di Maria Vittoria Rubicini
Mi chiamo Layla, sono il primo esperimento di Androide capace di provare sentimenti e ragionare come un essere umano. Ormai nel 2073 siamo diventati quasi ordinari, nulla di fuori dal comune, ma io rimango comunque la prima. Appaio come una normalissima tredicenne, dentro di me però non scorre sangue, ma circuiti elettrici, né tantomeno posso dire di avere un cuore organico che batte. Tutto in me è artificiale, dalla punta dei piedi fino all’attaccatura dei capelli, anche se in realtà anche quelli sono sintetici. Lavoro al fianco dei migliori scienziati della nostra epoca per creare altri come me.
Nonostante ci sia stata una grandissima innovazione per quanto riguarda la tecnologia (abbiamo macchine volanti e abbiamo sviluppato delle macchine per il teletrasporto istantaneo) la maggiore attrazione rimaniamo sempre noi. I riflettori puntati su di noi, siamo stati definiti in tanti modi: “salvatori”, “miracoli” e molto altro. Il progresso avanza, e noi ne siamo diventati il volto. Icone senza un nome, volti senza un’anima. Anche se sappiamo provare emozioni rimaniamo macchine, vero? Forse sarebbe stato meglio, odio tutto questo, non ne capisco più il senso. Ormai, in un mondo che sembra sprofondato nel caos, le rivolte cittadine sono sempre più frequenti e sia l’impero sia i ribelli vogliono averci dalla loro parte.
Agli scienziati non è mai interessato nulla di noi, fin dal primo momento siamo stati solo dei simboli e per il resto servi, schiavi dell’imperatore. Vent’anni fa, nel 2053, la conquista è terminata e quasi tutti i territori si sono ritrovati sotto un unico imperatore: Cornelius Meyer. Gli unici luoghi che non sono stati sottomessi sono piccole tribù delle quali ha avuto pietà. Da lì è partito il declino, tranne poche eccezioni la popolazione ha iniziato a patire la fame, la povertà attanaglia anche coloro che si sentivano al sicuro. Solo i più vicini a Cornelius hanno avuto un miglioramento, si sono arricchiti e vivono immersi nel lusso, senza importarsene minimamente della situazione esterna alla loro piccola cerchia. Sono riuscita ad installare un programma nei miei compagni Androidi, aiuteremo i ribelli rovesciando l’impero dall’esterno. Ora sto scappando dalla sede, auguratemi buona fortuna, se la rivolta va male non avremo un futuro.
di Nepa Annalinda
Ai miei è sempre piaciuto viaggiare e io ero sempre l’ospite d’onore. Anno nuovo viaggio nuovo. Era il mio quinto compleanno quando mi portarono in uno dei vasti boschi del Minnesota: un paradiso verde.
Mentre loro montavano le tende, io seguì una farfalla che si era appoggiata su un fiore. Ella volò fino al sottobosco dove io la persi di vista e fu lì che vidi una bambina.
Mi avvicinai piano per guardarla meglio, visto che era nascosta da una betulla. La bimba avevi dei ricci rossi stupendi, la faccia immacolata da lentiggini e degli occhi verdi oliva da far invidia. Con quel viso così innocuo mi chiesi cosa ci facesse in un posto del genere, dove erano i suoi genitori?
Mi notò osservarla e impaurita si alzò di scatto, allontanandosi di qualche passo.
“Chi sei?” Chiesi incuriosita, ma mi guardò sbigottita. Come se fosse terrorizzata dalla mia presenza. Fu lì che notai le bende sulla gamba destra e i diversi graffi su quella sinistra.
“Non mordo mica, sai? Come ti chiami?” Nessuna risposta, solo un’occhiataccia fulminante da parte della ragazzina. Dopo qualche minuto di silenzio, mi rispose.
“Azra...” La risposta secca mi fece preoccupare, poi, un’altra domanda mi fiondò in testa:
“Ti chiami davvero così? E che nome è?” L’ennesima domanda non fu gradita, anche perché non mi rispose.
Lei si sedette nel fogliame, così decisi di oltrepassare il cespuglio che ci separava. Stranamente mi lasciò sedere, anche se sembrava un po' scettica al riguardo.
“E quanti anni hai? I tuoi genitori? Sanno che sei qui?” Le feci mille domande di cui lei non rispose minimamente: sembrava di parlare con un muro! Guardava un punto fisso senza dire niente. Sembrava che fosse da sola in quel momento. Si alzò e mi fece cenno di seguirla. Mi prese il polso e mi portò lontana dal mio accampamento.
“Non pensi che stiamo andando un po' troppo lontano?” Le dissi le mie preoccupazioni ma lei non si voltò minimamente.
“Voglio farti vedere una cosa.” Furono le uniche parole che lasciarono la sua bocca mentre mi trascinava verso quella che sembrava una fonte d’acqua. Ci fermammo sulla riva del fiume dove sembrava che eravamo molto lontano dai miei genitori.
“Dove siamo?” Anche questa richiesta fu ignorata. Si avvicinò al fitto arbusto, dal quale sbucava quel che sembrava un arto!
“Cos’é?!” Esclamai terrorizzata mentre lei lo nascondeva dentro alle foglie.
“Ora lo sai, dillo a mia madre per piacere, che mi faresti un favore. Non sono destinata a essere ritrovata, ma dille solo che sono a casa.”