Il coraggio della constatazione è il non rimuovere il pensiero della morte perché da quel pensiero scaturisce il senso del limite e della giusta misura nel condurre la propria vita.
Differenze tra cultura greca e cristianesimo
La grecità prenderà sul serio la morte a differenza della cultura cristiana, la quale crede nella resurrezione dei corpi. I greci pur avendo almeno due parole per dire uomo (,) preferisce utilizzare la parola () che significa “mortale”. Nasce da qui la più grande etica, caratterizzata dal concetto del limite, il senso del limite. Il senso del limite promuove azioni secondo misura (,), perché chi oltrepassa la sua misura prepara la sua rovina. Per questo l'etica greca non ha precetti né comandamenti. L'unica cosa a cui la condotta umana si deve a tenere e il non connettere () che significa eccesso, tracotanza, mentre chi conosce il suo limite, non teme il destino. Il limite consente la giusta proporzione delle parti che dell'architettura e nella scultura produce (), parola greca che esprime la giusta proporzione con cui si compongono gli elementi da cui scaturisce la bellezza che consiste nella buona forma, che non è solo un'espressione estetica, ma anche etica, se è vero, come scrive Platone che “il bello è la misura del bene”. In questa saldatura tra estetica ed etica sta l'arte del vivere che consiste nella capacità di abitare il mondo governando sé stessi diventando legislatori di sé stessi. Ciò non significa far quello che si vuole, ma che di volta in volta dobbiamo delimitare l'ambito di ciò che possiamo fare “l'etica del viandante l'etica fondamentale per i ragazzi d'oggi nell'età della tecnoscienza” ma anche di ciò che non si può fare. Per non incorrere nelle conseguenze infauste e inattese che possono derivare dall’ imponderabile a cui l'uomo è ineluttabilmente esposto, o dall'esercizio dissennato della sua libertà, da cui deriva la giusta mescolanza di coraggio. Per espandere la vita è di prudenza per non espanderla oltre i limiti concessi dalle nostre potenzialità. Se ne deduce che è morale chi sà amministrare il proprio potenziale di vita, è immorale chi smarrita la giusta misura, si ritiene onnipotente e non tiene conto della mutevolezza del caso, del variare delle situazioni, della transitorietà degli eventi virgola e soprattutto delle potenzialità di cui la sua natura dispone, a partire dalla consapevolezza morte che ci rappacifica con il nostro destino, la cui bontà si offre solo a chi si è consigliato con la sua dimensione mortale, consegnando il suo desiderio al limite e il limite all'espressione del suo desiderio. In questo equilibrio di forze contrapposte abita l'essenza la cui condizione è tragica perché a differenza, l'uomo, per vivere ha bisogno di costruire un senso, in vista della morte che è l'implosione di ogni senso. Dall'esperienza tragica il greco non esce, come il cristiano, affidandosi alla speranza di una vita ultraterrena ma approdando alla conoscenza filosofica, capace di indicare il giusto mezzo come proporzionato rapporto tra le forze della vita che vuole espandersi oltre ogni limite e misura, che la contiene nel suo limite per consentire di durare. Per questo il pensiero della morte va rimosso, perché irradia sulla vita la nozione di limite, che evita l'infelicità che sempre si produce quando la misura è abolita dal desiderio smisurato.
Amore e morte, dolore sono incatenati l'uno all'altro ci colpisce in profondità. Questo appuntamento ineluttabile come ci ricorda Epicuro, la presenza della morte significa la nostra assenza, il suo avvento il nostro congedo, o lei o noi.
Eraclito: “la morte non è nulla tutti noi abbiamo paura della morte ma non ne abbiamo motivo perché non l'hai incontreremo mai visto che noi esistiamo solo mentre siamo vivi appunto quando siamo morti, invece, non esistiamo più. Quindi: quando ci siamo noi la morte non c'è, viceversa, quando c'è la morte noi non ci siamo. Riprendendo il gioco dell'amore che senza l'altro resta sconosciuto, anche la morte può essere letta solo dell'amore che abbiamo nutrito per l'altro, è visto riflesso nel volto dell'altro ma siccome la morte dell'altro ci lascia vivi, tocca a noi soffrire la sua assenza, attestata al non senso che si diffonde sulle cose che lascia. I suoi oggetti sono ancora lì, ma solo per testimoniare che quel certo modo di abitarla che le conferiva un certo senso non c'è più punto e soprattutto non c'è più quella trasfigurazione che l'altro aveva fatto di lui vedendoci come mai avremmo potuto vederci punto per questo Paul Ludwig parla di un risentimento per colui o colei che se ne va, il risentimento per la sua infedeltà tragica “io sono morto per lei, lei è morta per me”, non sono modi di dire. È abisso”.
L'espressione “perdere la propria metà” assume in questo contesto tutto il suo sexiso. Perché, quando la morte ha un volto, anzi quel volto allora nella “paralisi dello spirito” il mio corpo incomincia ad aspra arsi alle pareti della sua vita virgola e mentre il pensiero sorvola il passato, evita le asperità e si disincarnata il corpo come ha conosciuto l'amore, rifiuta di perdere l'antico contatto, di abbandonare gli ultimi sguardi a vantarsi di una certa serenità e di un amore della vita che pure riprende a sua insaputa.