Esiste redenzione per un mafioso pluriomicida?
"Se suo figlio nasceva dove sono nato io, adesso era lui nella gabbia; e se io nascevo dove è nato suo figlio, magari ora facevo l'avvocato, ed ero pure bravo". Queste sono le parole di Salvatore, un mafioso condannato all'ergastolo, a Elvio Fassone, il magistrato (di Pinerolo) che ha diretto il maxiprocesso alla mafia catanese del 1985 a Torino, e che ha emesso la sentenza. Quest'ultimo si ritrova a ripensare alle parole di Salvatore, riconoscendoci della verità. Tra loro nasce così una corrispondenza, che viene raccontata nel libro “Fine pena: ora”, diventato uno spettacolo teatrale, andato in scena a Pinerolo a fine gennaio.
Nel racconto, la contrapposizione tra la Sicilia e Torino, tra la vita del magistrato e quella del giovane mafioso, rappresenta una distinzione tra due mondi, due culture e due percorsi di crescita diversi. Questa contrapposizione suggerisce una riflessione su come la vita possa essere influenzata dalla cultura e dall'ambiente in cui si vive, e su come le esperienze e le scelte del passato possano cambiare il nostro futuro. Infatti, secondo il punto di vista di molte persone, le nostre azioni sono determinate dall’ambiente che ci circonda: nelle nostre giornate veniamo continuamente sollecitati dal mondo esterno, e spesso non siamo in grado di gestire le nostre reazioni. Altri invece pensano che il contesto sociale ed economico di provenienza possa sì influire sulle nostre possibilità e attitudini, ma che non possa essere considerato determinante nel farci diventare persone buone o cattive. Infatti, è nostra responsabilità reagire all’ambiente e determinare la nostra crescita individuale: molte persone nate in situazioni disagiate sono riuscite a costruirsi un futuro onesto, con il lavoro, l’impegno e la dedizione.
Lo spettacolo “Fine pena:ora” presenta solo tre attori sul palco: i due protagonisti, Salvatore e il magistrato Fassone, e un’altra attrice che svolge più ruoli, passando dalla narratrice, alla ragazza del detenuto, alla guardia carceraria. Tutta la storia ruota attorno alla corrispondenza tra l’ergastolano e il magistrato, che dura da circa 40 anni e che ha sempre accompagnato Salvatore nel suo tentativo di riacquisire dignità attraverso la lettura, lo studio e il lavoro, ma che si è sempre visto ostacolare dal sistema carcerario italiano. Quando abbiamo assistito allo spettacolo, l’attore che intepreta il personaggio principale, Salvatore, poco prima della messa in scena ha accusato un dolore alla gamba che l’ha portato ad avere bisogno di un bastone: nonostante non fosse programmato, noi pensiamo che sia stato utile per rappresentare la sua sofferenza e la sua lotta per la libertà.
Inoltre abbiamo trovato che la scenografia, seppur molto semplice, fosse particolare: per simboleggiare l’effetto della prigione, le sbarre sono state rappresentate tramite delle corde che calavano dal soffitto, e che erano annodate. Ogni nodo rappresenta un giorno passato in cella, per far notare lo scorrere del tempo e per mostrare quello che gli rimane da vivere. La scelta della colonna sonora, What a wonderful world, è stata quella di enfatizzare le scene più drammatiche e i momenti di svolta della sua esperienza, in cui Salvatore si avvicinava alla libertà, reale o mentale.
Questo racconto ci dimostra come le carceri italiane mettano troppa pressione e ostacolino la vita dei carcerati. Secondo l’articolo 27 della Costituzione, “le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato”. Guardando questo spettacolo, si nota come il protagonista abbia cercato una nuova strada per cambiare se stesso e la sua vita. Aveva voglia di rivalsa, dopo gli atti crudeli che aveva commesso, ma il carcere non gli dava la possibilità di ripartire: ogni volta che faceva un passo avanti, imparando nuovi mestieri e dimostrando una buona condotta, il carcere gli ricordava chi era, facendolo tornare sull’orlo del baratro.
MY DREAM, MY REBUS Francesca Gaij
Dall’accademia Albertina di Torino è stato proposto un progetto con il tema del “rebus” al quale poter prendere parte e alcun* ragazz* hanno accolto molto volentieri quest’offerta. Hanno dato vita ad una loro progettazione chiedendosi cosa volessero mostrare del “rebus”, cosa viene in mente loro se ci pensano, ecc. Il “rebus” è un gioco enigmistico che consiste nel presentare un soggetto per mezzo di segni.
Le classi hanno sviluppato una serie di tavole (che sono ancora in elaborazione) disegnando la propria idea per dare vita ad una presentazione da esporre ai docenti dell’Accademia durante una serie di incontri che si sono svolti al Buniva. Durante questi incontri, gli studenti hanno esposto la propria progettazione che poi è stata valutata dai docenti esterni. E' previsto anche un incontro presso il Castello di Rivoli.
Lo scopo di questo progetto è di offrire a noi studenti della scuola superiore l'opportunità di affacciarsi ad un altro mondo che è quello universitario per fare esperienza e proiettarsi verso un futuro diverso.
Come affermato dai creatori di questo progetto “rebus è nel nostro caso soprattutto una condizione mentale, una disponibilità a mettere in scena uno stato d’animo incerto o dubbioso o speranzoso e affermativo, interrogante o deliberatamente criptico".
Il progetto è parte del più ampio "Ars Captiva 2023, 9^ Biennale Arti Visive" in programma per i prossimi mesi.
Le tavole qui presentate sono di Elisa Marchetto e Nicholas Bruni, 5AFIG