L’ArcheoTeatro è il luogo dove il passato torna in vita nei nostri Spectacula:
Gladiatories Pompeiorum è un’avvincente teatralizzazione archeologica che narra le vicende atletiche di Marco Attilio, vero e proprio Rocky ante litteram che, per mancanza di lavoro ed ironia del fato, si trova catapultato nell’arena ad affrontare Ilario, il campione dei campioni. La vicenda è tratta da un graffito rinvenuto su una tomba a Pompei (presso la Necropoli di Porta Nocera) da un appassionato tifoso che, colpito dall’insolita ascesa sportiva di Marco, l’ha incisa nella pietra consegnandola alla posterità.
Grazie a un team di attori, registi, stuntmen e archeologi, oggi quell’avventura torna in vita in tutta la sua ironica spettacolarità. Seguirete Marco Attilio nella sua impresa atletica, alle prese non solo con lo spietato avversario Ilario, ma anche con lo spregevole lanista Ampliato, l’ampolloso sacerdote Valente, l’avido mercante Umbricio, gli agguerriti capitalisti della gilda dei pisciuaiuoli, i fieri soldati della marina imperiale e tutta la variegata umanità che calpestò le strade di quella piccola ma dinamica cittadina di periferia che fu Pompei.
L’ArcheoTeatro Pompeiano è la cornice di questa messa in scena. Una struttura che rievoca un antico teatro, con tanto di cavea e velario, che vi offrirà un’esperienza immersiva dove interpreterete il ruolo di un antico pompeiano che assiste ai giochi gladiatori ed è chiamato a decidere sulle sorti dello sconfitto.
Venite, mettevi comodi e godetevi lo spettacolo. Non troppo comodi però, non sarebbe la prima volta che qualche malcapitato spettatore, per ironia della sorte o capriccio dei potenti, passi dall’essere carnefice a vittima, ritrovandosi nell’arena in attesa di chissà quale fine… ma di certo sarà una gran bella fine…
.. e per chi è avido di sapere, lo spettacolo continua In Itininire con la vista tematica negli scavi di Pompei : La Via del Gladiatore…
La trilogia mette in scena la vita della città all’ombra del Vesuvio nelle ultime due decadi prima della sua fine.
Gladiatores Pompeiorum, Puellae Pompeiorum, Il Vecchio e la Montagna, tre storie ambientate nell’arco di tempo che va dal devastante sisma del 56 all’apocalittica eruzione del 79. È in questo range temporale che la città assume quella particolare fisionomia, sia dal punto di vista urbanistico che socio-economico, che verrà sigillata e consegnata alla posterità dall’eruzione Pliniana. In estrema sintesi, essa è caratterizzata dal riassetto di numerosi edifici distrutti dal terremoto (la città colpita dall’eruzione sarà una città ancora “in cantiere”), dall’abbandono della città da parte della vecchia classe dirigente in cerca di lidi meno tormentati dagli eventi tellurici che saranno una costante della città fino alla sua dipartita, il conseguente aprirsi di buchi nel tessuto sociale che verranno prontamente riempiti da una protoborghesia di agguerriti capitalisti dalle umili origini (per lo più liberti) che non esiteranno a imprimere alla città una fisionomia spiccatamente commerciale anche a discapito della sua vocazione artistica (uno degli esempi più emblematici al riguardo è la trasformazione dello splendido peristilio della casa di Stefano in follatoio, ovvero in lavanderia – attività questa che veniva espletata tramite l’utilizzo di grandi quantità di ammoniaca, cioè con l’urina umana).
Una città di Trimalcioni dunque, una città di parvenu, una città di cafoni arricchiti, dove si preferisce il circo al teatro, dove l’arte cede il posto al dado, dove le terme sono in disuso mentre i postriboli affollati... insomma una tipica cittadina di provincia nel sud della penisola.
È in questo mondo che si muovono i protagonisti della Trilogia. Le loro vicende sono intessute nella fitta rete di relazioni umane e sociali che caratterizzarono non solo la società pompeiana ma più in generale quella romana della seconda metà del primo secolo della nostra era.
Così in Puellae Pompeiorum vediamo la protagonista, Tirrenia, muoversi in una Pompei post sismica alla ricerca della propria emancipazione culturale, inseguendo il sogno di un'accademia per sole donne in un cittadina dalle miopi prospettive intellettuali e affetta da un asimmetrico macismo. Negli stessi anni si collocano le avventure di Marco Attilio, un gladiatore al primo combattimento che riesce ad avere la meglio sui più forti campioni dell’impero.
Intorno alle loro vicende si muovono gli interessi di alcuni tra i più e meno noti personaggi che frequentarono la città, dallo spregevole lanista Ampliato, ai membri del borioso partito dei poppeidi fino all’ammiraglio della flotte imperiale, Gaio Plinio Secondo, che nel terzo capitolo della trilogia, Il Vecchio e la Montagna, vedremo eroicamente imbarcarsi verso la devastante eruzione che da lui prenderà il nome di Pliniana.
La trilogia mette in scena la vita della città all’ombra del Vesuvio nelle ultime due decadi prima della sua fine.
Gladiatores Pompeiorum, Puellae Pompeiorum, Il Vecchio e la Montagna, tre storie ambientate nell’arco di tempo che va dal devastante sisma del 56 all’apocalittica eruzione del 79. È in questo range temporale che la città assume quella particolare fisionomia, sia dal punto di vista urbanistico che socio-economico, che verrà sigillata e consegnata alla posterità dall’eruzione Pliniana. In estrema sintesi, essa è caratterizzata dal riassetto di numerosi edifici distrutti dal terremoto (la città colpita dall’eruzione sarà una città ancora “in cantiere”), dall’abbandono della città da parte della vecchia classe dirigente in cerca di lidi meno tormentati dagli eventi tellurici che saranno una costante della città fino alla sua dipartita, il conseguente aprirsi di buchi nel tessuto sociale che verranno prontamente riempiti da una protoborghesia di agguerriti capitalisti dalle umili origini (per lo più liberti) che non esiteranno a imprimere alla città una fisionomia spiccatamente commerciale anche a discapito della sua vocazione artistica (uno degli esempi più emblematici al riguardo è la trasformazione dello splendido peristilio della casa di Stefano in follatoio, ovvero in lavanderia – attività questa che veniva espletata tramite l’utilizzo di grandi quantità di ammoniaca, cioè con l’urina umana).
Una città di Trimalcioni dunque, una città di parvenu, una città di cafoni arricchiti, dove si preferisce il circo al teatro, dove l’arte cede il posto al dado, dove le terme sono in disuso mentre i postriboli affollati... insomma una tipica cittadina di provincia nel sud della penisola.
È in questo mondo che si muovono i protagonisti della Trilogia. Le loro vicende sono intessute nella fitta rete di relazioni umane e sociali che caratterizzarono non solo la società pompeiana ma più in generale quella romana della seconda metà del primo secolo della nostra era.
Così in Puellae Pompeiorum vediamo la protagonista, Tirrenia, muoversi in una Pompei post sismica alla ricerca della propria emancipazione culturale, inseguendo il sogno di un'accademia per sole donne in un cittadina dalle miopi prospettive intellettuali e affetta da un asimmetrico macismo. Negli stessi anni si collocano le avventure di Marco Attilio, un gladiatore al primo combattimento che riesce ad avere la meglio sui più forti campioni dell’impero.
Intorno alle loro vicende si muovono gli interessi di alcuni tra i più e meno noti personaggi che frequentarono la città, dallo spregevole lanista Ampliato, ai membri del borioso partito dei poppeidi fino all’ammiraglio della flotte imperiale, Gaio Plinio Secondo, che nel terzo capitolo della trilogia, Il Vecchio e la Montagna, vedremo eroicamente imbarcarsi verso la devastante eruzione che da lui prenderà il nome di Pliniana.