1. L’alfabeto ebraico consta di 22 segni consonantici. Mediante un punto diacritico, uno di essi, la š, ha dato origine alla variante ś, di formazione più recente. I segni vocalici furono inventati nel sec.VI d.Cr. e consistono in piccole linee o punti sistemati sotto o sopra i segni consonantici. I primi testi epigrafici ebraici che possediamo - il Calendario di Gézer, forse del sec.X a.Cr.; gli Ostraca di Samaria, del sec.IX a. Cr.; l’Iscrizione di Sìloe, del sec.VII a.Cr.; ecc. - usano un tipo di scrittura fondamentalmente identico a quello delle iscrizioni fenicie più antiche.
I 22 segni di cui consta la scrittura ebraica più antica hanno a un dipresso struttura triangolare e sono noti col nome di “segni o scrittura paleoebraica”. Al tempo dell’Esilio (586-538), a causa della prepondernate influenza dell’aramaico, allora considerato come lingua internazionale, la scrittura ebraica andò evolvendosi verso un altro tipo che, per la forma angolosa e rettangolare dei suoi segni, è denominato “scrittura quadrata”.
L’adozione definitiva di questo tipo di scrittura avvenne non senza qualche difficoltà. Il Talmud ricorda la serie di discussioni sorte tra i sacerdoti ebrei nei secc.VI e V a.Cr. per decidere se fosse lecito o no trascrivere i testi sacri nella nuova scrittura. I sostenitori di questo sistema adducevano la ragione che quasi nessuno ormai sapeva leggere l’antica scrittura paleoebraica. Gli avversari invece sostenevano che la nuova scrittura tradiva lo spirito del testo tramandato. Vinsero finalmente i primi, ma i loro avversari si separarono dalla comunità giudaica per creare la setta dei Samaritani.
Con questo episodio trionfò definitivamente in Israèle il nuovo tipo di scrittura, che infatti appare già nell’Iscrizione di ‘Araq el-Emir (secondo alcuni del sec.II, secondo altri del III a.Cr.) ed in iscrizioni giudaiche posteriori. Questo tipo di scrittura è più o meno identico a quello usato ancor oggi. Tuttavia l’antica scrittura paleobraica è stata coltivata fino all’era cristiana. Le iscrizioni sulle monete maccabaiche (secc.II e I a.Cr.) sono tracciate coll’alfabeto arcaico. Tra i documenti di Qumràn, che rimonterebbero per lo più al sec.I a.Cr., sono stati trovati dei frammenti, alquanto anteriori, scritti coi caratteri paleoebraici ed è interessante osservare come alcuni testi scritti con la scrittura quadrata continuino ad usare i caratteri paleoebraici per il sacro tetragramma divino: YHWH.
2. Sia l’alfabeto quadrato, nella cui elaborazione Diringer volle vedere alcune influenze del paleoebraico, sia soprattutto quest’ultimo, sono in relazione diretta o indiretta coll’alfabeto fenicio. Le prime testimonianze di questo alfabeto risalgono al sec.XIII a.Cr. e consistono nelle due iscrizioni del sarcofago di ‘Ahiràm (a Biblos), che tuttavia alcuni vorrebbero postdatare al sec.X a.Cr. Coloro che vogliono collocare l’iscrizione di Safatbà’al anteriormente rispetto a quelle di ‘Ǎhỉrặm e situarla fra il sec. XVIII ed il XV a.Cr. si trovano di fronte a serie difficoltà (Février). In realtà pare siano posteriori rispetto alle iscrizioni di ‘Ǎhỉrặm l’iscrizione della spatola di Asdrubale, quasi contemporanea alle precedenti, e l’iscrizione di Yehimilk, di data alquanto successiva.
L’alfabeto fenicio in tutte le iscrizioni cui s’è accennato presenta già per ognuno dei 22 segni di cui consta il valore consonantico di semplice fonema. I vari segni sono chiari e si distinguono facilmente gli uni dagli altri. Si tratta d’un sistema quasi perfetto (le vocali non vi sono segnate) e suppone logicamente che si sia già superata totalmente la tappa necessaria (uno o due secoli) delle prime prove.
3. Sebbene non si conoscano le denominazioni delle 22 lettere dell’alfabeto fenicio, si possono tuttavia congetturare dai nomi che ricevono nella lingua ebraica, siriaca e greca.
Riguardo al nome delle lettere in ebraico, abbiamo la loro trascrizione in greco (testo delle Lamentazioni nella versione dei LXX ed Eusebio, Praep. Ev., 10,5) ed anche una tradizione talmudica tardiva (Sabbat, 104b). Per il loro nome in siriaco possediamo sillabari (sia orientali che occidentali) fin dai secc.VII ed Vili d.Cr.
I nomi delle lettere in greco, infine, sono testimoniati fin dai secc.VI e V a.Cr. e con tutti questi elementi Noldeke ha potuto ricostruire il nome delle varie lettere dell’alfabeto fenicio:
‘alf
bet
gaml (geml)
delt
he
waw
zai (zait ?)
hēt
tet
yód
kaf
lamd
mēm
nūn
semk (samk)
‘ain
pē
sadē
qof
rós (res)
šin
taw
È quasi pacifico che il nome delle diverse lettere abbia relazione diretta con la forma dei loro rispettivi segni. Soltanto alcuni autori, come ad esempio H. Bauer, hanno negato tale relazione. Non possiamo ora star qui ad insistere sulle ragioni che la giustificano. Vediamo piuttosto fino a che punto questa relazione può esser convincente:
‘Alf (ebr.: ‘ālef) significa “bue” e la forma del segno equivalente dell’alfabeto fenicio più arcaico, soprattutto nelle iscrizioni di ‘Ahìrām, sembra che presenti una testa di bue con le corna che costituiscono la parte più caratteristica dell’animale. Nell’egiziano e nel protosinaitico si ha la medesima rappresentazione.
Bet (ebr.: bēt) significa “casa” e la forma del segno fenicio sembra allontanarsi molto da ogni rappresentazione tradizionale d’una casa. Tuttavia nei geroglifici egiziani si trovano forme che ricordano la pianta d’una casa. Anche nel protosinaitico la bet sarebbe rappresentata da un quadrato o da un rettangolo, a volte con uno dei suoi lai volto verso l’interno, ciò che spiegherebbe la forma della bet fenicia. Nelle scritture sudsemitiche la bet ha la forma d’uri semplice rettangolo aperto nella parte inferiore.
Gaml (ebr.: gimel) per alcuni vorrebbe significare “cammello”, come l’ebraico gamal, e rappresenterebbe la testa ed il collo dell’animale. Tuttavia, poiché la domesticazione del cammello è alquanto più tardiva (verso il sec.XV a.Cr.), s’è pensato che possa significare “boomerang” (cioè una specie d’arma primitiva usata ancor oggi in Australia, formata da un bastone ricurvo), rispondente all’accadico gamlu ed all’egiziano km’ con un segno geroglifico abbastanza somigliante (Driver).
He (ebr.: hē). Non se ne conosce l’etimologia. S’è pensato ad un rapporto fra questo nome e la particella esclamativa hē, che a propria volta sarebbe un’espressione onomatopeica per significare la gioia. Il segno, nel protosinaitico e nel sudsemitico, ha la forma d’un bidente e rappresenta la persona colle braccia aperte in atteggiamento esclamativo. La forma fenicia del segno avrebbe subito qualche lieve cambiamento.
Waw (ebr.: wāw) significa “chiodo”. La forma primitiva del segno, a mo’ d’uncino, sarebbe stata modificata sensibilmente per distinguerlo dal segno 1. Comunque nelle iscrizioni fenicie arcaiche la wāw somiglia di più ad un supporto (appoggia-nuca o sostegno-palo) che ad un chiodo.
Zai (Zait?) (ebr.: zàyin) significa “freccia”. In aramaico zayna(‘) ha il significato di “arma”; tuttavia alcuni considerano questo termine d’origine persiana e preferiscono ricorrere all’erbraico zàyit, che significa “olivo”.
Hēt (ebr.: het). Non si è sicuri della sua etimologia. È stata proposta una derivazione dalla radice hwt da cui l’accadico hetu, “muro”, che, in seguito ad uno sviluppo enfatico posteriore, sarebbe diventata l’arabo hwt. Tuttavia sarebbe preferibile ritenere che ci troviamo di fronte ad un segno sviluppatesi dalla hē’, di cui sarebbe una forma secondaria.
Tet (ebr.: tēt). Non se ne conosce l’etimologia. È poco probabile che il segno corrispondente, a forma di croce inscritta in un cerchio, abbia a che vedere con una mano dalle dita distese ed unite e col pollice ripiegato sul palmo della mano (Boùaert). Sembra più attendibile la sua origine da una taw, una croce, con un cerchio che significherebbe l’enfasi (Driver). Si noti che nell’ugaritico la t è indicata con una semplice linea, mentre la forma sviluppata t ne ha due.
Yōd (ebr.: yōd). Fa riferimento a yād, “mano”. Nel segno corrispondente s’è voluto vedere una mano dalle dita distese ed il polso. Sarebbe forse preferibile vedere nel segno fenicio il profilo d’una parte dell’avambraccio e della mano colle dita unite e leggermente inclinate parallelamente al pollice.
Kaf (ebr.: kāf) significa “palmo della mano” ed il segno corrispondente, in fenicio arcaico come nel protosinaitico, rappresenta una mano vista di fronte colle dita distese e disgiunte. In alcune iscrizioni apparirebbe anche una parte dell’avambraccio. Driver tuttavia ritiene che ci troviamo di fronte al geroglifico egiziano che significa “ramo, fronda” e sostiene che il vocabolo ebraico kap avrebbe anche questo significato.
Lamd (ebr.: lāmed) dovrebbe essere riferito alla radice lāmad, da cui deriva l’ebraico biblico malmēd, “pungolo per buoi”. Tuttavia il segno corrispondente si riferisce piuttosto, attraverso il protosinaitico, al geroglifico che indica “scettro”, “pastorale”.
Mēm (ebr.: mēm) significa “acqua” ed il segno corrispondente è il simbolo ondulato che nel Medioriente significa l’acqua.
Nūn (ebr.: nūn) significa propriamente “pesce”, però la forma del segno, come nel protosinaitico, fa pensare anche ad una “serpe d’acqua”. In etiopico questo segno viene chiamato nahhs, che, in quella lingua, come l’ebraico nāhāš, significa “serpente”. È probabile che questo sia stato il nome primitivo del segno, sostituito in seguito dal termine aramaico nūn.
Semk (ebr.: sāmek) significherebbe anche “pesce” (ar.: samkun) piuttosto che “supporto” (aram.: sāmek), poiché non sembra che la forma del segno corrispondente possa essere spiegata con quest’ultimo significato (geroglifico dd/dd, “pilastro di Osiride”?). In effetti è opportuno pensare alle spine del pesce. Tuttavia Levy considera questo segno come una forma maggiorata di z.
‘Ain (ebr.: ‘ayin) significa “occhio”. Tale significato è adatto alla forma del segno corrispondente, che nel protosinaitico presenta la forma d’un occhio.
Pē (ebr.: pē’) significa “bocca”. Nella rappresentazione del segno si potrebbe vedere il profilo d’una bocca molto aperta. In sudarabico la f ha normalmente la forma d’un rombo (forse la bocca vista da di fronte). In etiopico il nome di questo segno è ‘af, che significa “naso” e che corrisponde alla forma assunta dal segno nella scrittura di questa lingua. Alcuni autori ritengono di trovarsi, attraverso una forma protosinaitica, di fronte ad un segno che rappresenterebbe un “boomerang” come nel caso della gaml.
Sādē (ebr.: sādē) è nome d’incerta etimologia. S’è pensato per esempio a sad, che significa “lato”, ed in tal caso il segno potrebbe rappresentare un uomo chino (Boüüaert), oppure all’aramaico sadeyā’/ il cui significato è “locusta”, “cavalletta”. Può darsi tuttavia che si tratti di un’amplificazione del segno z.
Qof (ebr.: qōp) significa “scimmia”, “sgorbio”. Questa spiegazione tuttavia non appare molto convincente dopo aver esaminato il segno. Boüüaert ha voluto riferirlo a qōbāh, “ventre”, ed a qēbāh, “stomaco”, perché il segno rappresenta uno stomaco coll’esofago. Tuttavia sarà forse meglio cercare di spiegarlo, come fanno Bauer e Leander, come uno sviluppo ulteriore della k mediante un cerchio che ha lo scopo di marcare il carattere enfatico del suono corrispondente al segno.
Reš (ebr.: rēš), come in aramaico, significherebbe “testa”, benché la corrispondente parola ebraica sia rō’š (tuttavia il nome della lettera ha conservato in greco la forma originaria cananea ρ́ω̃). Il segno rappresenta il profilo d’una testaumana, ben visibile nell’alfabeto protosinaitico.
Šin (ebr.: šîn) potrebbe significare “dente”, come la forma secondaria šēn, e si è voluto vedere nel segno corrispondente la rappresentazione di vari denti, uno vicino all’altro. Driver è propenso a credere che ci troviamo di fronte al medesimo segno del geroglifico egiziano rappresentante i “monti”, che avrebbe preso il nome di šîn da šēn. Tuttavia poiché in protosinaitico ed in sudarabico il segno assomiglia molto ad un “giogo”, s’è cercato di spiegarlo in questo senso. In etiopico il nome šawt o šawet non è ancor stato spiegato.
Taw (ebr.: tāw) significa “marchio” o “segno”. Questo significato è conveniente, poiché originariamente il segno era a forma di croce. Questo segno si trova già nel protosinaitico.
Quasi tutti gli alfabeti usati per scrivere le altre lingue semitiche, come l’aramaico, il palmireno, il nabateo, l’arabo ecc., attraverso un’evoluzione che può essere seguita quasi puntualmente, traggono la loro origine dall’alfabeto fenicio arcaico, di cui abbiamo riportato i nomi dei segni. Soltanto gli alfabeti usati per scrivere le lingue sudsemitiche (liyhanita, tamudeo, safaitico e sudarabiche come anche l’abbecedario etiopico) sembra che rimontino ad un tipo di scrittura alfabetica che, se proprio non è anteriore alla fenicia arcaica, almeno è diversa. Per questi alfabeti s’è pensato ad una derivazione più orientale da un prototipo cananeo (iscrizione di Balū’ah in Transgiordania), ma non v’è nulla di certo. Fin dai tempi di Erodoto (sec.V a.Cr.)/ era comunemente ammesso che l’invenzione dell’alfabeto, cioè del valore fonico semplice per ogni segno, fosse dovuta al genio pratico dei fenici. Plinio il Vecchio (sec.I d.Cr.) afferma: Ipsa gens Phoenicum in magna gloria litterarum inventìonis. Le scoperte degli ultimi decenni non hanno invalidato quest’opinione generale, anzi l’hanno piuttosto confermata. Le scritture delle due grandi civiltà del Medioriente, l’accadica e l’egiziana, non avevano potuto superare totalmente la fase ideografica dei segni, cioè la fase d’un segno distinto per ogni cosa. La scrittura accadica, d’origine sumerica, constava di più di 500 segni, che potevano venir usati indifferentemente per esprimere una cosa (ideogramma) o per indicare una sillaba (fonogramma). In origine ognuno dei segni rappresentava un oggetto concreto, ma col tempo s’era giunti ad usare, per un determinato gruppo fonico, l’oggetto il cui segno suonava esattamente uguale (sistema dei geroglifici). D’altra parte, e soprattutto a causa del materiale usato (tavolette d’argilla), i primitivi disegni sumerici si trasformarono in disegni schematici a base di linee rette a forma di chiodi o cunei (scrittura cuneiforme) nei quali era estremamente diffìcile riconoscere il modello concreto originale.
Per la grafia, la scrittura geroglifica (da ίερογλυφικά = scrittura sacra) egiziana rimase più vicina che non la scrittura accadica alla forma originale dell’oggetto rappresentato, sempre perfettamente riconoscibile. Invece subì una evoluzione maggiore per la scomposizione progressiva dei significati, avviandosi cosi sempre più verso l’alfabetizzazione. In effetti, accanto agl’ideogrammi ed ai fonogrammi sillabici (il fonogramma equivale a due fonemi), l’egiziano diede origine ad una serie di 24 segni equivaleni ognuno ad un suono consonantico semplice, segni che potevano aver l’ufficio di lettere alfabetiche. Tuttavia tanto la scrittura egiziana quanto quella accadica non arrivarono mai a liberarsi completamente dal loro contenuto ideografico originario. Nel secondo millennio a.Cr. l’area geografica d’influenza cananea, dalla penisola sianitica fino all’Anatolia meridionale, vide sorgere alcuni sistemi grafici che miravano, come più tardi l’alfabeto fenicio, alla semplificazione della scrittura.
Nel 1904 Flinders Petrie scopri nella penisola del Siani, nelle miniere di Seràbit el-Hàdim, una serie di iscrizioni, che egli ritenne risalissero alla prima metà del sec.XV a.Cr., Aibright invece al 1500 e.a. a.Cr. ed altri autori addirittura al sec.XVIII a Cr. Si tratta di scritte in caratteri figurativi, simile in alcuni casi a quelle in geroglifici egiziani ed in altri a quelle delle iscrizioni fenicie arcaiche. Gardiner riuscì a precisare nel 1917 che si trattava d’una scrittura cananea in cui i diversi segni eran stati usati con valore acrofonico (cioè di segni in cui il segno stesso corrisponde al primo fonema semplice del nome della cosa da esso rappresentata, a un dipresso come se s’indicasse la lettera ‘C’ col segno del ‘cane’ della parola corrispondente al quale la ‘C’ è il primo fonema).
Non sono mancati i tentativi di decifrazione, però alcuni, come quello di Grimme, nel 1923, risultano troppo fantasiosi. Dopo aver partecipato nel 1947, alla spedizione dell’università della California a Serābĭt el-Hādim, Aibright annunciò, nel 1948, la decifrazione di questi segni protoalfabetici. Attualmente possediamo venticinque testi redatti con questo tipo di scrittura, conosciuta sotto il nome di scrittura protosinaitica.
Nel 1931, Horsfield scopri, nelle vicinanze del Wādĭ el-Balū’ah, una stele con un’iscrizione di quattro linee di difficile lettura, che rimonterebbe al sec.XII o XIII a. Cr. Si tratta d’un nuovo tipo di scrittura, conosciuta sotto il nome di scrittura paleomoabita. Il suo carattere, benché non ancora perfettamente definito, sembra sia alfabetico. I segni che la compongono presentano certe analogie sia con le scritture del meridione della penisola arabica, sia con quella delle iscrizioni protosinaitiche. Dal 1929 si posseggono alcuni testi, scolpiti su stele calcaree o su lamine di bronzo, provenbienti da Biblos e che sembra siano stati scritti verso la fine della prima metà del II millennio a.Cr. Dopo la pubblicazione fattane in diverse occasioni da M. Dunand, Dhorme è riuscito a precisare che ci troviamo di fronte ad una scrittura sillabica, usata per scrivere il fenicio arcaico. È stata denominata scrittura pseudogeroglifica di Biblos ed i dodici testi, di cui finora disponiamo, riportano 114 segni differenti di tipo figurativo o geometrico. Nel 1929 C. Schaeffer e Chenet scoprirono nel teli di Ras Šamra (l’antica Ugarit), nella Siria settentrionale numerose tavolette scritte in caratteri cuoneiformi fino ad allora sconosciuti. Una serie di scavi posteriori ha aumentato considerevolmente il numero dei documenti scritti in questo nuovo sistema di scrittura. Bauer e Dhorme giunsero separatamente a precisare il carattere alfabetico di questa scrittura che servì per scrivere una lingua strettamente imparentata col fenicio e coll’ebraico. Consta di 27 segni alfabetici e di tré segni sillabici. La foggia cuneiforme dei diversi segni contrasta colla loro estrema semplicità, che tradisce talvolta una certa qual relazione colle scritture sillabiche o alfabetiche cananee.
A tutta questa serie di scritture possiamo aggiungere alcuni testi eterogenei e di diversa origine, che Février classifica col nome di “scritture protofenicie”, senza presupporre con ciò la loro completa identità. Si tratta di documenti separati: testo di Gézer, in Palestina (della prima metà del II millennio a.Cr., ostraca di Bēt Sémeš, in Palestina (ca. 1600 a.Cr.), i testi di Teli el-Duweir, l’antica Lākīš, in Palestina (ca. 1500 a.Cr.), l’iscrizione del testo di Teli el-‘Ağğul presso Gaza (sec.XIV-XIII a.Cr.) ed i due frammenti di Teli el-Balātah, in Sichem.
Di fronte alla situazione descritta in precedenza si può affermare che alla vigilia della formazione definitiva dell’alfabeto e della scrittura fenicia arcaica, verso la fine del II millennio a.Cr. (o forse anche prima), l’intera area geografica d’influenza cananea assisteva ad una vera rivoluzione nella storia della scrittura e, più concretamente, dell’alfabeto. In diversi luoghi, più o meno simultaneamente, si cercava di sostituire gli antichi sistemi a base di ideogrammi e fonogrammi sillabici con un numero determinato di fonogrammi semplici, cioè con un vero alfabeto. Poco interessa se il primo impulso o l’idea motrice sia venuta dall’accadico (Delitzsch, Ebeling, ecc.), dal cretese (Evans, ecc.) o, come pare più verosimile dall’egiziano attraverso il protosinaitico. La rivoluzione non s’appoggia sul principio stesso della scomposizione progressiva dei suoni, quanto sull’abbandono definitivo di antichi ideogrammi e fonogrammi sillabici; dall’antico sistema complicatissimo si passa ad un sistema consonantico semplice (Gelb parla tuttavia di abbecedario), forse - e ciò è interessante - per mezzo d’un processo che potremmo chiamare di traslitterazione degl’ideogrammi, piuttosto che di vera fonetizzazione della scrittura (cioè della scomposizione integrale dei suoni), com’è avvenuto per la maggior parte delle scritture attuali. I cananei hanno il merito d’aver saputo distaccarsi, nel momento in cui si creava una chiave universale, dagli antichi sistemi di chiusura a serrature multiple. Non è qui necessario mettere in evidenza la grande importanza di questo fatto per la storia della cultura umana. L’antico alfabeto fenicio non soltanto diede origine alla maggior parte delle scritture semitiche nel Medioriente, ma anche all’alfabeto greco che a propria volta, è stato il punto di partenza per tutti gli alfabeti del mondo civile. L’epoca in cui i greci hanno adottato l’alfabeto fenicio è stata oggetto di un’aspra disputa, infatti erano state proposte diverse date che vanno dal sec.XII (Ullmann) alI’VIII
(Carpenter) a.Cr./ passando per l’XI (Larfeld), il X (Kenyon Szanto) ed il X o il IX (Beloch). Paleograficamente la data più certa secondo quanto affermano gli specialisti, dovrebbe essere compresa fra la seconda metà del sec.IX (Driver) e la prima metà del sec.X (Dussaud, Février) a.Cr.
I greci, che non avevano suoni gutturali e semivocali, al momento di adottare l’alfabeto fenicio, dovettero imporgli importanti modifiche: per segnare le vocali, che mancavano all’alfabeto fenicio, adattarono le gutturali ‘ (‘alf - ‘ālep) e h (hē - hē) per le vocali α (alfa) ed ε (epsilon); la h (hēt - hēt) per indicare il suono h; le semivocali w (waw - wāw) e y (yōd - yōd) vennero utilizzate per le vocali υ (ypsilon) ed i (iota) la ‘ (‘ain - ‘ayin) - nella sua forma primitiva è una circonferenza, pittogramma di “occhio” o di “fonte” viva - servi per la vocale o (omicron), in parte a motivo della preferenza che il segno diacritico originale aveva per questa vocale. Inoltre l’Ω o ω (omega) fu un’evoluzione interna al greco stesso, senza alcun rapporto col primitivo alfabeto fenicio. Aggiungendo al primitivo sistema consonantico un sistema vocalico, i greci crearono un sistema alfabetico integrale, che è la base di tutte le scritture occidentali.
J. Sola’