progetto drammaturgico e regia prof. Andrea Vecchia
da un laboratorio sul mito antico della prof.ssa Catia Trombetti
EDUCARE I GIOVANI ALL'IMMAGINARIO COLLETTIVO OCCIDENTALE
Il mito di Icaro, con la sua tragica e luminosa ascensione verso il cielo, è una delle narrazioni più emblematiche dell'immaginario occidentale. La sua potenza evocativa si estende ben oltre le pagine di Ovidio, che lo racconta nelle Metamorfosi, penetrando in profondità nei recessi dell’inconscio collettivo, dove pulsano le inquietudini più radicate dell’uomo. La nota vicenda non solo rappresenta la sfida al limite imposto dalla natura, ma incarna la continua tensione tra il desiderio di libertà assoluta e la consapevolezza del rischio fatale. Il volo audace, e il successivo tragico naufragio, diventa la metafora di un incontro tra il sogno umano di trascendere i propri confini e il confronto con l'ineluttabilità della morte.
Nel mito, Icaro è il figlio di Dedalo, ingegnere e artigiano di straordinaria intelligenza, che, rinchiuso nel labirinto di Creta insieme al figlio, costruisce delle ali per fuggire. La condizione di Icaro, prigioniero come il padre, rappresenta di norma l'anelito a superare i limiti della condizione umana, che si rispecchia nell'innovazione tecnica (rappresentato dalle ali di cera e piume, simbolo del progresso e della libertà conquistata con la conoscenza.) Eppure, proprio nel momento in cui Icaro vola troppo vicino al sole, la cera si scioglie mentre l'ambizione travolge il destino del ragazzo. La caduta del giovane, da tragedia personale, si trasfigura in tragedia cosmica, poiché riflette la lotta del soggetto nei confronti di un ordine superiore che sfugge al suo controllo.
La vicenda risuona nel cuore del pensiero occidentale, dove si inscrive come archetipica espressione di un'umanità che non smette mai di confrontarsi con la propria fragilità e le proprie pulsioni. L'aspirazione a volare è stata anche intesa come una rappresentazione simbolica del desiderio di liberazione dai vincoli materiali e terrestri, ma anche come la metafora della necessità di confrontarsi con il proprio limite e la propria mortalità. Carl Jung, nel suo concetto di inconscio collettivo, avrebbe potuto interpretare il volo di Icaro come il tentativo dell'individuo di superare l'ombra, quella parte di sé che rimane ignorata o repressa, ma che inevitabilmente riaffiora con la sua forza distruttrice.
IL LABORATORIO DI SCRITTURA CREATIVA
Il lavoro drammaturgico sul mito antico e la sua conseguente messa in scena hanno interessato la classe I D della Lionello Stock ed ha avuto inizio da un laboratorio di scrittura creativa, condotto dall'insegnate di Italiano.
In tale contesto la docente ha condotto un'approfondita attività didattica incentrata sul mito di Icaro, proponendo un approccio che ha saputo integrare l’analisi testuale e la riflessione interpretativa, con l'obiettivo di stimolare nei ragazzi di prima media una comprensione critica e creativa del mito. L’azione didattica si è articolata in diverse fasi, ognuna delle quali mirata a valorizzare non solo la conoscenza del testo, ma anche a favorire lo sviluppo delle competenze narrative e interpretative degli studenti.
Il mito di Icaro, presentato in prima battuta in una versione in prosa, è stato successivamente oggetto di una lettura e rielaborazione collettiva. L’insegnante ha guidato gli studenti attraverso una riflessione sul testo, stimolando la loro attenzione alle dinamiche narrative, alla struttura del racconto e alle motivazioni psicologiche dei personaggi. La discussione ha permesso di esplorare la simbolicità del mito, in particolare l'ambiguità del volo di Icaro come allegoria dell’ambizione umana, della ricerca di libertà e della sfida ai limiti imposti dalla condizione mortale.
Successivamente, il mito è stato riproposto secondo le caratteristiche proprie del testo letterario drammatico. Gli studenti sono stati invitati a trasformare il racconto mitico in un dramma teatrale, in cui i dialoghi e le azioni dei personaggi fossero protagonisti di una rappresentazione scenica. Questo esercizio ha permesso di cogliere il testo sotto il profilo della sua potenzialità performativa. Si è riflettuto sulla relazione tra parola scritta e atto teatrale anche in termini semiotici, al fine di comprendere come il significato si costruisce in scena attraverso la complessa relazione tra parole, gesti, silenzi e spazi. In questa fase, l’insegnante ha sottolineato la funzione del dialogo come veicolo di tensione drammatica e come strumento per approfondire le motivazioni interiori dei protagonisti.
L’approccio pedagogico adottato ha puntato a valorizzare la partecipazione attiva degli studenti, stimolando il loro pensiero critico e la loro capacità di “mettere in discussione” il mito, pur mantenendo il necessario legame con il testo originale e con la sua tradizione culturale
IL MITO ANTICO PER UN'EDUCAZIONE EMOTIVA ED UNO SVILUPPO IDENTITARIO
Nelle ore di Drammaturgia e Rappresentazione il dibattito sulle potenzialità di significazione del mito ha portato i ragazzi a vedere nella vicenda antica il racconto simbolico di quella lotta interiore che ogni ragazzo compie quando inizia ad incamminarsi nella strada della crescita. L'ipotesi della rappresentazione teatrale si è così condensata sulla esplorazione delle dinamiche psicologiche ed affettive che vengono a manifestarsi tra il padre, la madre e il figlio nel corso del processo di maturazione.
Dedalo, il padre di Icaro, si è andato configurando come l'incarnazione della razionalità. Il suo desiderio di proteggere e guidare il figlio si esprime nel tentativo di plasmare il suo destino, proiettando su di lui una visione del mondo che cerca di ridurre all'ordine, di razionalizzare il caos e gli imprevisti della vita. La sua figura è quella di un padre che non accetta l’incertezza del futuro, che non tollera l’imprevedibile. In questa dinamica, la figura paterna è diventata una forza impositiva, un tentativo di controllo che limita la possibilità di evoluzione del figlio, incapace di accogliere il mistero dell’esistenza.
La madre di Icaro, invece, scompare simbolicamente nel momento in cui il figlio comincia a crescere. Non tanto per una sua assenza fisica, quanto per un processo psicologico di distacco: Icaro deve separarsi dal legame materno: un passaggio cruciale nel cammino verso l’autonomia e l’individuazione. La madre rappresenta l’irrazionalità dell’amore, l'abbraccio morbido e avvolgente che, pur apparendo protettivo, non permette al figlio di sperimentare la propria indipendenza. Il suo amore è un amore che trattiene e che, in qualche modo, impedisce a Icaro di affermarsi come individuo distinto, di tracciare la propria strada nel mondo.
In questa cornice, il Minotauro, che nel mito originale è la creatura prigioniera del labirinto, è diventato la manifestazione delle paure inconsce di Icaro, delle angosce legate alla crescita e alla separazione dal mondo infantile. Il labirinto stesso, nel contesto di questa rilettura, si è trasformato nel simbolo di quell’infanzia che trattiene Icaro in un limbo psicologico, impedendogli di compiere il passo verso la maturità. Il labirinto è stato interpretato come il luogo dove le paure irrazionali si intrecciano, dove il ragazzo si smarrisce e non riesce a distinguere tra ciò che è sicuro e ciò che è necessario per la sua evoluzione.
La fuga di Icaro, il suo tentativo di volare verso il cielo, è divenuto il simbolo di un desiderio di libertà, ma anche di una vulnerabilità insostenibile. L'irresistibile attrazione per il sole rappresenta il fantasma della madre, un sole che non è solo un obiettivo da raggiungere, ma il simbolo di un legame che Icaro non è in grado di spezzare. La sua ascesa è un atto di ribellione, ma anche una reazione a una costante tensione tra il desiderio di indipendenza e il bisogno di abbandonarsi all’amore materno, che lo opprime senza permettergli di crescere veramente. Il volo, delicato e straziante, rimane destinato alla caduta, perché Icaro non riesce a trovare il giusto equilibrio tra il razionale e l’irrazionale, tra la libertà e la dipendenza.
Il tragico epilogo, con il giovane che precipita nel mare, segna l’ineluttabile crollo di una tensione non risolta. La morte simbolica di Icaro nell’abbraccio del mare è il risultato di un fallimento nel processo di individuazione, un crollo che scaturisce dall’incapacità di liberarsi dal peso di un passato psicologico non elaborato, di un rapporto con i genitori che, pur in modo diverso, non consentono di trovare ad Icaro una vera autonomia.
I PROCESSI DI "MESSA IN SCENA" CORPO-MENTE
La parte più significativa del laboratorio - realizzato sempre nelle ore di Drammaturgia e Rappresentazione - ha inevitabilmente riguardato il processo di messa in scena della vicenda. L'assunzione nel corpo dei ragazzi del testo letterario drammatico ha rappresentato, come di norma accade in questo genere di attività, un fenomeno multidimensionale che ha coinvolto non solo processi cognitivi e interpretativi, ma anche una complessa interazione tra i sistemi neurobiologici legati all'elaborazione emotiva, alla motricità e all'integrazione sensoriale. L'approccio performativo al testo drammatico, infatti, ha attivato nella classe circuiti psicologici che spaziano dalla comprensione linguistica alla gestione delle emozioni, fino alla coordinazione motoria e alla simulazione empatica, favorendo il potenziamento di competenze emotive e cognitive.
Ricordiamo, infatti, che da un punto di vista neuroscientifico, l’atto di «assumere» il testo drammatico non si limita alla semplice memorizzazione verbale o alla declamazione del dialogo, ma implica un coinvolgimento profondo del sistema nervoso, il quale media una serie di reazioni fisiologiche che sono alla base della comprensione e dell'interpretazione del personaggio. Il processo di "embodied cognition" (cognizione incarnata) suggerisce che la mente non sia confinata esclusivamente nel cervello, ma che si estenda al corpo attraverso il movimento e l'interazione con l'ambiente. In tal senso, l'assunzione corporea del testo implica la traduzione delle parole in esperienze motorie e sensoriali che coinvolgono non solo le funzioni cognitive di alto livello, ma anche la dimensione affettiva e motoria, in forza delle dinamiche sottese all'apprendimento esperienziale. In particolare, l'imitazione e la simulazione di emozioni altrui, processi mediati dai "neuroni specchio", hanno permesso ai ragazzi di entrare in empatia con il proprio personaggio e con le altre figure della narrazione, facendo emergere emozioni che si sono radicate nel corpo e nel movimento.
Il processo di apprendimento corporeo legato all’assunzione del testo ha anche condotto ad un potenziamento delle competenze metacognitive. La "consapevolezza corporea" (body awareness) è fondamentale infatti non solo per il controllo della gestualità e della vocalità, ma anche per il miglioramento della regolazione emotiva e dell'autocontrollo psicofisiologico. Il ragazzo/attore apprende a modulare le proprie risposte fisiologiche in relazione alle situazioni drammatiche, sia sviluppando una maggiore capacità di gestire emozioni e stress (anche durante la performance), sia stimolando implicitamente il benessere individuale. I benefici del lavoro corporeo legato alla scena si estendono quindi oltre la performance teatrale, influenzando positivamente le capacità di empatia, di gestione dei conflitti e di comunicazione interpersonale.
Il processo di trucco scenico per i ragazzi non è una semplice "operazione estetica", ma un atto performativo che assume profonde valenze pedagogiche, psicologiche e identitarie. Il trucco in teatro può infatti esser considerato come un momento di transizione simbolica tra l’identità personale dell’interprete e l’identità del personaggio. Nel far questo esso facilita un particolare processo di metamorfosi che influenza sia la dimensione cognitiva sia l'universo emotivo dell’attore. In termini psicologici, questa operazione richiama il concetto di "cognizione incarnata" a cui abbiamo già fatto riferimento, secondo cui il pensiero e l’identità non sono entità astratte, ma costruzioni che emergono in relazione al corpo e all’ambiente. L’atto di truccarsi, dunque, non è solo un passaggio tecnico, ma un vero e proiprio rituale che stimola la percezione del sé in un’ottica trasformativa, aiutando l’attore a entrare nel flusso esperienziale della performance.
Inutile aggiungere che l’attività di trucco introduce dinamiche ludiche che favoriscono la sperimentazione e la creatività. Se in un’ottica vygotskiana il gioco simbolico ha una funzione essenziale nello sviluppo delle competenze cognitive ed espressive, ricordiamo che il trucco attiva anche quello stato di coinvolgimento totale in cui l’individuo sperimenta piacere, concentrazione e una sensazione di fusione con l’attività svolta.
Collaboratrici al trucco: docenti Maria Nella Mascarello, Lidia Mormino, Catia Trombetti
PRIMA DEL DEBUTTO
ICARO. AMORE DISPERATO. LA PERFORMANCE
LA MALEDIZIONE DEL LABIRINTO E IL MONITO DELLE ONDE
MINOTAURO
Hai creato il Labirinto come un capolavoro di ingegno,
un’opera immortale per nascondere il tuo peccato
e quello del tuo re.
Ma ogni pietra posata,
ogni curva di questo dedalo,
è una maledizione
che si avvolge attorno alla tua stirpe...
CORO DELLE ONDE
Come osi credere che l’uomo possa alzarsi al di sopra del suo posto,
sopra i mari e i venti, sopra l’ira degli dèi?
Le ali che hai costruito per lui sono il simbolo della tua superbia,
della tua hybris...
IL SALUTO DELLA MADRE
NAUCRATE
Mi chiedo se un giorno mi perdonerai.
Mi chiedo se capirai perché me ne vado.
Non giudicarmi, figlio mio.
Fuggo per paura di vederti andare via,
di guardarti
mentre affronti il cielo
senza che io possa gridare il tuo nome,
senza che io possa fermarti...
LA FOLLIA DI DEDALO
DEDALO
Tormentarmi?
Oh, Icaro, non è tormento quello che vedi, ma il fervore della mente che crea!
È vero,
le mie mani hanno creato queste mura,
ma sono le stesse mani
che forgeranno la nostra salvezza.
Non vedi?
Questo labirinto non è solo una prigione;
è una sfida.
Una sfida agli uomini, agli dèi!
E io la vincerò!...
LA CERA, LE ALI, IL VOLO
ICARO
Piume e cera. Cose semplici, cose fragili. Eppure, in queste mani possono diventare ali, un ponte verso il cielo.
La cera scivola tra le mie dita, tiepida e dolce, come il miele che lei mi dava quando ero bambino.
Madre… quante volte hai accarezzato le mie mani con queste stesse dita appiccicose, ridendo mentre il sole ci avvolgeva?
Il sole… quel sole caldo e dorato che scaldava la nostra casa. È tanto che non lo vedo. Da quando siamo qui, in questa ombra che non finisce mai, ho dimenticato come brilla. Ma se alzo queste ali verso di lui, lo troverò di nuovo, troverò te, madre. Mi aspetti ancora?
Oh madre, perché mi hai lasciato nelle mani di un uomo che parla solo di ingegno, di piani, di fuga, ma mai di amore? Se volo abbastanza in alto, forse potrò vederti ancora, oltre il Labirinto, oltre il mondo. Mi accoglierai nel tuo abbraccio?...
LA CADUTA
IL LAMENTO DELLE ONDE
ONDE
Amore! Lo chiamavi amore, ma era una condanna.
Hai dato a tuo figlio un volo e una caduta.
Icaro è fermo ora, fermo come un sasso, come amore in mezzo al ghiaccio.
La sua luce si è spenta, ma il suo desiderio risplende ancora tra le piume e la cera
che lo avvolgono.
Dove erano gli dèi quando Icaro volava?
L’ombra del destino era già stesa sulle sue ali.
Perché non lo avete fermato? Se esistete, dei lontani e muti?
Erano le catene del Minotauro a tenerlo qui, in questa prigione di terra e mare.
Ma non erano catene di ferro; erano catene d’amore,
di ricordi, di un sogno che non poteva compiersi...
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