“La solitudine di Internet” e il” post-umano.”
Uno dei maggiori
esperti mondiali di comunicazione digitale, descrive il futuro prossimo dei nostri mezzi di
comunicazione, mi è tornata in mente una storiella per bambini, in cui si racconta che un re non
vedeva di buon occhio che suo figlio, abbandonando le strade controllate, si aggirasse per le
campagne per formarsi un giudizio personale sul mondo: perciò gli regalò carrozza e cavalli. “Ora
non hai più bisogno di andare a piedi”, furono le sue parole. “Ora non ti è più consentito di farlo”,
era il loro significato. “Ora non puoi più farlo” fu il loro effetto. Che c’entra tutto questo? C’entra.
Se mi porto il mondo a domicilio come faccio a fare esperienza del mondo?
Qui non si tratta di enfatizzare o demonizzare le enormi potenzialità future dei mezzi di
comunicazione, ma di capire come l’uomo profondamente si trasforma per effetto di questo
potenziamento. L’uomo infatti non è qualcosa che prescinde dal modo in cui manipola il mondo, e
trascurare questa relazione significa non rendersi conto che a trasformarsi non saranno solo i mezzi
di comunicazione, ma l’uomo stesso.
Radio, televisione, personal computer, Cd-rom, ci plasmano qualunque sia lo scopo per cui li
impieghiamo. Una trasmissione televisiva edificante e una degradante, per diversi che siano gli
scopi a cui tendono, hanno in comune il fatto che non vi prendiamo parte, ma ne consumiamo
soltanto le immagini. Il “mezzo” indipendentemente dallo scopo ci istituisce come spettatori e non
come partecipi di un’esperienza o attori di un evento. Questa condizione che vale per la televisione,
vale, anche se non sembra per l’Internet, dove il “consumo in comune” del mezzo non equivale ad
una “reale esperienza in comune”. Ciò che nell’Internet si scambia quando non è una somma
spropositata di banalità, è pur sempre una realtà personale che non diventa mai una realtà condivisa.
Lo scambio ha un andamento solipsistico dove un numero infinito di eremiti di massa comunicano
le vedute del mondo quale appare dal loro eremo. E par di vederli questi operatori, separati ‘uno
dall’altro chiusi nel loro guscio come monaci di un tempo sui picchi dell'alture, non per rinunciare
al mondo ma per non perdere neanche un frammento del mondo “in immagine”.
Ciò comporta un capovolgimento tra interiorità ed esteriorità, e più in generale tra interno ed
esterno. Se un tempo la famiglia era l’ “interno” in cui si scambiavano questi tratti affettivi d’ira e
d’amore e più in generale quella libertà espressiva che occorreva contenere fuori all’ “esterno”, oggi
grazie alla diffusione della Tv sempre accesa la famiglia è il luogo in cui è di casa il mondo esterno,
reale o fittizio che sia. La casa reale, con le sue quattro mura e i suoi quattro mobili, è ridotta a un
container per la ricezione del mondo esterno via cavo, via telefono, via etere, e quanto più il lontano
si avvicina tanto più il vicino, la realtà di casa, quella familiare, si allontana ed impallidisce. Tutto
ciò non dipende dall’uso che facciamo dei “mezzi”, ma dal fatto che ne facciamo semplicemente
uso, per cui non gli “scopi” a cui sono preposti i “mezzi”, ma i “mezzi” come tali trasformano
l’immagine in realtà e la realtà in fantasma.
Né la situazione migliora quando la famiglia è “raccolta” intorno alla Tv, perché, a differenza della
tavola intorno a cui ci si sedeva facendo scorrere in un viavai continuo, sentimenti e risentimenti,
interessi e gelosie, sguardi e conversazioni di cui si nutriva la trama della famiglia, davanti alla Tv
la famiglia è “raccolta” non più in direzione centripeta, ma centrifuga, solo perché ciascuno, che
non è più con l’altro, ma solo accanto all’altro, prenda il volo verso una fuga solitaria che non
condivide con nessuno o al massimo con un milione di solitari del consumo di massa, che
contemporaneamente a lui, ma non insieme a lui, guardano lo schermo.
Come il gas, l’acqua, la luce, cosi i mezzi di comunicazione digitali, indipendentemente dall’uso
che se ne fa ci portano gli avvenimenti in casa dispensandoci dall’andare verso di loro. Ciò
trasforma il nostro modo di fare esperienza, se non altro perché chi vuol sapere cosa avviene fuori
casa deve andare a casa, e solo allora, quando ciascuno di noi è ridotto a una monade leibniziana
senza porte e senza finestre che si aprono sul pianerottolo del vicino, solo allora l’universo si riflette
per noi e si offre a portata di mano. Non più il viandante che esplora il mondo, ma il mondo che si
offre al sedentario che è al mondo proprio perché non lo percorre, e al limite neppure lo abita.
La rivoluzione ha del copernicano, perché il mondo non è più ciò che sta, ma a stare (seduto) è
l’uomo, e il mondo gli gira attorno capovolgendo i termini con cui, dal giorno in cui è comparso
sulla Terra, l’uomo ha fatto esperienza. Le conseguenze non sono da poco. Se il mondo viene a noi,
noi non “siamo-nel-mondo”, ma semplici consumatori del mondo. Se poi viene a noi solo in forma
di immagine, ciò che consumiamo è solo il fantasma. Se questo fantasma lo possiamo evocare in
qualsiasi momento, siamo onnipotenti, come Dio. Ma poi questa onnipotenza si riduce perché, se
possiamo vedere il mondo senza potergli parlare, siamo dei voyeurs condannati all’afasia.
Il mondo può diventare illeggibile per overdose di informazioni e l’uomo perdere il bene più
prezioso che è la capacità di fare l’esperienza. Non siamo infatti onnipotenti come i mezzi di cui
disponiamo, e non saranno certo mezzi onnipotenti capaci di mettere in comunicazione milioni di
solitudini a fare di tutti i solitari, privati proprio dai mezzi di comunicazione della possibilità di fare
un’esperienza condivisa, gli abitanti di un mondo comune…U.Galimberti.