Pre-messa (sulla battigia)
«Il pensiero come l'oceano non lo puoi bloccare
non lo puoi recintare così stanno bruciando il mare.»
(Lucio Dalla, Come è profondo il mare)
"Save the Sea" prevede la realizzazione, per ciascuna classe, di progetti e conseguenti capi d'abbigliamento basati sul tema del riuso e del riciclo, in un'ottica di moda sostenibile.
Come nasce il progetto? E, soprattutto, perché?
Solitamente il corso moda ha un progetto, ogni anno, un progetto che riguarda tutte le classi. Di solito la scuola è impegnata in collaborazione col Comune, col quale coordina eventi e sfilate.
L'ulteriore necessità di proporlo, quest'anno, è che lo scorso anno, a causa del lockdown, è stato tutto bloccato, quindi c'era bisogno di riorganizzare e ripensare il progetto in relazione, anche, all'impossibilità di eventi in presenza. Il che è un peccato, perché è un momento molto desiderato dalle alunne.
Quanto al tema, questo veniva facile, perché legato al trascorso. Nel 2019, le ragazze avevano fatto una sfilata di moda sostenibile, ed è insomma un tema – quello della sostenibilità – che l'istituto conosce e in cui si riconosce. Come dicevo prima, tuttavia, l'anno scorso, i progetti sono stati bloccati, nonostante fossero stati acquistati i materiali per realizzarli, sicché quest'anno il tema della sostenibilità è stato declinato anche in base alla volontà di non acquistare niente: le ragazze sono state invitate a prendere contatto con l'archivio tessuti prima di realizzare gli abiti e su questo pensare all'abito da fare, in singolo o in gruppo nel caso del triennio o come classe per il biennio.
Infine, il mare. All'inizio si pensava a un gemellaggio con un istituto di Napoli, a questo proposito. Inoltre, l'anno scorso, il tema erano i quattro elementi, quindi si voleva dare continuità, almeno negli intenti e nella progettazione, visto che, come dicevo, il progetto, l'anno scorso, si è bloccato. Chiaramente il tema marino ha più sfaccettature, dai colori della sabbia alle forme degli animali marini: ed è anche mare inquinato e mare pulito... Voi, poi, siete state libere di sviluppare il tema secondo i vostri interessi.
A proposito del tema del progetto, l'elemento acquatico, sembra che questo ricalchi in un certo senso l'essenza del corso. Con questo non si vuole dire che l'indirizzo moda sia solo per noi ragazze, però è altrettanto vero che la maggior parte è frequentato da noi, e l'acqua è tradizionalmente, culturalmente legato al femminile. Pensiamo già alla cultura ebraica, dove la Grande Madre è anche il Grande Mare...
Sì, anche l'acquario, astrologicamente, nella sua rappresentazione rimanda al femminile.
Appunto, per non parlare della nascita di Venere dalla conchiglia. Ecco, a proposito di questo, come ti sembra sia stata vissuta da noi studentesse, in particolare quelle degli ultimi anni?
Mi pare in maniera indiretta o, meglio, inconscia. La cosa forse non è stata elaborata a livello linguistico, ma lo vedete negli abiti, nel pensiero visivo. Forse quello che è stato sentito di più è l'acqua come bene primario nostro, da difendere. La prima parte del progetto, infatti, l'abbiamo dedicata ad approfondire l'importanza dell'acqua e, in relazione alla moda, a quali brand si occupano di sostenibilità e all'impatto dell'industria della moda sull'ambiente. Perché voi potete essere prima di tutto delle consumatrici consapevoli. Dopo questa prima parte, c'è stata quella in archivio, dove si è preso contatto con i tessuti, che è una cosa che le mie colleghe di confezione dicono sia propria delle aziende (prima hai il tessuto, quindi studi l'abito a partire dal tessuto), meno della scuola, poiché a scuola prima fai il progetto, lo pensi, disegni l'abito e poi cerchi il tessuto adatto; in questo caso, noi abbiamo voluto fare il contrario, così che ci si abitui anche ad avere più concretezza quando disegnano. Una cosa che ho notato, a questo proposito, è che quando le studentesse disegnano sognano, quindi spesso il progetto comporta nel pratico un'incompletezza, qualcosa che non si riesce o non si può concretizzare del tutto. Questo secondo me è dovuto al fatto che spesso si disegna senza pensare al materiale con cui si sarebbe poi realizzato quella particolare cosa che si aveva in mente. Ecco, il lavoro che abbiamo fatto, nell'arco di questo progetto, è andato anche in direzione contraria a questa tendenza, così da rendere i loro progetti più concreti.
Riguardo invece la sostenibilità, come è affrontata? Insomma, ci sono tanti tipi di sostenibilità, sebbene in generale la sostenibilità non sia altro che una critica. Ma, appunto, esistono diverse forme di critica, a partire da ciò che si critica, piuttosto che dal come. Quindi, che tipo di sostenibilità?
Allora, dipende. Dal punto di vista pratico, siamo partite da questo dato: quello che c'è è qui, questo è quello che c'è. Ho il tessuto oro, quante ragazze bisognano del tessuto oro? Bene, dividiamo. Nel nostro piccolo, quindi, cerchiamo di essere sostenibili, ma la sostenibilità è sempre uno sguardo rivolto all'altro, con cui condividere. Non c'è una sostenibilità singolare, non è possibile immaginare di essere sostenibili singolarmente.
Parlavi poi di progetto, nel senso di progettazione, e concretezza. Ecco, sembra che questo sia un grosso gap tra qui e, a esempio, un liceo. Un liceale, di fatto, non ha il senso del concreto, della pratica, che è di fondamentale importanza, specie in cose simili: nel momento in cui fai politica, e parlare di sostenibilità è far politica, ti rendi conto di quanto l'idea non possa darsi al di fuori di un contesto reale, economico, materiale.
Esatto, e questo vuol dire fare la ricerca, guardare il documentario e siamo tutte bravissime, coinvolte, interessate, dopodiché andiamo in laboratorio, facciamo l'abito e vogliamo assolutamente le paillette. Il concreto, il fatto manuale è il fine, ma come tale deve stare in tutti i passi del progetto, sin dall'inizio. Per esempio, è successo in una classe che non si trovasse più un materiale su cui si era basato un intero progetto. Sparito. In una giornata si è dovuto rifare il colore e varie altre cose a partire da un altro materiale disponibile, cercando comunque di mantenere ciò che volevano rappresentare, in quel caso il mare pieno di plastica: è stato molto importante, questo, per il gruppo... Poi, ripeto, c'era anche la necessità di concludere in vista della presentazione finale, e un termine, una data ultima, in questo senso, non posso dire che non abbia aiutato. Anche perché, appunto, quando si lavora in gruppo – e qui i gruppi sono piuttosto eterogenei, tra chi disegna, chi cuce e chi indossa l'abito – si devono rispettare i tempi di tutti, e se in un passaggio io rimango indietro alla fine a rimetterci è anche la ragazza il cui lavoro è richiesto soprattutto nella parte successiva. Se bisogna ripensare da capo un abito a metà dell'opera, allora chi dovrà indossarlo non avrà il tempo per poter studiare come indossarlo.
Che cosa implica tutto questo? Già la sostenibilità stessa è una decisione politica (o ci credi e la fai o non ci credi e non la fai), ma anche il fatto stesso di creare qualcosa per sé piuttosto che per altre o viceversa, specie nell'arco di un progetto simile, ha ricadute politiche. Specie quando, peraltro, lo fai a livello artigianale, quindi mirato.
Secondo me, come stile educativo, questo è un grande vantaggio che voi avete, anche se non credo si riesca ad apprezzarlo del tutto, perché nascono, comunque, degli egocentrismi: per quanto si sia portate a lavorare su un tema, per quanto vengano dati dei limiti entro cui lavorare, il fatto di fare qualcosa per sé o per un'amica è comunque ciò che più v'invoglia. Per voi o, se non proprio voi, in generale per le studentesse la cosa più importante è l'evento finale, il prodotto finale. Ma la moda stessa è apparire, in fondo...
Sull'evento finale, accennavi alla relazione col Comune, quindi al legame della scuola con il territorio...
Sì. Quest'anno abbiamo partecipato, a esempio, alla festa dell'oca dello stivale per il Santo Patrono di Portogruaro, ed è stato un evento virtuale. Gli scorsi anni, invece, avevamo una bancarella dove venivano messi in vendita abiti che avevano più di un tot di anni. Quest'anno, invece, tutta la festa è stata virtuale, con un tour cui abbiamo partecipato esponendo abiti nella sala comunale. Circa questo progetto, penso che prima di settembre non si farà nulla, se non virtualmente. L'importante è che si faccia, ecco tutto. Adesso il virtuale ci permette di uscire dai confini del territorio, ma la presenza fisica è altrettanto importante, specie per un indirizzo professionale, poiché poi voi quasi automaticamente entrate nel mondo del lavoro, ma non solo per questo. Per dire, secondo me sarebbe proficuo allacciarsi all'Accademia delle Arti di Venezia, che ha il corso di Scenografia e Costume, per il quale l'IPSIA potrebbe diventare una bella succursale e, magari, collaborare con progetti. Su questo sarebbe bello investire. Quest'anno, invece, abbiamo chiesto la collaborazione di uno studio di fotografia qui del territorio, sempre per il discorso che vi dicevo, sull'importanza della moda di esibirsi, d'essere mostrata.
Grazie. Un'ultima cosa, rimanendo su questo tema dell'apparire/mostrarsi ma all'altezza del progetto. Ecco, appare evidente che ci sia una contraddizione profonda che lo sostenga, questo progetto. Da un lato, appunto, l'immagine, ciò che si dà a vedere, l'abito come immagine, quel che si mostra; dall'altra parte l'acqua, che è propriamente invisibile. E questa contraddizione è tipicamente femminile. Abbiamo già detto dell'acqua, della sua natura tradizionalmente femminea, ma anche lo stesso mostrarsi, la volontà di apparire è eminentemente femminile: si pensi alla Bibbia, dove la donna è proiezione dell'uomo, viene dalla costola dell'uomo... Insomma, anche l'apparire, come l'acqua ma in senso inverso dell'acqua, è estremamente femminile.
Sì, e si tratta infatti dell'apparire di una trasparenza, per questo è molto poco volgare. L'acqua non è solo trasparente, ma è anche ciò che non ha forma, che prende la forma del contenitore in cui si trova. Magari, questo, lo si concettualizza poco o comunque in maniera acerba, ma negli abiti questo senso c'è ed è profondo: ciò che appare è ciò che per sua natura sfugge all'apparire, quella trasparenza che è al tempo stesso l'abito e ciò che quell'abito, per sua natura, copre. Ecco, ci si proietta da sole, appunto, e questo grazie all'abito attraverso il quale si appare.