Dal 1978 al 1982. Anni duri e difficili, anni di piombo, anni in cui sono stato DJ e Sindaco all'Altra Radio Canale 99,, emittente libera e storica di Brescia. Sto provando a riversare quelle sensazioni, quella storia vissuta, in un romanzo. Non so se riuscirò. Qui ne pubblico il prologo, la mia prima trasmissione. Autobiografia con un poco di fiction.
Prologo da InOnda, romanzo di prossima pubblicazione
I
E’ buio. Fa caldo anche se è già ottobre. Salgo alcuni scalini che mi portano al cortile interno. Mi guardo intorno: finestre chiuse e balconi spogli su ogni lato, alla mia sinistra una piccola porta, quasi non ne riconosco l’ingresso. E’ la seconda volta che vengo qui; la prima era stata di giorno e non ero solo. Mi avevano mostrato il locale, insegnato ad usare la strumentazione. Poche parole, tecnica specifica mostrata a gesti, tutto molto rapido ed efficace.
Mi dirigo lì. Varco la soglia. Mi trovo davanti un piccolo atrio, una scrivania vuota con un telefono e una radio spenta. Nient’altro. Apro la porta di fronte, sono inondato da un canto corale che non riconosco. Mi guardo intorno. Altre due scrivanie nella stanza in cui mi trovo. Su di una campeggia un registratore a bobine. L’altra ospita dischi sparsi alla rinfusa. Manifesti alle pareti attaccati con del nastro adesivo. E’ tutto disadorno, senza stile. Un’altra porta a sinistra conduce a un magazzino vuoto. Alla mia destra, dietro il vetro, un signore anziano parla al microfono.
Non lo ascolto, lo guardo e basta. Sta leggendo qualcosa, è assorto, non mi vede. E’ circondato da cartoni di uova incollati alla pareti. Dietro di lui una mensola con altri dischi. Sulla destra scorgo parte della strumentazione; dall’altra parte una piccola porta per entrare, chiusa. Sta stretto in quel cubicolo. Mancano alcuni minuti alle 23.
Ritorno nell’atrio, mi siedo, ascolto la radio accesa a basso volume e cambio stazione. Un commento al volo: hanno ucciso il giudice Tartaglione. Chiudo gli occhi, stringo i denti, non ho tempo per riflettere. Ritorno sulla frequenza iniziale e mi accerto che si senta bene, ricontrollo la mia borsa, la apro, c’è tutto. Parte un altro canto corale. L’uomo di prima apre la porta, mi passa davanti e se ne va borbottando fra sé e sé. Lo saluto, ma non si volta.
Entro nella stanza e poi nella stanzetta con il vetro. Continua la musica corale, ora la riconosco. Scelgo un disco dalla borsa, lo metto sul piatto. Leggo il foglio sul vetro con gli orari degli stacchi. Premo il pulsante del registratore a sinistra, parte una musica e delle parole che non ascolto. E’ uno stacco solo, stavolta. Infilo le cuffie. Mentre la musica si abbassa faccio partire il piatto con il disco e manovro il mixer. Ecco la mia sigla d’inizio.
La ascolto, aspetto qualche secondo. Apro il microfono, ecco la mia voce: “Dal coro dell’Armata rossa ai Traffic con Dear Mr. Fantasy. Inizia stasera “Miscellanea”, un viaggio ai confini della musica”.
Lascio andare gli accordi, poi il canto:
” Dear Mister Fantasy, play us a tune. Something to make us all happy. Do anything to take us out of this gloom. Sing a song, play guitar. Make it snappy”.
Mi sono ascoltato in cuffia. La mia voce suona diversa. Il brano scorre. Preparo un altro disco, tocca a Lou Reed. Lavoro ancora sui cursori. Miscelo i suoni, tutto riesce perfetto. Non parlo, dirò il titolo e l’autore alla fine.
Mi guardo intorno, ho tre minuti. Sono contento, sorrido: è andata. Non è difficile. Sono solo, qui, ma penso a chi mi sta ascoltando, un universo sconosciuto con cui prima o poi interagirò. Penso anche ai parenti del giudice. E’ una sensazione strana, duplice. Ma ora cerco di lasciar prevalere la mia soddisfazione. Ce l’ho fatta, infine: sono un DJ di una radio libera, l’Altra Radio. Ma non riesco ad essere felice fino in fondo.
II
La mia prima ora di programma mi cattura la mente. Costruisco una danza nella musica proponendo melodie e testi che cercano di essere il senso e lo specchio di un tempo, difficile da vivere ma intenso, che può prendere qualsiasi direzione, anche quella sbagliata. Il lavoro tecnico riesce a non farmi pensare. La musica è l’unico modo di esprimermi che conosco, una parte importante di me; in fondo, anche oggi può essere un giorno perfetto.
“Just a perfect day, you made me forget myself, I thought I was someone else, someone good”.
Lou Reed è il mio rifugio notturno. Lo propongo ai miei immaginari ascoltatori. Alterno la sua musica con canzoni di Neil Young, Cat Stevens, Frank Zappa, Pink Floyd, King Crimson, Kevin Ayers, Brian Eno; leggo alcune parti dei suoi testi, non tradotti.
Procedo per metafore e analogie, non esprimo concetti diretti. Sfioro, alludo, nel cuore della notte. Porgo la musica come antidoto, come chiave e come modo di lettura. Domani sentirò le reazioni del mio tutor, Sergio. Faccio partire la mia sigla di chiusura.
“Goodnight ladies, ladies goodnight. It’s time to say goodbye, let me tell you now”
Accendo il registratore a bobine sulla scrivania che contiene ore di musica per la notte. Saluto, mixo, accendo la radio nella stanzetta, controllo sulla nostra frequenza che la musica esca, non ho sbagliato niente. Abbasso la saracinesca e chiudo a chiave.
Salgo al primo piano della scala che parte a pochi metri dalla sede della radio. Mi hanno detto di portare lì le chiavi, ma non conosco la procedura. Suono all’unica porta con un campanello. Dopo alcuni minuti mi apre una ragazza dai capelli lunghissimi e ondulati, in vestaglia. Devo averla svegliata. ”La prossima volta mettile sotto lo zerbino senza suonare” mi dice allungando la mano per prendere le chiavi. Cerco di scusarmi ma chiude subito la porta, seccata.
Alzo le spalle e scendo; qualcosa alla fine ho sbagliato, pazienza.
Vado a prendere l’auto parcheggiata poco lontana. Percorro il vialone che costeggia il centro, ma non ho voglia di tornare a casa e di parlare con mia madre che sicuramente mi starà aspettando alzata.
Abbasso il finestrino, accendo l’autoradio, ascolto sulla mia frequenza, canale 99. Non cerco le notizie, non ancora. La musica della bobina procede distensiva e mai banale, niente parlato, niente pubblicità. Qualche stacco qua e là a ricordare l’emittente.
Penso alla prossima trasmissione, tra una settimana. Mi sembra così poco, un’ora ogni sette giorni. Ma avrò tempo, più avanti, di farne altre. Il mese prossimo ho l’esame di Criminologia, poi Storia del diritto italiano, a Milano, alla Statale. Devo recuperare. Ho anticipato il servizio militare, per non pensarci più. Ero partito bene, un trenta e lode e un ventotto. Poi durante la naja ho dato altri due esami, ho preso voti inferiori. Li ho accettati. Devo fare in fretta, vivo con mia madre, non ho fratelli, non voglio pesare su di lei ancora a lungo.
Ripenso ai mesi buttati in divisa. Mi viene l’angoscia e decido di tornare a casa. Devo dormire. Domani ho il treno presto, devo andare all’Università, studiare gli appelli del dopo Natale, comprare i testi, controllare se ci sono seminari che mi interessano.
E’ un po’ una mania scaramantica: infatti, non li frequento mai. Manca il tempo. Lavoro alcuni pomeriggi in una scuola elementare per pagarmi studi e benzina; poi mi vedo con Luisa, anche se non so fino a quando.
E ora anche la radio, il mio vecchio sogno. Spengo, sono arrivato; scendo lo scivolo e parcheggio l’auto in garage. Salgo i cinque piani a piedi. Mia mamma dorme, meno male.