Nella prima metà del Novecento si assistette ad un vero e proprio boom economico, che permise a Vescovato e Ca' de' Stefani (si fusero in un unico comune solo nel 1927) di raggiungere il massimo storico di popolazione di 4876 abitanti nel 1921 (mille in più di oggi). A guidare questa espansione economica fu il settore della seta, soprattutto grazie alle 3 filande e ai 2 filandini insediatisi in paese.
Le filande erano gli stabilimenti dove, a partire dal baco, si otteneva il filo di seta da avviare poi alla tessitura. Il punto critico della lavorazione consisteva nella macerazione del bozzolo in apposite bacinelle di acqua calda, dove le operaie lavoravano a mani nude. Questo sistema veniva alimentato da grandi caldaie, con le tipiche ciminiere in mattoni. Queste sono un elemento paesaggistico quasi perso oggi, siccome in paese ne sopravvive solo una; mentre il cielo vescovatino del secolo scorso era addobbato da almeno 7 ciminiere (tre filande, due fornaci di mattoni e due filandini). Quanto all'allevamento dei bachi da seta, esso era molto spesso condotto dalle famiglie contadine, in casa, per arrotondare i guadagni.
Dopo una fase di crescita nel primo ventennio del secolo scorso, l'apogeo della seta a Vescovato si raggiunse nei primi anni '20, quando i 5 stabilimenti impiegavano circa un migliaio di persone (in prevalenza donne) alle quali vanno aggiunti gli addetti degli essiccatoi dei bozzoli e del loro commercio. Già nel 1926 però le filande tornarono a lavorare su un unico turno, anzichè i due degli anni precedenti. La produzione manterrà un livello in leggera decrescita fino al secondo conflitto mondiale. La seconda metà del secolo, anche a causa dell'introduzione delle fibre sintetiche, aprì la definitiva crisi del settore, che in poco tempo fu completamente dismesso dalle nostre parti.
Oggi si conserva in buone condizioni e dotata della sua originale ciminiera solamente l'ex Filanda Generali, che continua ad essere sede di un'azienda vescovatina, seppur di altro settore. Essa si situa all'incrocio tra Via Marchi e Via Primo Maggio e, con le sue 50 bacinelle, era la più piccola delle tre filande; al punto da essere stata degradata a filandino, da alcune testimonianze.
Esistevano poi la Filanda Vecchia, dell'impresa "Sartori-Piazza & C.": la più grande di tutte, con 108 bacinelle. Essa è stata demolita per costruirvi un quartiere residenziale imperniato sull'attuale "Via Vecchia Filanda".
Vi era poi la Filanda Nuova, della ditta "Sartori Pierino & C.", con 96 bacinelle. Essa affacciava sempre su Via Marchi, all'altezza dell'incrocio con Viale Italia. Anch' essa fu oggetto di abbattimenti per ricavare una zona residenziale, tuttavia al contrario della sorella maggiore, non fu distrutta per intero. Gli edifici di affaccio sulla via principale sono stati in parte salvati e adattati agli usi abitativo e commerciale, mentre i retrostanti capannoni sono stati demoliti.
Infine ricordiamo i due filandini, da sole 20 bacinelle: Il "Sandri", in Via IV Novembre, che tutt'oggi si conserva e il "Pietro Accorsi", in Via Oberdan, del quale rimane il portale di ingresso sulla strada, ma non la struttura originale retrostante, sostituita da moderne abitazioni civili.