di Annalinda Nepa
Era una notte d' autunno quando mi fermai all'inizio della fitta foresta aldilà di casa mia. Come l'ingenuo ragazzino che ero, decisi di inoltrarmi, era davvero così importante esplorare? Gli alti arbusti non facevano filtrare neppure la luce della mezzaluna in cielo, era buio pesto e l'unico suono era quello dei miei passi perché nemmeno i grilli cantavano nell'oscurità della foresta. L'erba alta mi suscitava ansia e avevo paura di trovare un serpente o qualcosa del genere, però andai avanti come il testardo che tutt'ora sono. Mi ritrovai davanti ad un edificio pieno di edera e piante rampicanti secche che scendevano dal tetto: doveva risalire - dallo stile - agli anni '70. La finestra al primo piano si spalancò, facendomi quasi saltare in aria. Si affacciò una signora dai capelli lunghi e raccolti in uno chignon; però non era familiare. Provai ad avvicinarmi e lei rimase lì, nello stesso identico posto. Nessuna parola. Nessun rumore. Solo i miei pensieri.
"Ragazzo, ti sei perso? Non è posto per te qui. Ma ti lascerò entrare che adesso non è proprio il momento per andare in giro."; Era impossibile che ci viveva in una abitazione del genere! Entrai perché il freddo si faceva sentire ma della donna non mi fidavo;
"Dimmi...ti hanno mai detto che la tua pelle sarebbe perfetta per un tappeto?". Non ho mai corso così tanto nella mia vita.
E in un soffio di vento, l'abitazione sparì come se mai costruita.