Sono le 22:00 e sono comodamente seduto sulla mia poltrona a leggere il giornale. Non posso fare a meno di pensare: “El vè quel che succede ‘ntol mondo”.
All’improvviso squilla il telefono, orario insolito per ricevere una telefonata di cortesia… Infatti mi comunicano che c’è stato un omicidio in un’abitazione privata e che devo recarmi in tutta fretta nel luogo del delitto.
Quando arrivo un poliziotto mi chiede: “E’ lei il detec-” lo fermo subito e annuisco con il capo.
“Sì, sono il detective Casagrande.” Mi accompagna dentro la casa, visibilmente in disordine.
Dopo qualche minuto, una signora si avvicina e mi informa: “Signò ‘l mi marito è morto".
Dalla sua espressione noto che non è triste, ma sembra contenta. Incuriosito le chiedo dove si trovava mentre avveniva il delitto.
Mi racconta che era andata ad una cena con delle amiche, al suo ritorno aveva trovato la casa a soqquadro e suo marito senza vita.
Vado verso il cadavere, mi metto i guanti e inizio a frugare nelle vesti del defunto: trovo un coltello sporco di sangue dentro la giacca.
Mi volto e chiedo alla signora: “‘Sto coltello è ‘l vostro?” lei risponde: “Sì, ma non so’ stata io!”. Lascio il luogo del delitto e decido di tornare nel mio studio per iniziare a fare delle ricerche in attesa degli esami della polizia scientifica.
Per prima cosa, controllo l’alibi della signora contattando le sue amiche. Impiego diverso tempo, anche perché ricevo risposte contrastanti: “Eravamo a cena insieme e semo argite presto” oppure: “Ce semo incontrate dopo cena, non semo gite a magna’”.
Una volta interrogate le signore coinvolte e ricevuti i risultati della scientifica, ho capito tutto e sono pronto a chiudere il caso.
Torno verso la scena del delitto insieme a dei poliziotti e, appena entriamo in casa, dico alla signora: “Vo’ sete in arresto per ave’ ammazzato ‘l vostro marito”. Racconto tutto quello che ho scoperto con le mie indagini: l’alibi non reggeva, sul coltello c’erano le sue impronte, inoltre lei aveva finto una rapina per dirottare i sospetti su eventuali ladri. Il marito era molto ricco e la moglie voleva tutti i suoi soldi: spesso la verità è più semplice di quanto sembra.
La donna ammette affranta e senza via d’uscita di essere stata lei ad aver pugnalato il marito fingendo un furto.
Mi avvicino e le metto le manette.
Anche questa volta posso dire: “Caso chiuso”.
Perugia, 16 aprile 2016, ore 18:15.
Mi trovo nella biblioteca dell’Istituto dove insegno storia e sto leggendo un libro. La bibliotecaria ci ricorda con discrezione che si chiude alle 18:30. Poi si avvicina ad un uomo chino sul tavolo, che sembra assorto nella lettura, ma, mentre lo tocca delicatamente su un braccio, si accorge che ha un pugnale piantato nel petto.
La donna inizia ad urlare:”Aiuto! Aiuto! ‘nite tuqui! Honno amazzato ‘n ‘omo!” Esterrefatto, mi alzo e corro lì.
La situazione non è piacevole: l’uomo è riverso su se stesso, c’è sangue ovunque. Non mi sembra di conoscerlo. Mi sento dire:” Chiamate la polizia!”
Passano pochi minuti ed arrivano subito due pattuglie.
Un poliziotto mi interroga: “Signo’, chi è e cosa ha visto?”
Rispondo: “Sono il professor Muro, insegno in questa scuola e stavo leggendo”.
Un signore con la barba bianca e il maglione rosso si avvicina e dice: ”Ho visto ‘n ‘omo usci’ de corsa, è gito verso l’parcheggio”.
Mi affaccio alla finestra: vedo due poliziotti scendere in strada e un uomo che sta correndo, gli agenti lo inseguono.
Torno dentro e inizio a guardarmi attorno con attenzione, noto subito che il signore con la barba bianca tiene una mano in tasca e si avvicina di soppiatto alla porta secondaria.
Lo chiamo e lui accelera il passo, intanto un dettaglio attira la mia attenzione: il defunto ha qualcosa in mano. Mi avvicino e vedo una foto che lo ritrae in barca assieme all’uomo con la barba.
Esco di corsa e cerco di raggiungere il signore che sta scappando, gli salto addosso, chiedo aiuto a un poliziotto e, una volta acciuffato l’uomo, notiamo entrambi che il suo maglione è sporco di sangue.
Gli agenti ci portano tutti in caserma dove iniziano gli interrogatori e, dato che li ho aiutati, mi permettono di venire a conoscenza di tutte le fasi dell’indagine.
Resto in caserma per molte ore, ma, alla fine i due, messi alle strette, confessano: “Sì, semo stati noialtri. Il defunto, il signor Giuseppe, era ‘na nostra vecchia conoscenza .
Ce ricattava perché truffavamo i clienti per i viaggi in barca e alora ce semo liberati de lu’. L’avemo invitato ‘n biblioteca e l’avemo accoltellato… pensavamo di allontanarci senza esse visti, ma c’è gita male”.
Ed è così che sono stato testimone di un delitto in biblioteca!