Nuvolera, lì 14.12.97
Alla Direzione di Missione Oggi
e per conoscenza alla Redazione di Missione Oggi
Questa sera ho guardato a lungo fuori dalla finestra della mia sala. Vedo terra grigia, dura. Qualche mese fa c’era una vigna, e con essa profumo, vita, allegria. Poi venne sradicata. Rimasero sette alberi. Mi ero affezionato a loro. Erano una specie di tessera della memoria di questo paese in cui abito da pochi anni e che ancora non mi appartiene. Mi sembrava volessero parlare, dire la vita che era trascorsa all’ombra dei loro rami. Erano un poco parte di me. Una sera, tornando dal lavoro, ho trovato sette buchi. E poi terra arata, per una qualche coltivazione anonima.
Se ne è andato per sempre, e in poche ore, un poco della trama di relazioni, di vite, che costituisce la storia di ciascuno di noi e che impiega anni e anni semplicemente per formarsi, esistere.
Come tramandare la memoria, come non farla scomparire, come farla rivivere per chi non è stato testimone? E poi, come fare memoria del presente per il domani? Sono i problemi che mi urgono stasera, tornati alla luce con l’immagine della terra vuota da un luogo preciso della mia mente. Il luogo dei nodi irrisolti, della meditazione, della volontà progettuale.
Questa è la frontiera dentro cui mi sono messo in gioco, inscritta dentro il grande interrogativo sul valore della persona umana, presa come singola, e sulla sua responsabilità nella costituzione degli accadimenti storici. Sfiora il sacro tutto questo, forse; certo è la ragione del mio impegno concreto ed intellettuale. Lavoro per i giovani, oggi, per la scuola e con gli educatori, perché le persone siano considerate tali e si sentano tali, perché riconoscano la propria responsabilità nella costituzione della società. Perché insomma non si sentano sole e inutili se vogliono incidere, lottare, cercare di cambiare le regole del gioco.
In questa cornice circoscrivo il mio essere attore “sovversivo”, e il mio esserlo a tempo “rubato”. Non a tempo perso, ma nel tempo tolto al sonno, alla vita di relazione, allo svago. E proprio in questa cornice ho diretto anche il mio contributo, modesto, per Missione Oggi. Fino ad oggi, ovvero fino alla scoperta che il mio confronto di suggeritore non è da intendersi con l’uomo, la persona, il lettore tout court, ma con il “lettore medio”.
Che termine abominevole! Quasi sottende una mediocrità melliflua, avvolgente, vischiosa. Pare avvolgere queste persone senza volto con un velo trasparente che lascia appena intravedere il codice a barre dov’è scritto “medietà”.
E poi, che significa scrivere per un lettore medio? “Scrivere semplicemente”, mi suggerisce Alessandra. Mi sovvengono alcuni passi del Vangelo di Giovanni, o dell’Apocalisse. Sorrido, ma è un sorriso amaro. Poi Alessandra ha soggiunto: “Voglio insegnarti a scrivere, a fare gli inizi dei capoversi. E poi, a volte si perde il filo del tuo pensiero”.
Vedi, caro Meo, Alessandra è stata premurosa, gentile. Non voleva essere offensiva, tutt’altro. Eppure lo è stata ugualmente. Ma non perché mi ha detto che non so scrivere: ognuno ha le sue opinioni ed è giusto che le esprima. E’ quel “ti insegno a fare gli inizi dei capoversi” che svela un disegno, un progetto che non mi funziona e mi fa rabbrividire.
Io non credo di essere venuto a Missione Oggi per imparare a fare articoli sulla falsariga di una rivista scritta giornalisticamente, con i dettami del caso. Riconosco che certo Alessandra ha esperienza nello specifico, ma questo tipo di esperienza a me non interessa per e in Missione Oggi. La possiedo, ma la esercito in altri campi e riviste. Qui volevo giocare sul filo del rasoio, non stare nel contesto ma superarlo, anticiparlo possibilmente. Senza preoccuparmi che chiunque mi possa considerare accessibile, ma per smuovere chi vuole essere smosso.
Se l’accessibilità è un dogma cui piegarsi, allora dico no. Anche perché è rivolto solo ai redattori, mi pare, non certo ai collaboratori esterni. O qualcuno vuole insegnare a scrivere anche a loro? E quindi è rivolto solo alle tematiche svolte dalla redazione (prima parte e dossier). Già esclusi dalla programmazione sulla parte “ecclesiale” ora dunque dobbiamo preoccuparci anche dei lettori medi, essere accessibili a loro.
Ma se il lettore medio è l’abbonato, se il nostro obiettivo è raggiungere i gruppi missionari, quali gruppi missionari consideriamo come medi? Le zelanti zelatrici o gli “adepti” di Zanotelli?
E se vogliamo raggiungere anche altri lettori, chi raggiungere se non chi comunque già frequenta luoghi e siti di impegno civile, e dunque possiede una cultura e una visione del mondo non settoriale, e può pertanto conoscerci per ciò che siamo? Costoro sono medi o meglio di medi?
E dobbiamo proprio “conquistarli” scrivendo con attacchi giornalistici, scansioni consequenziali e suadenti, o è la sostanza che conta?
Ma il filo del mio pensiero non si segue, suggerisce ancora Alessandra. Dunque non è una questione di stile, ma di incapacità. Prendo atto che non rientro nei canoni giornalistici della “facile comprensione” e non scriverò più per Missione Oggi. Del resto, ho scritto solo un pezzo all’anno negli ultimi tre anni, ogni volta suscitando polemiche e richieste di modifica.
Non pensavo di aver così intensamente sconvolto la comprensibilità della nostra linea editoriale. Ma tant’è, non si può stare in chiesa a dispetto dei santi.
Dunque, che altro fare per Missione Oggi? Il lavoro redazionale?
Ho presentato una bozza scritta di progetto un anno fa. Un progetto che permetteva, a ben guardarlo, di dare sensi precisi di indirizzo al lavoro di tutti, senza rubriche fisse ma con la possibilità di programmarsi tempi e spazi, sia pur minimi, di intervento non casuale ma preparato e meditato. Senza togliere spazio a quello già poco disponibile ma semplicemente in parte strutturandolo. Il tutto su direttive di argomentazione e linee di approfondimento come da tempo auspicate.
Qualcuno mi ha risposto? Il silenzio è una risposta, a ben vedere.
Pertanto, non potendo scrivere e dovendo al contrario orientare e limitare il mio apporto abborracciando riflessioni su ordini del giorno occasionali durante le mensili riunioni, finirei per rifare ciò che ho fatto nell’ultimo anno, cioè niente.
Per tutto questo, la mia dignità non mi consente altra strada: presento le mie dimissioni motivate e irrevocabili.
Vi auguro di avere quella spinta propulsiva che ormai io lì non ho più. Sinceri auguri di buon Natale e grazie per il tratto di strada percorso insieme.