodiché, spieghiamo dei concetti base con i quali gli studenti si dovranno confrontare. Nella maggioranza dei casi, a quel punto, lasciamo gli studenti liberi di scegliere la disciplina con cui confrontarsi. Nella lezione sull’uso delle domande-guida, per esempio, dopo un breve recap sui metodi di selezione delle informazioni, abbiamo spiegato velocemente come si costruivano e come si gestivano le domande-guida, poi abbiamo fatto lavorare gli studenti a coppie sulle discipline che più preferivano (o che avevano da studiare per il giorno dopo). Il metodo è interdisciplinare.
I ragazzi solitamente lavorano da soli o a coppie/gruppi?
In gruppo, sempre in gruppo. Le dimensioni della classe sono tali che non avrebbe senso farli lavorare singolarmente. Inoltre, cerchiamo di sfruttare al massimo la concomitanza degli argomenti.
Per voi è la prima volta in questo ruolo?
Nel ruolo di formatori del metodo di studio, sì. Come professori, tutti i metodi che abbiamo cercato di insegnare in questi incontri erano già stati sperimentati all’interno della nostra progettazione curricolare. Le ore di lezione, però, spesso non sono sufficienti.
Questo corso nasce da difficoltà che avete notato nelle vostre classi da quando insegnate?
Non diremmo che le abbiamo notate solo noi. In generale, la difficoltà nell'approccio allo studio è una sensazione trasversale a tutto il corpo docente. Abbiamo ritenuto opportuno cercare il più possibile di aiutare i ragazzi che lo ritenevano necessario. Le ore di lezione, come detto prima, non bastano mai.
Quali sono, invece, le difficoltà che hanno gli alunni del vostro corso?
Principalmente, abbiamo riscontrato difficoltà nell’approccio allo studio, più che nell’effettivo studio. La difficoltà principale che abbiamo riscontrato è stata la generale rassegnazione. Molti dei nostri ragazzi partivano con l’idea che studiare fosse difficile e che loro non fossero in grado di digerire i concetti. Speriamo di aver dimostrato loro che si sbagliavano.
Secondo voi riuscire a crearsi un proprio metodo di studio valido dipende più dalle capacità organizzative di quella persona o dalle sue abilità nello studio?
Capacità organizzative, senza dubbio. Non crediamo che ci sia una particolare predisposizione allo studio. Chiaramente sappiamo che esistono diverse intelligenze, tanto è vero che oggi si parla tanto di intelligenze multiple, e che ognuno di noi ha un proprio funzionamento biologico, quindi la sfida non è il se ma il come. Il cervello, alla fine, è come un muscolo: più si utilizza, più si sa utilizzare. E come per ogni allenamento, la chiave è la costanza.
Qual è il segreto per ottenere un ottimo metodo di studio?
Guardarsi dentro. Sperimentare quali sono i metodi, quali sono le possibilità, lasciarsi guidare magari da chi ci è già passato mantenendo un minimo di capacità critica. Dopodiché scegliere, e vedere come ci si trova, mantenendo la disposizione al cambiamento.
E voi, da studenti che metodo di studio avevate?
Io [Prof. Di Luca] ho usato la sottolineatura e la paragrafatura fino al termine della scuola secondaria di II grado. Fino al secondo anno di liceo ho anche ripetuto ad alta voce, per farmi le ossa sulla gestione di un discorso e mandare a memoria dei pattern di spiegazione. Negli ultimi anni di liceo, quando il carico si è fatto consistente, ho iniziato a non ripetere più, consapevole che ormai i pattern riuscivano a garantirmi una gestione della verifica orale. Successivamente, quando il lavoro universitario è diventato insostenibile con questa modalità, ho iniziato a schematizzare qualsiasi cosa mi venisse a tiro. Il cervello aveva imparato a selezionare le informazioni senza bisogno di particolari sottolineature, ma avevo bisogno di un modo per ridurre all'osso le informazioni che mi servivano.
(Prof. De Cicco) Durante la mia carriera scolastica, ho dovuto rimboccarmi le maniche più volte per adattarmi alle diverse esigenze legate ai carichi di studio via via più pesanti: nessuno ti insegnava il metodo di studio, quindi stava allo studente trovarsi la via più congeniale. In linea generale l’evoluzione del mio metodo di studio segue le tappe del collega, salvo due fondamentali punti fermi: la ripetizione ad alta voce per fissare i concetti ed affinare sempre di più il discorso e lo studio in coppia.
DOMANDE PER GLI ALUNNI
Come mai avete scelto di frequentare questo corso?
A essere del tutto onesti, all’inizio alcuni di noi non ne volevano sapere nulla: l’idea di chiudersi in un’aula anche dopo le lezioni non faceva proprio saltare dalla gioia! Alcuni di noi hanno ricevuto una spintarella da parte di genitori e proff., ma bisogna ammettere che ne è valsa la pena. Per altri, la risoluzione è stata più autonoma: si sono resi conto che, nonostante l’impegno, facevano fatica a ingranare perché mancava un vero metodo.
Che metodi di studio avete sperimentato?
In questo corso abbiamo trasformato lo studio in una specie di “cassetta degli attrezzi” piena di trucchi nuovi! Non ci siamo limitati a leggere e ripetere: abbiamo sperimentato tantissime strade diverse. Per esempio, abbiamo imparato a non colorare tutto il libro, ma a sottolineare solo le cose davvero importanti e a usare le note a margine per non perdere il filo del discorso. Per chi ama vedere le cose con un colpo d'occhio, abbiamo costruito mappe e schemi, che sono utilissimi per collegare le idee. Una delle cose più divertenti è stata usare la tecnologia: abbiamo creato delle mappe con coggle [strumento di gsuite apposito], delle flashcards e delle domande da farsi per metterci alla prova come in una sfida. Ah, e poi c’è il trucco del semaforo, che serve a capire subito se un argomento lo abbiamo capito (verde), se siamo ancora così così (giallo) o se siamo proprio bloccati (rosso). Insomma, abbiamo capito che studiare non è solo stare sui libri, ma trovare il modo più adatto a noi!
Tra questi state trovando quello più adatto a voi?
Dire che abbiamo già trovato la formula magica sarebbe un'esagerazione! Diciamo che siamo ancora in una fase di “lavori in corso”. Però, rispetto a prima, sentiamo che sta andando decisamente meglio: non ci sentiamo più persi davanti a una pagina bianca o a un capitolo lunghissimo.
Sta diventando più facile studiare coi suggerimenti dei proff.?
Assolutamente sì, i suggerimenti dei prof stanno iniziando a dare i loro frutti, anche se in modi diversi per ognuno di noi. Per alcuni compagni, studiare è diventato proprio più semplice: finiscono prima e con meno fatica perché sanno dove mettere le mani. Per altri, invece, sta migliorando soprattutto la “forma” dello studio. Magari ci mettono ancora lo stesso tempo, ma il lavoro è molto più ordinato: gli appunti sono chiari, gli schemi hanno senso e non si sentono più sommersi dal caos. In generale, la sensazione è che non stiamo più andando a casaccio, ma che abbiamo finalmente una bussola per orientarci tra le pagine dei libri!
Cosa ne pensate di loro?
Beh, sono davvero simpatici! Non è la solita lezione dove stai lì a guardare l'orologio sperando che suoni la campanella. Si vede che ci tengono e che vogliono aiutarci a non annegare tra i libri. Hanno un modo di fare che ti mette a tuo agio: spiegano le cose con calma, ci ascoltano e rendono tutto più leggero, quasi come se fossimo una squadra che lavora insieme per sconfiggere il “mostro” dello studio difficile.
Dite qualcosa per invitare i vostri compagni di scuola a iscriversi anche loro a questo corso l’anno prossimo
Ragazzi, date retta a noi: iscrivetevi l’anno prossimo perché questo corso funziona davvero! I risultati si vedono subito e, onestamente, vedere i voti che migliorano senza dover impazzire tutto il giorno sui libri è una bella soddisfazione. E poi, pensatela così: è un ottimo modo per avere qualcosa di utile da fare nel pomeriggio e... beh, in generale nella vita! Invece di stare a fissare il soffitto o a disperarvi sui compiti, qui imparate i trucchi giusti per sbrigarvi e godervi meglio il resto della giornata. Non fateveli scappare!
CAMILLA PALERMO
"Ragazzi, voi il futuro della Costituzione". L'intervista a una delle responsabili della sezione di Pratocentenaro
25 MARZO - Piccole, precise e pesanti come il piombo: le sparano a bruciapelo tra i ragazzi delle medie e delle superiori, trapassando la loro indifferenza come neanche una pallottola saprebbe fare. E' questa l'arma che Antonella Loconsolo e gli altri volontari dell'ANPI di Pratocentenaro, e di tutte le altre sezioni d'Italia, impugnano a guardia della Memoria, quella col la emme rigorosamente maiuscola. Molte quelle usate anche in questa intervista che abbiamo realizzato - mentre girava per le nostre terze in queste ultime settimane - e che sicuramente sapranno arrivare diritte al bersaglio!
Cos’è l’ANPI?
L'ANPI, Associazione Nazionale Partigiani d'Italia, con i suoi oltre 160.000 iscritti, è tra le più grandi associazioni combattentistiche presenti e attive oggi in Italia. Fu costituita il 6 giugno 1944, a Roma, dal Comitato di Liberazione Nazionale del Centro Italia, mentre il Nord era ancora sotto l'occupazione nazifascista. Di fatto è l'associazione ufficiale dei partigiani.
Dunque, l’ANPI è sorta il 6 giugno 1944 a Roma, la vostra sezione di Pratocentenaro invece?
Anpi Pratocentenaro nasce negli anni ’60, per tutelare la memoria dei partigiani e dei deportati del quartiere che avevano dato la vita per la nostra libertà.
3) All’inizio immaginiamo che gli scopi fossero un po’ diversi da quelli attuali, quali erano nell’immediato dopoguerra e quali ora?Già nello Statuto erano evidenziati gli scopi operativi che la struttura si era prefissata. Tra questi:
- Restituire al Paese la libertà e favorire la democrazia, per impedire in futuro il ritorno di qualsiasi forma di tirannia e assolutismo;
- Valorizzare il contributo dei partigiani. Ancora oggi si sente dire a volte che i partigiani non hanno fatto nulla, che la libertà ce l’hanno portata gli inglesi e gli americani;
- Far valere e tutelare il diritto dei partigiani, acquisito, di partecipare alla ricostruzione morale e materiale del Paese.
- Promuovere la creazione di centri e organismi di produzione e di lavoro per contribuire a lenire la disoccupazione. (In particolare questo ultimo punto fu realizzato grazie alla creazione, fin dal 1948, di Convitti-Scuola Rinascita che miravano a qualificare professionalmente giovani ex partigiani e orfani dei caduti).
Questo per quanto riguarda l’Anpi del primo dopoguerra. Cosa è cambiato oggi?
Oggi l’Anpi si è aperta a tutti gli antifascisti, a chi si riconosce negli ideali della Costituzione della Repubblica Italiana. Il nostro compito con gli anni è diventato quello di vigilare affinché questi ideali non siano traditi e ricordare che la libertà di oggi è stata pagata col sangue dai Partigiani e dai Deportati.
Sicuramente una vostra attività importante è anche quella nelle scuole: che cosa proponete solitamente?
Proponiamo soprattutto attività legate al territorio, affinché gli studenti conoscano il contributo dato alla lotta di liberazione dalle donne e dagli uomini che vivevano nel loro quartiere. Ci preoccupiamo di far conoscere le conseguenze che il fascismo e il razzismo hanno avuto su ragazzi come loro, che hanno vissuto sotto il tallone del nazifascismo, affinché capiscano il valore della libertà. La libertà – disse Piero Calamandrei, padre della Patria e giurista italiano - è come l'aria, ci si accorge di quanto vale quando comincia a mancare.
Cosa significa questa frase?
Significa che lalibertà è un bene fondamentale, spesso dato per scontato, ma di cui si percepisce il valore reale solo quando viene a mancare, provocando una sensazione di oppressione o asfissia. Noi cerchiamo di far comprendere l'importanza di difendere la democrazia e i diritti civili.
A volte alle elementari e alle medie non si rischia che i bambini/ragazzi siano troppo piccoli per ascoltare certe storie?
I ragazzi spesso si dimostrano più maturi e aperti degli adulti. Capiscono che la mancanza di libertà pesava anche sui giovanissimi nel periodo del fascismo e della guerra. Poi comunque noi non evidenziamo mai gli aspetti più violenti e terribili della deportazione e della tirannia. Usiamo linguaggi ed esempi comprensibili e adatti ai nostri giovani e giovanissimi interlocutori, che non devono mai essere traumatizzati dal racconto, ma devono appassionarsi alle vicende e resi desiderosi di continuare a studiare e a leggere libri, vedere film e documentari su questo argomento.
6) Con le scuole organizzate anche viaggi presso i campi di concentramento? Se sì, in genere dove andate e come preparate i ragazzi?
Consigliamo la visita ai campi di concentramento solo alle scuole superiori. Ma alcune terze medie particolarmente mature possono affrontare questa esperienza. In Italia accompagniamo gli studenti a Trieste, alla Risiera di San Sabba, che è anche l’unico lager in territorio italiano dotato di forno crematorio. In Austria invece è una tappa fondamentale il lager di Mauthausen, anche perché proprio a Mauthausen finirono i deportati di Milano, quelli che si opponevano al fascismo o anche semplicemente gli operai che ebbero il coraggio di scioperare. Per studiare la deportazione razziale è fondamentale Auschwitz/Birkenau (in Polonia), mentre per comprendere la deportazione femminile è fondamentale Ravensbruck, “l’Inferno delle donne”, non lontano da Berlino. I ragazzi vanno preparati a questo viaggio, che non è una “gita”. Devono prima studiare il fascismo e il nazismo, comprendere perché il sistema dei lager venne creato: capire che il fascismo e il nazismo non potevano tollerare la critica, l’opposizione, e quindi avevano creato una rete capillare di campi di sterminio e di concentramento dove sterminare, attraverso il lavoro da schiavi, gli oppositori politici. Devono capire inoltre che il razzismo era assolutamente connaturato al nazismo e al fascismo. Di qui il progetto, portato avanti con ferocia, di sterminare tutti coloro che appartenevano alle cosiddette “Razze inferiori”, che nel nazismo e nel fascismo potevano avere due soli destini, essere sterminati o essere schiavi.
Qual è l’effetto che questi luoghi fanno su di voi? E sugli studenti?Parlo per me: ho visitato Mauthausen oltre 10 anni di fila, sono stata ad Auschwitz/Birkenau, a Khala, dove furono deportati gli operai della Pirelli Bicocca, alla Risiera di San Sabba, a Bolzano, e in tanti luoghi della memoria. Eppure entro sempre nei lager “in punta di piedi”, cosciente che sono cimiteri di coloro che non hanno una tomba. Gli studenti, quando sono ben preparati, custodiscono un ricordo indelebile di questi luoghi, e si comportano con serietà e rispetto, fanno domande, vogliono capire. Questa è la migliore ricompensa al nostro lavoro, che è sempre volontario e non prevede mai alcun compenso.
8) Molte storie le avete anche sentite direttamente da alcuni sopravvissuti, qual è l’insegnamento che ci hanno lasciato?
I sopravvissuti hanno dentro di loro una grande sofferenza per chi non è tornato. Molti di loro non sono mai riusciti a parlare di quello che era accaduto loro e chi ne ha parlato, lo ha fatto con fatica e sacrificio, certi che, se non lo avessero fatto, tutto sarebbe finito nell’oblio e avrebbe potuto un giorno accadere nuovamente. Mi ricordo ad esempio Raimondo Ricci, che è stato anche Presidente dell’ANPI Nazionale. Lui sosteneva che il suo ruolo, proprio perché era sopravvissuto, fosse di ricordare instancabilmente ciò che era successo. C’è una fotografia che la figlia custodisce. Lui è davanti alle bare di alcuni partigiani, i cui corpi erano stati ritrovati, a pronunciare l’orazione funebre. Per la magrezza gli abiti gli ballano addosso, non ha nemmeno recuperato la salute, eppure è già in prima fila, ad impegnarsi per chi ha perso la vita per la libertà.
Avete degli archivi e/o dei libri in cui poter approfondire la storia di quanto avvenne nella zona tra Bicocca e Niguarda?
Certo, alla Casa della Memoria, in via Confalonieri 15, a Milano, nel quartiere Isola, c’è la nostra sede e una grande biblioteca che riguarda tutta la città. Ma noi custodiamo anche documenti sul quartiere. Ma anche i muri e i marciapiedi del nostro quartiere offrono occasioni di approfondimento: noi siamo sempre disponibili ad accompagnare le classi ad effettuare il giro delle lapidi, dei monumenti e delle pietre di inciampo che custodiamo nella zona.
Oltre alla memoria storica di quanto avvenuto durante il nazifascismo, oggi lottate anche per altre questioni non strettamente connesse a quegli eventi?
Sì, noi ci impegniamo sempre per combattere ciò che nella politica e nella società va contro gli ideali di libertà, democrazia, giustizia, per i quali i nostri Partigiani e le nostre Partigiane hanno dato la vita. Se una legge ci pare ingiusta, promuoviamo campagne e referendum per abolirla; se qualcuno compie azioni razziste o celebra il fascismo, noi ci impegniamo a denunciarlo e ci costituiamo parte civile nei processi. A livello internazionale cerchiamo di fare pressione sui nostri governi perché difendano la libertà ovunque.
Secondo voi, viste le tensioni attuali a livello internazionale, c’è il rischio che si ritorni di nuovo a vivere quanto avvenuto con le due guerre mondiali?
Il momento è veramente complesso. Attualmente sembra che si torni a far prevalere la legge del più forte alla ragione. Non posso negare che l’Anpi vive con grande preoccupazione questa fase. Per questo diventa ancora più importante impegnarsi e vigilare a tutti i livelli. Dico sempre che anche un'ingiustizia a scuola, un compagno che fa il prepotente sul più debole, ad esempio, non deve essere mai ignorata. Tutti noi dobbiamo vigilare.
Per concludere, un appello ai giovani?
Spero che i ragazzi e le ragazze si impegnino in prima persona e che non lascino in mano ad altri il proprio destino. Sono fortunati ad andare a scuola: poter studiare non è un diritto di tutti nel mondo. Spero che usino a fondo questa opportunità e che prendano in mano il proprio futuro, realizzando appieno i valori della nostra bella Costituzione, che spesso è rimasta inapplicata.
NAYSA MAULEON
Intervista ai proff. e agli alunni del corso sulla robotica
16 MARZO - Costruire e programmare un robot un mattone alla volta, anzi un mattoncino Lego alla volta. E' ciò che stanno imparando gli alunni iscrittisi quest'anno al laboratorio di robotica tenuto dai docenti Maurizio Caglio e Santi Cannistrà.
Il corso rientra nel più ampio paniere del PN ORIENTAMENTO e cerca di fornire agli studenti basi di pensiero critico, di programmazione informatica e capacità di problem solving e lavoro di squadra. Il tutto a partire dai famosissimi mattoncini della Lego, dotati però di sensori, motori elettrici e ingranaggi.
Ma proprio per entrare più nel dettaglio degli ingranaggi del corso abbiamo intervistato sia i professori sia i ragazzi.
DOMANDE PER I PROFF.
Dove e che giorno si svolge il corso?
Tutti i venerdì pomeriggio dalle 14.40 alle 16.30
Quanti ragazzi vi partecipano?
Sono 16 alunni di diverse prime
Quante lezioni sono previste in tutto?
Quindici lezioni da 2 ore ciascuna.
Che tipo di attività svolgete?
Programmazione per la movimentazione dei robottini EV3 Lego partendo dal rover di base (il veicolo di partenze) e utilizzando motori e sensori luce, contatto, ultrasuoni. Vengono date delle missioni che il robottino deve eseguire in un secondo momento. Partendo da modelli base, costruiscono e programmano altri robot, come un braccio meccanico o altri dispositivi.
A volte usate l'intelligenza artificiale?
No
I ragazzi si comportano bene?
Non sempre, alcuni si distraggono con facilità disturbando il clima del laboratorio. Questo non permette al gruppetto (formato da due o tre alunni) a organizzare in modo corretto e con attenzione le fasi di coding (inserire i blocchi di comando per la missione stabilita) e se c’è una difficoltà non provano a risolverlo ma chiedono subito l'aiuto del docente.
Qual è una difficoltà che state riscontrando?
La concentrazione e l’attenzione nel programmare (coding) è visto più come un gioco e non di cercare di superare eventuali difficoltà nella programmazione e nella costruzione per arrivare ad una soluzione.
E una cosa di cui siete particolarmente orgogliosi?
Quando vediamo il team che lavora sinergicamente senza perdere tempo e trova soluzioni.
DOMANDE PER I RAGAZZI
Perché avete scelto di fare proprio robotica?
Perché da piccolino mi piaceva tanto costruire con i lego (Keon Wijemuni)
Il corso è come ve lo aspettavate?
Il corso me l'aspettavo un pochino diverso, ma sono comunque soddisfattissima. Mi piace programmare questi robot. Ora ne stiamo provando anche uno diverso dal rover: sono curiosissima di capire come fare (Cloe Monti)
Usate i computer?
Certo, usiamo i computer per programmare i robot e per farli muovere (Jacopo Accolla)
Cosa fate in generale?
Programmiamo de motori Lego per far eseguire loro delle attività che ci indicano i proff. (Federico Fuca)
I proff. vi sgridano?
A volte sì, ma lo fanno in modo molto ironico, scherzandoci sopra Mattia Daino)
Avete fatto nuove amicizie?
Sì, ho fatto tante nuove amicizie con altri ragazzi che frequentano altre sezioni e di questo sono molto felice (Niccolò Gagliarde)
In definitiva, vi piace questo corso?
Sì, ci sta insegnando molte cose (Virginia Papa)
Quello che state imparando vi è utile anche nelle altre attività di scuola?
Sì, sicuramente in alcune materie, come tecnologia (Mattia Vita)
Sicuramente potrebbe tornarmi utile da grande, quando farò il meccanico (Mattia Daino)
Quello che sto imparando mi sta aiutando anche in matematica e informatica (Lorenzo Gironi)
NAYSA MAULEON
Alla scoperta di Riccardo, il nostro insegnante madrelingua d'inglese
9 MARZO - Verso la fine del primo quadrimestre tutte le classi prime hanno svolto il lettorato d'inglese, un totale di quattro lezioni di un'ora ciascuna con un docente madrelingua d'inglese. Il nostro si chiamava Ricardo Patané e, come anche gli altri proff. di questo laboratorio, proveniva dalla NET (New English Teaching), una scuola d'inglese per tutte le età, con centri in varie città italiane, tra cui la nostra Milano.
Nella prima lezione abbiamo affrontato la presentazione personale; nella seconda abbiamo parlato di hobbies e stati d'animo; nella terza lezione ci siamo concentrati sul cibo che ci piace e su quello che proprio non ci va giù, mentre nell'ultimo incontro abbiamo fantasticato sui luoghi da visitare.
Sono state lezioni molto belle e appassionanti, tanto che abbiamo pensato di approfondire la conoscenza del prof., che è stato molto disponibile a rispondere alle nostre domande, riportate di seguito.
Where are you from?
I come from the beautiful country of South Africa, born in the city of Cape Town.
The weather is lovely, the people are friendly and beautiful, with stunning natural landmarks and let's not forget the beautiful wildlife that can be found there. From lions to sharks, monkeys and penguins, that spans across the country and even in the ocean. Everyone must visit South Africa.
Do you like Italy?
Since my parents are from Italy (Sicily), I grew up with Italian culture, music and movies. I moved here 7 years ago and it felt like home immediately. Italy is a really beautiful country that I am exploring all the time. I am very happy that I chose to move here.
The best part is definitely the food. We are so lucky that we can eat the best food in the world here and that you will NEVER find pineapple on a pizza.
What is your favorite thing here?
In Milan I have a favourite thing, a favourite place and also favourite people. My favourite thing that I have has to be my earphones because I love listening to music all the time when I am walking around in Milan.
I’d say my friends are my favourite people who I love a lot. We have a lot of fun together.
Probably the most favourite place in Milan is the San Siro Stadium where I go and support the best team in the world (Forza Milan!)
What is the best way to learn English?
For me, it is very important to watch and listen to English content. Listen to more English songs, watch movies and series in English, or even videos on YouTube and TikTok. Read a good English book, you can read it slowly and learn a lot of new vocabulary.
Also, listen to your amazing English teachers at school!
What mistakes do Italian students make in English?
The most common mistake is not using subject pronouns, especially he, she, and it. Italian students often make mistakes with pronouns because in Italian you don’t always need to use them, but in English, you must.
Also, the use of prepositions is not always a direct translation, as Italian students may think. English can be a very strange language!
Can you give us an easy tip to speak better English?
A quick tip that will help you speak better is to try to think in English for 10–15 minutes a day while doing your normal daily activities. For example: “I am brushing my teeth with a toothbrush” or “I am drinking water from a cup from my cupboard.” Think about the actions while you do the actions.
Not really a tip but just try to always speak. Don’t be afraid to make mistakes and don’t be shy. You can only improve by practicing.
What is your favorite English word?
This is a tough question. I can think of many, but I think my favorite word in English is supercalifragilisticexpialidocious (yes, it is a real word). It means “something extremely wonderful” and comes from a movie I loved as a child called Mary Poppins.
Try to pronounce it: su-per-ca-li-fra-gi-li-stik-eks-pi-a-li-do-shus
Do you like teaching in our school?
I really enjoyed teaching English at your school during the few lessons I was there. We had a lot of fun together, and it’s even better when the students are good at English and have great personalities (which you all do!).
As I said before, the teachers are all fantastic, and you are very lucky to have them. I hope to see everyone again soon.
LORENZO ROCCA E GIADA CAVALLO
I ragazzi: "Molto più fiduciosi grazie al laboratorio"
16 FEBBRAIO - Un pomeriggio al teatro... della scuola, in prima fila per assistere al laboratorio organizzato dalle proff. Popolo e Fiumara, che abbiamo intervistato per conoscere meglio le attività da loro proposte e come le stesse stanno incidendo sul percorso umano ed emotivo dei ragazzi partecipanti.
PROFESSORESSE POPOLO & FIUMARA:
A che ora svolgete il laboratorio?
Il laboratorio si svolge ogni venerdì dalle ore 14:30 alle ore 16:30.
Quanti alunni partecipano al corso?
Gli alunni sono 15, sono tutti alunni di seconda, dei due plessi.
Che attività proponete agli alunni?
Proponiamo agli alunni attività di teatralizzazione libera, volte a stimolare la creatività e l’espressione personale attraverso il corpo e il movimento.
Sono previste anche attività di improvvisazione teatrale e grande attenzione viene dedicata all’uso della voce.
Infine, proponiamo la lettura in lingua francese e in italiano de Il Piccolo Principe di Antoine de Saint-Exupéry, come strumento per lavorare sulla comprensione del testo, sulla conoscenza di sè, sull’interpretazione e sull’arricchimento linguistico in entrambe le lingue.
Come è suddivisa questa attività?
L’attività è suddivisa nelle due ore in egual misura, dedicando tempo equilibrato ai diversi ambiti proposti: teatralizzazione libera, improvvisazione, uso della voce e lettura.
All’interno di questa struttura, le proposte vengono adattate seguendo le inclinazioni, gli interessi e le attitudini dei ragazzi, così da valorizzare le loro potenzialità individuali e favorire una partecipazione attiva e motivata.
Come si comportano i ragazzi durante l’ attività?
All’inizio i ragazzi si mostravano timidi e talvolta frenati da paura e imbarazzo, soprattutto nelle attività di esposizione personale e improvvisazione.
Con il passare del tempo, però, hanno acquisito maggiore sicurezza: oggi la creatività e la spontaneità hanno preso il sopravvento. Partecipano con entusiasmo, si mettono in gioco con più naturalezza e dimostrano una grande serietà e senso di responsabilità nello svolgimento delle attività proposte.
Farete uno spettacolo finale?
Non è previsto uno spettacolo finale aperto al pubblico. Tuttavia, verranno realizzate delle riprese video di due momenti teatrali che stiamo preparando insieme ai ragazzi durante il percorso.
Le registrazioni rappresenteranno un’occasione per valorizzare il lavoro svolto, documentare i progressi dei ragazzi e condividere il risultato dell’esperienza in modo significativo.
Come è lavorare con gli alunni?
Lavorare con gli alunni è un’esperienza entusiasmante e stimolante. Ogni incontro rappresenta un’occasione di crescita non solo per loro, ma anche per noi insegnanti.
Questo percorso ci mette infatti in una continua situazione di apprendimento e consapevolezza, facendoci riscoprire quanto l’espressione teatrale sia uno strumento fondamentale nel percorso scolastico: favorisce la fiducia in sé stessi, l’ascolto, la collaborazione e la capacità di comunicare emozioni e pensieri in modo autentico.
ALUNNI:
Vi piace questa attività?
Sì, perché grazie al laboratorio ci sentiamo molto più fiduciosi quando parliamo ed esprimiamo le nostre idee. Inoltre, abbiamo migliorato in modo significativo la conoscenza e l’uso della lingua francese, soprattutto nella pronuncia e nella fluidità.
In che aula fate questo laboratorio?
Il laboratorio di teatro si svolge nell’aula magna della scuola, uno spazio ampio che ci permette di muoverci liberamente e realizzare le scene di interpretazione nella migliore delle maniere.
Le professoresse sono brave a spiegare?
Sì, perché durante ogni attività ci divertiamo molto: impariamo cose nuove senza annoiarci, attraverso il gioco, l’improvvisazione e il lavoro creativo.
Cosa vi sta insegnando questo laboratorio?
Questo laboratorio ci sta insegnando a essere più educati, rispettosi e aperti verso tutti, ad ascoltare i compagni e a collaborare in modo positivo.
Perché avete scelto questa attività?
Partecipiamo perché speravamo di diventare più aperti e più fluenti nel dialogo, e possiamo dire che questo obiettivo si sta realizzando: ora ci sentiamo più sicuri nel parlare davanti agli altri.
Come vi comportate durante il laboratorio (secondo voi)?
Ci divertiamo sempre, ma nel rispetto degli altri. Grazie alle attività proposte riusciamo a lavorare bene, con impegno e concentrazione
Cosa vi piace di più di questo laboratorio?
È bello lavorare in gruppo divertendosi: impariamo a collaborare, a sostenerci a vicenda e a raggiungere insieme un risultato comune.
È un’esperienza stupenda, perché possiamo esporre le nostre idee senza paura di essere giudicati e partecipare attivamente a diverse attività teatrali, sentendoci protagonisti del nostro percorso.
GIORGIA COPPARI & MARGHERITA FARINA
Intervista: l'arte del fumetto nel laboratorio e nelle parole del prof. Raimondo
9 FEBBRAIO - Una nuvoletta per sognare e far cascare giù - su una striscia - tutta l'ispirazione artistica del momento. E' questa la prima bozza che mi viene in mente se penso al fumetto ed è sempre per questo che ho deciso di partecipare al corso organizzato dal prof. RAIMONDO, uno dei docenti di arte della nostra scuola.
Si è svolto dal 20 novembre all'11 dicembre 2025. L’appuntamento è stato tutti i giovedì dalle ore 14:30 alle 16:30. Eravamo una classe abbastanza numerosa e il laboratorio è stato diviso in 4 lezioni:
Nella prima ci siamo conosciuti un po’ e il prof ci ha detto quali materiali e strumenti ci sarebbero serviti; abbiamo imparato a disegnare la mano e l’omino
Nella seconda abbiamo creato dei nostri personaggi tante volte per poter poi fare la striscia
Nella terza abbiamo cominciato a creare delle bozze di strisce, le vignette i personaggi cosa fanno e che cosa dicono
Nell'ultima lezione abbiamo continuato a fare le strisce le abbiamo colorate e terminate
Il laboratorio mi è piaciuto tantissimo, tanto che - facendo parte anche della redazione del giornalino scolastico - ho voluto approfondire col prof. alcuni aspetti, riguardanti un po' le nostre lezioni ma un po' anche la sua passione per l'arte, che trasmette in modo del tutto naturale!
Quanti alunni hanno frequentato il corso e di che classi?
Il gruppo di lavoro si è composto di 17 allievi delle classi seconde di entrambi i plessi della secondaria di primo grado. Nello specifico i partecipanti fanno parte delle seconde B, D, E, G, H, F.
E' la prima volta che ha tenuto un corso sul fumetto?
In questa scuola sì, ma mi era già capitato di farlo in altri Istituti.
Cosa è stato più facile e cosa più difficile?
Non c’è stato nulla di difficile: è facile coinvolgere i ragazzi in un’attività che a loro piace e scelgono liberamente di seguire. Forse la cosa più difficile a riguardo è far capire loro dal principio quanto è complesso in realtà il codice del fumetto al fine di non commettere errori e soprattutto riuscire ad essere ironici.
Cosa, invece, le è piaciuto particolarmente?
Mi ha fatto piacere che tutti siano riusciti a mantenere una stilizzazione piuttosto personale senza ricorrere a stili di artisti a loro noti.
Quanto è soddisfatto dei lavori finali dei suoi allievi?
Ho ottenuto i lavori (sfoglia il carosello di immagini) che mi aspettavo di ottenere. Lo sviluppo grafico evolutivo è un processo comune a tutti, è raro trovare delle eccellenze fuori dal comune, in particolare in questo momento storico. A causa dei dispositivi digitali questa capacità si è molto abbassata. Il disegno, come gran parte delle cose, è un’abilità che necessita di tanta pratica per diventare una competenza. Oggi, troppo presto i ragazzini sono intrattenuti da dispositivi digitali che non permettono loro di cercare soluzioni alternative per superare la noia, fondamentale per sviluppare creatività, capacità, immaginazione e quindi, imparare a conoscersi.
Lo rifarebbe? Se sì, in più lezioni o 4 sono sufficienti?
Lo rifarei assolutamente. Come dicevo, i ragazzini vogliono e hanno bisogno di essere intrattenuti in attività creative, ludiche, sportive e relazionali. Non possiamo lamentarci di come stanno diventando, se deleghiamo tutto questo ai dispositivi digitali. I tempi scelti per questo laboratorio sono adeguati, nonostante loro lo seguirebbero tutto l’anno. Devo dire anche che ci sarebbe da considerare tutto il lavoro organizzativo prima, e di post produzione dopo, che invece nel nostro lavoro non viene mai riconosciuto, e che spesso è più del tempo dell’attività stessa.
Spesso il fumetto - a metà tra la scrittura e l’arte - è considerato un po’ inferiore rispetto ad altri generi letterari e artistici. Lei cosa pensa del fumetto e cosa di questa sorta di discriminazione?
A questa domanda si potrebbe rispondere semplicemente dicendo che a pensare questo sono solo le persone che non lo vivono e non lo conoscono. Il fumetto, nelle sue molteplici forme (seriali, graphicnovel, stipcomic, saggistica, reportage…) è una forma d’arte che richiede molteplici competenze. Un fumettista deve essere da solo scrittore, sceneggiatore, scenografo, regista, attore… e in ultimo un ottimo disegnatore. Dal punto di vista economico e culturale, il fumetto insieme all’animazione ricopre una posizione che altre forme d’arte non potrebbero mai eguagliare. Basta pensare ai numeri che fanno ogni anno le conventions di fumetto in molteplici città del mondo.
Avere doti artistiche a suo avviso favorisce la passione verso l’arte?
Io penso che nessuno nasce con una dote, ma che è invece l’ambiente che vive ad avvicinarlo e stimolarlo nei confronti di una realtà specifica. È quindi una conseguenza: se da bambini siamo stati affascinati da forme artistiche, ci siamo impegnati a sviluppare capacità che vengono considerate doti.
Lei come si è avvicinato a questo mondo?
Nel mio caso è stato sicuramente mio padre ad influenzare i miei interessi e la mia voglia di approfondire le arti, nella pratica e nello studio. Mio padre è stato un architetto per professione e un pittore per passione, molto apprezzato. Oltre ad essere stato un vero appassionato di estetica come filosofia della forma. Le mie prime amicizie mi hanno invece avvicinato alla musica, che mi ha portato ad imparare a suonare e per molti anni a confrontarmi e relazionarmi con molteplici realtà del nostro paese e non solo.
Che differenza c’è tra creare arte e insegnarla?
Fare o insegnare è un lavoro completamente diverso. Nel mio caso è stato fondamentale saper fare per insegnare. Ma in tanti anni di precariato mi è capitato di conoscere colleghi che pur non essendo “artisti” capaci, erano ottimi insegnanti. Come mi è capitato di conoscere grandi artisti incapaci di spiegare anche quello che facevano loro stessi. Inoltre penso sia fondamentale conoscere tutta l’arte per fare opere che valgono. Purtroppo oggi capita sempre più spesso di vedere opere che mancano di conoscenza. Come sostiene Vassilij Kandinskij nel saggio “Lo spirituale nell’arte” lo sforzo di ridar vita a princìpi estetici del passato può creare al massimo delle opere d'arte che sembrano bambini nati morti.
CATERINA ZHAO
Il ricordo della figlia e della nipote nella nostra intervista
26 GENNAIO - La memoria di ogni uomo è la sua letteratura privata, diceva Aldous Huxley. Quella di Umberto Fiorenzoni, sopravvissuto al periodo nazifascista, l'ha messa per iscritto una delle sue nipoti, Ilaria Quaranta, autrice del volumetto "Prigioniero N° 125403" (copertina in foto), da cui abbiamo attinto a piene mani per raccontarvi la storia di un uomo che ha vissuto proprio nella via del nostro plesso "Verga" - via Asturie - dal 1953 fino alla sua morte, avvenuta nel febbraio del 2017, a quasi 93 anni.
Classe 1924, dato in adozione dalla giovane madre-single alla famiglia di origine pugliese dei Leuci, all'età di 19 anni (nel 1943) Umberto Fiorenzoni viene salvato dal fronte dalle sue abilità meccaniche: lavora a S. Pellegrino (nella bergamasca) in una ditta aeronautica con scopi bellici.
La svolta arriva, però, con l'armistizio dell'8 settembre di quello stesso anno, quando Umberto diviene un partigiano e cerca di sabotare in ogni modo i piani vendicativi dei nazifascisti di Salò in quella che sarà una vera e propria guerra civile italiana.
La base è Cantiglio, ma ci si sposta parecchio e molto rapidamente tra i boschi della Val Brembana. Due gli scopi principali: danneggiare o rubare armi e viveri ai tedeschi; e far circolare informazioni e munizioni tra gli altri partigiani. Il tutto con un abbigliamento non adatto al freddo invernale di quei luoghi, ma con l'ospitalità e il tacito aiuto dei contadini della zona.
Molte le sue azioni coraggiose e - come raccontava lui stesso - un po' incoscienti, come quella volta che passa, carico di munizioni, davanti ad una sentinella del "Grande Albergo" di S. Pellegrino, all'epoca quartier generale nazista. Eppure, non solo non spara mai un colpo, ma in seguito si chiederà spesso se ne sarebbe stato capace.
Capace ne fu senz'altro, invece, un commando di tedeschi, che nella notte del 4 dicembre 1943 crivella i corpi di tre suoi compagni (ancora oggi commemorati il 25 aprile durante la Festa della Montagna per i martiri di Cantiglio), col loro sangue a macchiare per sempre il candore della neve, di quei luoghi e del suo animo, che mai prima d'allora aveva visto un morto.
Umberto e gli altri, invece, vengono portati, o meglio deportati, nel campo di Dachau: tutti ammassati in baracche fatiscenti, con letti a castello a tre piani, pieni di pidocchi. Senza mai fare una doccia, tranne quelli troppo deboli, che poi non tornavano più.
Per sua fortuna il signor Fiorenzoni è giovane e forte, per cui è spedito a Monaco di Baviera, in un campo di prigionia per soldati e gli viene assegnato il compito di rimuovere i detriti derivanti dai bombardamenti degli anglo-americani sulla città.
Il tempo è scandito dalla fame, dalla paura di morire, ma anche dalle lettere che spedisce ai familiari a Milano e da un diario che tiene segretamente per quel mese e in cui si rivolge - lui ateo - persino a Dio.
Il 30 aprile 1945 il "miracolo": finalmente gli americani liberano il campo e Umberto può ritornare a casa, a Milano, dove ha vissuto per molti anni proprio in via Asturie e dove ha narrato le sue tremende vicissitudini, ascoltato attentamente dai suoi cari, perché - citando le parole di Elie Wiesel - chi ascolta un superstite dell'Olocausto diventa a sua volta un testimone.
E proprio in quanto testimone indiretta di quei tragici eventi noi abbiamo intervistato la figlia di Umberto Fiorenzoni, la signora Sonia (madre dell'autrice del volumetto summenzionato), per un ulteriore approfondimento.
CATERINA ZHAO
INTERVISTA
Chi è tornato vivo dall’esperienza dei campi nazisti, per anni non ha raccontato quanto visto e vissuto: quando suo padre ha iniziato a svelare le sue vicissitudini e a chi le confidava?
Mio padre ha iniziato a condividere con me la sua esperienza quando, a 15 anni, mi sono interessata di politica.
- Che effetto faceva sentire i suoi racconti?
Non ha mai appesantito le sofferenze vissute, per non impressionarmi troppo; solo da adulta ho capito quanto avesse rischiato e ho immaginato che paura avesse avuto.
- Quale l’ha colpita di più?
La sua cattura nella baita in montagna, nella bergamasca, da parte dei fascisti perché alcuni suoi compagni sono stati uccisi in quel momento.
- A volte ne parlavate anche in assenza del signor Umberto?
Sì, con le mie figlie e mio fratello.
- Molto spesso i sopravvissuti si portano dietro anche un senso di colpa nei confronti di chi invece non ce l’ha fatta, è stato lo stesso anche per suo padre?
Sicuramente. Quando, anni dopo, andammo nei luoghi dove era stato catturato, davanti alla lapide che ricorda i suoi compagni caduti, ripeteva “Sono stato fortunato”, e lo diceva con imbarazzo, come se pensasse di non meritarlo.
Si portano dietro, o meglio, sulla pelle anche un tatuaggio. Quello del signor Umberto era 125403, qual era il suo rapporto (di suo padre) con questo becero marchio?
Mio padre era un prigioniero politico, quindi non è stato tatuato come accadeva ad altri prigionieri. Il numero si riferisce al suo tesserino di prigioniero.
- Suo padre e tutta la sua famiglia alla fine si sono salvati, questo come la fa sentire quando si parla di intere famiglie sterminate dai nazifascisti?
Solo mio padre era nel campo di prigionia, come partigiano, mentre la sua famiglia era relativamente al sicuro, visto che Milano è stata bombardata ripetutamente. Il pensiero di intere famiglie sterminate, come quella dei fratelli Cervi, mi addolora ancora adesso.
Cos'è quella medaglia che si vede nella copertina del libro di sua figlia?
Gli fu conferita, insieme ad altri, nel 2016 dallo Stato Italiano come simbolo di gratitudine verso coloro che si misero personalmente in gioco per riscattare la libertà di tutti. Lui ne fu molto fiero. Io e mio fratello lo accompagnammo alla cerimonia. Una delle ultime soddisfazioni della sua vita. La Germania gli riconobbe prima dell’Italia il suo sacrificio, con un risarcimento economico negli anni ‘90.
- Lei è mai stata nel campo di Dachau o comunque in un altro campo di concentramento/sterminio? Eventualmente cosa ha provato?
No, non sono mai stata in un campo nazista in Europa, ma ho visitato la Risiera di San Sabba, a Trieste. E’ stato terrificante. davanti a uno dei resti dei camini di cremazione mi è sembrato di sentire ancora l’odore di bruciato, e le voci di chi ci è passato.
- E invece, relativamente alla missione di testimoni che molti poi si sono dati, suo padre pure ha perseguito questo scopo? Se sì, in che modo?
All’inizio la sua testimonianza era circoscritta alla famiglia, anche se è sempre stato attivo politicamente ed era iscritto all’Associazione Nazionale Partigiani Italiani. Più tardi, raggiunta l’età della pensione, a circa 50 anni, ha iniziato a visitare le scuole per portare la sua testimonianza. Invecchiando, la necessità di condividere la sua storia è diventata sempre più pressante, ne parlava sempre, anche con gente sconosciuta, forse sentendo l’importanza della trasmissione della memoria.
- Certamente testimone lo è stata una delle sue figlie, che ha raccontato la storia del nonno in un volumetto: a che età ha cominciato a sentire quelle storie?
Quando era piccola, mio padre le raccontava tutto come una favola, cercando anche di farla ridere. Mostrava una cicatrice sulla fronte dicendole: “Guarda il nonno che testa dura, ha rotto una sedia con la fronte”. Poi, man mano che mia figlia cresceva, il racconto è diventato più serio.
- Come ci si sente ad avere una figlia che mantiene vivo il ricordo del suo nonno, nonché suo padre?
Ne sono orgogliosa, ancora adesso per noi la manifestazione del 25 aprile è un appuntamento importante, una festa di famiglia.
- Crede ci sia un’età sotto la quale sarebbe meglio non far ascoltare simili storie o, con i dovuti modi e linguaggi è sempre possibile farlo?
Penso che sia sempre possibile parlare di questi argomenti, naturalmente con modi e linguaggi adeguati all’età.
- Cosa rappresenta per lei la Giornata della Memoria? Con suo padre lo celebravate in qualche modo particolare?
Sia il 27 gennaio, sia il 25 aprile per noi sono sempre stati giorni importanti. Il Giorno della Memoria ci recavamo, e io lo faccio tuttora, al Monumento al Deportato che si trova al Parco Nord, inaugurato nel 1998; il 25 aprile invece, al mattino giro delle targhe commemorative di zona e deposizione delle corone, mentre al pomeriggio la manifestazione nazionale che culmina in piazza del Duomo.
- Negli ultimi anni si ha un po’ la sensazione che si stia perdendo il senso di questa giornata, condivide?
Sì, purtroppo è così, e me ne dispiaccio molto. Le nuove generazioni sembrano meno interessate, come se si trattasse di un passato ormai lontano. Invece, e i fatti odierni lo confermano, la memoria è uno strumento necessario, e l’attenzione a diritti, giustizia e libertà non dovrebbe mai venire meno. La mia personale esperienza nelle scuole, quando con l’ANPI ci rechiamo nelle classi a raccontare fascismo, nazismo, persecuzione e Resistenza, è però positiva: i ragazzini fanno domande intelligenti e pertinenti. Quindi ripongo fiducia nelle nuove generazioni.
- Il signor Umberto riteneva che simili atrocità sarebbero potute avvenire di nuovo? Cosa crede che penserebbe di tutte le tensioni internazionali di questo periodo?
Mio padre era convinto che la lezione che la Storia aveva impartito al mondo fosse sufficiente. Non avrebbe mai pensato di vedere tornare al potere persone e idee fasciste. “Nostalgici” li chiamava con disprezzo, considerandoli un retaggio di un passato orribile, ma sconfitto. Sarebbe disgustato nel vedere ciò che sta accadendo oggi ovunque.
- Per concludere, c’è una frase, un gesto, un’espressione del viso che suo padre era solito dire o fare a proposito della Shoah?
Non ricordo niente in particolare in questo senso, salvo il rifiuto di nominare il responsabile italiano di quelle nefandezze, che chiamava “quello là”.
ALESSANDRO RUIZ
Prosegue anche quest'anno il progetto col Comune di Milano
19 GENNAIO - E' ripartito di gran carriera "Consigliami", il progetto del Comune di Milano per un'educazione civica delle scuole, i cui alunni sono chiamati a dire la propria sulle questioni più urgenti del proprio territorio, confrontandosi tra loro e con figure politiche e amministrative cittadine. Abbiamo fatto il punto della situazione con i docenti Zichella e De Cicco, responsabili dell'iniziativa per la nostra scuola.
La settimana scorsa si è già svolto il terzo incontro di ConsigliaMI, quanti ve ne sono in programma quest'anno?
Sono in programma per quest'anno altre 5 date. Il progetto è di durata annuale. E' iniziato il 20 novembre 2025 in occasione della Giornata Internazionale dei diritti dell'Infanzia e dell'Adolescenza e si è svolto presso il Bicocca Village. L'ultima data è a Maggio.
Dove si sono tenuti e dove si terranno gli altri?
Come già detto, il primo incontro di Novembre, essendo una giornata speciale, si è svolto al Bicocca Village. Tutti gli altri incontri si svolgeranno presso la sede del Municipio 9 di via Guerzoni, in orario scolastico. Ci teniamo a segnalare che la data di Aprile, si svolgerà presso la Triennale, ma non vi sveleremo per ora nulla. Sarà una sorpresa!!!
Chi incontrano i ragazzi durante queste giornate?
Durante gli incontri sono presenti: le facilitatrici dell'associazione AbCittà, che collabora da anni con il Municipio 9, la presidente del Municipio 9 Dott.ssa Anita Pirovano, la presidente della Commissione Educazione Municipio 9 Dott.ssa Laura Plebani. Inoltre, durante ogni incontro, è prevista anche la presenza di un consigliere comunale.
I ragazzi quanti sono in tutto? Sono sempre quelli dello scorso anno?
I ragazzi sono in tutto 10. Sono studenti e studentesse sia del plesso Verga che di Falcone- Borsellino. I consiglieri-rappresentanti appartengono alle classi seconde ma ci sono anche 2 rappresentati delle classi terze che hanno partecipato al progetto già lo scorso anno.
I referenti del progetto sono sempre il prof. De Cicco e la prof. Zichella?
Si. Il team dei referenti di progetto è confermata anche quest'anno. Ci teniamo a ringraziare il prof. Antonio Federico, che ha accompagnato i ragazzi a Dicembre, in quanto noi referenti, siamo stati impossibilitati per vari motivi.
Nell'edizione precedente si è parlato in particolare di bullismo e ambiente, quest'anno quali sono le tematiche principali?
Quest'anno la tematica scelta dai ragazzi è la sostenibilità e il benessere sostenibile.
C'è qualche proposta/attività attraverso cui gli studenti di ConsigliaMI potranno coinvolgere anche il resto dei compagni di scuola?
Si. Durante la plenaria di Gennaio, i ragazzi hanno avanzato una loro proposta di lavoro coinvolgendo anche i compagni di classe. L'attività di quest'anno sarà il giardinaggio a scuola. L'idea è ancora da strutturare, ma crediamo fortemente che i nostri ragazzi ci stupiranno ancora una volta.
Voi docenti cosa vi aspettate da questa iniziativa, perché è importante secondo voi?
Crediamo che questa proposta di lavoro fatta dai nostri ragazzi sia davvero un'iniziativa che offre loro solo enormi benefici, non solo in termini di rispetto della biodiversità, ma soprattutto a livello cognitivo, didattico e sociale. Attraverso il prendersi cura di una pianta, gli studenti diventano più responsabili, si stimola il lavoro di squadra, si aumenta la fiducia in sé, si incoraggia al problem solving pratico per la cura delle piante. Albert Einstein diceva:” Continua a piantare i tuoi semi, perché non saprai mai quali cresceranno; forse lo faranno tutti”.
CAMILLA PALERMO🏀
Intervista alla prof. Lattanzio, referente del bullismo e del cyberbullismo
12 GENNAIO - Da quest'anno la nostra scuola si è dotata del documento "Codice interno per la prevenzione e il contrasto al bullismo e al cyberbullismo". In esso si parla di cos'è questo fenomeno, di come lo si può prevenire e combattere, e delle procedure da mettere in atto in caso si verifichino degli episodi spiacevoli.
Una figura importante in tal proposito è la referente del bullismo e del cyberbullismo, quest'anno la prof. Silvia Lattanzio, docente di matematica e scienze che abbiamo intervistato.
Come ha ottenuto questo incarico?
Mi sono proposta e la mia candidatura è stata approvata in collegio docenti. Mi sono proposta perché la referente dello scorso anno quest’anno non avrebbe potuto continuare per motivi personali e mi ha chiesto se volevo propormi io al suo posto.
E’ la prima volta?
Sì, è la prima volta. Non mi ero mai occupata specificatamente di questo tema, avevo seguito solo gli incontri di formazione previsti dalla scuola nelle singole classi. Ho quindi seguito due corsi, ma devo completare la formazione con gli ultimi due, che farò a breve.
Qual è il suo compito?
Organizzare gli interventi di prevenzione e sensibilizzazione e, nel caso di segnalazione, intervenire attivando la procedura di presa in carico e gestione del caso. E’ importante promuovere consapevolezza nei ragazzi e nelle ragazze, nei docenti, nel personale non docente e nelle famiglie. Gli interventi di prevenzione quindi riguardano non solo i ragazzi ma anche i docenti e i genitori e sono interventi formativi per conoscere il fenomeno e poterlo riconoscere tempestivamente. E’ importante che anche i genitori siano in grado di riconoscere i segnali di questi comportamenti nei propri figli, che possono essere non solo vittime, ma anche bulli o spettatori. Riconoscere questi segnali e avere consapevolezza di questo fenomeno è ancor più importante per gli insegnanti affinché siano in grado di riconoscere comportamenti che si configurano come bullismo, e che non vanno confusi con un semplice litigio o poca intesa tra due o più alunni. E’ importante essere consapevoli delle possibili conseguenze che possono avere fenomeni di bullismo, non solo sulla vittima ma anche sugli spettatori e su coloro che agiscono in modo prepotente, ovvero i bulli.
Se noi ragazzi vedessimo casi di bullismo o ne fossimo vittima cosa dovremmo fare?
Dovreste, anzi dovete segnalare il caso ad un adulto, ad un docente della vostra classe o direttamente a me, o al personale ATA, o ai vostri genitori. E’ possibile anche fare la segnalazione compilando “la scheda di segnalazione” appositamente predisposta e disponibile sul sito della scuola o in formato cartaceo nell’atrio dei diversi plessi. E’ possibile anche fare la segnalazione scrivendo all’indirizzo referente.bullismo@icpertini.cloud, meglio ancora se allegando la scheda di segnalazione.
E cosa dovrebbe fare lei in caso di segnalazione?
Attivare il gruppo chiamato team per l’emergenza che prende in carico il caso: innanzitutto informando la Dirigenza, raccogliendo informazioni attraverso colloqui con gli interessati, presunta vittima o vittime, bullo o bulli e spettatori, compagni di classi, docenti, personale ATA, per ricostruire quanto avvenuto, valutare gli interventi da mettere in atto a seconda del caso sul bullo o bulla, di supporto e aiuto per la vittima o sugli altri alunni coinvolti e la classe nel complesso.
Al momento le è già capitato qualche caso?
Sì, un caso.
Che sanzione è prevista per i bulli dal nostro regolamento d’istituto?
Si va dalla lettera disciplinare o ammonimento scritto alla sospensione con obbligo di frequenza o sospensione fino ad un massimo di 15 giorni, e il risarcimento dei danni materiali nel caso di danneggiamenti. Ovviamente questo tipo di comportamento influisce negativamente sul voto di comportamento. Nei casi più gravi si valuta l'esclusione dallo scrutinio finale o la non ammissione all'esame di Stato conclusivo.
Cosa è stato fatto finora per prevenire sia il bullismo che il cyberbullismo?
La scuola educa al rispetto degli altri e delle regole di convivenza civile. Nello specifico vengono organizzati incontri formativi nelle classi, in particolare nelle classi prime per il bullismo e nelle classi seconde per il cyberbullismo. L’obiettivo è quello di creare consapevolezza del problema, riconoscere la sofferenza della vittima, riconoscere un atto di bullismo o cyberbullismo, non essere spettatori passivi. E’ importante anche potenziare l’empatia: alcuni bulli provano piacere e sono consapevoli del male che fanno ma in altri casi i bulli non si rendono conto della gravità del loro comportamento, di quanto le loro azioni provochino sofferenza e dolore nella vittima.
Alcuni di noi con la scuola hanno visto al cinema “Il ragazzo dai pantaloni rosa”, che parla di un ragazzo che arriva a suicidarsi perché vittima di bullismo e pregiudizi. Cosa pensa che proverebbe se si fosse trattato di un suo alunno o addirittura figlio?
Una tristezza infinita e un senso di fallimento per non essere stata in grado di riconoscere la gravità della situazione ed evitare il tragico epilogo. E’ fondamentale imparare ad osservare anche i segnali più piccoli di disagio ed intervenire in modo deciso.
Per concludere, secondo lei bulli si nasce o ci si diventa? Eventualmente, cosa ci fa diventare bulli?
Bulli si diventa. Una personalità aggressiva e narcisista, ma anche un ambiente familiare poco inclusivo ed in cui sono presenti comportamenti aggressivi e prepotenze può facilitare l’emergere di comportamenti da bullo. Anche la bassa autostima, sentimenti di frustrazione e problemi di socializzazione possono sfociare in prepotenze e comportamenti aggressivi che portano a cercare l’approvazione da parte del gruppo dei pari attraverso comportamenti da bullo o bulla. Comportarsi da bulli è un segno di debolezza e di frustrazione.
LORENZO ROCCA
Due chiacchiere col comitato genitori del plesso Verga
- Cos’è il comitato genitori?
Il comitato genitori è un gruppo di genitori che decide di farsi parte attiva e che collabora insieme alla scuola in determinate attività. L’attività di un comitato genitori varia da istituto a istituto, e anche da elementari a medie. Ad esempio, alle elementari, un comitato genitori tende ad essere più presente in quanto studenti e famiglie sono molto più partecipi alla vita della scuola per via della tenera età dei bambini. Alle scuole medie, invece, ci sono i professori che riempiono già i pomeriggi dei ragazzi con attività stimolanti e le famiglie cominciano a far camminare i propri figli da soli.
- Da quante persone è composto?
Il Comitato Genitori Verga è composto da un presidente, da un tesoriere e da tutti i genitori degli studenti del plesso Verga.
- Come ne si diventa membri e per quanto tempo se ne può far parte?
Essendo un comitato e non un’associazione registrata, è sufficiente essere genitore di uno studente del plesso stesso.
- In che modo date una mano alla scuola?
Il Comitato Genitori Verga affianca la scuola negli eventi (open day, feste ecc.) proponendo banchetti con caffè, bibite, dolci, e leccornie varie, organizza il ballo delle terze medie, la foto di fine anno di tutte le classi, si occupa di veicolare informazioni tra la scuola e le famiglie in casi di urgenze; viceversa, chiede supporto alla scuola nel caso in cui vi sia un’esigenza su larga scala.
- Durante feste e open day spesso organizzate banchetti con tanto cibo buonissimo, da dove prendete i soldi per acquistarlo?
Quando si organizzano i banchetti, il Comitato Genitori Verga invia un invito informale a tutti i genitori della scuola, chiedendo chi vuole aderire donando un dolce hand made oppure confezionato. Per cui, il merito del cibo va a tutti i genitori che, di volta in volta, si offrono per sfornare torte e biscotti vari. Per quanto riguarda il caffè, invece, viene acquistato di volta in volta utilizzando i soldi del banchetto precedente; quindi, possiamo dire che con ogni festa riusciamo a finanziare l’evento successivo. Grazie a questo metodo, riusciamo, inoltre, a garantire un banchetto gratuito all’open day, questo perché ci piace accogliere il più calorosamente possibile i possibili futuri nuovi studenti.
- Sappiamo che alcuni genitori fanno parte anche del Consiglio d’Istituto, ci potrebbe spiegare di che si tratta e qual è il vostro ruolo in quella sede?
Il Consiglio di Istituto è un organo collegiale e amministrativo composto da rappresentanti eletti dei docenti, dei genitori e del personale amministrativo, la cui carica dura tre anni. Si riunisce circa 4-5 volte all’anno, e ha lo scopo di gestire gli aspetti organizzativi, economici e di indirizzo della scuola, come ad esempio l'adozione del piano triennale dell’offerta formativa, del regolamento d’istituto, L'utilizzo dei fondi economici e delle strutture scolastiche, l’approvazione di progetti e delle gite. I genitori, in particolare, si fanno portavoce delle esigenze delle famiglie.
- Un pregio della nostra scuola è…?
Sicuramente il pregio è il mettere in discussione i vari processi, cercare di migliorarli e cercare nuove strade.
- In chiusura, avete una proposta o un suggerimento da fare alla preside e ai proff.?
Come Comitato Genitori Verga, il suggerimento che ci sentiamo di dare ad entrambi è quello di continuare a tenere sempre una comunicazione e un dialogo attivi con il comitato perché in questo modo i genitori, in punta dei piedi, riescono a dare una mano alla scuola senza interferire con la stessa.
GIADA CAVALLO
Intervista madame Popolo, la prof. orienta-menti
15 DICEMBRE - Natale si avvicina ma, per i nostri compagni delle terze, ciò vuol dire che ben presto dovranno scegliere la scuola superiore da frequentare, una scelta per nulla facile. Fortuna per loro che la scuola in questi ultimi anni organizza e sta organizzando sempre più attività per aiutarli a prendere tale importante decisione. Merito della prof.ssa Popolo che - coadiuvata negli anni da diversi colleghi e supportata in tutto e per tutto dalla Dirigente Scolastica e dal Vicario - infaticabilmente aggiorna continuamente gli alunni sugli eventi delle scuole superiori, alcune delle quali riesce anche a portarle direttamente tra le nostre mura. Anzi, di più: per il secondo anno di fila è riuscita, col Campus Orientamento dello scorso 13 ottobre, a portarne ben 32! Tutto ciò ha attirato l'attenzione dell'Avvenire e di Zona Nove (nelle immagini accanto i due articoli), e ovviamente anche la nostra.
E’ il quarto anno che lei si occupa di quest’attività, la possiamo chiamare “prof. orienta-menti”?
Certo, anche se non ho la pretesa di “orientare” le menti. Mi basterebbe essere percepita come un supporto e un punto di riferimento per tutti gli studenti. Credo sia importante che tutti possano avere una persona alla quale rivolgersi per parlare dei propri dubbi, delle proprie paure e delle proprie perplessità.
Ormai la scelta delle superiori è vicinissima, lei e la scuola come avete e state aiutando famiglie e ragazzi a fare quella giusta?
Organizziamo incontri, laboratori e colloqui per aiutare studenti e famiglie a scoprire attitudini e opzioni scolastiche, al fine di promuovere scelte consapevoli insieme. Nello specifico abbiamo organizzato il Campus lo scorso 13 ottobre, evento unico della nostra scuola. Inoltre sono previste delle ore di orientamento che ogni docente deve fare in tutte le classi a partire dal primo anno. Abbiamo creato anche una "bacheca orientamento" da consultare all’occorrenza; abbiamo introdotto un diario di bordo sul tema; organizziamo due dibattiti all’anno, a cui partecipano docenti della secondaria di secondo grado e famiglie per parlarsi e per confrontarsi.
Per il campus, ospitato per il secondo anno di fila, stavolta c’è stato anche un connubio con il Comune. Come è nato?
Il Campus è una realtà radicata nella nostra scuola da molti anni. La collaborazione con il Municipio 9 è stata un ‘idea della nostra Dirigente, che ha avuto l’intuito di pensare a questo connubio per offrire al territorio un'occasione unica di dialogo fra le scuole e le famiglie.
Il campus e tutto il resto delle attività messe in piedi hanno attirato addirittura l’attenzione di diversi giornali, che effetto le ha fatto?
Ho pensato: “Evvai, siamo una forza!”
Ho contattato personalmente diversi giornali e ho chiesto loro di pubblicare e pubblicizzare questo evento. Mi sembrava giusto che i mezzi d'informazione in quanto tali potessero e dovessero informare i cittadini. E’ stata la prova che a volte insistere serve!
Da poco i docenti hanno consegnato alle famiglie il famigerato “consiglio orientativo”, può spiegare come nasce e a cosa serve?
Il Consiglio orientativo è un documento non vincolante redatto dal Consiglio di classe per guidare studenti e famiglie nella scelta del percorso di studi superiori. Serve a suggerire l'indirizzo più adatto, come liceo, istituto tecnico o professionale, basandosi sulle attitudini, sugli interessi e sui risultati scolastici dell'alunno osservato nel triennio. I docenti analizzano il percorso dello studente, inclusi interessi curricolari ed extracurricolari, certificazioni conseguite e punti di forza. Non è un voto o un obbligo, ma un consiglio motivato per favorire una scelta consapevole. Per gli studenti, rappresenta un punto di riferimento per valorizzare potenzialità e passioni; per le famiglie, un supporto chiaro per decidere insieme al figlio. Va discusso in famiglia, confrontandolo con open day e colloqui, senza considerarlo definitivo.
Spesso diversi licei si mostrano piuttosto selettivi rispetto ai voti e alla condotta degli studenti delle medie. Qual è il suo parere a tal proposito?
Domanda difficile, ma cercherò di essere chiara. I licei, specialmente a Milano, sono spesso molto selettivi a causa degli esuberi: ricevono troppe iscrizioni rispetto ai posti disponibili, quindi selezionano con criteri rigidi come il voto di orientamento o medie alte, lasciando fuori centinaia di studenti che finiscono in altre scuole. Inoltre molti pensano che il liceo sia l'unica via per il successo, vista come "scelta alta" per carriere prestigiose; mentre i professionali sono etichettati per "sfigati" o per chi non ama studiare. Un pregiudizio culturale radicato da un secolo, che ignora opportunità lavorative immediate. Ci sono delle scuole professionali di eccellenza e che preparano in maniera pratica e offrono molti sbocchi lavorativi. Non serie “B” ma pari dignità educativa.
Per concludere, in classe sicuramente lei - come tutti gli altri proff. - avrà già dato tanti consigli ai nostri compagni di terza. Quale consiglio darebbe invece ai genitori?
Consiglierei di aiutare i figli valutando insieme attitudini, interessi e risultati scolastici, senza imporre scelte basate solo su prestigio o vicinanza. Consiglierei di incoraggiare colloqui aperti e visite concrete che riducono ansie e stereotipi, favorendo decisioni autonome.
Consiglierei di parlare con i propri figli, di chiedere cosa li appassiona, quali sono le materie preferite, hobby o sogni futuri, focalizzandosi sui desideri e sui talenti personali.
Consiglierei, inoltre, di partecipare agli open day, osservare insieme le scuole, le materie che vengono insegnate e soprattutto di non proiettare sui figli le proprie aspettative. Vorrei però dire ai ragazzi che scegliere la scuola giusta è importante, ma non è una scelta per sempre: se non vi piace o vi accorgete che non fa per voi, potete sempre cambiare e ricominciare. È un segno di maturità riprovare il percorso giusto! Iniziate con fiducia, visitate open day, seguite il consiglio orientativo, ma ricordate sempre che la vita dà seconde chance.
Merci
ARIANNA TRADIGO E ALESSANDRO RUIZ
SONDAGGIO OPEN-DAY: il 99% delle famiglie con esperienze pregresse nella nostra scuola premia l'umanità e la professionalità dei docenti
15 DICEMBRE - In occasione dell'open day svoltosi lo scorso 13 dicembre presso il plesso "Giovanni Verga" (in via Asturie 1) della nostra scuola secondaria di primo grado, abbiamo rivolto dei quesiti ai genitori dei futuri ragazzi che frequenteranno - si spera - la nostra scuola.
Le domande alle famiglie le abbiamo inoltrate via email nei giorni appena precedenti l'evento e, analizzando le risposte pervenuteci, abbiamo ricavato le percentuali riportate dai grafici del carosello di immagini qui accanto e le annesse riflessioni:
Tra le cinque le domande proposte, su tutte spiccavano la terza e la quarta, dato che chiedevano di esprimere dei giudizi sulla nostra scuola. Ebbene, dobbiamo dire che è andata più che bene!
Alla domanda "Avete mai avuto figli che hanno frequentato questa scuola?", infatti, tra tutte le persone che hanno risposto di aver già avuto esperienze presso di noi con altri figli (quasi la metà degli intervistati), praticamente tutti hanno rivelato di essersi trovati molto bene!
Ed il motivo è presto detto, basta analizzare i dati del quesito successivo: "Perché pensate di iscrivere vostro figlio nella nostra scuola?". Beh, oltre alla vicinanza alla nostra scuola (ma per le medie spesso è un dato che gioca sempre molto), ben il 46% ha premiato l'umanità e la professionalità dei professori.
Dati e risposte che ci fanno capire quanto i genitori abbiano una buona opinione del nostro istituto, probabilmente perché sono stati accolti bene e i loro figli hanno passato il triennio in modo tranquillo ed eccezionale.
Speriamo siamo così anche per noi!
GIORGIA COPPARI🏐 & MARGHERITA FARINA🏐