All’interno dell’Istituto IPSIA d’Alessi di Portogruaro sono state scelte due classi (1BMAT e 3DPIA) per svolgere un lavoro di riflessione e ricerca sul benessere mentale dei giovani in relazione alla difficile situazione sociale creata dalla pandemia. Gli insegnanti di Lettere delle due classi hanno aperto e condotto dei dialoghi con gli studenti su tale tematica e hanno fatto emergere le diverse reazioni che si sono sviluppate tra i giovani in questo periodo. Dopo la discussione collettiva gli stessi insegnanti hanno proposto un questionario agli studenti con alcune domande relative a come hanno vissuto-reagito a questa situazione molto particolare e difficile, durante la quale sono state messe a dura prova le relazioni tra gli individui. Dati alcuni motivi ricorrenti, le risposte dei ragazzi e delle ragazze sono state somministrate in maniera anonima e ci si è organizzati per astrarre da esse quattro coerenti tipi di persona - due ragazzi e due ragazze - che si è immaginati a colloquio con uno psicologo; ne risultano, così, i dialoghi che sottotitolano le riprese realizzate nell'istituto (a proposito del video nel suo complesso, cfr. il documento relativo). Terminato, il cortometraggio è stato visto in classe per sviluppare un ulteriore momento di riflessione sui temi del benessere mentale.
Il progetto è iniziato riflettendo sul cosa riprendere anche attraverso la visione di alcuni cortometraggi (Robert Todd, Paul Clipson, James Benning, Hannes Schüpbach), scegliendo infine la scuola, pressoché priva di studenti data la situazione epidemiologica, quale luogo più consono.
Le inquadrature sono in larga parte a camera fissa, così da omologarsi all'atmosfera statica, desolante, dell'istituto in periodo di covid; quest'atmosfera sarà enfatizzata, poi, in sede di post-produzione, quasi a renderla “alienante”, com'era del resto estraniante viverlo, quell'ambiente, sociale per sua natura, così spopolato. Sono stati filmati corridoi, aule e laboratori, oltre allo spazio esterno. In questo senso, il film è dichiaratamente narrativo già prima dei dialoghi che ospita, nella sua struttura visiva; esso, infatti, offre una trama consequenziale, un percorso che passa dal dentro al fuori – un fuori, però, che non è controcanto del dentro ma sua possibilità inerente. «Un po' di possibile, se no soffoco.» Gli spazi vuoti dentro l'istituto riflettono la stessa vacuità dell'esterno, ma si tratta di due forme di vuoto differenti – e su questo s'è tentato di riflettere. Se, infatti, l'assenza dentro la scuola è conturbante, perché fa sentire soli in uno spazio abitualmente votato all'incontro, allo scambio, il giardino esterno, avulso dal contesto urbano, quasi natura incontaminata, visto dalla finestra dell'aula, fa indulgere lo sguardo, richiama – e richiama proprio per la solitudine che promette: lì, l'assenza di persone non implica inquietudine bensì quiete, tempo debito.
Non si tratta però di una spaccatura. Il dentro e il fuori sono contigui, e il piccolo parcheggio, semi-deserto, rimarca questa prossimità: è un frattale che fa sì che il dentro e il fuori, l'istituto e la natura, non siano due spazi differenti, non comunicanti, ma due luoghi in uno stesso spazio... ecco, quindi, gli squarci di natura, scolasticamente perimetrati. La possibilità del fuori è, di nuovo, una possibilità del dentro: tutto si gioca all'interno dell'istituto, e forse la situazione epidemiologica può far ripensare (almeno, per noi è stato così), come una scommessa, la funzione di un luogo altrimenti di confine, giustificato soltanto durante le ore di ricreazione. Qui, come detto, la solitudine si manifesta in maniera diversa che dentro: se lì era alienante, ora diventa conciliante, e in post-produzione questo si è tentato di evidenziarlo attraverso una dissolvenza incrociata, peraltro “evocata” già prima da quel fil di ferro in laboratorio che, ugualmente dissolto per via incrociata, richiama rami d'albero.
Quanto al suono, esso è stato lavorato in post-produzione semplicemente alterando il silenzio di fondo, e la maschera utilizzata sulle inquadrature, sfocata ai bordi, è, almeno negli intenti, quella che era nel vecchio cinema delle attrazioni, e in ciò – a nostro avviso – si dimostra in linea col contesto filmico finora descritto. Il mascherino, infatti, non è non un modo per indirizzare lo sguardo quanto l'espressione dell'essenza stessa dell'immagine come fuori della presenza, come ostensione/esibizione di una presenza rispetto alla quale, in quanto tale, non può che darsi come fuori: l'immagine presenta un luogo, ma, proprio per il fatto di presentarlo, è fuori di esso, e ciò – sempre a nostro avviso – reitera la dialettica dentro/fuori su cui s'incentra il film, senza con ciò mai risolverla in una sintesi definitiva.
Infine, i dialoghi sono stati aggiunti come sottotitoli piuttosto che “letti” per verecondere quel silenzio che è traccia dell'assenza delle ragazze e dei ragazzi, assenza che il cortometraggio vorrebbe a sua volta rendere palese ma non presente, per non dissolverla in quanto assenza: il “silenzio rumoroso” del sonoro è allora scolio di quelle scritte, perché sia l'uno che le altre non sono che traccia di qualcosa d'ulteriore, sono cioè traccia in senso rigoroso, poiché traccia c'è laddove è stata lasciata traccia, lasciata da qualcosa che non c'è più e di cui la traccia manifesta l'assenza (da qui, la scelta del grafema “lasciato scritto”, che differisce da chi scrive riferendo di esso, piuttosto che la voce di chi è presente mentre parla).
In un certo senso, è attraverso questo silenzio e quest'assenza che il cortometraggio parla di covid e relativo, proprio, benessere.