"Universa universis Patavina libertas" è il motto dell'Università di Padova ed è anche la frase sugli striscioni il 10 Ottobre, in Campo San Pantalon a Venezia, dalle 16:30, in occasione della manifestazione organizzata da Studenti contro il Green Pass Venezia, che ha visto la partecipazione di Studenti contro il Green Pass Padova. La libertà, dunque, non è forse un caso che si sia trovata in queste due città: Venezia, da tempo custode di questo valore inestimabile, e Padova, patria dello scrittore romano che molto scrisse sull'importanza della libertà nella sua opera storica e a cui credette fermamente pur vivendo nel periodo dell'instaurazione del principato, tanto da aver ricevuto il titolo di "Pompeianus" (Tito Livio, negli Ab Urbe condita).
Una ragazza del nostro gruppo di Venezia sul palco!
Come sempre, ribadiamo la nostra posizione: non vogliamo studenti di serie A e di serie B!
Όσοι το χάλκεον χέρι
βαρύ του φόβου αισθάνονται,
ζυγόν δουλείας ας έχωσι·
θέλει αρετήν και τόλμην
η ελευθερία.
Ανδρέας Κάλβος, ωδή εις Σάμον
Quelli che sentono la mano pesante
di bronzo della paura,
abbiano il giogo della servitù;
vuole virtù e audacia
la libertà.
Andreas Kalvos (1792-1869), poeta romantico greco, amico e conterraneo di Foscolo, scrisse queste parole nella "Ode a Samo".
Insieme Studenti contro il Green Pass Venezia e Studenti contro il Green Pass Padova per la tutela dei diritti di tutti, in campo San Pantalon, accompagnati da più 150 persone scese in piazza per condividere con noi gli stessi ideali, la stessa forza collettiva delle idee! Grazie a tutti quanti erano lì presenti, a esercitare i propri e i comuni diritti!
Scienza: mezzo o fine? Weber e l'Illuminismo.
Discorso di Giulia alla manifestazione del 10 Ottobre.
Vorrei proporre qui un passo de Il mondo dell’Illuminismo. Storia di una rivoluzione culturale di Vincenzo Ferrone
Gli illuministi s’interrogarono sulla natura e persino sulla storia di quel nuovo sapere che stava cambiando radicalmente la vita dell’umanità inventando le nuove scienze dell’uomo e financo l’espressione ‹‹ rivoluzione scientifica ›› che ancora oggi noi usiamo. Del resto autorevoli personaggi come Rousseau e l’Alfieri alimentarono con le loro riflessioni l’ostilità e le diffidenze dei letterati e di una gran parte del movimento illuminista contro il primato della scienza istituzionalizzata e celebrata dai sovrani nel gran circuito delle accademia europee del XVIII secolo; essi denunciarono pubblicamente e con veemenza sulle gazzette e sui periodici di tutto il continente la trasformazione degli scienziati in una nuova aristocrazia del sapere, in una sorta di nuova, potente corporazione di Antico Regime che, tradendo i valori democratici della rivoluzione scientifica all’origine, si poneva sempre più al servizio di sconosciute e implacabili logiche di dominio. Rousseau spiegò bene che le scienze e le tecniche non producevano solo emancipazione e progresso ma, divenendo strumenti di dominio, anche e soprattutto inedite disuguaglianze materiali e intellettuali, nuove gerarchie e dispotismi rispetto a quelli del mondo antico. Quei discorsi sull’innocenza e sulla cosiddetta neutralità del sapere scientifico capace di produrre per sua natura del bene oppure del male a seconda dei protagonisti infiammarono il dibattito di fine secolo.
Pertanto, a citazione conclusa, sosteniamo che certamente non si può fare a meno di credere nella scienza: la scienza è un metodo. La scienza è un metodo democratico, perché è accessibile a tutti ed è praticabile da tutti, e noi non possiamo che diffidare di quanti intendono il contrario, gatekeeper di una nuova aristocrazia del sapere. È quindi legittimo, nonché ragionevole, nonché scientifico, riservarsi il diritto di non dover accettare supinamente alcunché, quanto piuttosto dotarsi di spirito critico: non per forza si deve appoggiare indiscriminatamente l’uso che si fa del metodo scientifico, tanto meno avvallarne qualsiasi esito solo in ragione di un principio di autorevolezza, spesso confuso con un ipse dixit autoritario; né dobbiamo relegare alla scienza il compito di fornirci il senso della vita, che spesso, in suo nome, è stata resa mera processualità biologica.
Di per sé la scienza, essendo metodo, non può stabilire il fine del suo studio, ma esaminarne semplicemente l’oggetto. Secondo Max Weber, la scienza non può che configurarsi come una selezione di nessi di causa ed effetto. Essendo noi limitati rispetto all’infinità dei nessi possibili di causa ed effetto con cui possiamo descrivere gli eventi, la scienza finisce per essere un processo arbitrario, dal momento che essa non può che partire da una particolare relazione ai valori alla luce dei quali si è fatta una selezione del determinato nesso causale tra tutti i nessi causali.
Non solo, per Weber tutta l’epoca moderna, di cui siamo figli, è caratterizzata da un processo di razionalizzazione che penetra nella sfera economica e in quella politica, dando vita all’economia capitalistica e allo stato burocratico. Agire razionalmente significa astrarsi da qualsiasi valore morale, perché ogni agire razionale deve essere calcolato in base ai meri mezzi che predispone per il raggiungimento di un fine. Tuttavia non è compito della scienza valutare il fine, perché il fine non è oggetto della scienza, ma è definito in partenza da un sistema di valori. Ogni forma di potere che non sia coerente con i canoni di questa razionalità ne viene annientata. Si afferma invece, per Weber, una concezione impersonale del potere, puramente meccanica, sine ira e studio, senza odio e passione, senza riguardo della persona. Il mondo meccanico che da qui si dischiude si rivela non solo privo di libertà ma anche privo di senso. Una gabbia d’acciaio. Un labirinto qr. Lascia totalmente senza risposta ogni richiesta di senso: “La scienza medica non si pone la domanda se e quando la vita valga la pena di essere vissuta”. Il mondo rischiarato dal progresso scientifico subisce un processo di disincantamento. Il mondo dei valori si ritrova privo di fondamento, in uno stato di perenne conflitto.
Giulia - Studenti contro il Green Pass Venezia
Untore e novax: parallelismi col Manzoni. Discorso di Riccardo sul palco di San Pantalon, 10 Ottobre.
Interrogandoci su come interpretare il presente, il nostro sguardo si è rivolto al passato, pervenendo al capitolo XXXII de I Promessi Sposi di Alessandro Manzoni. Vi proponiamo un breve riassunto. In particolare ci soffermeremo sulla figura degli untori, che al pari degli odierni novax, furono dipinti e creduti dai più la vera causa del proseguire dell’epidemia, allora della peste, oggi della Covid.
S’era visto di nuovo, o questa volta era parso di vedere, unte muraglie, porte d’efidizi pubblici, usci di case, martelli. Le nuove di tali scoperte volavan di bocca in bocca; e, come accade più che mai, quando gli animi son preoccupati, il sentire faceva l’effetto del vedere. Gli animi, sempre più amareggiati dalla presenza de’ mali, irritati dall’insistenza del pericolo, abbracciavano più volentieri quella credenza; chè la collera aspira a punire: e […] le piace più d’attribuire i mali a una perversità umana, contro cui possa far le sue vendette, che di riconoscerli da una causa, con la quale non ci sia altro da fare che rassegnarsi. […] Vi s’aggiunsero poi le malíe, per le quali ogni effetto diveniva possibile, ogni obiezione perdeva la forza, si scioglieva ogni difficoltà.
Veniamo poi all’etichetta di XVII secolo, quella di untore. Ogni volta che si ripeterà questo vocabolo suggeriamo di sostituirlo mentalmente con la parola novax:
[…] untore: il vocabolo fu ben presto comune, solenne, tremendo. Con una tal persuasione che ci fossero untori, se ne doveva scoprire, quasi infallibilmente: tutti gli occhi stavano all’erta; ogni atto poteva dar gelosia. E la gelosia diveniva facilmente certezza, la certezza furore. […] la frenesia s’era propagata come il contagio. Il viandante che fosse incontrato da de’ contadini, fuor della strada maestra; […] lo sconosciuto a cui si trovasse qualcosa di strano, di sospetto nel volto, nel vestito, erano untori: al primo avviso di chi si fosse, al grido d’un ragazzo, si sonava a martello, s’accorreva; gl’infelici eran tempestati di pietre, o, presi, venivan menati, a furia di popolo, in prigione. […]
il tribunale […] ordinò alcune precauzioni che, senza riparare al pericolo, ne indicavano il timore. Prescrisse più strette regole per l’entrata delle persone in città; e, per assicurarne l’esecuzione, fece star chiuse le porte: come pure, affine d’escludere, per quanto fosse possibile, dalla radunanza gli infetti e i sospetti, fece inchiodar gli usci delle case sequestrate. […]
Sembrava quindi che, individuati e inchiodati in casa i pericolosi sospettati di essere untori, i problemi fossero risolti, seguitiamo:
Ed ecco che, il giorno seguente, mentre appunto regnava quella presuntuosa fiducia, anzi in molti una fanatica sicurezza che la processione dovesse aver troncata la peste, le morti crebbero, in ogni classe, in ogni parte della città, a un tal eccesso, con un salto così subitaneo, che non ci fu chi non ne vedesse la causa, o l’occasione, nella processione medesima. […] Ma, oh forze mirabili e dolorose d’un pregiudizio generale! […] l’attribuivano alla facilità che gli untori ci avessero trovata d’eseguire in grande il loro empio disegno. Si disse che, mescolati nella folla, avessero infettati col loro unguento quanti più avevano potuto. […]
Rammento qui, con una piccola digressione prima di tornare al Manzoni, le parole “ne usciremo migliori”, “andrà tutto bene”, accostandole a frasi come “li vorrei veder ridotti a poltiglia verde”, “mi divertirei a vederli morire come mosche”. Evidenziamo inoltre l’assurdità di constatare come gli stessi medici, osannati per la loro abnegazione e coraggio nel 2020, ora siano stati sospesi o radiati.
“Vide pertanto” dice uno scrittore contemporaneo, “l’istesso giorno della processione, la pietà cozzar con l’empietà, la perfidia con la sincerità, la perdita con l’acquisto.” Ed era invece il povero senno umano che cozzava co’ fantasmi creati da sé. […] I birboni che la peste risparmiava e non atterriva, trovarono nella confusion comune, nel rilasciamento d’ogni forza pubblica, una nuova occasione d’attività, e una nuova sicurezza d’impunità a un tempo. [Oggi si direbbe scudo penale] Che anzi, l’uso della forza pubblica stessa venne a trovarsi in gran parte nelle mani de’ peggiori tra loro. [Oggi si direbbero gli esperti][…] Si disse (e tra la leggerezza degli uni e la malvagità degli altri, è ugualmente sicuro il credere e il non credere) […] che monatti e apparitori lasciassero cadere apposta dai carri robe infette, per propagare e mantenere la pestilenza, divenuta per essi un’entrata, un regno, una festa.
[…] Del pari con la perversità, crebbe la pazzia: tutti gli errori già dominanti […] presero […] una forza straordinaria […]. E tutti servirono a rinforzare e a ingrandire quella paura speciale dell’unzioni […]. L’immagine di quel supposto pericolo assediava e martirizzava gli animi, molto più che il pericolo reale e presente.
[…] dice il Ripamonti […] “c’era qualcosa di più brutto, di più funesto, in quell’accanimento vicendevole, in quella sfrenatezza e mostruosità di sospetti … Non del vicino soltanto si prendeva ombra; dell’amico, dell’ospite; ma que’ nomi, que’ vincoli dell’umana carità, marito e moglie, padre e figlio, fratello e fratello, eran di terrore; e, cosa orribile e indegna a dirsi ! la mensa domestica, il letto nuziale, si temevano come agguati, come ascondigli di venefizio.” La vastità immaginata, la stranezza della trama turbavan tutti i giudizi, alteravan tutte le ragioni della fiducia reciproca. […] Quando un’opinione regna per lungo tempo e in una buona parte del mondo, finisce a esprimersi in tutte le maniere, a tentar tutte l’uscite, a scorrer per tutti i gradi della persuasione. […] Da’ trovati del volgo, la gente istruita prendeva ciò che si poteva accomodar con le sue idee; da’ trovati della gente istruita, il volgo prendeva ciò che poteva intendere, e come lo poteva; e di tutto si formava una massa enorme e confusa di pubblica follia. Ma ciò che reca maggior meraviglia, è il vedere i medici, dico i medici che fin da principio avevan creduta la peste, dico in ispecie il Tadino […] il quale aveva detto e predicato che l’era peste, e s’attaccava col contatto, che non mettendovi riparo ne sarebbe infettato tutto il paese, vederlo poi, da questi effetti medesimi cavare argomento certo dell’unzioni venefiche e malefiche. […] Se fosse stato uno solo che connettesse così, si dovrebbe dire che aveva una testa curiosa […] ma siccome eran molti, anzi quasi tutti, così è storia dello spirito umano, e dà occasion d’osservare quanto una serie ordinata e ragionevole d’idee possa essere scompigliata da un’altra serie d’idee, che ci si getti a traverso. Del resto, quel Tadino era qui uno degli uomini più riputati del suo tempo. […] Ci furon però di quelli che pensarono fino alla fine, e fin che vissero, che tutto fosse immaginazione: e lo sappiamo, non da loro, chè nessuno fu abbastanza ardito per esporre al pubblico un sentimento così opposto a quello del pubblico; lo sappiamo dagli scrittori che lo deridono o lo riprendono o lo ribattono, come un pregiudizio d’alcuni, un errore che non s’attendeva di venire a disputa palese, ma che pur viveva; […] “Ho trovato gente savia in Milano” dice il buon Muratori […] “che […] non era molto persuasa che fosse vero il fatto di quegli unti velenosi.” Si vede ch’era uno sfogo segreto della verità, una confidenza domestica: il buon senso c’era; ma se ne stava nascosto per paura del senso comune.
Riccardo - Studenti contro il Green Pass Venezia
L’origine dell’odio. Intervento Giulia P. M. alla manifestazione del 10 Ottobre in campo San Pantalon.
Partiamo con tre testimonianze.
· Sabato 2/10/21 a San Pantalon, Venezia: durante la manifestazione uno dei nostri ragazzi ha dato cortesemente un nostro volantino ad una passante e lei guardandolo negli occhi gli ha detto “io non vi capisco e vi disprezzo”;
· Università di bologna: una ragazza entra in aula, la professoressa le chiede il green pass, lei non ne era in possesso e così la docente decide di interrompere ed annullare la lezione. Seguono insulti, agguati fuori dall’università con violenze verbali, minacce, sputi e aggiunge “qualcuno ha reagito dandomi della troia no vax… un altro mi ha scattato delle foto a 10 cm dal faccia dicendo che se non fossi stata una ragazza mi avrebbe già picchiato”;
· ad un volantinaggio fuori dalla mensa universitaria di Ca Foscari un passante dopo aver preso in mano il nostro volantino e poco distante da noi tra sé e sé dice “dovete morire”.
Queste testimonianze le porto oggi sul palco non perché siano strumento per fomentare la rabbia, ma perché possano essere un utile punto di partenza e un pretesto per un’analisi.. sì un’analisi; perché di fronte ad una aggressione noi non rispondiamo con un’aggressione? perché facciamo oggi della violenza un oggetto su cui riflettere?
Non di certo solo per il mero piacere che dà la teoria ma perché questa possa portare dentro la stanza oscura che è il presente una flebile candela con cui poter vedere i profili delle cose che la abitano, la lor grandezza, valutando la distanza che c’è tra un oggetto e l’altro, e rivestire tutto infine della nostra coscienza.
Allora cominciamo a portare luce sull’origine dell’odio.
Quello che segue è la trascrizione di un intervento di Massimo Recalcati -psicanalista e accademico italiano- nella trasmissione Lessico Civile (andata in onda sulla Rai nel 2020) e che intervallo con alcuni miei commenti.
“Una delle caratteristiche principali dell’odio è la sua differenza rispetto all’aggressività. L’aggressività è sempre impulsiva ed emotiva, disordinata, mentre l’odio, come direbbe Lacan, è una è una passione lucida, colpisce e distrugge il nemico, è una pianificazione di annientamento, l’odio è programmatico, non ha al suo fondamento un’impulsività irrazionale… c’è qualcosa di solido nell’odio. E l’odio implica sempre che ci sia da una parte il puro, colui che odia, e dall’altra l’impuro, colui che è odiato. Il puro per esistere, per essere solido, ha sempre bisogno dell’impuro. Il puro odia l’impuro, e nel suo odio costituisce sé stesso. Non è un caso che Freud diceva che l’odio viene sempre prima dell’amore: se c’è un sentimento originario per l’umano questo sentimento originario non è l’amore, non è l’apertura alla vita, il donarsi all’altro, ma è piuttosto la vita che difende se stessa, la vita che si protegge dalla minaccia dell’altro; per questo Freud assimila l’odio allo sputare, [cfr “sputo” nella testimonianza n°2] l’odio assomiglia allo sputo, sputare significa buttare fuori dal nostro corpo qualcosa di impuro sporco scabroso inquietante. Gli psicanalisti chiamano questo sputare fuori la parte più impura di sé con un termine tecnico ossia proiezione; la proiezione consiste nell’esternalizzare, nel mettere sull’altro quello che non accetto di me stesso, mettere sull’impuro l’impurità che abita me stesso. Cosi possiamo vedere le reazioni di omofobia, di odio verso l’omosessuale che nasconde in chi odia l’omosessuale delle parti omosessuali rimosse, possiamo vedere il censore che con grande determinazione applica la censura paradossalmente agli oggetti che gli interessano”.
Attraverso le parole del professore iniziamo a capire il meccanismo di repulsione, che varia a seconda delle volte per grado ed intensità - e che viene messo in atto dalla maggior parte dei nostri interlocutori: essa si declina in una repulsione fisica e morale di allontanamento del loro corpo dal nostro, delle loro parole dalla nostre etc. Ecco, a questo evidente meccanismo di allontanamento sottende un desiderio profondo censurato nascosto negato di entrare in comunione con noi per mezzo della parola. E sentiamo allora cosa dice il professore riguardo al rapporto odio-parola.
“Dobbiamo allora subito aggiungere qualcos’altro: che l’odio non è semplicemente odio del nemico, ma l’odio è innanzitutto odio per la parola. Cosa significa dire che odio è odio della parola, che odio è odio del linguaggio: significa dire che quando c’è l’odio non c’è più la parola né il dialogo, significa dire che l’odio sospende la legge della parola che ci rende umani. La finalità dell’odio è distruggere, disumanizzare il nemico, trasformarlo in animale, rubargli la dignità. L’odio è contro la parola perché vuole raggiungere la sua meta direttamente, senza passare per le vie tortuose e faticose del linguaggio: in questo senso l’odio è sempre antipolitico. La politica – lo diceva già Aristotele - è infondo l’arte del dialogo, del confronto e dove c’è politica dove c’è vita civile della polis c’è sempre fatica, fatica della mediazione, fatica del confronto del dialogo, la politica è necessariamente un pensiero lungo, mentre l’odio promette di raggiungere con estrema forma di violenza il suo obiettivo senza passare attraverso la via lunga della parola, ad eccezione della parola violenta e corrotta, come gli insulti che sono anti parole perché contraddicono la natura stessa della parola”
Ecco che si fa sempre più chiaro l’orizzonte da cui parla lo sconosciuto, il tuo collega di lavoro o il tuo compagno di banco all’università: costoro promettono a sé stessi di non aprir bocca, e quindi violentare la loro stessa natura umana, la loro stessa bocca, il loro stesso linguaggio, con l’obiettivo di degradare chi tenta come noi la via del dialogo. La fatica di cui parla Recalcati noi studenti la tocchiamo con mano tutti i giorni, è la fatica di aprire un dibattito sul presente per rompere quella paralisi vocale che, tra silenzio neologismi e tabù e quindi insulti e violenza, ha fatto terra bruciata della politica, una tra le arti più alte, se non la più alta, dell’umano.
Infine aggiunge il professore un altro elemento interessante come ultimo spunto per noi di analisi della realtà, quando parla dell’odio come frutto della negazione del lutto. Sentiamolo.
“La psicanalisi pensa che l’odio assomigli all’allucinazione. Cos’è l’allucinazione? È la negazione della realtà per quella che è, l’odio è una allucinazione che nega l’esperienza del lutto. Franco Fornari in psicanalisi della guerra riprende alcuni studi antropologici sul alcune tribù africane in cui talvolta succedeva che la morte di un bambino anziché dar luogo al difficile e doloroso lavoro del lutto faceva scattare l’accusa che lo sciamano della tribù confinante avesse causato lui la morte del bambino scatenando una guerra. Quindi abbiamo qui al posto dell’elaborazione del lutto l’apparizione dell’odio, la guerra come trattamento dell’impossibilità di elaborare una morte”.
Questo io lo trovo estremamente interessante per noi. L’intero pianeta ha vissuto una pandemia, portando molti morti soprattutto nella sua fase iniziale. A me sembra che agli italiani siano stati negati gli strumenti del lutto e in qualche modo credo sia stata favorita la crescita di un terreno fertile per l’odio: i corpi dei morti sono stati negati alla vista dei familiari, è stato negato loro un degno funerale, sono stati tutti insieme cremati, negato il compianto, l’assistenza e l’estremo saluto, il lamento; e questi son tutti dispositivi culturali e antropologici che la società occidentale ha elaborato in migliaia di anni per affrontare la morte, e con in un colpo solo sono stati negati dallo stato.
E qui riecheggia la figura drammatica dell’Antigone che ci dà un grande insegnamento morale: un editto del re vieta la sepoltura del corpo di suo fratello, lei, sapendo perfettamente che l’infrazione di quella legge le avrebbe procurato la morte, lo seppellisce. Perché seppellisce quel corpo nonostante un editto statale pubblico glielo negasse, editto che noi chiamiamo decreto legge? Perché e cito il passo direttamente «ci sono delle leggi non scritte incrollabili degli dei che non da oggi né da ieri, ma da sempre sono in vita, né alcuno sa quando vennero alla luce» e il re le risponde «tu sola tra i Tebani la pensi così» e lei risponde «no tutti costoro mostrerebbero di apprezzare il mio gesto, se la paura non sbarrasse la loro bocca».
Agli italiani è mancato il lutto, è stato diffuso il terrore, è stata creata -come dice Citro- una coreografia del terrore: carri armati per le strade di Bergamo, gli anziani intubati in fin di vita mostrati su tutti i canali tv dall’ora di colazione a quella di cena; così è stata disseminata la paura, la paura di parlare, la paura di pensare, la paura di mettere in dubbio, quella stessa paura che ha impedito agli uomini e alle donne di questo paese di protestare ed esigere il rispetto della morte come il rispetto della vita e delle leggi non scritte come quelle scritte che sanciscono i diritti fondamentali dell’uomo e che sono stati violati dimenticanti resi muti dal nostro stato.
L’odio in queste terribili condizioni è paradossalmente e apparentemente l’unica risposta possibile, una reazione inevitabile. Ma dico apparentemente perché noi siamo qui per dimostrare il contrario.
Giulia P. M. - Studenti contro il Green Pass Venezia