Giuseppe Flavio
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La prima guerra giudaica fu combattuta tra l'Impero romano ed Ebrei ribelli; durò dal 66 al 70 (anche se continuò con strascichi fino al 73) ed ebbe come conseguenza la distruzione del tempio di Gerusalemme.
I motivi della rivolta sarebbero diversi.
Secondo Filone di Alessandria, nel 40, Caligola avrebbe tentato di far collocare una statua con le sue fattezze nel tempio di Gerusalemme, sostenendo di essere un dio e pretendendo di essere venerato; chi si fosse opposto sarebbe stato mandato a morte. All'ordine imperiale si sarebbero opposti i Giudei, comunicando al legato di Siria che Caligola avrebbe dovuto annientare l'intero popolo - in quanto la legge e i costumi vietavano di porre nel Tempio immagini di divinità.
Seguì la morte di Caligola nel 41; successive opere, come il Quarto libro dei Maccabei, parlavano di resistenza civile e non armata all'oppressione. Dopo il 44, secondo Giuseppe Flavio, furono altre le cause: il malgoverno dei prefetti romani, come Lucceio Albino e Gessio Floro, e la crescente avversione all'aristocrazia laica e sacerdotale sempre più corrotte. Tali condizioni avrebbero accresciuto la certezza di essere nel periodo di tribolazione premessianica (si veda Libro di Daniele in special modo) con il manifestarsi di numerosi profeti ritenuti mendaci.
Lo stesso argomento in dettaglio: Giudea (provincia romana).
Nel 66, il procurator Augusti della Giudea, Gessio Floro, pretese che fossero prelevati diciassette talenti dal Tempio e, trovando una forte opposizione da parte degli ebrei, mandò avanti i propri soldati, che provocarono la morte di 3.600 persone. In seguito Floro, con il pretesto di avere una dimostrazione di fedeltà da parte dei Giudei, ordinò che accogliessero due coorti dell'esercito romano che si stavano dirigendo a Gerusalemme da Cesarea. Le coorti avevano l'ordine di attaccare la folla qualora questa avesse insultato Floro, cosa che avvenne, provocando un altro intervento contro la popolazione; le coorti, facendo uso della forza per raggiungere la fortezza Antonia, il forte di Gerusalemme a ridosso del Tempio, vennero assalite dalla popolazione, perciò Floro, sedata l'agitazione, disse che sarebbe partito da Gerusalemme per andare a Cesarea, lasciando un presidio all'Antonia.
Floro, alla presenza del governatore di Siria Gaio Cestio Gallo, dichiarò che erano stati i Giudei ad iniziare i disordini. Dopo la visita a Gerusalemme degli ispettori di Cestio, che diede ragione ai Giudei, la situazione sembrò distendersi, ma le frange ebraiche più radicali diedero inizio alla guerra occupando Masada, sterminandone la guarnigione romana, mentre Eleazaro ben Simone, sacerdote del Tempio, proibì di eseguire i consueti sacrifici in favore dei Romani e occupò il Tempio. Floro inviò duemila cavalieri a domare la rivolta, che si era estesa per tutta la città alta. I rivoltosi, guidati da un certo Menahem, incendiarono gli edifici romani, mentre il sommo sacerdote del Tempio, Anania, venne assassinato fuori città. Menahem venne ucciso a sua volta quando fu raggiunto dagli uomini di Eleazaro, e i pochi seguaci scampati fuggirono a Masada.
A Cesarea Floro fece uccidere tutti i Giudei della città, circa diecimila, fatto che fece estendere la ribellione a tutta la Giudea settentrionale, dove Giudei e Siri si massacrarono a vicenda senza pietà. Ad Alessandria scoppiarono altri tumulti, ma Tiberio Alessandro, governatore della città, li sedò violentemente. Infine Cestio intervenne di persona con la XII legione; partendo da Tolemaide saccheggiò diverse zone della Giudea e, quando giunse a Seffori, affrontò un gruppo di rivoltosi, sconfiggendolo. Di qui si diresse verso Gerusalemme, dove si stava svolgendo la festa delle capanne; i rivoltosi vinsero il primo scontro, ma vennero sconfitti nel secondo, così Cestio poté conquistare alcuni quartieri di Gerusalemme. A causa dell'indugio di Cestio, molti Giudei giunsero dalle regioni circostanti in soccorso dei rivoltosi e lo obbligarono a ritirarsi frettolosamente; pochi giorni dopo l'esercito di Cestio fu quasi completamente distrutto tra Bethoron e Antipatride, e Cestio si salvò con difficoltà.
I rivoltosi diedero poi ad Eleazaro la guida della rivolta, che organizzò la difesa e la gestione delle diverse regioni, affidate ai suoi uomini più fedeli. In questo periodo emerge la figura di Giovanni di Giscala, capo di una nuova fazione di rivoltosi, che complotta contro Giuseppe ben Mattia (poi divenuto Giuseppe Flavio) per sottrargli il controllo della Galilea, affidatogli da Eleazaro.
E' possibile leggere oppure scaricare il testo integrale nella traduzione a cura di Giovanni Vitucci pubblicato da Mondadori dal 1994 e disponibile qui a fianco (il testo è preceduto dalla cronologia, ma è privo di Introduzione, bibliografia, note e commenti che invece sono presenti nel libro stampato)
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Antichità giudaiche (in latino: Antiquitates iudaicae) è un'opera dello storico giudeo romanizzato Flavio Giuseppe, scritta in greco ellenistico nel 93-94 d.C. circa.
Quest'opera racconta la storia del popolo ebraico dalle origini fino all'epoca immediatamente precedente la guerra giudaica del 66-70 (raccontata da Flavio Giuseppe nell'altra sua opera Guerra giudaica). Essa è la principale fonte storica che ci sia pervenuta sulla Palestina del I secolo e contiene, tra l'altro, preziose notizie relative ai movimenti religiosi del giudaismo dell'epoca come gli Esseni, i Farisei, gli Zeloti.
L'opera contiene anche riferimenti a Giovanni Battista, a Gesù e ai primi cristiani. Il più celebre di questi passi è il cosiddetto Testimonium Flavianum, che definisce Gesù un "uomo saggio" e un "maestro", affermando che compiva "opere sorprendenti" e che ebbe molti discepoli: Ponzio Pilato lo condannò alla crocifissione, ma i suoi seguaci, "che da lui sono detti Cristiani", continuarono a trasmettere il suo insegnamento. Per la presenza di alcune affermazioni difficili da conciliare con la visione religiosa dell'autore, il Testimonium è da tempo oggetto di discussione tra gli studiosi. Oggi, eliminate le interpolazioni dovute probabilmente all'inserimento nel testo di glosse marginali da parte dei copisti cristiani, si tende a sostenere l'autenticità del passo[1]. Alcuni studiosi lo ritengono comunque interamente apocrifo[2][3], e altri integralmente autentico[4].
Gesù è citato anche in un secondo passo, che non presenta particolari criticità[5], come fratello di Giacomo, condannato a morte dalle autorità religiose del tempo. L'uccisione di Giacomo non compare nel Nuovo Testamento, essendo successiva agli eventi narrati negli Atti degli Apostoli: l'episodio conferma comunque le persecuzioni subite dalla Chiesa primitiva.
Il resoconto su Giovanni il Battista ne conferma l'arresto e la condanna a morte ad opera di Erode Antipa, come riferito dai Vangeli (Matteo 14, 1-12; Marco 6, 14-29; Luca 9, 7-9).
Testimonium Flavianum:
«Allo stesso tempo, circa, visse Gesù, uomo saggio, se pure uno lo può chiamare uomo; poiché egli compì opere sorprendenti, e fu maestro di persone che accoglievano con piacere la verità. Egli conquistò molti Giudei e molti Greci. Egli era il Cristo.
Quando Pilato udì che dai principali nostri uomini era accusato, lo condannò alla croce. Coloro che fin da principio lo avevano amato non cessarono di aderire a lui. Nel terzo giorno, apparve loro nuovamente vivo: perché i profeti di Dio avevano profetato queste e innumeri altre cose meravigliose su di lui. E fino ad oggi non è venuta meno la tribù di coloro che da lui sono detti Cristiani.»
(Flavio Giuseppe, Antichità giudaiche, XVIII, 63-64)
Martirio di Giovanni il Battista:
«Ma ad alcuni Giudei parve che la rovina dell'esercito di Erode fosse una vendetta divina, e di certo una vendetta giusta per la maniera con cui si era comportato verso Giovanni soprannominato Battista.
Erode infatti aveva ucciso quest'uomo buono che esortava i Giudei a una vita corretta, alla pratica della giustizia reciproca, alla pietà verso Dio, e così facendo si disponessero al battesimo; a suo modo di vedere questo rappresentava un preliminare necessario se il battesimo doveva rendere gradito a Dio. Essi non dovevano servirsene per guadagnare il perdono di qualsiasi peccato commesso, ma come di una consacrazione del corpo insinuando che l'anima fosse già purificata da una condotta corretta.
Quando altri si affollavano intorno a lui perché con i suoi sermoni erano giunti al più alto grado, Erode si allarmò. Un'eloquenza che sugli uomini aveva effetti così grandi, poteva portare a qualche forma di sedizione, poiché pareva che volessero essere guidati da Giovanni in qualunque cosa facessero. Erode, perciò, decise che sarebbe stato molto meglio colpire in anticipo e liberarsi di lui prima che la sua attività portasse a una sollevazione, piuttosto che aspettare uno sconvolgimento e trovarsi in una situazione così difficile da pentirsene.
A motivo dei sospetti di Erode, (Giovanni) fu portato in catene nel Macheronte, la fortezza che abbiamo menzionato precedentemente, e quivi fu messo a morte. Ma il verdetto dei Giudei fu che la rovina dell'esercito di Erode fu una vendetta di Giovanni, nel senso che Dio giudicò bene infliggere un tale rovescio a Erode.»
(Flavio Giuseppe, Antichità giudaiche, XVIII, 116-119)
Martirio di Giacomo il Minore:
«Anano [...] convocò i giudici del Sinedrio e introdusse davanti a loro un uomo di nome Giacomo, fratello di Gesù, che era soprannominato Cristo, e certi altri, con l'accusa di avere trasgredito la Legge, e li consegnò perché fossero lapidati.»
(Flavio Giuseppe, Antichità giudaiche, XX, 200)
1. Marta Sordi, I cristiani e l'impero romano, 2004.
2. E.Schürer, The History of the Jewish People in the Age of Jesus Christ (175 B.C.- A.D. 135), 4 vols., Edinburgh: T.& T.Clark, 1973-87.
3. H. Chadwick, The Early Church, 2nd edition, London: Penguin, 1993
4. "Some (scholars) have mantained that the passage is wholly authentic; others think that it is wholly spurious. Most today regard the passage as authentic but edited." in Craig A. Evans, "Jesus and His Contemporaries: Comparative Studies", 1995.
5. Craig A. Evans, "Jesus and His Contemporaries: Comparative Studies", 1995.
Qui sotto trovate i pdf gratis dei cinque volumi delle "Antichità Giudaiche" di Giuseppe Flavio tradotti dall'abate Francesco Angiolini, ediz.Sonzogno, Milano 1821
Per aprirli è sufficiente cliccare sui tasti sottostanti e successivamente chi volesse scaricarlo deve cliccare sull'ingranaggio in alto a destra e poi nella tendina scarica pdf.
Traduzione più recente a cura di Luigi Moraldi, pubblicato da UTET nel 2018 - 2 Volumi, vedi QUI
Luigi Moraldi (1915-2001), professore emerito di Lingue semitiche all’Università degli Studi di Pavia, considerato uno dei più importanti studiosi del Cristianesimo antico, è stato autore di contributi fondamentali sullo gnosticismo e sugli Apocrifi del Nuovo Testamento, nonché esegeta tra i più autorevoli dei manoscritti di Qumran. Ha curato numerosi volumi dei Classici delle Religioni editi da Utet.
E' possibile leggere il testo on-line su; https://www.yumpu.com/it/document/read/15707945/antichita-giudaichepdf-lo-scrigno-dei-tesori
Giuseppe Flavio, figlio di Mattia, nacque tra il 37 e il 38 d.C. . Fu sacerdote a Gerusalemme e all’età di 30 anni circa guidò alcune truppe in rivolta contro l’esercito romano (66 d.C). Dopo quattro anni di guerra che si concluse con la distruzione di Gerusalemme e del suo tempio, Giuseppe ottenne di lavorare per i romani svolgendo il compito di storico presso Vespasiano (il futuro imperatore) a Roma. Tra il 75 e il 79 d.C. scrisse un’opera dal titolo “Guerra giudaica” , che costituì un importante riferimento per la storia di Israele in questo periodo descrivendo le tristi gesta belliche alle quali anche lui aveva partecipato.
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ULTIMA SCOPERTA
“Testimonium Flavianum” di Giuseppe Flavio (37-103), ebreo romano, storico ed autore di Antichità Giudaiche, una raccolta di racconti in cui narra la storia del suo popolo da Abramo sino al suo tempo.
Di questa fonte vi sono due versioni, una che descrive Gesù con espressioni che cercano di esaltarne la sua grandezza di uomo, quasi di Dio.
Alcuni storici però ritengono che possa essere stata modificata nei secoli successivi da qualche cristiano che ha voluto enfatizzare la figura del Cristo.
Per questo, nel dubbio, non la prendiamo in considerazione.
Nel 1971 in Siria è stata trovata però una seconda versione scritta da un vescovo nel X secolo. E poiché è risultata essere più scarna e meno enfatizzate, è ritenuta più attendibile e vicina all’originale. Prendiamo quindi in considerazione quest’ultima, evidenziando che i punti salienti della testimonianza storica sono gli stessi in entrambe le versioni.
Il vescovo scrive: “Similmente dice Giuseppe l’ebreo (Giuseppe Flavio, ndr), poiché egli racconta nei trattati che ha scritto sul governo dei Giudei:
<<Ci fu verso quel tempo un uomo saggio che era chiamato Gesù, che dimostrava una buona condotta di vita ed era considerato virtuoso (o: dotto), e aveva come allievi molta gente dei Giudei e degli altri popoli. Pilato lo condannò alla crocifissione e alla morte, ma coloro che erano stati suoi discepoli non rinunciarono al suo discepolato (o: dottrina) e raccontarono che egli era loro apparso tre giorni dopo la crocifissione ed era vivo, ed era probabilmente il Cristo del quale i profeti hanno detto meraviglie>>”
Davvero sorprendente questa prova storica di fonte ebreo-romana, quindi non influenzabile, che oltre a confermarci, in perfetta concordanza con i vangeli, l’esistenza di un uomo di nome Gesù, di buona condotta, virtuoso e dotto che aveva molti seguaci e morto per crocifissione sotto Pilato.
Ci evidenzia come le primissime comunità affermassero che Egli era resuscitato tre giorni dopo la morte ed era vivo. Ed era probabilmente il Cristo predetto dai profeti.
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ANTICHITA' GIUDAICHE
Riferimento a Giovanni Battista nelle Antichità Giudaiche.
In Antichità giudaiche, Giuseppe Flavio fa un riferimento in senso elogiativo di Giovanni Battista (cap. 18,116-119), riportando come molti giudei attribuivano la disfatta dell’esercito di Erode al fatto che egli aveva messo a morte il Battista, che quasi tutto il popolo riteneva un vero profeta di Dio.
Ad alcuni dei Giudei sembrò che l’esercito di Erode fosse stato annientato da Dio, il quale giustamente aveva vendicato l’uccisione di Giovanni soprannominato il Battista. Erode infatti mise a morte quel buon uomo che spingeva i Giudei che praticavano la virtù e osservavano la giustizia fra di loro e la pietà verso Dio a venire insieme al battesimo; così infatti sembrava a lui accettabile il battesimo, non già per il perdono di certi peccati commessi, ma per la purificazione del corpo, in quanto certamente l’anima è già purificata in anticipo per mezzo della giustizia. Ma quando si aggiunsero altre persone - infatti provarono il massimo piacere nell’ascoltare i suoi sermoni - temendo Erode la sua grandissima capacità di persuadere la gente, che non portasse a qualche sedizione - parevano infatti pronti a fare qualsiasi cosa dietro sua esortazione - ritenne molto meglio, prima che ne sorgesse qualche novità, sbarazzarsene prendendo l’iniziativa per primo, piuttosto che pentirsi dopo, messo alle strette in seguito ad un subbuglio. Ed egli per questo sospetto di Erode fu mandato in catene alla già citata fortezza di Macheronte, e colà fu ucciso”. (Ant. XVIII, 116-119).
È da notare il parallelo di questo passo dei Giuseppe Flavio con i molti testi dei Vangeli su Giovanni Battista e sulla sua morte.
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ANTICHITA' GIUDAICHE
Riferimenti a Gesù nelle Antichità Giudaiche.
In due altri passi Giuseppe Flavio fa esplicita menzione di Gesù. Vediamo la prima che troviamo al cap. 20, 199-203.
«Il più giovane Anano tuttavia, del quale ho menzionato più sopra la nomina a sommo sacerdote… apparteneva alla setta dei sadducei, i quali, come già s’è notato in antecedenza, nel giudizio erano più duri e spietati di tutti gli altri Giudei. Per gratificare questa sua durezza di cuore, Anano ritenne di aver trovato già ora, che Festo era morto e Albino non era ancora arrivato (si tratta di due procuratori romani: Porcio Festo governò dal 60 al 62 d.C. e Luccio Albino dal 62 al 64 d.C.), un’occasione propizia. Convocò perciò il sinedrio per il procedimento giudiziario e gli pose dinanzi il fratello di Gesù, che è detto il Cristo, di nome Giacomo, nonché alcuni altri, che egli accusò di trasgressione della legge, e li fece lapidare. Ciò però amareggiò anche i più zelanti osservanti della legge, i quali perciò inviarono in segreto ambasciatori al re (Agrippa II,) con la richiesta di invitare Anano – per iscritto – a non permettersi mai più, in futuro, di combinare azioni simili… Alcuni di loro andarono persino incontro ad Albino che era in cammino da Alessandria e lo informarono che Anano non aveva alcun diritto di convocare il sinedrio per procedimenti giudiziari, senza la sua approvazione… Agrippa peraltro, in seguito a ciò, già tre mesi dopo che aveva assunto la carica lo depose… »
Questo passo è ritenuto autentico dai critici letterari, soprattutto perché Giuseppe cita Gesù solo per precisare l’identità di Giacomo, così come è solito fare lo storico anche con altri personaggi. L’espressione “detto il Cristo” è specificata da Giuseppe per distinguere questo Gesù da altri personaggi con lo stesso nome (>riferimento Guerra Giudaica 6,300-306 pag. 574 Merz), e inoltre è un’espressione tipicamente ebraica e non cristiana. Giuseppe sembra inoltre mostrare stima verso Giacomo che era ritenuto Giusto anche dai giudei, attestando come il sommo sacerdote Anano fu spodestato da Agrippa II per aver condannato a morte Giacomo, il “fratello di Gesù”.
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GUERRA GIUDAICA
La profezia sull’attesa del Messia
È anche un’opera che ci fa comprendere l’ambiente storico ebraico nel quale visse Gesù, come ad esempio l’attesa messianica che era forte in quel periodo. Infatti, al cap. 5, Giuseppe Flavio ci comunica che il vero motivo che aveva indotto gli ebrei alla guerra del 66-70 d.C. fu l’attesa del Messia così come era attestato dalle Scritture:
«Ma quello che incitò maggiormente (gli ebrei) alla guerra fu un’ambigua profezia, ritrovata ugualmente nelle sacre Scritture, secondo cui in quel tempo “uno” proveniente dal loro paese sarebbe diventato dominatore del mondo» .
Per non fare un torto a Vespasiano e per celebrare le gesta del suo illustre tutore, applicò questa profezia proprio a Vespasiano:
«Questa (l’ambigua profezia) gli ebrei la intesero come se alludesse a un loro connazionale, e molti si sbagliarono nella sua interpretazione, mentre la profezia in realtà si riferiva al dominio di Vespasiano, acclamato imperatore in Giudea».
In quest’opera non ci sono riferimenti diretti a Gesù, mentre lo citerà esplicitamente in una seconda opera successiva, le “Antichità giudaiche” (93-94 d.C.), che sarebbe una sorta di completamento della Guerra giudaica, in quanto ricostruisce la storia di Israele dalle origini fino allo scoppio della guerra contro i romani.
Altre sue opere successive saranno Contra Arpionem (95 d.C.) e una sua autobiografia che è un’apologia del suo operato politico: Vita.
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ANTICHITA' CIUDAICHE
Il «Testimonium Flavianum » nelle Antichità Giudaiche
Ma il passo più importante su Gesù di Nazareth l’abbiamo nel cosiddetto “Testimonium Flavianum” (la testimonianza flaviana) al cap. 18,63ss.
Questo testo è stato oggetto di discussione negli ultimi decenni, per il fatto che si ipotizza che in realtà il passo è stato interpolato (cioè, vi sono state aggiunte delle espressioni) ad opera di un cristiano dopo la redazione originaria di Giuseppe Flavio. Oggi, sussistono 3 posizioni sull’autenticità del Testimonium Flavianum:
1) il testo è originale e autentico così come ci è stato tramandato da più fonti
2) il testo è stato interpolato successivamente da un autore cristiano
3) il testo è stato rielaborato successivamente da un autore cristiano partendo da un racconto originario di Giuseppe Flavio.
Vedremo di seguito queste 3 ipotesi illustrando quali siano gli elementi a favore per ogni posizione, anche se dobbiamo subito dire che tutti gli studiosi affermano all’unanimità che certamente il testo cita Gesù di Nazareth come personaggio storico, e questo a noi basterebbe ai fini dello studio che stiamo facendo, ovvero quello di provare come Gesù sia effettivamente esistito.
Infatti, nella peggiore delle ipotesi, Giuseppe Flavio attesta di sicuro le seguenti notizie storiche su Gesù: egli insegnò, fu seguito da molti, venne crocifisso, i credenti in lui continuano ad esserci anche dopo la sua morte.
Ma oltre alle 3 posizioni degli storici di cui si diceva prima, vedremo come certi studiosi hanno ricostruito il testo in una forma originaria avversa a Gesù e altri in una forma originaria neutrale nei confronti di Gesù.
(Nella riflessione su questo testo seguiremo in linee generali il manuale Theissen – Merz, Il Gesù storico, Queriniana, Brescia 1999. )
Infine, vedremo come una importantissima scoperta degli ultimi decenni sembra aver sciolto definitivamente i nodi sull’autenticità del passo in questione.
Intanto vediamo il testo così come è presente in tutti i manoscritti antichi del Testimonium Flavianum, così come ci sono pervenuti.
«Verso questo tempo visse Gesù, uomo saggio, ammesso che lo si possa chiamare uomo. Egli infatti compiva opere straordinarie, ammaestrava gli uomini che con piacere accolgono la verità, e convinse molti Giudei e Greci.
Egli era il Cristo. E dopo che Pilato, dietro accusa dei maggiori responsabili del nostro popolo lo condannò alla croce, non vennero meno coloro che fin dall’inizio lo amarono. Infatti apparve loro il terzo giorno, di nuovo vivo, avendo i divini profeti detto queste cose su di lui e moltissime altre meraviglie. E ancor fino al giorno d’oggi continua a esistere la tribù dei cristiani che da lui prende il nome.»
L’ipotesi di autenticità.
Sono pochi i sostenitori di questa ipotesi, anche se si tratta di storici di grande importanza come von Ranke e von Harnack. Tranne la parte «apparve loro il terzo giorno, di nuovo vivo, avendo i divini profeti detto queste cose su di lui e altre meraviglie» che sembra un’aggiunta successiva di un autore cristiano, il Testimonium Flavianum è sostanzialmente autentico e quindi avrebbe la seguente forma :
«Verso questo tempo visse Gesù, uomo saggio, ammesso che lo si possa chiamare uomo. Egli infatti compiva opere straordinarie, ammaestrava gli uomini che con piacere accolgono la verità, e convinse molti Giudei e Greci. Egli era il Cristo. E dopo che Pilato, dietro accusa dei maggiori responsabili del nostro popolo lo condannò alla croce, non vennero meno coloro che fin dall’inizio lo amarono. E ancor fino al giorno d’oggi continua a esistere la tribù dei cristiani che da lui prende il nome.»
A favore di questa ipotesi di autenticità ci sono, in effetti, molte ragioni tra le quali riportiamo le seguenti:
1) Le espressioni « uomo saggio » e « opere straordinarie » sono tipiche di Flavio Giuseppe e difficilmente sarebbero attribuibili ad un cristiano
2) Anche « con piacere accolgono la verità » è tipica di Flavio Giuseppe, mentre non la userebbe un cristiano, in quanto piacere ha un’accezione negativa nel cristianesimo.
3) L’affermazione « convinse molti Giudei e Greci» sembra rispecchiare la realtà proprio di Roma dove viveva Flavio Giuseppe e dove molti giudei e pagani avevano abbracciato la fede in Cristo; mentre non è riconducibile a fonti cristiane.
4) il testo sembra porre l’accento soprattutto sull’esecuzione ad opera di Pilato tipica di chi conosce le condizioni giuridiche della Giudea; mentre un cristiano avrebbe dato la colpa della crocifissione di Gesù soprattutto ai giudei e non al procuratore romano.
5) Il fatto che i cristiani vengano designati come tribù dimostra il tono dispregiativo che un cristiano non avrebbe mai usato, mentre è perfettamente attribuibile a un giudeo come Flavio Giuseppe.
L’ipotesi dell’interpolazione.
Gli studiosi che sostengono che il Testimonium Flavianum abbia subito delle aggiunte, portano come prova i seguenti punti:
1) Il periodo di governo di Ponzio Pilato è presentato da Giuseppe Flavio nelle Antichità Giudaiche sempre come una successione di ribellioni, mentre il termine stesso “ribellione” non appare nel testo in oggetto;
2) Il testo non è citato da nessun padre della Chiesa in senso apologetico nei secoli II e III, soprattutto perché non veniva detto, nella redazione originaria, che Gesù « era il Cristo » , ma questa espressione è stata aggiunta in seguito.
3) Le 3 espressioni tipiche di un cristiano e non di un ebreo come lo era Giuseppe Flavio, e quindi frutto di un interpolazione posteriore, sono:
«ammesso che lo si possa chiamare uomo» , che tradisce una fede nella divinità di Cristo da parte di chi scrive (cosa che non poteva essere per Giuseppe Flavio);
«questi era il Cristo», anche questa espressione è chiaramente tipica di chi crede che Gesù è il Cristo, cioè il Messia;
« apparve loro il terzo giorno, di nuovo vivo, avendo i divini profeti detto queste cose su di lui e altre meraviglie», anche questa è un’affermazione di un cristiano.
Mi permetto, però, di obiettare una cosa a queste ragioni sulla non autenticità. Se probabilmente non vi era la frase «questi era il Cristo», credo che si può pensare che la forma originaria di Giuseppe Flavio poteva essere: «Questi era detto il Cristo» oppure «Questi era creduto il Cristo dai suoi discepoli», e questo perché, come si può vedere, il Testimonium Flavianum si conclude con la frase «continua a esistere la tribù dei cristiani che da lui prende il nome» (che da tutti gli studiosi è considerata autentica); inoltre anche nel passo di Antichità Giudaiche cap. 20, 199-203 Flavio Giuseppe dice di Gesù «che é detto il Cristo»; e inoltre non credo che lo storico ebreo abbia avuto difficoltà a capire che dal momento che i suoi seguaci erano chiamati cristiani, egli sicuramente «era detto il Cristo».
Ipotesi della rielaborazione
È un’ipotesi che cerca di trovare una via di mezzo tra l’interpolazione e l’autenticità del Testamentum, sostenuta soprattutto da J.P. Meier alla luce anche di alcune scoperte che si sono fatte recentemente. Secondo questa posizione, il Testamentum che ci è stato tramandato è il risultato di una rielaborazione fatta a partire dal racconto originario di Giuseppe che ha apportato poche modifiche. Secondo questo studioso, il testo originale uscito dalla penna dello storico ebreo doveva essere il seguente.
«In quel tempo comparve Gesù, un uomo saggio. Si diceva che compisse delle opere straordinarie, insegnava alla gente che con piacere ricevono la verità: e attirò a sé molti discepoli sia fra Giudei che fra gente di origine Greca. E quando Pilato, a causa di un accusa fatta dai maggiori responsabili del nostro popolo, lo ha condannò alla croce, coloro che lo amarono fin dall’inizio non cessarono di farlo e fino ad oggi la tribù dei cristiani (che da lui prende il nome) continua ad esistere»
Una recente scoperta getta luce sul testo originale del Testamentum Flavium
Nel 1972 Shlomo Pinès, (1908 – 1990), professore all’Università di Gerusalemme, sostenne che il Testamentum Flavianum è sostanzialmente autentico proprio nella versione in cui l’abbiamo conosciuto dalle fonti antiche, e che ci sono state soltanto delle piccole variazioni. Pinès si basa su un testo in arabo del Testamentum che si ritrova nella Kitab Al-Unwan (Storia universale), un’opera di Agapio di Ierapoli (Siria) del X sec., vescovo e storico cristiano, che riporta il passo delle Antichità Giudaiche nella seguente forma:
Afferma l’ebreo Giuseppe, che racconta nei trattati che ha scritto sul governo dei Giudei:
In questo tempo, viveva un uomo saggio, che si chiamava Gesù. Egli aveva una condotta irreprensibile, ed era conosciuto come un uomo virtuoso. E molti fra i Giudei e le altre Nazioni divennero suoi discepoli. Pilato lo condannò a essere crocifisso e a morte. Quelli che divennero suoi discepoli non cessarono di seguire i suoi insegnamento. Essi raccontarono che egli era apparso loro il terzo giorno dopo la sua crocifissione e che egli era vivo. A questo proposito, egli forse era il Messia di cui i profeti avevano raccontato le meraviglie
Questo testo sembra aver messo tutti d’accordo circa la forma originaria, in quanto, sebbene riportato da un vescovo cristiano, non appare modificato o rielaborato secondo una prospettiva cristiana, ma può benissimo essere stato scritto dallo stesso Flavio Giuseppe, o comunque, se non è proprio la versione originale, almeno appare molto vicina ad essa.
Se il vescovo lo avesse modificato non avrebbe sminuito la figura di Gesù con l’espressione del tipo “egli forse era il Messia”. In questa versione appare chiaro come Giuseppe Flavio riporta le qualità di Gesù non come sue affermazioni, ma come veniva definito e riportato da altri (i discepoli di Gesù). Attribuisce la resurrezione di Gesù non come a una propria fede, ma a ciò che raccontavano, appunto, i suoi discepoli.
Conclusione su Giuseppe Flavio.
In breve, per concludere, come abbiamo precedentemente scritto, quello che a noi interessa non è tanto se Giuseppe Flavio credeva o meno alla messianicità o alla divinità di Gesù, e se egli era divenuto cristiano o meno, ma ai fini di dimostrare la storicità di Gesù constatiamo che certamente Giuseppe parla di Gesù come un personaggio storico realmente esistito così come Pilato, Giacomo, Giovanni Battista.
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http://www.gesustorico.it/htm/fontinocrist/giuseppeflavio.asp