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Cos’è?
Un’antica leggenda Occidentale ha come protagonista Santa Monica. Patrona delle donne sposate, delle madri e delle vedove, diede alla luce uno dei Padri della Chiesa, che è conosciuto anche come il “Dottore della Grazia”, ovvero Sant’Agostino. Si dice che Santa Monica ebbe un’apparizione: vide la Vergine Maria con una tunica, un manto nero, un velo bianco e una cintura in vita. Indossava abiti da lutto in seguito alla morte del Figlio e invitò la donna a fare lo stesso. Nelle sue rappresentazioni artistiche, infatti, Santa Monica indossa una tunica nera, tra i suoi attributi insieme a un libro e un crocifisso. Il figlio Agostino, mentre riceveva il Battesimo da Sant’Ambrogio, avrebbe indossato una cintura preparata dalla madre.
Nel Seicento cominciò a diffondersi anche un’altra leggenda, nella quale si narrava che Maria, mentre stava ricevendo l'annuncio dell’Arcangelo Gabriele, gli chiese come avrebbe potuto diventare madre senza sciogliere la cintura di Vergine consacrata da Dio.
C’è un fattore ricorrente che sembra unire queste due leggende come un filo rosso: la cintura. Prima come segno di penitenza, poi come elemento di castità, la cintura iniziò nel tempo a indicare la protezione della Madonna, invocata con la preghiera e, appunto, penitenza e castità.
Non fu un fenomeno legato solo al mondo occidentale, al contrario si diffuse su vasta scala. La prima testimonianza di una devozione alla Cintura della Vergine in Oriente risale al VI secolo ca. ed è presente in un testo liturgico di San Massimo il Confessore, monaco cristiano e teologo bizantino morto nella seconda metà del VII secolo. Qualche tempo dopo, San Germano di Costantinopoli stilò un elenco delle reliquie conservate nella sua città, al tempo capitale dell’Impero Romano d’Oriente, in cui figurava la Cintura di Maria. Essa venne celebrata come miracolosa fino alla sua distruzione nel 1204, quando Costantinopoli venne saccheggiata durante il periodo della quarta crociata.
In Occidente la devozione della Cintura è legata agli eremitani di Sant’Agostino, ma si estese in maniera massiccia in particolare a partire dalla fine del XVI secolo, quando a Bologna nacque la Confraternita di “Santa Maria della consolazione della Cintura”, che ispirò la comparsa nel resto d’Italia di altre Confraternite dedicate alla Vergine della Cintura.
Il dialogo tra la religione e gli artisti è stato, senza eccezioni, stretto e alimentato reciprocamente, sia dalla fede di chi realizzava le opere, sia dalla committenza della Chiesa. In particolare, se facciamo riferimento al cattolicesimo, sono incalcolabili le attestazioni artistiche religiose conservate nel territorio italiano. Con la formazione di culti e con nuove canonizzazioni nel corso dei secoli, i fedeli hanno sempre dimostrato la necessità di avere un riferimento visuale, intorno al quale riunirsi e pregare.
La diffusione della devozione alla Cintura della Vergine non fu un’eccezione e numerosi sono i segni giunti fino a noi. Nella Basilica di San Giacomo Maggiore a Bologna si radunava la Confraternita di “Santa Maria della consolazione della Cintura” ed è lì conservato un quadro a olio attribuito a Guido Reni (1575-1642), probabilmente copia di un affresco, nel quale la Vergine seduta sorregge il Bambino mentre entrambi afferrano la Cintura.
Bovolone e la Cintura
“Ritrovavasi nella terra di Bovolone un pilastro fatto di muro che aveva servito ad un ruinato fienile di ragione di quella Comunità, in un nicchio del quale era frapposta una statua di Maria Vergine, con il Figliuolo Nostro Signore, fatta di mamo [...]” 1. Così scrisse lo storico veronese Lodovico Moscardo (1611-1681). Stava facendo riferimento a un’importante manifestazione storico-artistica che si trova proprio qui, a Bovolone.
Via Madonna è una strada particolarmente importante per il nostro Comune, oltre al fatto che è quella da percorrere per raggiungere la città di Verona, condivide il nome con la contrada in cui si trova. Partendo dalla piazza e percorrendo questa via ci si imbatte in un edificio, quello che dista pochi metri dall’entrata del primo cimitero del paese. Non si distingue certamente per l’eccentricità, né per stravaganti orpelli, sicuro però è che racconti una storia più avvincente di quello che potrebbe sembrare. Il nome di questa architettura religiosa è indicato anche da una piccola insegna che le sta accanto, dove si può leggere “Santuario Madonna della Cintura”. Questa sua denominazione trova maggiori spiegazioni all’interno del percorso storico appena compiuto, che permette di inserire il Santuario, spesso confuso per una cappella cimiteriale, all’interno di un’antichissima e ricca tradizione.
Scultore anonimo di ambito veronese
Tutto nasce da una piccola statua, oggi posta sopra il tabernacolo, che di per sé è alquanto misteriosa. Non si sa quasi niente di questa immagine, lo scultore è anonimo e dal punto di vista estetico ne è alquanto difficile la lettura. Quello che si può dire con certezza è che fu scolpita in un cippo di marmo romano di reimpiego, quindi l’autore recuperò del materiale utilizzato precedentemente per qualcos'altro: ciò è evidente dal profilo laterale e dal retro, dove rimangono ancora delle lettere in carattere lapidario. Questo è anche il motivo per cui va osservata frontalmente. Chi la scolpì, infatti, fu costretto a realizzare un’opera iconograficamente complessa con del materiale poco profondo.
La figura principale è la Vergine, seduta staticamente sul trono; sulle sue ginocchia il Bambino ci guarda mentre è in atto benedicente: il suo braccio destro è alzato, mentre il dito indice e quello medio spuntano da quello che altrimenti sarebbe un pugno chiuso. La lettura di questo gesto può essere fatta alla luce di quelle che gli studiosi chiamano “mani parlanti”. Infatti, a partire dalle produzioni medievali, gli artisti iniziarono a instaurare un dialogo tra le figure e gli spettatori attraverso il linguaggio del corpo, che permetteva anche a chi non sapeva leggere o a chi stava ammirando da lontano di capire all’istante innanzi a cosa si trovava. La scultura è completata da due angeli che, uscendo dallo sfondo in alto, sorreggono la corona della Madonna e creano così una maggiore profondità spaziale. Le vesti che le due figure indossano sono semplici, portano delle tuniche lunghe leggermente segnate da un panneggio, ovvero da una serie di pieghe. Entrambe le vesti sono fermate da una cintura. La datazione che ne hanno potuto dare gli storici cade nella seconda metà del XIV secolo e sarebbe frutto di un lavoro di ambito veronese. Il carattere popolare non ne limitò la notorietà nel corso dei secoli, anzi: questa statua fu il motivo di molti pellegrinaggi a Bovolone nel XVII secolo, momento nel quale il culto della Vergine della Cintura iniziò a diffondersi in tutta Italia. Questo spiega chiaramente la potenza dell’arte: non servono i materiali più preziosi o le cornici più costose per fare in modo che un oggetto, se però è provvisto di un importante messaggio, parli alle persone.
XIV o XVII secolo?
La mancata coincidenza delle date deve aver fatto storcere il naso al lettore. Non si tratta di un refuso: gli storici si stanno interrogando ancora oggi su quale sia la possibile spiegazione che permetterebbe di confermare che la statua sia del XIV secolo nonostante la diffusione del suo culto avvenga tre secoli più tardi. Sono state fatte varie ipotesi a riguardo. Forse la devozione alla Vergine della Cintura già era diffusa nel nord Italia a partire dal Trecento oppure la statua è in realtà successiva. Una terza eventualità prevede che la statua sia davvero del XIV secolo ma che solo con la circolazione del culto sia stata intitolata alla Vergine della Cintura, valorizzando l’attributo abbozzato dallo scultore.
1 Lodovico Moscardo, Historia di Verona, Verona 1668, p. 513, all’interno di: Lino Turrini, Il Santuario della Beata Vergine della Cintura o “Madonna del Molinello”, a cura di Fabrizio Bordoni, Comune di Bovolone.
Dov’è?
La contrada Madonna nel XVII secolo era conosciuta con il nome “Molinello” perché, lungo il fiume Menago, esisteva un piccolo mulino, il quale diede il nome anche a una nuova costruzione, un santuario, che veniva chiamato "chiesa della Madonna del Molinello”. Questa informazione può lasciarci confusi, va infatti chiarita una cosa: si tratta dell’attuale Santuario della Beata Vergine della Cintura. A volerne la costruzione fu l’arciprete di Bovolone don Antonio Barbieri, in paese dal 1630 al 1650. Egli sentì il dovere di innalzare un tempio mariano affinché il popolo venisse protetto. Il parroco aveva in mente un evento preciso, che aveva stravolto la vita dei cittadini: nei primi giorni di Aprile dell’anno 1630 la peste arrivò a Bovolone. Le persone furono costrette a vedere le loro famiglie, gli amici e i propri concittadini morire a causa di un dolore mai conosciuto prima e così fu per un intero anno, fino a quando nel Marzo del 1631 si contarono un totale di 800 morti su una popolazione di 2 500 abitanti, metà dei quali furono bambini.
Don Antonio Barbieri era nativo di Bovolone e discendente di una famiglia molto antica. Non si sa molto della sua giovinezza, tranne che era figlio di un maestro e che nel 1616 fu consacrato sacerdote. Prese possesso della parrocchia di Bovolone il 20 Luglio del 1630, nel bel mezzo della peste, che colpì anche la sua famiglia, oltre che il suo predecessore don Francesco Padovani, tra le prime vittime del contagio.
L'occasione per costruire un santuario mariano che potesse preservare Bovolone dalle sciagure fu fornito da una piccola statua in marmo, raffigurante la Madonna con il Bambino, conservata in una nicchia ricavata da un pilastro, che negli anni era diventata un punto di riferimento per la contrada Molinello. Don Barbieri convocò quindi un’assemblea a cui espose il progetto, il quale venne approvato e si provvide quindi alla costruzione di un comitato. Il popolo bovolonese reagì con un entusiasmo che nemmeno il parroco avrebbe potuto prevedere e non tardarono ad arrivare numerose offerte, da quelle più pregiate da parte delle famiglie borghesi a quelle più generose di chi invece possedeva meno: “una camisa da omo, un grembial vechio con corde [...], un fazoleto da naso”. Tutte le offerte vennero accuratamente annotate a mano da un cooperatore parrocchiale.
Successo oltre i confini
Il 10 Ottobre 1648 don Barbieri benedisse e pose la prima pietra, dando inizio ai lavori solo cinque mesi dopo l’istituzione dell’assemblea. Nell’arco di due anni il Santuario era finito, dopo un periodo di grande entusiasmo e fervore. Il 15 Novembre 1650 ci fu la benedizione. Purtroppo, Don Barbieri non ebbe l’occasione di vedere l’opera terminata perché solo due mesi prima morì, ma fu ricordato dal suo successore con un’incisione su una lastra sopra la porta principale.
Dopo Barberi, la parrocchia passò a don Luigi Circolo, che ottenne che al Santuario venisse affidato un proprio cappellano per le funzioni religiose. Questo perché si erano nel frattempo intensificati i pellegrinaggi che avevano come meta la scultura della Madonna della Cintura. La fama superò i confini veronesi: la duchessa di Mantova Anna Maria Gonzaga arrivò a Bovolone insieme al vescovo della città e, dopo un momento di preghiera, offrì al Santuario un omaggio personale, ovvero una lampada d’argento particolarmente pregiata. Nel 1707 don Giuseppe Morandi, che era arciprete in quel momento, fece sì che si potesse stabilire un cappellano, il quale aveva il compito di curare anche l’organizzazione dei pellegrinaggi. Poco dopo il vescovo di Verona permise l’arrivo dei padri eremiti agostiniani, addetti all'esclusivo culto del santuario.
XIX e XX secolo
Con il regno di Napoleone il Santuario conobbe devastazione, furti e sacrilegi, che terminarono il culto: nel XIX secolo era nel più completo abbandono e l’edificio si trovava completamente spoglio degli originali adorni. Nel 1812 venne spostato il cimitero del paese per adempiere alle nuove regolamentazioni francesi: nel 1806 ordinarono che le sepolture fossero poste fuori dall’abitato per ragioni di igiene. Fino a quel momento il cimitero si trovava a fianco della vecchia chiesa parrocchiale, oggi oratorio di San Biagio, e venne così ricostruito con una struttura sobria, sempre imposta dalle leggi napoleoniche.
Con la speranza di riaprire al culto che si viveva un tempo, Mons. Pezzo (1886-1964) instaurò in parrocchia l’abitudine di recarsi al Santuario con i bambini che il giorno dopo avrebbero ricevuto la prima Comunione.
La svolta si verificò durante gli anni Ottanta, quando riprese in contrada Madonna la tradizione di concludere la recita del rosario di Maggio con una processione, per la quale la statua fu tolta dalla sua nicchia per due anni di seguito (1983-1984) e portata per via Madonna. La Sovrintendenza dei Beni Artistici dovette però intervenire vietando lo spostamento dell’opera, per paura che venisse messa a rischio la sua integrità. A partire dagli anni Novanta l’Amministrazione Comunale venne sollecitata a compiere interventi di conservazione e restauro dell’opera per renderla nuovamente funzionale al culto religioso.
Il santuario della Madonna della Cintura.
Dettaglio - il soffitto.
L'altare visto dalla navata - al centro la statua e la pala, di fianco i ritratti dei committenti, a destra e a sinistra due tele raffiguranti due santi.
Dettaglio - il campanile.
Il campanile e le tre campane mancanti
Il Santuario venne abbellito nel corso degli anni da parte dei parroci che si succedettero, fatta eccezione solo per don Circolo, che dovette dedicarsi a sanare i debiti contratti per la costruzione, che non furono lievi. Un segno importante fu lasciato da Mons. Francesco Ducchi (arciprete tra il 1724 e il 1747), il quale iniziò la costruzione del campanile a destra dell’abside.
Moltissime famiglie donarono mattoni, a cui si aggiunsero altri numerosi doni da parte dei devoti. La prima pietra venne posata il 25 giugno 1730 e una volta che l’opera fu conclusa don Ducchi provvide anche a fornire il campanile di tre campane. Esse furono trafugate alla fine del XVII secolo dalle truppe napoleoniche, che se ne servirono per costruire cannoni, ma ne furono precedentemente trascritti i maggiori dati, i quali ci permettono di avere un’idea della forma originale del Santuario.
La campana più grande fu fusa nel 1590 e si poteva leggere una scritta latina che diceva: “Difendi questa terra dal folgore e dalla tempesta”. La seconda fu fusa, invece, nel 1600 e recitava: “Nel nome di Gesù ogni ginocchio si pieghi in cielo, sulla terra e negli inferi”. La più piccola era anche la più antica, non portava una scritta biblica ma una di carattere informativo: “Mi fuse il Maestro Gerardo al tempo del reverendo Thebaldi, Vescovo di Verona, nell’anno del Signore 1310”. Tra il 1884 e il 1887 le campane mancanti vennero sostituite da due nuove.
La struttura: esterno e interno
Il Santuario venne costruito con evidente semplicità a causa delle limitate risorse e della povertà dei mezzi. Questo però non impedì di realizzare comunque una struttura equilibrata: la facciata è sobria, interrotta solo da una lunetta e dal portale in pietra con architrave. All’interno la navata è unica, dotata di un’abside regolare. Quando venne costruita le donazioni furono molte e anche importanti, le quali contribuirono a decorare sontuosamente gli interni. In particolare, nel 1680 il Santuario venne dotato di un altare e di una pala sovrastante, la quale accoglie ancora oggi la nicchia che ospita la scultura della Madonna. L’altare è composto da marmi colorati, che vanno dal giallo al rosso, e sopra la mensa è custodita una tela che raffigura la Madonna col Bambino affiancati da due santi, ovvero San Domenico e San Giovanni. Non ci sono notizie sull’autore del quadro ma si può dire con certezza che sia ancora legato a moduli arcaici, malgrado operi nel 1600. Ai lati di questa grande pala due dipinti a olio ritraggono probabilmente gli offerenti: l’ex sindaco Giovanni Panizza e la moglie.
Curiosità
All’interno del Santuario è conservato un cippo marmoreo che custodisce le spoglie dell’unico laico che qui riposa: si tratta di un bambino di 9 anni, morto nell’anno 1870. Questa collocazione è stata voluta da padre, l’allora sindaco Cav. Domenico Vaccari.
La tomba di Vincenzo Vaccari, morto a 9 anni.