La storia di indipendenza di Vescovato sotto il governo dei Gonzaga fu alla base della creazione di un folto blocco sociale legato al commercio e all'artigianato sin da tempi lontani. I Marchesi, che videro in tali attività un volano di espansione economica, promossero fiere e mercati con incentivi fiscali e con l'architettura stessa della Piazza. I Vescovatini dal canto loro si dimostrarono votati ai traffici delle più svariate merci.
L'apogeo dell'attività mercantile in paese, soprattutto valutando il numero di lavoratori impiegati, arrivò con la diffusione della bicicletta: un mezzo che permette a chiunque di proiettarsi su medie distanze in tempi più brevi. Nacque allora l'iconica professione vescovatina del "giradùur": il "giratore", l'intercettatore di merci.
Questi commercianti erano infatti dotati di bicilette modificate con doppio portapacchi, per riuscire a caricare il massimo quantitativo possibile di oggetti. I giradùur partivano la mattina presto dal paese per scandagliare le campagne in cerca di prodotti poveri, spesso scarti, da avviare ad una prima lavorazione in paese o da vendere all'ingrosso. Tra gli oggetti più ricercati si annoverano le pelli di coniglio, che abbondavano soprattutto in Veneto e in Friuli, per cui si svolgevano viaggi in biciletta di centinaia di chilometri; i capelli femminili, che venivano poi venduti ai produttori di parrucche, anche attraverso il settimanale mercato dei capelli a Vescovato; i crini e le code di cavallo; le setole; le piume d'oca; le pellicce di talpa, di gatto e di ciò che capitava. Spesso queste merci non venivano acquistate dietro pagamento monetario, ma barattando prodotti vescovatini: quali ad esempio il sapone e gli apprezzatissimi "pir cut" (la ricetta vescovatina delle pere cotte).
Requisiti imprescindibili per i giradùur erano la parlantina sciolta e la dialettica efficace. Tratti marcati al punto da diffondere la dicitura di: Vescovato "Paées de la rezòon" (paese della ragione).
L'età d'oro dei giradùur coincise con la prima metà del secolo scorso. In quegli anni tale professione fornì un contributo importante all'occupazione: nel 1913 sono testimoniati ben 200 lavoratori. Il mestiere non sopravvisse però ai profondi cambiamenti intervenuti nel secondo dopoguerra.
Per comprendere l'alone di curiosità suscitato da questi "trafficanti" nel contesto rurale del cremonese ci viene in aiuto la testimonianza del piadenese Giacinto Fellini, che il secolo scorso scriveva: "Voglio testimoniare quale fu il sacrificio di coloro che incontravi sulle strade della Lombardia onorandosi di essere cittadini di Vescovato e che svolgevano con abilità il loro commercio, basato soprattutto sulle pelli di coniglio, allora molto richieste. Verso gli anni '30 non passava giorno che al mattino, molto presto, non mancavi di sentire per le strade del paese un caratteristico richiamo, lanciato da un uomo generalmente di mezza età, munito di bicicletta, avente a penzoloni sul manubrio l'immancabile pelle di coniglio, che gridava: "Gh'è 'l Vescuadìin! Dùni! Stràass, cavéi ..." (C'è il Vescovatino! Donne! Stracci, capelli ...). Disponeva di due capaci portapacchi, tenuti da gomme usate di bicicletta, sui quali portava abitualmente un paio di cassette con pezzi di sapone ed un sacchetto di liscivia. Aveva una bilancina stadera lucidissima, che manovrava con destrezza, addomesticandola a soddisfazione della cliente. Liscivia e sapone erano indispensabili nella casa, perché allora non c'erano i detersivi sulfonati, però il Vescovatino non li vendeva per soldi ma solitamente per cambio merci: pelli di coniglio appese al chiodo a seccare. Quando non c'erano pelli la donna rovistava in ogni angolo della casa trovando sempre qualcosa da mettere nel capace sacco del giradùur. Quello che stupiva era il fatto che alle sette del mattino, ovunque ti trovavi, vedevi una bicicletta con la classica pelle di coniglio sul manubrio e non era difficile indovinare che veniva da Vescovato; anche se il paese era lontano cento chilometri. Vescovato era rinomata in tutta la penisola per loro merito e non sarebbe male se ci fosse una scultura che li ricordasse."
FONTI:
"Riscopriamo Vescovato", viaggio nel XX secolo, (DVD)
Giuseppe Bonisoli, "Vescovato tra storia e cronaca", Editrice Turris/Cremonabooks (DISPONIBILE IN BIBLIOTECA)
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