In questa sezione sono raccolti gli abstract dei project work discussi dai nostri corsisti con l'indicazione del titolo, dell'Autore/Autrice (in ordine alfabetico) e dell'anno accademico di riferimento
Le malattie infettive pediatriche rappresentano una delle principali cause di morbilità e mortalità in età pediatrica e rappresentano un ambito di particolare rilevanza per l’elevata incidenza, l’impatto sui servizi assistenziali e la necessità di percorsi diagnostico terapeutici altamente coordinati.
Il paradigma assistenziale in tale ambito è però da considerarsi mutato ed in continua evoluzione. Il cambiamento dei patogeni responsabili, l’aumento delle resistenze antimicrobiche e l’emergere di nuove infezioni, oltrechè la pandemia di antibiotico resistenza ed il dilagare di un inappropiato utilizzo di antibiotici in età pediatrica, conducono alla necessità di pensare un modello organizzativo sanitario che possa far fronte a tale nuovo scenario. L’evoluzione dei sistemi sanitari regionali, orientata alla qualità, alla sicurezza e all’equità delle cure, richiede modelli organizzativi integrati capaci di rispondere tempestivamente a tali esigenze.
E’ in tale contesto di universalità delle cure, di accesso a piattaforme di diagnosi e cura, di ricerca e di governo, che riteniamo si debbano inserire da subito esempi concreti di attuazione.
Nel lavoro che presentiamo proponiamo una modifica sostanziale nel contesto della Rete di cura nella realtà Pediatrica. La proposta di una Rete Infettivologica Pediatrica di integrazione tra Territorio, Ospedale Spoke ed Ospedale Hub (Salesi), con flusso bidirezionale, consente, mediante strumenti definiti nell’ambito del PNRR, quali il teleconsulto e la telemedicina, l’implementazione della qualità dell’assistenza erogata. L’attivazione del teleconsulto infettivologico pediatrico attraverso la piattaforma digitale è previsto da differenti setting assistenziali, in particolare da pronto soccorso generalista, da reparto pediatrico spoke, da ambulatorio infettivologico dedicato e da ambulatorio Point of Care (PLS). L’attivazione di tale modalità di consultazione consente sia attraverso il sistema Dedalus che attraverso piattaforma digitale dedicata, la condivisione degli accertamenti effettuati al paziente con il personale del Reparto di Malattie Infettive Pediatriche, producendo in ultima analisi benefici in termini di sicurezza delle cure, appropiatezza delle centralizzazioni, condivisione dei percorsi terapeutici ed assistenziali, aumento dei ricoveri evitabili, incrementata appropiatezza terapeutica. Proposta di tale lavoro è anche il Back Tranfer dei pazienti a minor complessità assitenziale, dall’Hub verso lo Spoke, allo scopo di mantenere cure prossime al paziente ed alla famiglia, ottimizzando le risorse regionali. La Rete Pediatrica Regionale di Malattie Infettive della Regione Marche, nasce pertanto come strumento strategico volto ad un miglior utilizzo delle competenze e delle risorse presenti sul nostro territorio ed in assenza di reti generaliste vere, costituisce strumento specialistico che si inserisce a colmare tale assenza. La rete infettivologica pediatrica regionale, con il teleconsulto e la telemedicina come pilastri operativi, rappresenta un modello innovativo di sanità digitale applicata alla pediatria ed integra le strutture territoriali, gli ospedali Spoke con l’Hub. Se implementata con rigore metodologico e attenzione al fattore umano, può diventare un riferimento per la gestione integrata delle infezioni pediatriche, contribuendo a migliorare la salute dei bambini e a rendere il sistema sanitario più efficiente, equo e resiliente.
Il sovraffollamento nei PS (overcrowding) è senza dubbio una delle criticità di più difficile gestione nell’ambito della sanità moderna. Abbiamo troppi pazienti, in spazi non adeguati. Credo che le cause principali possano di fatto essere semplificate in due gruppi: da una parte abbiamo una sistematica riduzione dei posti letto per acuti, giustificata dalla necessità di contenere la spesa pubblica e favorire il passaggio dal regime di ricovero a quello ambulatoriale/Day Hospital, in atto già dall’inizio degli
anni 2000:
• Il Piano Sanitario Nazionale 2003-2005 e, più drasticamente, il Patto per la Salute 2010-2012, hanno imposto standard di dotazione di posti letto sempre più stringenti.
• Il DM 70/2015: Rappresenta il culmine di questo processo, fissando lo standard di 3,7 posti letto per 1.000 abitanti (di cui 0,7 per la riabilitazione e lungodegenza). Rispetto alla media europea (es. Germania ~8/1.000, Francia ~6/1.000), l’Italia si è posizionata ai livelli minimi.
Tutto ciò, associato da una mancata reale presa in carico a livello territoriale, causa il cosiddetto “boarding”, pazienti che in attesa di ricovero stazionano in barella anche giorni, ma che necessitano di assistenza, rivalutazione, somministrazione di terapia come se ci si trovasse, di fatto, in un reparto (con i problemi connessi alla necessità reale di dover, nel frattempo, valutare i nuovi accessi); dall’altra parte è emerso sempre più il fenomeno dell’iperafflusso, con numeri importanti: secondo i dati dell’Agenzia Nazionale per i Servizi Sanitari Regionali (AGENAS, https://www.agenas.gov.it/aree-tematiche/comunicazione/primo-piano/2645-22-ottobre-2025-%E2%80%93-evento-agenas-%E2%80%9Clo-stato-dell%E2%80%99arte-delle-reti-tempo-dipendenti%E2%80%9D), nel 2023 si sono registrati 18.582.255 accessi in PS, su un totale di 58.971.230 abitanti (circa una persona su tre), di questi la
maggior parte, circa un 60%, codici verdi e bianchi.
Il mio progetto cerca di dare una possibile risposta a questa seconda problematica, cercando di evitare l’ospedalizzazione in quei casi in cui il paziente possa essere gestito sul territorio. Ma perché il filtro attuale non funziona? I motivi sono diversi e coinvolgono varie figure:
1. Il Medico di Medicina Generale (MMG): Sebbene sia il responsabile clinico dell’ospite in RSA, il MMG ha carichi burocratici e massimali di pazienti che rendono difficile l’intervento domiciliare tempestivo per l’acuzie. Inoltre, manca spesso di strumentazione diagnostica rapida (POCT, Ecografia) e di una copertura oraria H24.
2. Il Sistema 118: Il 118 ha una missione di “soccorso e trasporto”. Il personale (sempre più spesso esclusivamente tecnico-infermieristico) segue protocolli orientati alla sicurezza: nel dubbio, il paziente fragile con parametri alterati viene trasportato in PS. Il 118 non ha il mandato di “trattare e lasciare sul posto” patologie croniche riacutizzate complesse.
3. Le RSA/Case di Riposo: Queste strutture operano spesso in regime di carenza medica, con personale infermieristico che, per tutela medico-legale, attiva il 118 non appena il paziente presenta un’alterazione (anche minima) del quadro clinico.
È in questo contesto che ho pensato di inserire una nuova figura di medico urgentista “itinerante” che possa recarsi nelle strutture territoriali in cui sono presenti infermieri, per valutare la possibilità di gestione sul posto attraverso l’applicazione di score che possano standardizzare, per quanto possibile, la gravità del quadro clinico, tenendo in considerazione anche le condizioni pregresse del paziente e creando di fatto una medicina personalizzata, “cucita sul malato”, che caso per caso possa garantire la miglior cura, nel miglior contesto. Tale figura si può inserire, attraverso una chiara definizione delle competenze, proprio tra MMG e servizio 118, trattando il paziente acuto entro breve tempo quando il curante non ha disponibilità di effettuare una valutazione rapida e relegando al 118 la gestione di tutte quelle urgenze che non si verificano in strutture protette.
L’alternanza tra servizio all’interno del PS e territorio può garantire l’acquisizione ed il mantenimento delle skills necessarie per la valutazione e il trattamento del malato, inclusa la decisione di “non trasportare” , avvalendosi inoltre del supporto sia dalla letteratura, che vede peggiorare la prognosi quoad vitam e quoad valetudinem di particolari categorie “fragili” se ospedalizzate, sia del protocollo aziendale che standardizza la gestione e offre, pertanto, copertura medico legale. La possibilità, inoltre, di lavorare per una turnazione mensile “a rotazione” sia all’interno del PS che sul territorio, offre una prospettiva di crescita personale e professionale e, soprattutto, la riduzione del rischio di burn out in quanto si rende il lavoro più vario e, soprattutto, all’interno del PS, meno caotico grazie alla riduzione del numero di accessi. Tale nuova organizzazione renderebbe anche più appetibile questa posizione lavorativa, laddove oggi i concorsi per il PS vanno vuoti a causa della situazione che tutti conosciamo.
Particolare attenzione deve essere posta, inoltre, al contesto socio famigliare del paziente, perché il primum movens che sostiene questa mia proposta è soprattutto la presa in carico del paziente nella sua interezza, con le sue criticità e quelle di chi si occupa di lui. Lavorare per il bene del malato sempre, curando quando possibile e migliorando la qualità di vita laddove questo non sia raggiungibile. Un discorso particolare va fatto per il paziente end stage. Esiste oggi la figura del palliativista, spesso associato solo al malato oncologico. In realtà sappiamo che anche altre categorie di pazienti possono beneficiare di questa figura quando purtroppo la strada sta per giungere alla fine: il medico urgentista acquisisce le skills necessarie per la gestione di questi malati durante la sua
attività in PS e può dare risposte adeguate anche in queste situazioni, supportato, in caso di dubbi, proprio dal collega palliativista.
Concludendo il medico urgentista itinerante è la figura chiave capace di armonizzare la rete tra ospedale e territorio, garantendo la continuità assistenziale e la gestione clinica dell’evento acuto nelle strutture dedicate e riducendo una parte di quegli accessi che sono responsabili del sovraffollamento.
La tesina ricostruisce l’evoluzione della disciplina degli appalti di beni e servizi negli ultimi vent’anni, mettendo in luce il passaggio da un sistema formalistico e frammentato a un modello “per principi” introdotto dal nuovo Codice dei contratti pubblici (D.Lgs. 36/2023), come integrato dal D.Lgs.209/2024.
L’autrice intreccia esperienza pratica nella contrattualistica di forniture e servizi con l’analisi delle fonti europee e nazionali, ponendo al centro la funzione dei principi (risultato, fiducia, trasparenza, buona fede, accesso al mercato) come nuova “linfa” del sistema degli appalti. Prima del 2006 la disciplina degli appalti era dispersa tra la Legge 109/1994 (Merloni), residui della Legge del 1865 e numerosi atti settoriali, con forte frammentarietà e incertezze applicative.
La disciplina italiana è subordinata al diritto UE (art. 117 Cost.) e recepisce soprattutto la Direttiva 2014/24/UE, oltre alle Direttive 2014/23/UE e 2014/25/UE. L’evoluzione europea segna il passaggio da una logica settoriale (direttive 2004) ad una disciplina generale che punta all’ efficienza della spesa, alla qualità delle prestazioni, alla sostenibilità ed all’innovazione, al rispetto della concorrenza.
Viene definita la standardizzazione delle procedure (aperta, ristretta, dialogo competitivo), assumendo centralità il criterio dell’offerta economicamente più vantaggiosa, mentre il prezzo viene relegato a elemento secondario.
E’ paradigmatica la centralità della parità di trattamento, non discriminazione, trasparenza, proporzionalità e sostenibilità, con favor partecipationis e attenzione alle PMI. Le Direttive e la giurisprudenza UE spingono verso una lettura sostanziale e anti-formalistica delle regole di gara, privilegiando la concorrenza effettiva e la partecipazione ampia.
I principi fondamentali (democrazia, uguaglianza, legalità, diritti fondamentali) orientano tutta l’azione amministrativa; in materia di contratti pubblici rilevano in particolare buon andamento, imparzialità, non discriminazione, libertà di iniziativa economica e vincolo al diritto UE. Il primato del diritto UE determina un effetto diretto a tutela dei diritti fondamentali e contestualmente si ridefinisce il rapporto tra diritto nazionale e sovranazionale, in un sistema di “vasi comunicanti” e di interpretazione conforme.
Il D.Lgs. 163/2006 unifica la normativa, recependo le direttive 2004/17/CE e 2004/18/CE, mantenendo ampio ricorso alla trattativa privata e lasciando scelta tra prezzo più basso e offerta economicamente più vantaggiosa.
Il D.Lgs. 50/2016 abroga il Codice De Lise, accentua la digitalizzazione, affidando ad ANAC un ruolo regolatorio. Rilevano la trasparenza e la centralità dell’offerta economicamente più vantaggiosa.
Con il D.Lgs. 36/2023 aggiornato dal Correttivo 209/2024 viene realizzata una riforma organica che semplifica, digitalizza integralmente il ciclo contrattuale e rende centrali i principi di risultato, fiducia e accesso al mercato.
Il Correttivo 209/2024 non stravolge l’impianto ma ne chiarisce e rafforza l’operatività, confermando il primato dei primi tre articoli e intervenendo in particolare su tutele dei lavoratori, equo compenso, CCNL e cotratti “pirata”.
Il nuovo Codice abbandona la normazione minuziosa per un sistema in cui i principi hanno funzione: interpretativa (guidano la lettura delle norme); integrativa (colmando lacune); fondativa/limitatrice (parametri di legittimità dell’azione amministrativa).
La Relazione illustrativa al Codice conferma l’intento di superare formalismo e frammentarietà, ponendo principi generali (artt. 1–12) come vera “costituzione dei contratti pubblici”.
Il principio cardine è rappresentato dal principio di risultato. Si intende realizzare l’interesse pubblico primario del Codice: affidare ed eseguire il contratto con massima tempestività e miglior rapporto qualità/prezzo, nel rispetto di legalità, trasparenza e concorrenza.
La concorrenza costituisce il mezzo per raggiungere il risultato, non fine autonomo; analogamente alla relazione tra buon andamento e imparzialità discendenti dal dettato dell’art. 97 della Costituzione costituisce attuazione del buon andamento e dei principi di efficienza, efficacia, economicità e degli obiettivi UE.
Esso è un criterio prioritario sul quale si fonda l’esercizio della discrezionalità amministrativa; individuazione della regola del caso concreto; la valutazione della responsabilità (amministrativa e disciplinare) del personale; l’attribuzione degli incentivi economici legati alle performance.
Strutturalmente, il principio del risultato attraversa tutte le fasi: Programmazione dei fabbisogni, con la definizione delle priorità e con la qualificazione stazioni appaltanti; Affidamento attuato nel rispetto del principio del favor partecipationis, la limitazione del formalismo ed attraverso una lettura sostanzialistica delle regole); Esecuzione nel rispetto di tempi, costi, qualità, controllo sull’interesse pubblico).
Dottrina e giurisprudenza lo qualificano come “meta-norma” e“bussola” interpretativa, gerarchicamente sovraordinata agli altri principi, senza però consentire deroghe alla legalità o alla concorrenza.
L’art. 2 del Codice dei Contratti introduce una fiducia reciproca nell’azione legittima, trasparente e corretta delle amministrazioni, dei funzionari e degli operatori economici, contrastando la “burocrazia difensiva” e la “paura della firma”. Esso mira a valorizzare la discrezionalità e lo spirito di iniziativa nell’ottica del miglior risultato possibile, mantenendo il rispetto di legalità, trasparenza e correttezza. Ridefinisce la colpa grave ai fini della responsabilità amministrativa, limitandola a violazioni manifeste di norme e regole di prudenza, escludendo la responsabilità quando il funzionario si è conformato a giurisprudenza prevalente o pareri competenti. Richiede coperture assicurative per i rischi dei dipendenti e investimenti in qualificazione delle stazioni appaltanti e competenze del personale.
Il principio di fiducia è funzionalmente connesso al risultato: la fiducia è “contropartita” dell’aspettativa di raggiungere il risultato sostanziale dell’intervento pubblico.
Il principio di trasparenza assicura verificabilità dell’azione amministrativa (accountability) e favorisce attraverso la digitalizzazione del ciclo di vita del contratto la partecipazione e la concorrenza.
Esso si attua soprattutto tramite: la digitalizzazione integrale delle procedure (e-procurement, DGUE, piattaforme telematiche), la Banca dati nazionale dei contratti pubblici presso ANAC, costituisce l’infrastruttura dell’ecosistema nazionale di e-procurement e collettore di informazioni e pubblicità legale; ne discendono precisi obblighi di pubblicazione (art. 28 Codice, art. 37 D.Lgs. 33/2013) quali strumenti di accesso civico e accesso generalizzato.
Le novità degli artt. 35–36 D.Lgs. 36/2023 con riguardo l’accesso automatico per i primi cinque concorrenti in graduatoria alle offerte e agli atti di gara tramite piattaforme digitali, con obbligo di oscuramento di dati personali e segreti tecnici o commerciali si integrano con la possibilità di impugnare le decisioni di oscuramento con rito accelerato ex art. 116 c.p.a..
Da ciò discende il bilanciamento costante tra trasparenza e protezione dei dati personali secondo le linee guida del Garante Privacy.
I principi di buona fede e tutela dell’affidamento codificano il dovere reciproco di leale collaborazione e correttezza tra stazione appaltante e operatori economici lungo tutta la procedura di gara, in continuità con l’art. 1, comma 2-bis, L. 241/1990 e con la giurisprudenza di Consiglio di Stato e Cassazione. La violazione della buona fede genera conseguenze specifiche quale quello della possibile responsabilità dell’operatore per esiti illegittimi di gara; laresponsabilità della PA per violazione dei termini e mancata o tardiva stipula del contratto; il dovere di rinegoziazione secondo buona fede per ripristinare l’equilibrio contrattuale in caso di sopravvenienze (art. 9).
Buona fede e affidamento diventano così principi etici e operativi al centro del rapporto contrattuale pubblico.
Nelle procedure di affidamento di beni e servizi pertanto il risultato non coincide con la sola aggiudicazione, ma con l’effettiva esecuzione della prestazione con miglior rapporto qualità/prezzo, incidendo su programmazione, istruttoria, scelta del contraente, gestione e controllo del contratto. Risultato e fiducia ridefiniscono la discrezionalità amministrativa, riducendo formalismi inutili (favor partecipationis) ma senza autorizzare deroghe ai requisiti di partecipazione o alterazioni dell’offerta tecnica/economica. La responsabilità amministrativa si concentra sulle violazioni sostanziali dell’interesse pubblico, non su meri errori formali, purché l’azione sia orientata al risultato e sostenuta da buona fede.
La Giurisprudenza recente (Consiglio di Stato e TAR) conferma la centralità e natura operativa dei principi di risultato e fiducia; la loro funzione come criterio di interpretazione preferenziale delle clausole di gara e delle norme e limite invalicabile rappresentato da legalità, par condicio, concorrenza e chiarezza della lex specialis.
Nelle conclusioni la tesina valuta positivamente il Codice del 2023 come tentativo di avvicinare la norma alla realtà operativa, superando l’“ingessatura” dei codici precedenti e della burocrazia difensiva. Sottolinea che la vera sfida non è più scrivere nuove regole, ma cambiare mentalità di amministrazioni, operatori economici e giudici, affinché i principi di risultato, fiducia, trasparenza e buona fede diventino pratica quotidiana e non solo proclamazioni. Evidenzia il ruolo decisivo dell’etica dell’agire (correttezza, responsabilità, onestà, integrità) come base per un rapporto fiduciario stabile tra PA e mercato, condizione per realizzare pienamente i principi del nuovo Codice.
Conclude che il Codice dei contratti pubblici è una opportunità: i principi sono un “cappotto buono per ogni stagione”, capaci di guidare l’azione anche in contesti mutevoli, a patto che gli operatori siano disposti ad apprendere, disimparare vecchie prassi e accettare il cambiamento.
Il lavoro affronta il tema dell’integrazione del Fascicolo Sanitario Elettronico (FSE) nelle attività del Servizio di Igiene e Sanità Pubblica (SISP), con riferimento al contesto organizzativo dell’AST di Fermo e al sistema sanitario regionale marchigiano.
Il D.Lgs. 65/2023 ha ridisegnato il FSE come piattaforma abilitante per l’intera filiera dell’assistenza sanitaria, estendendo i contenuti alimentanti a vaccinazioni, malattie infettive e profili sanitari sintetici — categorie di diretto interesse per la sanità pubblica. Nonostante questo quadro normativo favorevole, si osserva un paradosso operativo diffuso: i SISP non dispongono di un accesso strutturato e giuridicamente definito al FSE, pur svolgendo funzioni — sorveglianza epidemiologica, gestione delle malattie infettive, pianificazione vaccinale — per le quali tali dati sarebbero essenziali.
Attraverso l’analisi dei flussi informativi del SISP di Fermo, vengono identificati quattro gap critici: di accesso, di interoperabilità, di completezza dei dati e di cultura organizzativa. Il lavoro affronta inoltre quattro nodi trasversali: l’interoperabilità semantica e tecnica tra i sistemi verticali (PREMAL, SIAMA) e il FSE; il bilanciamento tra privacy individuale e tutela della salute collettiva nell’accesso ai dati in deroga al consenso, nel rispetto dell’art. 9 del GDPR e del D.Lgs. 196/2003; il carico di lavoro aggiuntivo in contesti di personale strutturalmente sottodimensionato; la sostenibilità economica del modello oltre la finestra temporale del PNRR.
Il nucleo propositivo è un modello operativo articolato in tre linee di intervento complementari: integrazione FSE e sorveglianza epidemiologica, con definizione formale del profilo di accesso e DPIA obbligatoria; potenziamento dell’interfaccia FSE-anagrafe vaccinale (SIAMA) con sistema di sollecito automatico e dashboard di monitoraggio delle coperture; governance degli accessi attraverso regolamento aziendale, sistema di tracciamento permanente e formazione continuativa degli operatori. Il modello è corredato da cronoprogramma triennale, indicatori di processo e di esito e analisi SWOT.
Il principio guida dell’intera proposta è la sostituzione anziché l’aggiunta di attività: ogni innovazione introdotta deve corrispondere all’eliminazione di una procedura manuale preesistente, garantendo sostenibilità organizzativa in contesti di risorse limitate. I costi ricorrenti stimati a regime (28.000–48.000 euro annui) risultano ampiamente compensati dal risparmio in ore operative e dalla riduzione dei costi sanitari associati a una sorveglianza più tempestiva.
Il lavoro conclude che l’integrazione del FSE nella sanità pubblica è normativamente legittima, tecnicamente realizzabile e organizzativamente sostenibile, e che il SISP che costruirà oggi questa infrastruttura informativa sarà pronto ad operare nel quadro del futuro Spazio Europeo dei Dati Sanitari (EHDS).
Il project work affronta il tema della governance e della valorizzazione dell'Area Tecnico-sanitaria nell'Azienda Sanitaria Territoriale (AST) di Fermo.
Il lavoro muove dall'analisi del contesto macroeconomico del Servizio Sanitario Nazionale e dalla specificità dell'AST Fermo, articolando una proposta di modello proattivo di misurazione delle performance che superi la logica del mero controllo burocratico per diventare strumento di governance strategica. Il quadro regolatorio di riferimento è il Regolamento ASUR Marche n. 736/2020, di cui il progetto intende valorizzare le potenzialità operative senza modificarne l'impianto formale.
Il nucleo propositivo dell'elaborato si articola in tre contributi originali: (1) una Matrice di Complessità Professionale per la pesatura oggettiva delle attività tecnico-sanitarie, basata su complessità tecnologica, rischio clinico e livello di specializzazione; (2) un cruscotto di KPI tecnici (TAT, indice di saturazione delle grandi apparecchiature, Re-run rate, fermo macchina, costo per test) raccordato agli obiettivi di budget aziendali; (3) un coefficiente di aggiornamento tecnologico per la valorizzazione delle competenze richieste dalle apparecchiature acquisite con fondi PNRR.
Il lavoro approfondisce inoltre la transizione verso la Sanità 4.0, con particolare attenzione ai sistemi RIS/PACS, al Fascicolo Sanitario Elettronico e alla dematerializzazione dei flussi diagnostici, e propone un Piano Operativo a due velocità per l'implementazione progressiva del modello, raccordato al ciclo della performance del PIAO 2026-2028 dell'AST Fermo.
La dimensione della leadership è affrontata attraverso un caso studio di riorganizzazione radiologica in modello Hub & Spoke, che illustra come l'uso sistematico dei dati di performance consenta di gestire il conflitto organizzativo, valorizzare il capitale umano e guidare i processi di cambiamento in modo partecipativo e fondato sull'evidenza.
La tesi centrale dell'elaborato è che la misurazione delle performance, declinata attraverso indicatori tecnici specifici per l'Area Tecnico-sanitaria, rappresenti non solo uno strumento gestionale, ma la condizione necessaria perché il Dirigente delle Professioni Sanitarie eserciti un ruolo proattivo nel governo clinico-economico dell'Azienda, tuteli l'identità professionale della propria area e contribuisca concretamente alla sostenibilità del Servizio Sanitario Nazionale.
L’ictus cerebrale rappresenta oggi la prima causa di disabilità cronica nell’adulto e la terza causa di morte nei Paesi industrializzati. Trattandosi di una patologia strettamente tempo-dipendente, l'intera strategia assistenziale si fonda sul noto paradigma scientifico "Time is Brain": ogni minuto di ritardo nell'avvio delle procedure di riperfusione causa la perdita irreversibile di circa 1,9 milioni di neuroni, accelerando drammaticamente il decadimento delle funzioni cognitive e motorie.
Nel mio Project Work ho descritto e analizzato l'esperienza dell'Azienda Sanitaria Territoriale (AST) di Ancona nella progettazione e standardizzazione di un Percorso Diagnostico Terapeutico Assistenziale (PDTA) aziendale dedicato. Pur operando all'interno di un reparto già solidamente certificato ISO 9001:2015, l'elaborato evidenzia come sia strategico superare la logica delle certificazioni isolate dei singoli reparti, sfruttando appieno la potenza della certificazione del PDTA come strumento trasversale di Clinical Governance. Questo approccio permette di tracciare un percorso lineare, sinergico e capillarmente monitorato, capace di standardizzare il flusso del paziente in tutte le sue fasi: dalla chiamata al 118 e la gestione della fase iperacuta intra-ospedaliera, fino alla continuità delle cure e alla riabilitazione territoriale. All'interno di questa catena assistenziale, viene valorizzato il ruolo strategico della Patologia Clinica nell'analisi del "Codice Ictus". Il laboratorio d'analisi ha infatti il compito cruciale di garantire un turnaround time (TAT) rigoroso e tempestivo per i parametri ematochimici e della coagulazione.
L'adozione sistematica del PDTA si è rivelata uno strumento fondamentale per mappare e riconoscere i colli di bottiglia logistici, informativi e burocratici che possono rallentare i tempi di intervento. Attraverso l'uso di specifici indicatori di processo e di esito, il percorso non mira solo a ottimizzare le risorse disponibili, ma punta a migliorare costantemente la qualità del servizio e ad aumentare la sicurezza e la soddisfazione percepita dai pazienti. In conclusione, il successo di questo modello integrato risiede nell'efficacia del teamwork multidisciplinare (Multi-Disciplinary Team). Il PDTA non deve essere visto come un mero onere burocratico o una sequenza rigida di prestazioni, ma come un percorso realmente condiviso, frutto della sincronizzazione, del dialogo e della comunicazione continua tra tutti i professionisti e i reparti coinvolti, uniti nell'obiettivo comune di porre il paziente al centro del sistema sanitario.
L’elaborato analizza il processo di aziendalizzazione delle Unità Sanitarie Locali, avviato con il D.Lgs. n. 502/1992 e consolidato con il D.Lgs. n. 229/1999. Muovendo da una prospettiva critica che coniuga il quadro normativo con l’esperienza operativa, il documento esamina se la trasformazione delle USL in Aziende Sanitarie Locali abbia determinato una reale privatizzazione della natura dell’ente – come da previsione normativa nel suo significato letterale - ovvero si sia limitata a una “ibridazione funzionale”. L’analisi percorre le principali dicotomie del modello attuale analizzando l'AZIENDA A.S.L. con gli occhi di un imprenditore privato, misurando l'effettiva autonomia gestionale su ciascuna delle leve fondamentali dell'impresa: assenza di autonomia sull’offerta (LEA), regime di universalità della domanda, dipendenza strutturale dal finanziamento pubblico regionale, bilancio in pareggio obbligatorio, vincoli normativi e contrattuali nella gestione del personale. Attraverso i capitoli dedicati al bilancio e al controllo di gestione, al PIAO, alla dirigenza medica e alle relazioni sindacali, emerge un modello aziendale che adotta strumenti privatistici entro una cornice pubblicistica inderogabile. La conclusione è che l’aziendalizzazione ha privatizzato la tecnica di azione, non la natura dell’ente: il risultato è un assetto organizzativo “ibrido”, aziendale nella forma, pubblicistico nella sostanza.
La sclerosi multipla è una patologia cronica complessa, con un impatto importante non solo clinico, ma anche sociale e organizzativo: richiede diagnosi tempestiva, terapie sempre più articolate, follow-up regolari e continuita assistenziale nel lungo periodo. In questo scenario, il PDTA non è solo un documento, ma uno strumento di governance clinica: serve a ridurre la variabilità, rendere i percorsi più prevedibili e misurabili, e soprattutto garantire che il paziente non "si perda" nei passaggi tra servizi e setting diversi.
Il punto di partenza della mia tesi è concreto: nell'Azienda Ospedaliero Universitaria delle Marche esiste un PDTA per la sclerosi multipla, datato 2018 e revisionato nel 2019, ma nel frattempo sono cambiate molte cose: aumenta la prevalenza, cresce la complessità dei trattamenti modificanti la malattia, aumentano i bisogni riabilitativi e psicosociali e, parallelamente, le politiche sanitarie nazionali spingono fortemente verso l'integrazione ospedale-territorio, anche attraverso gli strumenti previsti dal PNRR e dal DM 77/2022.
L’obiettivo del lavoro è quindi analizzare l'evoluzione del PDTA e, soprattutto, capire in che modo rafforzare l'integrazione tra centro specialistico ospedaliero e servizi territoriali, individuando punti di forza, criticità e aree di miglioramento per arrivare a un PDTA più operativo, misurabile e realmente "in rete".
Per raggiungere questo obiettivo, la tesi si struttura in tre passaggi principali.
Primo: una revisione delle evidenze e delle buone pratiche. Qui emerge un messaggio chiaro: la gestione efficace della sclerosi multipla richiede un modello multidisciplinare e coordinato. Il neurologo resta il riferimento clinico principale, ma la presa in carico non può reggersi su una singola figura. Servono infermieri dedicati, fisiatri e fisioterapisti per la disabilita e la riabilitazione, psicologi e neuropsicologi, neuroradiologi per un imaging standardizzato, e un raccordo reale con il medico di medicina generale e i servizi sociali. La letteratura sottolinea inoltre l'importanza di standardizzare diagnosi, terapia e follow-up, includendo strumenti come scale validate per la disabilita, monitoraggio cognitivo e protocolli di sicurezza per i farmaci.
Secondo: l'analisi del processo aziendale "as is", cioè del percorso attuale. Qui vengono evidenziate due dimensioni:
tra i punti di forza: competenze neurologiche specialistiche consolidate, disponibilità di tecnologie diagnostiche avanzate e una buona esperienza clinica nella gestione della patologia;
tra le criticità principali: la difficoltà nella programmazione dei follow-up radiologici, tempi e modalità non sempre uniformi di accesso agli esami, e soprattutto una frammentazione tra ospedale e territorio. In pratica, il rischio è che il percorso sia ancora troppo "centre-based": funziona bene nel centro specialistico, ma diventa più fragile quando il paziente si muove tra servizi diversi. Un altro elemento critico è la gestione delle informazioni: dati raccolti in silos o con passaggi ancora troppo dipendenti dalla carta e dal paziente come "portatore" di documenti.
Terzo: la proposta di evoluzione verso un PDTA operativo. La tesi propone un modello che metta al centro tre pilastri.
Il primo pilastro è l'integrazione ospedale-territorio come requisito strutturale, non accessorio: significa definire responsabilita, canali e tempi di comunicazione, e soprattutto creare un raccordo stabile con MMG, riabilitazione territoriale, ADI e servizi sociali.
Il secondo pilastro è una presa in carico multidisciplinare formalizzata, con una figura chiave: il case manager, spesso identificabile nell'infermiere specializzato, come "single point of contact". È una scelta organizzativa essenziale: non basta dire che il team è multidisciplinare, bisogna anche garantire coordinamento, triage dei bisogni e continuita.
Il terzo pilastro è la standardizzazione del follow-up con una logica proattiva: non solo visite "a calendario", ma un monitoraggio multimodale che includa clinica, imaging, sicurezza farmacologica, funzione, aspetti cognitivi e patient-reported outcomes. In questa prospettiva, la tesi introduce il concetto di una "monitoring matrix", cioè una matrice che definisce cosa monitorare, con quale frequenza e quali soglie devono attivare azioni: anticipare una visita, richiedere una RM, rivalutare la terapia, intensificare la riabilitazione. Questo è importante perché nella sclerosi multipla la progressione può essere anche "silente" e non sempre accompagnata da ricadute evidenti.
Accanto a questi pilastri, il lavoro propone anche strumenti operativi: diagrammi di flusso per il percorso clinico e per l'integrazione ospedale-territorio; allegati standardizzati per diagnosi, triage infermieristico, monitoraggi e consensi; e una batteria di indicatori di processo ed esito, perché un PDTA deve essere anche misurabile.
Esempi chiave sono: tempi sospetto-diagnosi, tempi diagnosi-inizio terapia, percentuale di RM entro 12 mesi, registrazione annuale di EDSS, aderenza ai controlli di sicurezza e indicatori di integrazione come la comunicazione documentata al MMG.
In conclusione, il messaggio principale della tesi è che un PDTA per la sclerosi multipla, oggi, per essere davvero efficace, deve diventare una infrastruttura organizzativa capace di garantire continuità, tempestività e tracciabilità lungo tutto il percorso: dal sospetto diagnostico alla gestione delle ricadute, dalla terapia al follow-up, fino ai bisogni riabilitativi e sociali. L'integrazione ospedale-territorio non è "un'aggiunta": è il determinante che rende sostenibile la presa in carico della cronicità complessa.
Il project work sviluppa una proposta organizzativa finalizzata al miglioramento della continuità di presa in carico nella gestione delle situazioni di disabilità complessa durante la transizione dai servizi dell’età evolutiva ai servizi dell’età adulta nel territorio dell’AST Ancona.
L’elaborato prende avvio dall’esperienza maturata nell’ambito del Gruppo di Miglioramento AST Ancona, volto a migliorare la collaborazione tra Unità Multidisciplinari dell’Età Evolutiva (UMEE), Unità Multidisciplinari dell’Età Adulta (UMEA) e Dipartimento di Salute Mentale (DSM). La proposta nasce quindi dall’analisi di criticità emerse all’interno di un concreto processo di miglioramento organizzativo, sviluppato a partire dall’osservazione diretta delle modalità operative dei servizi territoriali.
L’analisi del contesto evidenzia come la crescente diffusione di situazioni caratterizzate dalla compresenza di disturbi del neurosviluppo, eventuali fragilità cognitive, psicopatologia e vulnerabilità socio-familiari stia progressivamente modificando la domanda rivolta ai servizi territoriali, rendendo più complessa la definizione dei percorsi di presa in carico e mettendo in evidenza i limiti dei tradizionali modelli di organizzazione dei servizi.
Particolare attenzione è stata dedicata alla fase di transizione tra servizi dell’età evolutiva e dell’età adulta, individuata come uno dei principali punti critici dei percorsi clinici. In tale fase, la frammentazione organizzativa può determinare perdita di continuità clinica, sovrapposizioni di intervento, difficoltà di coordinamento tra professionisti e riduzione dell’appropriatezza delle risposte assistenziali.
La proposta si ispira sui principi teorici dell’Integrated Care, che promuove l’integrazione tra servizi sanitari, sociali ed educativi attraverso percorsi assistenziali coordinati e centrati sulla persona, e sui modelli di Transition Care, sviluppati per garantire continuità nella presa in carico durante il passaggio tra differenti sistemi di cura. In particolare, il lavoro prende come riferimento le esperienze delle Transition Clinics, dispositivi organizzativi diffusi in diversi contesti europei e internazionali, nei quali professionisti appartenenti a servizi differenti collaborano attraverso valutazioni multidimensionali, incontri congiunti e pianificazione condivisa dei percorsi assistenziali.
Attraverso l’analisi comparativa della letteratura nazionale e internazionale e il confronto con tali modelli, il project work propone la strutturazione di un dispositivo di équipe integrate interservizi, configurato come spazio stabile di confronto multidisciplinare tra UMEE, UMEA, Centro di Salute Mentale, Servizi Sociali territoriali e Consultorio Familiare, con composizione delle équipe variabile, in base a prevalenza e bisogni del quadro clinico.
L’elemento innovativo della proposta consiste nel superamento di una logica fondata sul semplice trasferimento della presa in carico tra servizi, a favore di un modello basato sulla corresponsabilità professionale, sulla valutazione multidimensionale integrata e sulla costruzione condivisa dei percorsi di cura. Il progetto non prevede la creazione di nuove strutture o servizi dedicati, ma propone una riorganizzazione delle modalità di collaborazione tra organizzazioni già esistenti, attraverso la formalizzazione di dispositivi permanenti di raccordo interdisciplinare.
Il lavoro si colloca all’intersezione tra dimensione clinica e dimensione organizzativa, proponendo strumenti di coordinamento capaci di sostenere la continuità assistenziale nelle situazioni caratterizzate da elevata complessità. Il dispositivo delle équipe integrate viene concepito come strumento di governo clinico e organizzativo, finalizzato a favorire la continuità delle cure e la definizione di progettualità personalizzate coerenti con il progetto di vita della persona, oltre che l’integrazione sociosanitaria.
La proposta si colloca in coerenza con le innovazioni introdotte dal Decreto Legislativo 62/2024 e propone un modello organizzativo sostenibile, replicabile e potenzialmente estendibile ad altri contesti territoriali, orientato non alla creazione di nuovi servizi, ma al rafforzamento delle connessioni tra competenze professionali e organizzazioni già esistenti. In tale prospettiva, il lavoro propone un approccio integrato alla gestione della disabilità complessa, capace di coniugare continuità assistenziale, appropriatezza clinica e sostenibilità organizzativa.
L’elaborato nasce dall’osservazione del crescente impatto che il consumo di alcol esercita sulla popolazione giovanile e dalla necessità di sviluppare interventi specialistici sempre più precoci e mirati. L’obiettivo della tesi è analizzare il fenomeno del consumo alcolico tra adolescenti e giovani adulti e proporre lo sviluppo di un Ambulatorio di Alcologia per Giovani nell’AST di Macerata, concepito come servizio dedicato e facilmente accessibile, collocato al di fuori del Servizio per le Dipendenze Patologiche (Ser.D.), al fine di favorire l’aggancio precoce dei giovani e ridurre lo stigma spesso associato ai servizi per le dipendenze.
La ricerca prende in esame la letteratura scientifica nazionale e internazionale, i principali documenti di programmazione sanitaria e i dati epidemiologici disponibili, evidenziando come l’alcol rappresenti uno dei più diffusi comportamenti a rischio in età adolescenziale. Particolare attenzione è rivolta al contesto territoriale marchigiano e ai dati emersi dal progetto Podcastle, realizzato dall’AST di Macerata in collaborazione con 14 istituti scolastici e che ha coinvolto 6.835 studenti. I risultati hanno evidenziato una significativa presenza di disagio giovanile, spesso associato a comportamenti a rischio, tra cui il consumo di alcol e altre sostanze.
L’elaborato analizza inoltre una precedente esperienza progettuale sviluppata nel territorio di Civitanova Marche che non ha raggiunto gli obiettivi prefissati, individuandone criticità e insegnamenti utili per future implementazioni. A partire da tali evidenze viene elaborato un modello organizzativo orientato alla creazione di un servizio dedicato ai giovani, caratterizzato da accessibilità, multidisciplinarietà e integrazione tra servizi sanitari, scuole, famiglie e realtà territoriali.
La tesi sottolinea come l’intercettazione precoce dei comportamenti a rischio rappresenti una strategia fondamentale per la prevenzione delle dipendenze e per la promozione della salute. L’attivazione di un Ambulatorio di Alcologia per Giovani potrebbe costituire un importante strumento di intervento, favorendo percorsi di presa in carico tempestivi e adeguati ai bisogni delle nuove generazioni e contribuendo al rafforzamento della rete territoriale dei servizi.