Percorrendo le vie del Borgo, il centro storico di Vico arroccato sulla sommità della collina, non riesce difficile riandare col pensiero all'epoca feudale, anche se a ricordare l'originale ambiente medioevale resta soltanto la torre merlata dell'antico castello, ora campanile della chiesa parrocchiale.
La grande parrocchiale di S. Donato svetta dall’alto della collina vicese, incastonata nel verde cupo della pineta che ricopre interamente il sito dell’antico castello, poi trasformato in forte e distrutto, infine, nel 1684.
Poco o nulla si sa delle vicende relative alla primitiva fabbrica dell'edificio.
I dati che abbiamo su quella che era la cappella gentilizia del castello, si possono ricostruire attraverso scarsi documenti notarili o testimonianze indirette di storici.
Fondata nel XI secolo dalla famiglia “del Vasto” proprietaria del castello, fu dedicata a S. Donato, santo al quale la famiglia era molto devota per proprie ragioni storiche.
Funzionante da subito anche per la popolazione del piccolo borgo sorto intorno al castello, diviene Pieve succedanea a S. Pietro a partire dal XIII secolo.
La prima testimonianza strutturale dell’edificio risale alla metà del 1500: un vescovo la descrive con tre navate, la centrale sotto tegole, le laterali con volte, con dodici altari, appartenenti alle famiglie più in vista.
Nel 1596 la chiesa parrocchiale è rifatta e consacrata. Il nuovo tempio, molto lungo, ha pianta basilicale con tre navate a otto campate coperte di volta, abside ottagonale, due sacrestie, ventidue cappelle e il campanile recuperato da una delle antiche torri del castello, ormai distrutte.
L’eccessivo peso della grande chiesa porta, nel XVIII secolo, a problemi strutturali gravi, tanto che la facciata minaccia di crollare. Il tempio verrà ridotto di molto in lunghezza. Appena terminato il lavoro, un terremoto imporrà nuovi ed importanti interventi.
Nella sua attuale struttura la chiesa comincia ad essere officiata nel 1789. In stile composito romanico-barocco, le varie, movimentate, ma relativamente pesanti strutture architettoniche, costituirono per lungo tempo il solo ornamento interno che risulta così, fin quasi al termine dell'800, austero e raccolto tanto più che la luce vi penetra, in misura limitata, da poche e piccole aperture.
Tra le opere effettuate negli ultimi anni dell'800 e nei primi del'900, il bel pavimento in mosaico che già dopo pochi anni preoccupa il parroco Don Rovere per il fatto che "i chiodi che i nostri contadini portano nelle scarpe e negli zoccoli lo rovinano con tutta facilità". Questo pavimento, tuttavia, si presenterà in accettabili condizioni di conservazione un secolo dopo la sua posa, quando si deciderà di sostituirlo con quello attuale, in granito di importazione (scandinavo e portoghese).
Datano al 1884 gli affreschi della cupola centrale e di quella dell'abside, opera dei monregalesi fratelli Toscano, sui temi, rispettivamente, dell'Assunzione di Maria e del martirio di S. Donato.
Sotto la guida degli stessi pittori Toscano, nel 1888 "le pareti della chiesa, che prima erano bianche e gialle, sono state ripulite ed ornate dai fratelli Branca ornatisti" e nello stesso anno sono “ pure ritoccati dal Signor Solari gli stucchi ivi esistenti” che “essendo i dipinti di fresca data ...presentemente non abbisognano di riparazione, tanto più che, per assicurarne la durata, nell'anno 1890 ho fatto ricoprire con intonaco di cemento la parte superiore esterna delle volte sotto cui trovansi questi dipinti".
I muri, in particolare "furono tutti insieme strettamente collegati da robuste chiavi in ferro".
Di particolare rilievo sono gli interventi effettuati a partire tra il 1894 e il 1895 sulla facciata principale e sulle corrispondenti strutture murarie interne. E’ distrutto un atrio esistente "sotto l'orchestra, largo due metri e mezzo e lungo quanto é larga la chiesa stessa"; è realizzata la facciata nella forma attuale. Progetto e conduzione dei lavori sono dell'Ing. Riccio e del cav. Schellino.
Negli stessi anni viene realizzato lo scalone monumentale che porta al sagrato della chiesa, caratterizzato dalla ricca balaustra in marmo Verzino di Frabosa. Ancora all'interno, tra il 1908 e il 1909 sono stuccate, decorate ed indorate le colonne.
Tra le opere di pregio che arricchiscono la decorazione della Parrocchiale sono infine da ricordare:
• la Via Crucis, olio su tela di ottima scuola;
• le statue di San Teobaldo e della Purità, entrambe del Roasio;
• la statua, in alabastro, dell'Immacolata;
• l'Altar Maggiore e quelli dell'Immacolata e del Sacro Cuore (già detto di San Teobaldo), ricchi di pregiati marmi.
Proseguendo dal Borgo verso Mondovì Piazza si imbocca sulla destra, seguendo le indicazioni del sentiero Landandè, una strada che conduce alla Fontana del Fo , un luogo particolare e dalle origini misteriose: il nome “Fo” deriva certamente da faggio, come dimostra la presenza nel sito di faggi, assieme a numerose altre interessanti essenze arboree. Ma un poeta locale, incantato dalla magia del luogo, ha immaginato che il nome si riferisca ad un leggendario fauno: “…la funtan-na dël Faun - sota ‘l sol dël mess-dì - a l’è tuta un gioëgh bel - êd rifless verd e giaon….”. Si tratta di un luogo importante per Vicoforte perchè molto probabilmente la sorgente che sgorga dalla roccia poi sagomata dall'uomo, così come il grande mascherone sulla sinistra della fonte, costituì la prima riserva d'acqua senza la quale non avrebbe potuto nascere il paese.
Scendendo lungo via Galliano si arriva alla chiesa di San Teobaldo costruita su iniziativa dei fedeli di Vicoforte e di Fiamenga che si autotassarono e la vollero lì, di fronte alla casa in cui la tradizione vuole che il glorioso San Teobaldo (patrono di Vicoforte dal 1966) abbia trascorso i primi anni di vita. La spontaneità e la fede, tuttavia, non dovettero bastare per costruirla secondo le migliori regole dell’architettura, se già dopo pochi anni i muri apparivano “sani, ma mal fondati”. Un primo intervento di risanamento fu portato avanti alla fine del secolo, per volontà del priore don Giacomo Rovere. Al restauro della cappella di San Teobaldo si lavora da anni: «L’intervento – spiega l’arch. Claudio Bertano – ha interessato la facciata esterna e gli affreschi interni. Un progetto che ha ottenuto il parere favorevole di tre Soprintendenze: quella dei Beni architettonici e paesaggistici, quella dei Beni storico- artistici e quella dei Beni archeologici (prima di intervenire sulle murature fu realizzata una campagna di indagine, anche al fine di valutare la natura geologica del suolo su cui sorge la struttura
Via Galliano
con San Teobaldo
a sinistra
San Teobaldo prima dei restauri
a destra
l'interno di San Teobaldo
Fontana del FO