"Che fai tu luna in ciel"


(Renzo) - Garcia Lorca, Il cozzo e la morte

Alle cinque della sera.

Eran le cinque in punto della sera.

Un bambino portò il lenzuolo bianco

alle cinque della sera.

Una sporta di calce già pronta

alle cinque della sera.

Il resto era morte e solo morte

alle cinque della sera. 

Il vento portò via i cotoni

alle cinque della sera.

E l’ossido seminò cristallo e nichel

alle cinque della sera.

Già combatton la colomba e il leopardo

alle cinque della sera.

E una coscia con un corno desolato

alle cinque della sera.

Cominciarono i suoni di bordone

alle cinque della sera.

Le campane d’arsenico e il fumo

alle cinque della sera.

Negli angoli gruppi di silenzio

alle cinque della sera.

Solo il toro ha il cuore in alto!

alle cinque della sera.

Quando venne il sudore di neve

alle cinque della sera,

quando l’arena si coperse di iodio

alle cinque della sera,

la morte pose le uova nella ferita

alle cinque della sera.

Alle cinque della sera.

Alle cinque in punto della sera. 

Una bara con ruote è il letto

alle cinque della sera.

Ossa e flauti suonano nelle sue orecchie

alle cinque della sera.

Il toro già mugghiava dalla fronte

alle cinque della sera.

La stanza s’iridava d’agonia

alle cinque della sera.

Da lontano già viene la cancrena

alle cinque della sera.

Tromba di giglio per i verdi inguini

alle cinque della sera.

Le ferite bruciavan come soli

alle cinque della sera.

E la folla rompeva le finestre

alle cinque della sera.

Alle cinque della sera.

Ah, che terribili cinque della sera!

Eran le cinque a tutti gli orologi!

Eran le cinque in ombra della sera!

2

Il sangue versato

Non voglio vederlo! 

Di’ alla luna che venga,

ch’io non voglio vedere il sangue

d’Ignazio sopra l’arena. 

Non voglio vederlo! 

La luna spalancata.

Cavallo di quiete nubi,

e l’arena grigia del sonno

con salici sullo steccato. 

Non voglio vederlo!

Voglio che mi insegnino un pianto 

come un fiume

ch’abbia dolci nebbie e profonde rive

per portar via il corpo di Ignazio 

e che si perda

senza ascoltare il doppio fiato dei tori. 

Si perda nell’arena rotonda della luna

che finge, quando è bimba dolente, 

bestia immobile;

si perda nella notte senza canto dei pesci

e nel bianco spineto del



Omero, Iliade VIII, 555

Come quando nel cielo, intorno alla fulgida luna,  

appaiono lucenti stelle, quando è senza vento l’etere, 

e appaiono tutte le balze e le cime alte 

e le valli; e dal cielo si stende infinito l’etere, 

e tutte si vedon le stelle, e s’allegra in cor il pastore.


(Renzo) – Frammento 34 V. di Saffo

Ἄστερες μὲν ἀμφὶ κάλαν σελάνναν

ἄψ ἀποκρύπτοισι φάεννον εἶδος,

ὄπποτα πλήθοισα μάλιστα λάμπη

γᾶν ἐπὶ πᾶσαν *** ἀργυρία 

asteres men amphi kalan selannan

ay apukruptoisi phaennon eidos

oppota plethoisa malista lampe

gan epì paisan * * *argyria


Gli astri attorno alla bella luna

subito velano il fulgente aspetto

quando piena tutta è lampada

sulla terra intera  // argentea


ALCMANE  Fr. 89 C -  26  P. 

Dormono dei monti le vette e i burroni

e le balze e i dirupi

gli animali erranti quanti nutre nera terra

e le fiere montane e il genere delle api

e i cetacei nel profondo del purpureo mare

dormono degli uccelli le razze dalle ampie ali


ORAZIO, Epodi, 15 

Nox erat et caelo fulgebat Luna sereno           

inter minora siderea…

Notte era e nel cielo sereno rifulgeva la Luna

tra le minori stelle 


(Pietro) Dante, Purg. XVIII, 76-78

La luna, quasi a mezza notte tarda,

facea le stelle a noi parer più rade,

fatta com’un secchion che tutto arda


Par. II, 25-36

Giunto mi vidi ove mirabil cosa

mi torse il viso a sé, e però quella,

cui non potea mia ovra esser ascosa,

volta ver me , sì lieta come bella,

“drizza la mente in Dio grata”, mi disse,

“che, n’ha congiunti con la prima stella”.

Pareva a me che nube ne coprisse

lucida, spessa, solida e pulita,

quasi adamante che lo sol ferisse.

Per entro se l’eterna margarita

ne ricevette, com’acqua recepe

raggio di luce, permanendo unita


Par. XVI, 82-83

E come il volger del ciel della luna

cuopre e discopre i liti senza posa


Par. XXII,139

Vidi la figlia di Latona incensa


Par. XIII, 25-27

Quale nei pleniluni sereni

Trivia ride tra le ninfe eterne

Che dipingono lo ciel per tutti i seni


Par. XXIX, 97-99

Un dice che la luna si ritorse

nella passion di Cristo e si interpuose,

per che il lume del sol giù non si porse.


G. Leopardi - Canto notturno di un pastore errante

Che fai tu luna in ciel? Dimmi, che fai, 

silenziosa luna? 

Sorgi la sera, e vai, 

contemplando i deserti; indi ti posi. 

Ancor tu non sei paga

di riandare i sempiterni calli? 

Ancor non prendi a schivo, ancor sei vaga

di mirar queste valli? [...] 


 La sera del dì di festa 

Dolce e chiara è la notte e senza vento,

e queta sovra i tetti e in mezzo agli orti

posa la luna, e di lontan rivela

serena ogni montagna. O donna mia,

già tace ogni sentiero, e pei balconi

rara traluce la notturna lampa:

Tt dormi, che t’accolse agevol sonno

nele tue chete stanze; e non ti morde

cura nessuna; e già non sai né pensi

quanta piaga m’apristi in mezzo al petto.

Tu dormi: io questo ciel, che sì benigno

appare in vista, a salutar m’affaccio…



(Renzo) - Pirandello: Ciaula scopre la luna

Aveva paura del buio ma del buio vano della notte… Si mosse sotto il peso del suo carico enorme…, egli veniva su, su, su, dal ventre della montagna, con quel suo specioso arrangolìò di cornacchia strozzata. Saliva, saliva e non vedeva ancora la buca, che lassù lassù si apriva come un occhio chiaro, d'una deliziosa chiarità d'argento. Se ne accorse solo quando fu agli ultimi scalini. Dapprima, quantun-que gli paresse strano, pensò che fossero gli estremi barlumi del giorno. Ma la chiaria cresceva, cresceva sempre più, come se il sole, che egli aveva pur visto tramontare, fosse rispuntato. Possibile?Restò – appena sbucato all'aperto – sbalordito. Il carico gli cadde dalle spalle. Sollevò un poco le braccia; aprì le mani nere in quella chiarità d'argento.Grande, placida, come in un fresco luminoso oceano di silenzio, gli stava di faccia la Luna. Sì, egli sapeva, sapeva che cos'era; ma come tante cose si sanno, a cui non si è dato mai importanza. E che poteva importare a Ciàula, che in cielo ci fosse la Luna?Ora, ora soltanto, così sbucato, di notte, dal ventre della terra, egli la scopriva.Estatico, cadde a sedere sul suo carico, davanti alla buca. Eccola, eccola là, eccola là, la Luna... C'era la Luna! la Luna! E Ciàula si mise a piangere, senza saperlo, senza volerlo, dal gran conforto, dalla grande dolcezza che sentiva, nell'averla scoperta, là, mentr'ella saliva pel cielo, la Luna, col suo ampio velo di luce, ignara dei monti, dei piani, delle valli che rischiarava, ignara di lui, che pure per lei non aveva più paura, né si sentiva più stanco, nella notte ora piena del suo stupore.


(Renzo) - Alessio Di Sora - Spiécchiete alla gliuna

Se te spiecchie alla gliuna 

la notte pe' la uia

uarde l'ombra tea, 

te fa paura.

A uote sié gigante, 

a uote ciuche ciuche, 

sparisce: nen sié neciune.


(Renzo) - Poesia in frusulunese di Ercolino Martire - Gliuna d’ogge

Puète, glie pittore, museciste 

‘sta gliùna nostra l’ènne retrattàta 

a ‘gni maniera cà da vere Artiste 

senza eunfine l’àu celebbrata.

roscia o gialla o verde o a chiù culore, 

da sempre va dicènne la canzona 

de ‘cce affugà le gioie i glie dulore 

a chélla faccia sèja paciuccona.

Ma ‘n chìste tiémpe d’ògge trebbulate 

me pare duentàta ‘n’àtra cosa 

cà guardènne ‘ste munne ‘uacantàte

tè ‘n’aria alquante seria i suspettosa:

da qualsiasi parte tu la vide,

nen sai se tèda chiàgne o tèda ride.


(Renzo) - Renzo Scasseddu - Gliuna senza crise   

La sera chiane o gliuna azzicche ‘n cèle

tié’ ancora glie curagge da resplènne’

incima a chesta terra, calle o gèle,

‘ste munne, che ‘n’ è munne, reschiarènne.

Massera qua a’ sta piazza de Ceccane

ancora ‘n’ sié’ areuata i staj luntane 

pe’ ‘sta serata calla ‘n cumpagnia

de gente bella tutta ‘n puesia.

O gliuna ‘nche ‘ssa faccia bella tonna

a ti ‘n’ te frega gnente della crise:

glie razze tìe agliumene ogni sponna

i nui nen ce sentame morte i accise,

ce mannane ogne notte la speranza

i ‘ndocce ci accarezzane la… panza.


(Renzo) – Alfonso Cardamone

Lenta la notte slaccia gli ultimi suoi veli

illanguidisce all’orizzonte e trascolora

il cielo.

Ai miei passi dal mare allaccia

la luna la sua cintura d’oro.

“Guardavo quella luna sola” 

Sorride in sogno

sull’arenala donna

che conta le telline. 

(Renzo) - Plenilunio di Marcello Donati

La limpida notte rischiara lavalle

Nel silenzio della notte incantata

Giunge l’eco smorzata

D’un suono d’orchestra lontana.

In paese c’è festa:

tu lieta a danzare in mezzo alla gente,

io, solo, nella casa remota, 

che parlo di te dolcemente

alla luna e alle stelle.

E il cuore si stringe

A sentire una musica triste 

Che nella notte lontana svanisce.


Trilussa (1938)

La Luna piena che inargenta l'orto 

è più granne der solito: direi 

che quasi se la gode a rompe’ l'anima 

a le cose più piccole de lei.

E la Lucciola, forse, nun ha torto 

se chiede ar Grillo:- Che maniera è questa? 

Un po' va bè: però stanotte esaggera! – 

E smorza el lume in segno de protesta.


La Lucciola

La luna piena minchionò la Lucciola:

- Sarà l'effetto de l'economia, 

ma quel lume che porti è debboluccio... 

-Sì, - disse quella - ma la luce è mia!


Federico Garcia Lorca - La Luna

Quando spunta la luna

tacciono le campane

e i sentieri sembrano

impenetrabili.

Quando spunta la luna

il mare copre la terra

e il cuore diventa

isola nell'infinito. 


Potessero le mie mani sfogliare

Pronunzio il tuo nome

nelle notti scure,

quando sorgono gli astri

per bere dalla luna

e dormono le frasche

delle macchie occulte.

E mi sento vuoto

di musica e passione.

Orologio pazzo che suona

antiche ore morte.

Pronunzio il tuo nome

in questa notte scura,

e il tuo nome risuona

più lontano che mai.

Più lontano di tutte le stelle

e più dolente della dolce pioggia.

T'amerò come allora

qualche volta? Che colpa

ha mai questo mio cuore?

Se la nebbia svanisce,

quale nuova passione mi attende?

Sarà tranquilla e pura?

Potessero le mie mani

sfogliare la luna!


XXIII


CANTO NOTTURNO


DI UN PASTORE ERRANTE DELL’ASIA

 

     Che fai tu, luna, in ciel? dimmi, che fai,[1]

silenziosa luna?

Sorgi la sera, e vai,

contemplando i deserti; indi ti posi.

Ancor non sei tu paga

di riandare i sempiterni calli?

Ancor non prendi a schivo, ancor sei vaga

di mirar queste valli?

Somiglia alla tua vita

la vita del pastore.

Sorge in sul primo albore

move la greggia oltre pel campo, e vede

greggi, fontane ed erbe;

poi stanco si riposa in su la sera:

altro mai non ispera.

Dimmi, o luna: a che vale

al pastor la sua vita,

la vostra vita a voi? dimmi: ove tende

questo vagar mio breve,

il tuo corso immortale?


     Vecchierel bianco, infermo,

mezzo vestito e scalzo,

con gravissimo fascio in su le spalle,

per montagna e per valle,

per sassi acuti, ed alta rena, e fratte,

al vento, alla tempesta, e quando avvampa

l’ora, e quando poi gela,

corre via, corre, anela,

varca torrenti e stagni,

cade, risorge, e piú e piú s’affretta,

senza posa o ristoro,

lacero, sanguinoso; infin ch’arriva

colá dove la via

e dove il tanto affaticar fu vòlto:

abisso orrido, immenso,

ov’ei precipitando, il tutto obblia.

Vergine luna, tale

è la vita mortale.


     Nasce l’uomo a fatica,

ed è rischio di morte il nascimento.

Prova pena e tormento

per prima cosa; e in sul principio stesso

la madre e il genitore

il prende a consolar dell’esser nato.

Poi che crescendo viene,

l’uno e l’altro il sostiene, e via pur sempre

con atti e con parole

studiasi fargli core,

e consolarlo dell’umano stato:

altro ufficio piú grato

non si fa da parenti alla lor prole.

Ma perché dare al sole,

perché reggere in vita

chi poi di quella consolar convenga?

Se la vita è sventura,

perché da noi si dura?

Intatta luna, tale

è lo stato mortale.

Ma tu mortal non sei,

e forse del mio dir poco ti cale.


     Pur tu, solinga, eterna peregrina,

che sí pensosa sei, tu forse intendi

questo viver terreno,

il patir nostro, il sospirar, che sia;

che sia questo morir, questo supremo

scolorar del sembiante,

e perir della terra, e venir meno

ad ogni usata, amante compagnia.

E tu certo comprendi

il perché delle cose, e vedi il frutto

del mattin, della sera,

del tacito, infinito andar del tempo.

Tu sai, tu certo, a qual suo dolce amore

rida la primavera,

a chi giovi l’ardore, e che procacci

il verno co’ suoi ghiacci.

Mille cose sai tu, mille discopri,

che son celate al semplice pastore.

Spesso quand’io ti miro

star cosí muta in sul deserto piano,

che, in suo giro lontano, al ciel confina;

ovver con la mia greggia

seguirmi viaggiando a mano a mano;

e quando miro in cielo arder le stelle;

dico fra me pensando:

— A che tante facelle?

che fa l’aria infinita, e quel profondo

infinito seren? che vuol dir questa

solitudine immensa? ed io che sono? —

Cosí meco ragiono: e della stanza

smisurata e superba,

e dell’innumerabile famiglia;

poi di tanto adoprar, di tanti moti

d’ogni celeste, ogni terrena cosa,

girando senza posa,

per tornar sempre lá donde son mosse;

uso alcuno, alcun frutto

indovinar non so. Ma tu per certo,

giovinetta immortal, conosci il tutto.

Questo io conosco e sento,

che degli eterni giri,

che dell’esser mio frale,

qualche bene o contento

avrá fors’altri; a me la vita è male.


     O greggia mia che posi, oh te beata,

che la miseria tua, credo, non sai!

Quanta invidia ti porto!

Non sol perché d’affanno

quasi libera vai;

ch’ogni stento, ogni danno,

ogni estremo timor subito scordi;

ma piú perché giammai tedio non provi.

Quando tu siedi all’ombra, sovra l’erbe,

tu se’ queta e contenta;

e gran parte dell’anno

senza noia consumi in quello stato.

Ed io pur seggo sovra l’erbe, all’ombra,

e un fastidio m’ingombra

la mente; ed uno spron quasi mi punge

sí che, sedendo, piú che mai son lunge

da trovar pace o loco.

E pur nulla non bramo,

e non ho fino a qui cagion di pianto.

Quel che tu goda o quanto,

non so giá dir; ma fortunata sei.

Ed io godo ancor poco,

o greggia mia, né di ciò sol mi lagno.

Se tu parlar sapessi, io chiederei:

— Dimmi: perché giacendo

a bell’agio, ozioso,

s’appaga ogni animale;

me, s’io giaccio in riposo, il tedio assale? — [2]


     Forse s’avess’io l’ale

da volar su le nubi,

e noverar le stelle ad una ad una,

o come il tuono errar di giogo in giogo,

piú felice sarei, dolce mia greggia,

piú felice sarei, candida luna.

O forse erra dal vero,

mirando all’altrui sorte, il mio pensiero:

forse in qual forma, in quale

stato che sia, dentro covile o cuna,

è funesto a chi nasce il dí natale.


Note

 «Plusieurs d’entre eux (parla di una delle nazioni erranti dell’Asia) passent la nuit assis sur une pierre à regarder la lune, et à improviser des paroles assez tristes sur des airs qui ne le sont pas moins». Il Barone di Meyendorff, Voyage d’Orenbourg à Boukhara fait en 1820, appresso il Giornale des savants, 1826, septembre, p. 518.

 Il signor Bothe, traducendo in bei versi tedeschi questo componimento, accusa gli ultimi sette versi della presente stanza di tautologia, cioè di ripetizione delle cose dette avanti. Segue il pastore: — Ancor io godo pochi piaceri (godo ancor poco); né mi lagno di questo solo, cioè che il piacere mi manchi; mi lagno dei patimenti che provo, cioè della noia. — Questo non era detto avanti. Poi, conchiudendo, riduce in termini brevi la quistione trattata in tutta la stanza; perché gli animali non s’annoino, e l’uomo sí: la quale se fosse tautologia, tutte quelle conclusioni, dove per evidenza si riepiloga il discorso, sarebbero tautologie.