Gli Apocrifi del Nuovo Testamento sono un blocco ben definito di scritti del primo cristianesimo simile nella forma generale ai libri biblici, ma che non sono stati inclusi nel canone Biblico. Alcuni, come i vangeli degli Ebrei, dei Nazarei, e degli egiziani (andato perduto, tranne che per alcuni frammenti), erano un tempo utilizzati presso alcune chiese, al pari della Scrittura. Il Vangelo dell'Infanzia di Giacomo ha influenzato la tradizione e l'arte cristiana.
Esistono anche atti di apostoli che sono stati attribuiti a Pietro, Paolo, Giacomo, e apocalissi, o libri di rivelazioni, come quella di Pietro. Quelle attribuite a Paolo (3 Corinzi e Laodicesi) e ad altri apostoli sono falsi evidenti.
Molte delle opere copte scoperte negli ultimi anni sono state prodotte dallo gnosticismo. Pochi di queste, fatta eccezione per il Vangelo copto di Tommaso, contengono preziose tradizioni circa l'insegnamento di Gesù, ma le opere apocrife gettano un po' di luce sulla storia del cristianesimo antico, specialmente nelle sue forme popolari ed eretiche. Gli scritti dei Padri Apostolici non fanno parte degli Apocrifi del Nuovo Testamento.
Fino al secolo scorso la principale fonte che ci tramandava il pensiero degli gnostici erano i resoconti dei Padri della Chiesa, che ne riepilogavano le posizioni per poi confutarle come eresia. Testimonianze che, sebbene preziosissime per ricostruire un gruppo che scomparve con l'affermarsi della Chiesa ufficiale, sono tuttavia poco obiettive: le descrizioni di Ireneo, Epifanio e Tertulliano nascono per polemizzare e confutare le posizioni dei loro avversari.
Pertanto, come spesso accade in queste circostanze, sono poco più che specchi deformanti rispetto alla realtà che intendono descrivere.
Una svolta decisiva nello studio dello gnosticismo è avvenuta nel 1945 a Nag Hammadi, in Egitto, dove per puro caso sono venute alla luce varie decine di scritti sacri redatti direttamente dagli gnostici. Molti di questi testi sono vangeli, esattamente come i quattro che la Chiesa cattolica ha ammesso a far parte del canone ufficiale delle Sacre Scritture.
I vangeli gnostici rientrano nel numero dei cosiddetti «apocrifi», termine che in greco significa «nascosto, segreto»: questi documenti esterni alla Bibbia cristiana, scomparsi quasi del tutto dopo l'affermazione del canone, ci consegnano una prospettiva decisamente differente sulla figura di Gesù.
Per la precisione, in realtà, bisognerebbe parlare di «prospettive» al plurale: i vangeli apocrifi, essendo il prodotto di un gruppo di sette molto vario e privo di gerarchia, non compongono un quadro unitario e coerente, ma riflettono una realtà culturale molto più variegata e vivace. Sono dunque uno specchio incredibile per riscoprire il pensiero e il mito degli gnostici così come ritenevano fosse stato consegnato loro direttamente da Dio.
La sfida, nel cercare di ricostruire la portata della «rivoluzione gnostica» riguardo al ruolo della donna, sta nel tentativo di capire che tipo di società, in concreto, abbia storicamente prodotto questi scritti così interessanti sotto questo punto di vista, e se effettivamente siano esistite nei primi secoli sacerdotesse, profetesse e scrittrici della Gnosi.
Si partirà quindi dall'analisi di una galleria di personaggi femminili più o meno famosi del testo biblico, personaggi che negli scritti gnostici vengono invece completamente ripensati, per passare poi alla concezione del femminino sacro e al ruolo della donna nelle comunità gnostiche delle origini. Nel corso dei prossimi capitoli non si parlerà soltanto di vangeli apocrifi e di scritti gnostici: per realizzare un'analisi storica completa, infatti, occorre confrontarsi anche con i vangeli cosiddetti «canonici» di Marco, Matteo, Luca e Giovanni, ossia quelli ufficialmente adottati dal cristianesimo.
Tre di questi in particolare sono strettamente connessi tra loro, e presentano un materiale di partenza di origine comune: si tratta di quelli di Matteo, Marco e Luca, che per questo prendono il nome di «sinottici», ossia «che possono essere letti insieme, in parallelo».
Dei tre sicuramente Marco è il più antico e rappresenta la fonte di partenza a cui Matteo e Luca, autonomamente e in parallelo, hanno attinto molte delle loro informazioni sulla figura storica di Gesù Cristo e sulle sue azioni. Giovanni, invece, è più tardo e differisce completamente dagli altri tre: per questo viene spesso considerato come una fonte a sé stante.
Fonte: Vedi QUI
di Pierluigi Piovanelli (Originale su: https://www.academia.edu/38270830/Piovanelli_Apocrifi_del_Nuovo_Testamento_2010.pdf?auto=download)
1. Alla ricerca degli apocrifi perduti 2. Da Nag Hammmadi ad Al Minya, le grandi scoperte del XX secolo 3./ Neutestamentliche Apokryphen di Hennecke e Schneemelcher e il dibattito sulla natura della letteratura apocrifa cristiana - 4. L’«Association pour l’étude de la littérature apocryphe chrétienne» e i nuovi progetti editoriali - 5. Le prospettive attuali Bibliografia
I cosiddetti «apocrifi del Nuovo Testamento» sono dei testi che, pur non essendo stati inclusi nel canone ufficiale della Bibbia cristiana (donde l’appellativo di «apocrifi», dal greco apocryphon, «nascosto, segreto, esoterico», attestato fin dall’antichità), sono attribuiti a personaggi illustri delle origini cristiane (Gesù, Pietro, Paolo, Maria Maddalena e altri ancora, donde l’appellativo moderno di «pseudoepigrafi», ovvero, di falsa attribuzione) o raccontano una versione inedita delle loro avventure (per esempio, dell’infanzia e della passione di Gesù o delle attività missionarie e delle esperienze mistiche degli apostoli). Si tratta, in realtà, di un gruppo disparato di testi di epoca e di provenienza spesso diversissime che, a partire dal XVI secolo, furono progressivamente riscoperti, editi e tradotti dagli studiosi occidentali. Il grande bibliografo tedesco Johann Albert Fabricius fu il primo specialista a tentare di riunire tutti i testi non canonici pubblicati – che fossero antichi o moderni, autentici o contraffatti, di origine cristiana, giudaica o musulmana – in un’unica opera antologica, il celebre Codex apocryphus Novi Testamenti, nel 1703 [1719²].
Dei criteri altrettanto inclusivi furono adottati dal sacerdote francese Jacques-Paul Migne, editore delle monumentali Patrologia Graeca e Latina, per la compilazione del Dictionnaire des apocryphes, nel 1856-1858. Tuttavia, la necessità di fare prova di un maggiore rigore storico e filologico aveva cominciato a farsi sentire, fin dall’inizio del XIX secolo, anche in questo settore particolare degli studi della letteratura cristiana e, nel 1823, Johann Karl Thilo aveva proposto di classificare i testi apocrifi secondo i generi letterari dei vangeli, degli atti, delle lettere e delle apocalissi, propri agli scritti neotestamentari.
Al tempo stesso, l’esplorazione sistematica dei fondi manoscritti greci e latini conservati nelle varie biblioteche europee permise di riscoprire dei testi antichi dei quali si pensava avere perso ogni traccia e di pubblicare nuove edizioni critiche di quanti erano già noti. Fra gli editori di testi apocrifi più illustri di questo periodo, vanno annoverati Constantin von Tischendorf e Montague Rhodes James.
Il primo pubblicò i volumi degli Evangelia apocrypha, nel 1853 [18762], delle Apocalypses apocryphae, nel 1866, e degli Acta apostolorum apocrypha, nel 1851, ripubblicati, in seguito, da Richard Lipsius e Max Bonnet, nel 18911903. Al secondo dobbiamo non solo la riscoperta di innumerevoli testi greci e latini, ma anche la pubblicazione dell’ottima antologia The Apocryphal New Testament [1924]. Altri studiosi quali, per esempio, William Wright, Ignazio Guidi, Agnes Smith Lewis, E.A. Wallis Budge e Alphonse Mingana, si distinsero nella pubblicazione e la traduzione di testi apocrifi conservati in siriaco, copto, etiopico, arabo, armeno, georgiano o slavo.
Innumerevoli testi in tali lingue furono, poi, pubblicati in collezioni prestigiose quali il «Corpus Scriptorum Christianorum Orientalium» e la «Patrologia Orientalis», fondate all’inizio del XX secolo e tutt’ora in attività.
A partire dalla fine del XIX secolo, altri testi inediti o sconosciuti vennero progressivamente identificati fra le migliaia di frammenti di documenti papiracei o pergamenacei ritrovati in Egitto. Fra le scoperte più significative, quella di un codice composito (Papiro del Cairo 10759), contenente la versione greca di 1 Henoch 1-32 e di lunghi estratti del Vangelo e dell’Apocalisse di Pietro, rinvenuto dalla missione archeologica francese, nel 1886-1887, nella necropoli di Akhmim (l’antica Panopoli). Il contenuto particolare dell’Apocalisse di Pietro, con la sua descrizione di due luoghi distinti, il primo luminoso e riservato alle anime dei giusti, il secondo tenebroso e destinato alla punizione delle anime degli empi, indusse immediatamente Albrecht Dieterich a ipotizzare un influsso orfico-pitagorico sulle concezioni escatologiche del cristianesimo nascente. Le tesi dello studioso tedesco provocarono un vivo dibattito sulla natura del sincretismo dell’apocalittica cristiana, riacceso, in tempi più recenti, da Martha Himmelfarb e Richard Bauckham. Quanto al Vangelo di Pietro, a un secolo dalla sua scoperta, John Dominic Crossan ne ha vigorosamente difeso l’indipendenza rispetto agli scritti canonici del Nuovo Testamento, facendone, così, uno dei testimoni, se non più attendibili, almeno più antichi della passione e resurrezione di Gesù. Altri frammenti di episodi evangelici di provenienza, all’epoca, ignota furono scoperti fra i papiri riesumati dagli archeologi britannici, dal 1896 al 1906, sul sito di Al-Bahnasa (l’antica Ossirinco). In realtà, come si potè, in seguito, accertare, i P. Oxy. 1, 654 e 655 provengono dal Vangelo di Tommaso; il P. Oxy. 3525, dal Vangelo di Maria; il P. Oxy. 1081, dalla Sofia di Gesù Cristo; i P. Oxy. 2949 e 4009 sono, probabilmente, due nuovi frammenti del Vangelo di Pietro; mentre i P. Oxy. 210, 840 e 1224 rimangono, a tutt’oggi, non identificati. Alla messe dei frammenti apocrifi di Panopoli e di Ossirinco vanno, poi, aggiunti il cosiddetto Frammento del Fayyum (attribuibile, forse, al Vangelo di Pietro), il Papiro copto 5-6 di Strasburgo (recentemente attribuito al Vangelo del Redentore), il Papiro del Cairo 10735, il Papiro 11710 di Berlino, il Papiro Egerton 2 e il Papiro Merton 51, nonché una manciata di citazioni patristiche tratte da altri vangeli perduti (il Vangelo dei Nazarei, il Vangelo degli Ebrei, il Vangelo degli Ebioniti e il Vangelo degli Egiziani). La presenza di tali e tanti testi apocrifi, identificabili o sconosciuti, non sempre spiegabili come riscritture secondarie dei vangeli canonici, dimostra la grande fluidità delle tradizioni su Gesù che caratterizzò i primi secoli del cristianesimo, un fenomeno messo opportunamente in luce da Helmut Koester e dalla sua scuola.
Un’altra scoperta significativa, simile, in apparenza, alle precedenti, fu effettuata, nel 1958, da Morton Smith, non fra le sabbie del deserto egiziano, ma sugli scaffali della biblioteca del monastero greco ortodosso di Mar Saba (non lontano da Gerusalemme), dove qualcuno aveva copiato nelle pagine di guardia di un’edizione delle Epistole di Ignazio di Antiochia pubblicata ad Amsterdam, nel 1646, il testo di una lettera frammentaria di Clemente di Alessandria contenente due citazioni tratte da un misterioso Vangelo segreto di Marco. Lo studioso americano ne pubblicò, nel 1973, un’impressionante edizione commentata, senza riuscire, peraltro, a dissipare tutti i dubbi che pesavano, e che pesano ancora, sulla sua autenticità. Malgrado l’interesse indiscutibile di una tale scoperta, in realtà, il ritrovamento più importante del XX secolo, destinato a rivoluzionare gli studi sulle origini del cristianesimo, fu quello che ebbe luogo presso Nag Hammadi (l’antica Khenoboskion), nel 1945, quando dei contadini egiziani riportarono casualmente alla luce una giara contenente almeno tredici codici papiracei, in cui erano state copiate, nel IV secolo, le traduzioni copte di quarantasei testi diversi, scritti originariamente in greco, un terzo circa dei quali (la Preghiera dell’apostolo Paolo, la Lettera apocrifa di Giacomo, l’Apocrifo di Giovanni, il Vangelo di Tommaso, il Vangelo di Filippo, il Libro di Tommaso, la Sofia di Gesù Cristo, il Dialogo del Redentore, l’Apocalisse copta di Paolo, la Prima e la Seconda apocalisse di Giacomo, gli Atti di Pietro e dei dodici apostoli, il Secondo discorso del grande Seth, l’Apocalisse copta di Pietro e la Lettera di Pietro a Filippo) si rivelarono di natura schiettamente apocrifa. Lo studio dei testi della biblioteca di Nag Hammadi ha permesso di approfondire non solo le nostre conoscenze dello gnosticismo classico, di stampo sethiano o valentiniano, del II e del III secolo, ma anche di apprezzarne meglio le origini giudaiche e le interazioni complesse con le altre correnti del cristianesimo antico. Nel caso dei centoquattordici logia, o «parole» di Gesù, del Vangelo di Tommaso, ci troviamo addirittura in presenza di un anello mancante nella catena delle tradizioni e degli insegnamenti che furono trasmessi dai primi missionari itineranti cristiani a dei gruppi di mistici «proto-gnostici», destinati a entrare rapidamente in conflitto con le nascenti autorità ecclesiastiche. Robert Funk, John Dominic Crossan e altri membri del Jesus Seminar si sono, fra l’altro, basati sugli accordi condivisi dalla cosiddetta fonte «Q» (ricostruibile a partire dei vangeli di Matteo e di Luca) con il Vangelo di Tommaso per attribuire al Gesù storico una serie di detti più sapienziali che apocalittici, al punto di fare del profeta di Nazareth un contestatore in rivolta contro l’oppressione delle strutture sociali dell’epoca. In maniera più generale, l’importanza della testimonianza dei testi di Nag Hammadi per una ricostruzione alternativa dell’evoluzione delle tradizioni evangeliche e della storia sociale delle origini del cristianesimo è stata più volte ribadita da Helmut Koester, James Robinson, Elaine Pagels o Marvin Meyer, non senza provocare delle reazioni critiche da parte degli specialisti più conservatori.
Alcuni manoscritti copti contenenti dei testi gnostici affini a quelli rinvenuti nella biblioteca di Nag Hammadi erano già stati acquistati in Egitto e portati da viaggiatori in Inghilterra (il Codex Brucianus e il Codex Askewianus), nel XVIII secolo, o da studiosi in Germania (il Codex Berolinensis Gnosticus), alla fine del XIX secolo. Il manoscritto tedesco, pubblicato, dopo innumerevoli traversie editoriali, nel 1954, ha preservato un’antologia di scritti apocrifi fra i quali spicca, per importanza, una copia purtroppo lacunosa del Vangelo di Maria (seguita dall’Apocrifo di Giovanni, dalla Sofia di Gesù Cristo e dall’Atto di Pietro). È a partire dalla testimonianza di un tale testo apocrifo, che fa di Maria di Magdala l’autentica apostola apostolorum, che alcune studiose femministe quali, per esempio, Karen King, Jane Schaberg ed Esther de Boer, hanno intrapreso una rivalutazione globale del ruolo svolto nel movimento gesuano dalle donne in generale e, in particolare, dalla Maddalena stessa, identificata come «la discepola amata da Gesù». Gli ultimi anni del XX e i primi del XXI secolo sono stati, poi, propizi allo studio e alla pubblicazione di altri testi apocrifi inediti quali il cosiddetto Vangelo del Redentore, i cui frammenti copti sono stati pubblicati, nel 1999, da Charles Hedrick e Paul Mirecki e successivamente riesaminati e riordinati, nel 2003, da Stephen Emmel, e il Libro del gallo, il cui testo etiopico è stato per la prima volta tradotto, nel 2005, da Pierluigi Piovanelli. La scoperta, comunque, più clamorosa della fine del XX secolo è stata quella del famoso Vangelo di Giuda, noto in precedenza grazie a una citazione di Ireneo di Lione [Contro le eresie I.31.1], in un altro codice copto fortuitamente ritrovato nella regione di Al Minya, nel 1978, esportato illegalmente, danneggiato da intermediari incompetenti e di pochi scrupoli, rocambolescamente «salvato», re- staurato e, infine, tradotto e pubblicato da Rodolphe Kasser e Gregor Wurst, con il concorso di Marvin Meyer e di altri studiosi svizzeri e statunitensi, nel 2006-2007.
Durante il XX secolo, la ricerca sui cosiddetti «apocrifi del Nuovo Testamento» è stata in gran parte dominata dalle prospettive di natura eminentemente teologica teorizzate e messe in applicazione dai due studiosi tedeschi Edgar Hennecke e Wilhelm Schneemelcher nella loro celebre antologia di testi apocrifi in traduzione Neutestamentliche Apokryphen in deutscher Übersetzung. I Neutestamentliche Apokryphen, pubblicati inizialmente dal solo Hennecke nel 1904, sono stati costantemente attualizzati, riveduti e corretti, attraversando, nelle loro molteplici riedizioni, l’arco dell’intero secolo fino alla sesta edizione, pubblicata da Schneemelcher nel 1990-1997. In tale raccolta, i vari testi apocrifi sono stati ridistribuiti in funzione del loro genere letterario (ovvero, vangeli, atti, epistole e apocalissi), limitandosi, in regola generale, agli scritti anteriori alla fine del III secolo. Così, per esempio, sono stati inclusi nella categoria dei vangeli gli agrapha, o parole isolate di Gesù (solamente sette accettate come autentiche, contro le diciotto riconosciute tali da Joachim Jeremias), i frammenti di vangeli sconosciuti (quali il Papiro Egerton 2, il Frammento del Fayyum e il Vangelo segreto di Marco) e quelli dei vangeli giudeo-cristiani (il Vangelo dei Nazarei, il Vangelo degli Ebioniti e il Vangelo degli Ebrei), alcuni testi maggiori (il Vangelo di Tommaso, il Vangelo di Filippo, le citazioni patristiche del Vangelo degli Egiziani e il frammento del Vangelo di Pietro), una serie di conversazioni fra il Cristo risorto e gli apostoli (l’Epistula Apostolorum, il Dialogo del Redentore e la Prima e la Seconda apocalisse di Giacomo) e i vangeli dell’infanzia (il Protovangelo di Giacomo, il Vangelo dell’infanzia di Tommaso e alcuni brani del Vangelo arabo dell’infanzia e del Vangelo dello Pseudo-Matteo), nonché alcuni vangeli della passione (la Leggenda di Abgar, il Vangelo di Nicodemo [o Atti di Pilato] e il Vangelo di Bartolomeo). Gli scritti relativi agli apostoli comprendono alcuni testi pseudoepigrafici (le citazioni del Kerygma Petrou, l’Epistola ai Laodiceni, la Corrispondenza di Seneca e Paolo e l’Epistola dello Pseudo-Tito), gli atti apocrifi degli apostoli redatti nel II e nel III secolo (gli Atti di Andrea, gli Atti di Giovanni, gli Atti di Paolo [con l’aggiunta di 3 Corinzi], gli Atti di Pietro e gli Atti di Tommaso); gli Atti di Pietro e dei dodici apostoli e una scelta di brani tratti dalle Omelie e dai Riconoscimenti pseudo-clementini. Le apocalissi comprendono, infine, dei testi apocalittici arcaici (l’Ascensione di Isaia e l’Apocalisse di Pietro), delle profezie (il 5 e il 6 Esdra, una scelta di brani tratti dagli Oracoli sibillini cristiani e i frammenti del Libro di Elkasai) e delle apocalissi tardive (l’Apocalisse copta di Pietro, l’Apocalisse copta di Paolo, l’Apocalisse di Paolo e l’Apocalisse di Tommaso).
Sebbene i volumi di Hennecke e Schneemelcher costituiscano, a tutt’oggi, la migliore raccolta di testi apocrifi cristiani in traduzione, la rigidità del sistema di classificazione adottato dai curatori non è esente da problemi, anche perché i criteri letterari e cronologici messi da loro in opera si sono, talvolta, rivelati inesatti o discutibili. Alcuni testi considerati come troppo «gnostici» (come, per esempio, l’Apocrifo di Giovanni) o tardivi (quali gli Atti di Filippo) sono stati menzionati solo en passant, mentre altri testi autenticamente cristiani (come le Odi di Salomone) sono stati semplicemente dimenticati. Persino l’inclusione del tutto eccezionale di alcuni testi tardivi (come, per esempio, l’Apocalisse di Paolo, che vide la luce fra la fine del IV e l’inizio del V secolo) ha contribuito, in realtà, a dare al lettore la falsa impressione che tutto l’interesse di tali scritti risieda solamente nel fatto di avere conservato, più o meno fedelmente, delle fonti più antiche (nel caso dell’Apocalisse di Paolo, si tratterebbe addirittura di una prima edizione dell’opera pubblicata, nella migliore delle ipotesi, alla fine del II secolo). Altrettanto problematica si è rivelata l’opinione di Schneemelcher che vorrebbe che i testi tardivi siano di natura più «agiografica» (ovvero, leggendaria) che apocrifa, come se le narrazioni delle origini del cristianesimo messe in circolazione a partire dall’anno 300 fossero improvvisamente divenute troppo fantastiche per essere considerate come dei testi apocrifi autentici. In realtà, la produzione di nuovi testi apocrifi non si interruppe né allora né in seguito, anzi, fra il IV e il VI secolo si fece più intensa, con la pubblicazione dei grandi cicli letterari della passione di Gesù e della morte di Maria, per continuare, poi, durante il Medioevo, con la compilazione delle recensioni orientali e occidentali degli Atti apocrifi degli apostoli e dei Miracoli di Maria. Nella maggior parte di questi casi, gli autori di tali testi non si limitarono a copiare qua e là dei brani di scritti più antichi, ma attraverso la riutilizzazione e il riciclaggio di tradizioni anteriori (di origine giudeo-cristiana, gnostica, proto-ordossa o altra) procedettero alla creazione di nuove opere dotate di coerenza e originalità proprie.
Durante l’ultimo quarto del XX secolo, i criteri troppo restrittivi adottati da Hennecke e Schneemelcher sono stati criticati soprattutto da studiosi quali Jean-Claude Picard ed Éric Junod, membri della francosvizzera «Association pour l’étude de la littérature apocryphe chrétienne» (AELAC), fondata nel 1981 da François Bovon e Pierre Geoltrain. In effetti, se accettassimo il suggerimento di Picard di vedere nei testi apocrifi delle «mitologie» cristiane, ovvero «delle tradizioni sulle origini di una comunità che sente il bisogno di raccontare di nuovo, adattandola, da un’epoca all’altra, la storia delle proprie origini», dovremmo logicamente includere in questa categoria non solo i consueti scritti antichi, tardo-antichi e medioevali, ma anche delle creazioni moderne e contemporanee, quali alcuni «vangeli nuovi e stravaganti» (come, per esempio, il Vangelo dell’Acquario di Levi Dowling), dei romanzi (come L’ultima tentazione di Cristo di Nikos Kazantzakis) e dei film (quale La passione di Cristo di Mel Gibson). In tal senso, le ricerche più promettenti sul fenomeno dell’«apocrificità» non sono tanto quelle che procedono alla riorganizzazione dei vari testi secondo dei criteri puramente cronologici e formali, ma piuttosto quelle che, proseguendo sulla via tracciata da Helmut Koester o Bart Ehrman, si sforzano di localizzarne le coordinate sulla mappa delle traiettorie teologiche e culturali della storia del cristianesimo. Lo studio della letteratura apocrifa potrà così apportare un contributo originale alla conoscenza non solo delle origini del cristianesimo, ma anche delle società e delle culture che hanno prodotto e che continuano a produrre tali testi.
A differenza di Hennecke e Schneemelcher, i criteri adottati dallo studioso italiano Mario Erbetta, nella preparazione della sua ammirevole antologia di testi apocrifi cristiani in traduzione, si sono rivelati assai più inclusivi, al punto da non esitare ad accogliere delle opere dell’antichità tardiva o dell’alto Medioevo. una posizione analoga è stata assunta dai membri dell’AELAC per la pubblicazione del «Corpus Christianorum-Series Apocryphorum», una nuova collana belga di edizioni critiche e commentarii esaustivi di tutti i testi apocrifi antichi e medioevali. un quarto di secolo più tardi, i risultati editoriali di una tale impresa scientifica sono considerevoli: quindici volumi della «Series Apocryphorum» (gli Atti di Giovanni, gli Atti apocrifi armeni degli apostoli, gli Atti di Andrea, l’Ascensione di Isaia, il Vangelo dello Pseudo-Matteo, gli Atti di Filippo, i Vangeli irlandesi dell’infanzia e il Kerygma Petri); due volumi di «Instrumenta» (la concordanza degli Atti di Filippo e l’edizione delle recensioni medioevali greche del Vangelo di Nicodemo); dodici volumetti della collana tascabile «Apocryphes» (il Vangelo di Bartolomeo, l’Ascensione di Isaia, la Leggenda di Abgar, le Odi di Salomone, l’Epistula Apostolorum, il Dialogo fra Salomone e Saturno, gli Atti di Andrea, gli Atti di Filippo, il Vangelo di Nicodemo, i Riconoscimenti pseudo-clementini, gli Atti di Mar Mari e la Gloria dei re); diciotto volumi della rivista internazionale Apocrypha, la sola esclusivamente dedicata allo studio della letteratura apocrifa cristiana; due volumi dell’antologia della «Bibliothèque de la Pléiade», contenenti un totale di ottantuno testi, alcuni dei quali inediti o poco conosciuti, in traduzione; l’esaustiva e accuratissima Clavis Apocryphorum Novi Testamenti di Maurice Geerard, nonché innumerevoli saggi, monografie, progetti e collaborazioni. Grazie all’ampiezza di tali iniziative e attività editoriali, l’AELAC si è costituita una solidissima reputazione internazionale nell’ambito degli studi apocrifi cristiani.
Per quel che riguarda la ricerca germanica e anglo-americana, si può dire che, a partire dalla pubblicazione, nel 1971, della monografia programmatica di Helmut Koester e James Robinson, gli specialisti si sono soprattutto dedicati all’edizione e allo studio dei testi gnostici, apocrifi e non, dei codici di Nag Hammadi e di Berlino nei volumi «The Coptic Gnostic Library» della prestigiosa collana olandese «Nag Hammadi Studies Series» (divenuta, in seguito, «Nag Hammadi and Manichaean Studies»). Delle ottime raccolte di testi in traduzione sono state poi publicate dallo stesso Robinson, nel 1977, e più recentemente, in tedesco da Hans-Martin Schenke, Hans-Gebhard Bethge e ursula ulrike Kaiser, nel 2001-2003, e in inglese da Marvin Meyer, nel 2007. Da notare che un progetto editoriale analogo franco-canadese, «La Bibliothèque copte de Nag Hammadi», attualmente diretto da Louis Painchaud e Paul-Hubert Poirier, ha già condotto alla pubblicazione di trenta volumi di testi e commentarii, otto di studi e sette di concordanze, nonché un volume antologico della «Bibliothèque de la Pléiade». Fra le altre iniziative recenti dedicate alla letteratura apocrifa vanno infine menzionate la collana «Studies on Early Christian Apocrypha» (nota, in precedenza, sotto il titolo di «Studies on the Apocryphal Acts of the Apostles») diretta da Jan Bremmer (otto volumi pubblicati), «Die Griechischen Christlichen Schrifsteller der ersten Jahrhundert - Neutestamentliche Apocryphen» curati da Christoph Markschies (sono stati pubblicati i frammenti greci del Vangelo e dell’Apocalisse di Pietro e alcuni frammenti copti di una Dormizione della Vergine) e gli «Oxford Early Christian Gospel Texts» editi da Andrew Gregory e Christopher Tuckett (due volumi pubblicati, sul Vangelo di Maria e su alcuni vangeli frammentari). Markschies sta anche preparando la settima edizione dei Neutestamentliche Apokryphen in deutscher Übersetzung. una tale fioritura di attività editoriali internazionali costituisce la prova più eloquente della riscoperta del «continente apocrifo» da parte degli specialisti del Nuovo Testamento, delle origini del cristianesimo e dell’antichità tardiva.
In sede di bilancio, le prospettive più feconde che sembrano caratterizzare lo studio dei cosiddetti «apocrifi del Nuovo Testamento» alla fine del XX secolo e in questo inizio del terzo millennio possono essere ricondotte a tre grandi linee direttrici.
La prima concerne la rivalutazione della paternità cristiana di un buon numero di «pseudoepigrafi dell’Antico Testamento» (come, per esempio, i Testamenti dei dodici patriarchi, l’Ascensione di Isaia, i Paralipomeni di Geremia) considerati un tempo come puramente giudaici. un tale approccio, già preconizzato per alcuni casi apparentemente isolati da Marinus de Jonge ed Enrico Norelli, è stato, poi, esteso alla maggioranza dei testi di tradizione cristiana da Robert Kraft e James Davila. Non si tratta, ben inteso, di negare le radici giudaiche di tali testi, ma di reinterpretarli in quanto opere edite o interamente riscritte da editori o autori cristiani, sottolineando, al tempo stesso, la continuità esistente fra le produzioni pseudoepigrafiche degli uni e degli altri.
La seconda linea direttrice è, forse, la più difficile da seguire, perché comporta una relativizzazione delle grandi divisioni ideologiche tradizionali fra testi canonici e testi apocrifi e una maggiore integrazione di questi ultimi nelle ricostruzioni non solo storiche, ma anche teologiche del cristianesimo delle origini, con delle conseguenze facilmente immaginabili. Al di là dell’utilizzazione talvolta acritica delle testimonianze apocrife nella ricerca sul Gesù storico, è indiscutibile che le tradizioni preservate, per esempio, dal Vangelo di Tommaso e dal Vangelo di Maria siano di valore comparabile a quelle tradite dai vangeli sinottici o dal vangelo di Giovanni. una delle questioni più dibattute, alla quale questi testi apportano un contributo non trascurabile, è stata, e rimane tutt’ora, quella del ruolo svolto dalle donne all’interno delle prime comunità cristiane. A questo proposito, le ricerche di Ann Brock hanno mostrato come Maria Maddalena si riveli essere un personaggio chiave per comprendere la polemica, per testi apocrifi interposti, che oppose gruppi gnostici e proto-ortodossi. Non deve dunque sorprendere che la sua figura sia stata progressivamente marginalizzata, a tutto vantaggio di quella della Vergine Maria, negli scritti più tardivi recentemente riesaminati da Stephen Shoemaker.
Il che ci conduce direttamente alla terza e ultima delle nostre grandi linee direttrici, ovvero, alla necessità di apprezzare i testi apocrifi dell’antichità tardiva (quali il Vangelo di Bartolomeo, gli Atti di Filippo, la Leggenda di Abgar, le Omelie e i Riconoscimenti pseudo-clementini, l’Apocalisse di Paolo, il Libro del gallo, le varie Apocalissi e Dormizioni della Vergine) per quello che sono, e non esclusivamente per il loro ruolo di collettori di frammenti di scritti più antichi. Anche in questo caso, non si tratta di negare la riutilizzazione di tradizioni orali ed eventuali fonti scritte preesistenti, ma di riconcettualizzarla all’interno di un più ampio fenomeno iper- e intertestuale di riciclaggio e riscrittura «mitologica» delle origini del cristianesimo – un fenomeno che si è protratto ben oltre la fine del III secolo e che è ancora all’opera nella cultura popolare contemporanea.
In conclusione, lo studio événementiel del corpus apparentemente ben strutturato degli «apocrifi del Nuovo Testamento» dovrebbe, ormai, cedere il passo a quello oltremodo più articolato e complesso della «letteratura apocrifa cristiana» sulla lunga durata.
Opere di riferimento: J.H. Charlesworth, The New Testament Apocrypha and Pseudepigrapha: A Guide to Publications, with Excursuses on Apocalypses, Metuchen (New Jersey)-London 1987; M. Geerard, Clavis Apocryphorum Novi Testamenti, Turnhout 1992; J.-C. Haelewyck, Clavis Apocryphorum Veteris Testamenti, Turnhout 1998; Institut romand des sciences bibliques, BiBIL: Bibliographie informatisée de Lausanne (www. bibil.net).
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