Durante la manifestazione sono intervenuti in apertura e in chiusura alcuni studenti del nostro gruppo, con riflessioni e letture di passi molto belle, interessanti e toccanti che spaziavano dalle discipline umanistiche alle tematiche filosofiche, al diritto, all'etica e al ruolo della scienza e della medicina nella storia e ai giorni nostri.
Nel corso dell'evento, hanno preso la preso la parola anche alcuni membri membri del Comitato Libera Venexia, che hanno dato una mano al consentire che la manifestazione venisse realizzata, e alcuni ospiti esterni invitati all'appuntamento veneziano, tra i quali sono saliti sul palco Carlo Lottieri, professore di Filosofia del diritto all'Università di Verona, e due rappresentanti rispettivamente dal movimento Studenti contro il Green Pass di Pavia e dal gruppo Studenti contro il Green Pass di Milano Bicocca.
Li ringraziamo tutti vivamente per aver partecipato assieme a noi alla prima manifestazione da noi organizzata e per i loro bellissimi interventi, che fanno riflettere su molti aspetti della situazione attuale su cui spesso non capita di riflettere.
Intervento di apertura della manifestazione del 25 Settembre 2021, in campo San Pantalon.
Quousque tandem abutere, Catilina, patientia nostra?
Benvenuti tutti, questa è una manifestazione di Studenti contro il Green Pass di Venezia.
Essendo noi contrari alla subordinazione dei diritti rispetto al possesso di una certificazione verde, resa obbligatoria ma che prevede trattamenti sanitari non obbligatori, siamo andati a parlare con la gente, alla ricerca del dialogo.
Quando le nostre domande non trovano risposta, o meglio evidenziano la presenza di contraddizioni, i nostri interlocutori tentano di rifarsi su di noi domandandoci cosa proponiamo per uscire da questa situazione. La risposta verrà data alla fine di questo intervento, ma prima vi è un’evidente cortocircuito nella stessa domanda che va disinnescato:
Come possiamo uscire da una situazione della quale non sappiamo nemmeno come ci siamo entrati? Esisteva forse un parametro predeterminato, nel gennaio del 2020, attraverso il quale è stato stabilito che fosse in atto un’emergenza sanitaria?
Se sì, qual era? Se sì, esiste anche un parametro attraverso il quale stabilire quando questa emergenza possa dirsi conclusa?
Nel caso in cui invece questo parametro predeterminato non fosse esistito nel gennaio del 2020, potremmo dire di trovarci oggettivamente in una emergenza di questo tipo fin da quella data? E ancora, a maggior ragione, avremo mai un parametro attraverso il quale potremmo dire quando questa emergenza sarà finita?
Se la risposta è il silenzio, sappiate che tutto quello che avete sentito e ripetuto finora non era altro che un’illusione conveniente, ovvero quella che non c’è altro modo se non quello imposto dall’alto di uscire da un problema. Sapete, come disse Nietzsche “Le convinzioni, più delle bugie, sono nemiche pericolose della verità”, e purtroppo la verità sembra essere che da questa emergenza non si uscirà fino a che non sarà conveniente uscirne o fino a che non pretenderemo di uscirne, come sta succedendo nel Regno Unito.
Lo ha detto lo stesso primo ministro tecnico italiano qualche anno fa che “l’Europa, e non dobbiamo sorprenderci, ha bisogno di crisi e di gravi crisi per fare passi avanti. I passi avanti dell’Europa sono per definizione cessioni di parti delle sovranità nazionali […]. È chiaro che il potere politico, ma anche il senso di appartenenza dei cittadini […] possono essere pronti a queste cessioni solo quando […] c’è una crisi in atto, visibile, conclamata. […] Abbiamo bisogno delle crisi […] per fare passi avanti, ma quando una crisi sparisce rimane un sedimento, perché si sono messi in opera istituzioni, leggi ecc per cui non è pienamente reversibile”.
Quindi ogni crisi, ogni emergenza, lascia un sedimento, rendendo la crisi non pienamente reversibile, mai davvero superata.
Emergenza quindi, o emergenze? Quella terroristica, quella economica, quella migratoria, quella climatica, quella sanitaria ... Ognuna di loro comincia e ognuna di loro non finisce, ognuna di loro ci assale e si dà il cambio con la successiva. Continuiamo noi a trovarci in mezzo ad ognuna di esse inconsapevoli, ed inconsapevolmente ne paghiamo il prezzo. A livello di ossessione mediatica chiodo scaccia chiodo, emergenza scaccia emergenza: sanità scaccia immigrazione, sbrachi scacciano Spread, marò scacciano Crimea. Il nemico invisibile prima prende i contorni dell’attentatore, poi dell’evasore, poi dell’immigrato, poi del virus, ora del non vaccinato. Ma ognuno di questi resta in attesa, pronto ad essere invisibilmente chiamato a rapporto. Questi cavalieri inesistenti non vengono mai congedati del tutto.
Ogni nemico invisibile diventa nel frattempo un vicino, ogni vicino diventa una minaccia, ogni dissenso diventa un pericolo, ogni comunità si impoverisce, si detesta e si frantuma.
Ma forse non dovrebbe essere così: “nemico invisibile” si dice, perché esiste, ma non si vede, o non si vede perché non esiste, o almeno non esiste dove puntiamo il nostro sguardo. Forse il nostro nemico non è nell’amico di una vita, o nel figlio che si è cresciuto, né nel dipendente con cui si ha lavorato per anni. Forse il nemico invisibile va cercato in chi tenta ancora di mettere l’uomo contro l’uomo.
“Odio gli indifferenti. Tra l’assenteismo e l’indifferenza poche mani, non sorvegliate da alcun controllo, tessono la tela della vita collettiva, e la massa ignora, perché non se ne preoccupa” per citare Gramsci.
Il nemico invisibile non è quindi nell’altro, ma in chi vuole che ci sia un altro a cui contrapporsi, in chi vuole apporre al tu la qualifica di non io. Il nemico è la convinzione del pensiero unico, e l’indifferenza per i pensieri differenti.
Pertanto, se per obiettare alle nostre contestazioni, colui che ci governa, o colui che ne permette e ne consolida - più o meno consenziente - l’egemonia, chiede al soggetto governato come gestire la situazione, ha forse una qualche legittimità per continuare a governare? Può poi un padrone essere interessato a cosa propone lo schiavo affinché cessi il suo sfruttamento così ben consolidato e congeniato?
Il tribunale di Lisbona ha reso noto il numero di decessi per Covid in Portogallo: non 17 mila come dichiarato dai media ma 152; lo stato di emergenza non è previsto dalla nostra costituzione e in Spagna è stato dichiarato incostituzionale; in Svezia mai è stata applicata con la nostra tenacia alcuna misura restrittiva come lockdown, coprifuoco, obbligo di mascherina o di certificazione verde, in Danimarca non ne faranno più uso, in Inghilterra hanno salutato ogni restrizione.
In epoca di pandemia come si può gestire in maniera così opposta una stessa emergenza? Le persone che protestano e che vedono il pericolo di una deriva totalitaria qui in Italia meritano di essere obbligate alla reclusione e alla morte sociale? Lo meritano in uno stato dove vige la libertà di espressione e di stampa, di libera circolazione? Lo meritano dopo essere state costrette al confinamento, al coprifuoco, alle mascherine, all’obbligo di certificazione verde per poter lavorare? Meritano in una Repubblica che tutela l’istruzione di non poter più esercitare il diritto allo studio? Meritano in una Repubblica che tutela la salute dell’individuo che vengano ignorate le terapie domiciliari precoci? Meritano in una Repubblica democratica che i propri voti confluiscano da almeno 10 anni a questa parte nelle grinfie di governi tecnici, di governi di larghe o totali intese, sapientemente orchestrati fuori dal parlamento? Meritano in una Repubblica fondata sul lavoro che il lavoro sia usato come strumento di ricatto? Meritano in una Repubblica che richiede l'adempimento dei doveri inderogabili di solidarietà politica, economica e sociale, di essere etichettati, loro che provano ad arginare il pericolo dittatoriale, come pericolo pubblico? Meritano di subire esternazioni come richiamerei in servizio Bava Beccaris? O mi divertirei a vederli morire come mosche? O se fosse per me costruirei anche due camere a gas? O se me lo dicessero li deporterei? Non è questa forse violenza? Incitamento all’odio?
A noi non piacerà il duce,
Né eletto né non eletto,
Né di destra né di sinistra,
Né politico né tecnico,
A noi non piacerà mai essere struzzi,
e perciò chiediamo: “fino a quando Catilina abuserai della nostra pazienza? Quanto a lungo ancora codesta tua follia si prenderà gioco di noi?”
Quindi ecco la soluzione per uscire dalla emergenza sanitaria: usare gli strumenti del λόγος per richiamare tutti alla libertà quando si vuole il controllo, alla egualità quando si vogliono persone più uguali delle altre, alla fratellanza quando si vuole l’odio verso il prossimo, al rispetto della persona umana quando si vuole solo farle violenza.
Si dichiari l’emergenza finita, perché i rimedi, siano essi preventivi come il vaccino o siano precoci come le terapie domiciliari, esistono. Si dichiari l’emergenza finita perché stante così la situazione non vi è alcun criterio o documento che faccia appello a qualsivoglia parametro - come il n° di casi, di terapie intensive e di morti - in base al quale poter dichiarare altrimenti conclusa questa emergenza. Si dichiari l’emergenza finita, perché questa sta provocando fratture e drammi economici, sociali, etici e politici gravissimi nel paese. Si dichiari l’emergenza finita perché in altri paesi del mondo le restrizioni non sono in vigore.
Si dichiari cessato il tempo nel quale i portatori sani sono considerati malati asintomatici e nel quale i cittadini onesti sono considerati pericolosi dissenzienti. Si dichiari cessato il tempo nel quale sono condannate alla morte sociale le persone che si rifiutano di sottoporsi ad un trattamento sanitario non obbligatorio e sperimentale, anche qualora esse si siano sottoposte a questo già una volta, o una seconda, e si rifiutino di procedere oltre. Si dichiari cessato il tempo nel quale invece che potenziare la sanità pubblica se ne infliggono continuamente tagli, mentre si cercano fantomatici nemici della scienza a cui additare la colpa di ogni eventuale problema. Si cessi di proseguire l’attentato alla Costituzione nell’omertà generale e ci si stringa intorno ad essa. Nessun lasciapassare verde fascista, né ora, né mai, grazie.
Riccardo
A che servono alle mandrie i doni della libertà?
“Sacer esto” (sii maledetto): questo l’anatema che veniva scagliato dai romani a chi era reo di aver infranto la loro beneamata pax deorum.
Come sempre sono i classici a insegnarci come possa la teoresi trovare riscontro nella prassi. Colui che portava con sé la sacertà diveniva a tutti gli effetti un reietto, qualcuno a cui era concesso di espletare le proprie funzioni vitali, di condurre la propria esistenza, ma non di partecipare a quel tessuto sociale che era considerato il compimento dell’uomo nella sua componente superiore, nella sua anima razionale. L’homo sacer non era più animale politico, ma solo animale, che si poteva pertanto uccidere impunemente.
È chiaro, dunque, che i romani possedevano la consapevolezza di essere anche altro al di là delle proprie funzioni biologiche, della propria grama esistenza.
Potrebbe sembrare scontato, a leggerlo su un foglio o a pronunciarlo qui in questa piazza, ma scontato non è: è proprio nella negazione di questa consapevolezza, infatti, che si annida il problema di fondo dell’odierno stato di cose.
Oggi non sappiamo accettare l’idea della morte, perché ci siamo impegnati fin troppo a contrastarla. Siamo noi, i singoli individui, a essere additati come la causa della morte di un ammalato, come se non si trattasse di una fatalità naturale che preesiste e prescinde da noi. Siamo talmente attaccati all’esistenza, da essere pronti a barattarla per la vita, per la nostra dignità di individui. Tutto si può sopportare, ma non l’idea della morte.
Su questo terreno – è il caso di dire - infertile si è sviluppato, negli ultimi due anni, un sentimento diffuso di terrore, che porta i più a sacrificare senza colpo ferire la dignità dei propri simili, dei propri concittadini.
Il concetto di autodeterminazione, che si fonda su quello della dignità ed è così ripetuto negli ultimi anni e negli ultimi giorni per battaglie come l’aborto e l’eutanasia, viene volontariamente ignorato, in nome della paura.
Ci siamo ridotti, in questo modo, a quella che Agamben giustamente chiama la “nuda vita”: “una vita né sana né malata, che, come tale, in quanto potenzialmente patogena, può essere privata delle sue libertà e assoggettata a divieti e controlli di ogni specie.”
Ognuno di noi, allora, è chiamato a scegliere quale strada percorrere al bivio: la nuda vita, o la giustizia, che è di per se stessa bene comune.
I più, come è evidente, preferiscono la nuda vita, e solo pochi hanno l’integrità necessaria a sobbarcarsi l’immensa fatica che è divenuto esercitare la giustizia.
Nell’imboccare quest’ultima, accidentata strada, il mio stato d’animo di studentessa è mutato, evolvendosi.
Se in una prima fase la prospettiva di abbandonare la quotidianità cui ero abituata, il terreno su cui poggiavano i miei progetti per il futuro, mi rattristava, ora non è più così. Mi rendo conto che la società che abbandono – intendo dire l’università - è una società in cui non vale la pena di restare, perché popolata soltanto di “nude vite”, di uomini che hanno barattato la parte migliore di sé per la parte peggiore. È una società sterile, che pur pavoneggiandosi dei suoi titoli accademici, non ha più alcunché di vitale da offrire.
Non posso, dunque, provare rabbia o tristezza per averla abbandonata; provo semmai una certa nostalgia per i tempi in cui tutto questo non era ancora chiaro, e nella società avevo fiducia.
La mia rabbia monta per una ragione diversa: mi derubano le materie prime del sapere. Biblioteche, musei, concerti – dove non ci sono intermediari tra il valore intrinseco dell’oggetto e il suo spettatore – sono aperti soltanto a coloro che hanno scelto di sottostare alle nuove norme spersonalizzanti, a chi ha scelto la nuda vita. A chi ha scelto l’altra via, quella della giustizia, non resta nulla.
È questa, per quanto mi riguarda, la manifestazione più cattiva della certificazione verde, il sottrarre questi beni vitali a chi se ne nutre, per assicurarli soltanto a chi, in fondo, non ne ha alcun bisogno.
Scriveva Puškin:
Solitario seminatore di libertà,
Sono uscito presto, prima della stella;
Con mano pura e innocente
Nei solchi divenuti servi
Ho gettato un seme vivificatore –
Ma ho solo perduto il mio tempo,
I buoni pensieri e la fatica…
Pascolate, pacifici popoli!
Non vi risveglierà il grido dell’onore.
A che servono alle mandrie i doni della libertà?
Bisogna solo accoltellarle o tosarle.
La loro eredità di stirpe in stirpe
È il giogo con i sonagli e la frusta.
Maria Desideria, intervento del 25 settembre 2021
Il movimento contro il Green Pass si estende anche ai docenti universitari: interviene Carlo Lottieri, professore di Filosofia del diritto all'Università di Verona, invitato da Studenti contro il Green Pass Venezia.
Siamo ζωή (zoè) o βίος (bios)? Riflessioni di un ragazzo padovano sull'epistemologia del metodo scientifico, tra scienza e diritto, alla luce del Green Pass.
Le qualità del medico tra capacità scientifica e rettitudine morale, Pseudo-Sorano, Introductio ad medicinam, p. 244 Rose:
«Per natura e per animo ami lo studio, sia di intelligenza penetrante, per comprendere più velocemente e perché l’istruzione faccia presa su di lui. Sia coraggioso per potere giorno dopo giorno sopportare le fatiche che lo attendono. Quando vede degli spettacoli orribili, quando tocca cose sgradevoli, consideri i mali altrui come motivo di tristezza personale. Bisogna che il medico sia il meno ignorante possibile riguardo tutte le altre scienze, ma anche che sia attento per quanto riguarda i costumi. Secondo Erasistrato è una circostanza rarissima che si verifichino entrambe queste condizioni, che il medico sia perfetto nella sua arte ed irreprensibile per i suoi costumi. Se tuttavia una delle due condizioni venissero a mancare, sarebbe meglio che il medico fosse un uomo irreprensibile sprovvisto di scienza, piuttosto che un tecnico perfetto dai costumi corrotti e malvagi. Se è vero che dei costumi ben regolati sembrano compensare con l’onestà ciò che manca in materia professionale, una colpa per quanto riguarda i propri costumi può corrompere e pervertire un’arte perfetta. … E dunque … svolga l’arte medica secondo i termini del Giuramento. Vediamo ora che genere di persona deve essere il medico. Deve essere moderato nei costumi, modesto e con la giusta onestà. Non gli manchi la purezza, non sia superbo, ma curi ugualmente poveri e ricchi, servi e liberi. Una sola è infatti la medicina per tutti loro».
La giustizia, discrimine tra stati e briganti, da Sant'Agostino, De Civitate Dei:
[IV] Remota itaque iustitia quid sunt regna nisi magna latrocinia? quia et latrocinia quid sunt nisi parua regna? Manus et ipsa hominum est, imperio principis regitur, pacto societatis astringitur, placiti lege praeda diuiditur. Hoc malum si in tantum perditorum hominum accessibus crescit, ut et loca teneat sedes constituat, ciuitates occupet populos subiuget, euidentius regni nomen adsumit, quod ei iam in manifesto confert non dempta cupiditas, sed addita inpunitas. Eleganter enim et ueraciter Alexandro illi Magno quidam comprehensus pirata respondit. Nam cum idem rex hominem interrogaret, quid ei uideretur, ut mare haberet infestum, ille libera contumacia: Quod tibi, inquit, ut orbem terrarum; sed quia <id> ego exiguo nauigio facio, latro uocor; quia tu magna classe, imperator.
Se non è rispettata la giustizia, che cosa sono gli Stati se non delle grandi bande di ladri? Perché anche le bande dei briganti che cosa sono se non dei piccoli Stati? È pur sempre un gruppo di individui che è retto dal comando di un capo, è vincolato da un patto sociale e il bottino si divide secondo la legge della convenzione. Se la banda malvagia aumenta con l'aggiungersi di uomini perversi tanto che possiede territori, stabilisce residenze, occupa città, sottomette popoli, assume più apertamente il nome di Stato che gli è accordato ormai nella realtà dei fatti non dalla diminuzione dell'ambizione di possedere ma da una maggiore sicurezza nell'impunità. Con finezza e verità a un tempo rispose in questo senso ad Alessandro il Grande un pirata catturato. Il re gli chiese che idea gli era venuta in testa per infestare il mare. E quegli con franca spavalderia: "La stessa che a te per infestare il mondo intero; ma io sono considerato un pirata perché lo faccio con un piccolo naviglio, tu un condottiero perché lo fai con una grande flotta".
S. Agostino, De Civitate Dei, IV, 4