L’inattualità dell’etica è un dato di fatto così eclatante da non poter essere considerato come “il” discrimine dal cui riconoscimento passa l’inizio di una possibile rinascita civile.
Si tratta a mio avviso di andare oltre, di lavorare quotidianamente perché sia l’idea stessa di responsabilità a ritrovare cittadinanza, per scoprire come la parola “responsabilità” possa essere di nuovo pronunciabile e pronunciata senza suscitare sentimenti di superiorità (in chi la pronuncia) o di rifiuto (in chi la ascolta).
Ma questa inattualità dell’etica ha profondamente a che fare con la struttura e l’essenza di una società che “deve” vivere rinnegando la memoria da un lato e negando la morte dall’altro. L’ossessivo richiamo ad una immortalità di fatto inesistente ma celebrata in maniera indotta ed insita nel concetto stesso di “consumo” (un consumo che sussume la reiterazione come costume vivifico dell’impalcatura economica sottostante) necessita, per converso, di negare la responsabilità individuale e di conchiudere la scelta di ciascuno in un meccanismo a-soggettivato e mediaticamente ineluttabile che estirpa in conseguenza l’idea stessa di eticità come termine e strumento di confronto.
Viviamo nella palude di un presente introiettato nelle nostre coscienze come unica dimensione possibile, suadente, ineludibile, ir-responsabile.
Proprio perché il trionfo del presente “deve” ridicolizzare la memoria e, temendola, “deve” allontanare il futuro dal campo visivo dell’uomo inteso come “consumatore”, partire dalla memoria per soddisfare l’esigenza di una formazione permanente che riqualifichi l’uomo proprio a partire dalla sua fragilità, dall’estremo della sua irreversibile finitezza (la morte), attraverso la dimensione di una solidarietà gratuita e plurale, assume una valenza in sé non di poco conto e qualifica la necessità di giungere ad una vera e propria pedagogia della memoria, intesa come enucleazione di tematiche riguardanti il passato ma cariche di simbologie, sensi e significati tali da suggerire una proposizione strutturata e ripetibile.
Quindi la Politica deve trovare le energie per riproporsi in una chiave diversa, dove non sia il "mercato" a dettare le regole, e tantomeno lo "share" del sondaggio quotidiano, bensì una dimensione progettuale che inquadri il presente come una tappa in un percorso che ha inizio e può non avere una fine. E' proprio in quel "può non aver fine" che si misura la qualità dello statista, del politico: se la proposta serve ad un futuro possibile e prende atto degli errori e delle certezze derivanti dall'esperienza e dalla storia, allora lì si vede la Politica e non l'interesse di parte. Quel "non aver fine" va oltre noi, oltre singolo che invece "finisce" e rilancia il concetto di comunità in viaggio, di testimone da passare.
Ripartire dalla memoria, dunque.
Propongo qui la Shoah come “il” paradigma di questa memoria .
Ma come proporre questa memoria, questo paradigma?
Cosa hanno prodotto venti anni di Giornate della memoria?
Credo che in un contesto sociale come l’attuale dove i giovani vivono l’ansia dell’appartenenza ad una comunità/gruppo riconoscibile e “aggiornata” e l’ansia di un’appropriazione dei fatti che più che conquista è fruizione veloce ed inevitabilmente superficiale, l’approccio classico alla “memoria” costituito da numeri, documentazioni, testimonianze scritte, filmati sia francamente di scarsa utilità.
Assolutamente superficiale, incapace di penetrare il bozzolo protettivo di vite vissute all’ombra di una omogeneizzazione imposta e glorificata come inevitabile e appagante, questo approccio impone inoltre la memoria proprio come rito ripetitivo ed esaustivo, già contenente in sé il germe del rifiuto e della rimozione.
L’esigenza, al contrario, di una “architettura” della formazione e della Politica che rinvii a progetti condivisi e strutturati e superi una prassi organizzativa improvvisata alla bisogna e senza orizzonti e prospettive, mi conduce ad affrontare un tema che considero spinoso ma ineludibile.
Vedo infatti in prospettiva, specificatamente in tema di Shoah, alcuni notevoli rischi nella metodologia del fare memoria così come privilegiata e indotta dall’istituzione, appunto, della Giornata della Memoria.
La cristallizzazione della memoria che la ritualità prevede come ineluttabile sottende in prospettiva, da parte dei giovani che ne fruiscono in maniera spesso avulsa da un contesto di studio prospettico, non solo un rifiuto mentale verso il rito ma anche, e soprattutto, verso l’oggetto del rito. Ovvero, si rischia nello specifico che i giovani giungano entro breve a “odiare” questa memoria ingiunta e dunque per traslato a odiare la Shoah. Con conseguenze, in termini di antisemitismo di ritorno ormai evidente già oggi, incalcolabilmente gravi.
E corre il rischio di saldare questa rimozione ad un atteggiamento di rifiuto del diverso che già oggi si coglie evidente e ad un atteggiamento di violenza verso i deboli altrettanto evidentemente in crescita, supportato da un uso delle tecnologie mediatiche sempre più volto verso l’esibizione del sé e di un malinteso senso di “virilità” e potenza e tale da proporre come inevitabile, ad esempio, un confronto sulla necessità di controllo dei meccanismi di accesso e pubblicazione sulla rete internet.
Tema interessante, che induce a ridiscutere anche il concetto di “libertà di informazione”, concetto ormai troppo spesso usato per difendere non il valore ed il contenuto dell’informazione, ma la possibilità di pubblicare quello che si vuole, di intervistare chi si vuole, di inserirsi a proprio piacimento nella vita degli altri, di usare dei media per imporre temi e soggetti all’opinione pubblica, in netta collisione con una tutela della privacy burocraticamente certo molto strutturata ma concretamente inesistente.
Come cercare di evitare questa ghettizzazione così potenzialmente rischiosa e deleteria è tema su cui iniziare un confronto e che innesca, per converso, anche una riflessione sulle professionalità di riferimento (educatori, formatori…).
Vorrei qui sottolineare, al proposito, una ultima connotazione.
Se è vero che si comincia a cogliere la necessità di una memoria del bene per evitare l’identificazione della Shoah come parentesi inaccettabile e quindi da rimuovere, allora è possibile estrapolare un ulteriore concetto.
Certamente è indispensabile riconoscere, per ciascuno dei fruitori della memoria, che la possibilità del male, della complicità, almeno dell’indifferenza è insita in ciascuno di noi, e che quindi ciascuno di noi può essere carnefice (e nulla come la Shoah aiuta in questo percorso di auto – coscienza) ma è altrettanto importante mettere a fuoco che è al contrario sempre possibile anche una scelta in positivo, non necessariamente eroica ma comunque precisa e conscia.
Se sempre più notiziari, inchieste, reportage, libri, puntano sul male, sull’efferato, sulla morte, sul cosa non va, allora bisogna cominciare anche a trovare il modo di creare autonomi archivi del bene che ci parlino di un oggi non solo possibile ma reale, concreto.
Tema di eccezionale interesse, questo, che pone al formatore la necessità di una progettualità che guardi al passato ma anche al presente nella prospettiva di un futuro da costruire attraverso una memoria che possa essere da subito esaustiva nella sua proposizione.
Un percorso di straordinario fascino, che ci obbliga a leggere l’oggi alla luce della memoria, a proporlo a propria volta ai posteri quale memoria bi-valente immediatamente fruibile e, di passaggio, a investigare su oggettività e soggettività della memoria proposta e dei mezzi tecnici di costituzione della stessa.
Addentrarsi in questo percorso è, oggi, il compito della Politica.
Prendere d’assalto il cielo, espropriare il futuro, sconfiggere la morte,
distruggere a colpi e morsi rabbiosi la diga che racchiude la vita,
affinché questa scorra e scorra e inondi tutto,
assolutamente tutto!
Mariana Yonüsg Blanco