Redazione, febbraio 2026
Mancano pochissimi giorni all’inizio ufficiale dei Giochi di Milano Cortina 2026, ma ieri Bergamo ha già vissuto la sua notte magica. La nostra città è stata la protagonista della tappa numero 57 del viaggio della torcia: non una semplice corsa, ma una vera festa che ha portato lo spirito olimpico tra la gente, nelle strade e nelle piazze.
Il viaggio della fiamma è entrato nel vivo nel pomeriggio, partendo da via Borgo Palazzo per poi attraversare il moderno quartiere di ChorusLife, fino a salire verso Città Alta. Il momento più emozionante è stato sicuramente il passaggio sotto Porta San Giacomo al tramonto. Vedere il fuoco olimpico sfilare sulle Mura, con il cielo che cambiava colore, ha ricordato a tutti noi quanto sia speciale la nostra città quando si mette in mostra davanti al mondo. La serata si è poi conclusa sul Sentierone, con l’accensione del braciere davanti a una folla entusiasta.
A passarsi il testimone sono stati i grandi nomi dello sport bergamasco e cittadini che rappresentano il cuore della nostra comunità. Ad aprire la sfilata in città è stata Ilaria Galbusera, seguita dall’emozione di Michela Moioli, la nostra regina dello snowboard, dalla forza di Martina Caironi, dall’attore Giorgio Pasotti e dallo chef Chicco Cerea. Ma la bellezza della giornata è stata vedere anche persone comuni, come l'insegnante Clara Savoldi, commossa fino alle lacrime a Colle Aperto, o l'ingegnere Mauro Pelucchi.
Oltre ai campioni famosi, ieri si è visto chiaramente cosa significhi fare squadra. Lungo le strade, insieme alla Protezione Civile, c’erano anche i volontari e le unità cinofile. Anche se il "cane tedoforo" che è diventato virale sul web ha corso in un’altra città, vedere i cani da soccorso presenti tra la folla ci ha fatto pensare a quanto sia importante l'aiuto reciproco. È proprio questo lo spirito delle Olimpiadi: non conta solo chi arriva primo, ma come ci si aiuta a vicenda.
Spesso pensiamo allo sport solo come a qualcosa da guardare in TV o come un mondo fatto di soldi e sponsor. Ieri, invece, a Bergamo abbiamo visto uno sport diverso, più umano. Come è stato scritto in questi giorni, la fiamma ha "restituito" i valori olimpici alle persone.
Per noi studenti questo è un messaggio importante: lo sport è una lingua che capiamo tutti e parla di impegno e rispetto. Che si tratti di un’atleta da medaglia d'oro o di un volontario che lavora in silenzio per la sicurezza, il messaggio è lo stesso. La fiamma ora continua il suo viaggio, ma il calore che ha lasciato a Bergamo ci ricorda che i Giochi sono un'occasione per sentirci tutti parte della stessa squadra.
Piccola storia di un sogno millenario
Le Olimpiadi sono nate nel 776 a.C. ad Olimpia, in Grecia. Per i greci non erano solo gare, ma un momento sacro: durante i Giochi si proclamava la "Tregua Olimpica", l'obbligo di sospendere ogni guerra per permettere ad atleti e spettatori di raggiungere il sito in sicurezza. Inizialmente si correva una sola gara, lo stadion (una corsa di circa 192 metri), ma col tempo si aggiunsero lotta, pugilato e corse dei carri. Vincere non significava arricchirsi, ma ricevere una corona di ulivo e rappresentare i valori di lealtà e forza davanti a tutti gli dèi.
Le Olimpiadi Moderne Dopo oltre mille anni di interruzione, fu il barone francese Pierre de Coubertin a ridare vita a questo sogno. Nel 1896 si tenne ad Atene la prima edizione delle Olimpiadi moderne. De Coubertin voleva che lo sport diventasse un modo per educare i giovani e unire le nazioni in pace, sotto il famoso simbolo dei cinque cerchi intrecciati, che rappresentano l'unione dei cinque continenti.
Con il passare del tempo, ci si rese conto che gli sport praticati sulla neve e sul ghiaccio meritavano una celebrazione propria. Così, nel 1924 a Chamonix (Francia), vennero inserite per la prima volta le Olimpiadi Invernali. Ma cosa sono esattamente? Sono i Giochi dedicati alla velocità e alla resistenza in condizioni estreme: sci, pattinaggio, hockey e snowboard.
Oggi, con Milano Cortina 2026, questa tradizione arriva nel nostro territorio. La fiamma che è passata tra le nostre strade porta con sé proprio questo: il legame tra l'antico spirito greco e il coraggio di chi sfida le vette ghiacciate delle nostre montagne.
di Giulia Signanini, gennaio 2026
Sapevate che sulla Tour Eiffel ci sono incisi dei nomi?
Se guardate bene appena sotto il primo piano, potete leggere i nomi di 72 grandi scienziati che hanno fatto la storia della Francia tra la Rivoluzione e la fine dell'Ottocento. Fu proprio Gustave Eiffel a volerli lì per celebrare il progresso, ma c'è un dettaglio che oggi non possiamo ignorare: sono tutti uomini.
Finalmente, però, le cose stanno per cambiare.
La città di Parigi ha deciso di aggiungere altri 72 nomi, ma questa volta saranno di scienziate. L’idea, approvata dalla sindaca Anne Hidalgo, serve a dare il giusto riconoscimento a donne che negli ultimi tre secoli hanno rivoluzionato la fisica, la chimica e la medicina, ma che spesso sono state ignorate o messe in ombra dai colleghi maschi. Tra queste spicca sicuramente Marie Curie, la prima donna a vincere il Nobel, ma ci sono anche figure meno note come Angélique du Coudray, che nel Settecento inventò un manichino per formare le ostetriche, o l'informatica Alice Recoque.
In passato, il fatto che il merito delle scoperte femminili venisse dato agli uomini era così comune da avere un nome: "effetto Matilda". Aggiungere questi nomi sulla Torre serve proprio a rimediare a questa ingiustizia.
Una commissione di esperti ha già preparato la lista e, dopo le ultime autorizzazioni, i lavori dovrebbero finire nel 2027. I nomi delle scienziate saranno scritti in lettere d'oro, proprio come quelli originali, così che ogni ragazza che guarda il monumento possa sentirsi ispirata a diventare, un giorno, una grande astronoma, un'ingegnera o una biologa.
I nomi di alcuni scienziati sulla Tour Eiffel (foto tratta dal Web)
Cos’è l’Effetto Matilda
Mentre leggevo questa notizia, mi sono chiesta: perché si chiama proprio così? Il termine "Effetto Matilda" è stato inventato per descrivere una situazione molto ingiusta: quella in cui una scienziata fa una scoperta incredibile, ma il merito viene dato a un uomo.
Il nome deriva da Matilda Joslyn Gage, una donna coraggiosa dell'Ottocento che si batteva per i diritti femminili. Lei si accorse che molte invenzioni geniali fatte dalle donne venivano attribuite ai loro mariti, fratelli o colleghi, e decise di scriverlo chiaramente per denunciare il problema. Molto tempo dopo, negli anni '90, una storica della scienza ha deciso di dare il nome di Matilda a questo "furto di merito".
Un esempio che fa riflettere è quello di Rosalind Franklin. Senza le sue fotografie ai raggi X, gli scienziati non avrebbero mai capito come è fatto il DNA, eppure per tantissimi anni nessuno ha pronunciato il suo nome, mentre i suoi colleghi maschi vincevano il Premio Nobel. Incidere i nomi delle scienziate sulla Tour Eiffel è un modo per dire: "Sappiamo chi siete e finalmente vi ridiamo il merito che vi spetta".
di Habibatou Sambare, gennaio 2026
Oggi sentiamo parlare ovunque di "Fast Fashion", ovvero la "moda veloce". Si tratta di un sistema basato sulla produzione rapidissima di capi d'abbigliamento a basso costo, che copia le tendenze delle grandi passerelle per portarle nei negozi in tempi record. Tuttavia, dietro i prezzi stracciati e le vetrine colorate, si nasconde una realtà molto più complessa e spesso drammatica.
Per permetterci di acquistare vestiti a pochi euro, infatti, migliaia di persone in paesi lontani — soprattutto in Oriente — lavorano ogni giorno in condizioni disumane. Molte aziende si affidano a fabbriche che non pagano i dipendenti abbastanza per vivere dignitosamente. Questa situazione colpisce duramente le donne: molte madri non possono prendersi cura dei propri figli perché costrette a turni estenuanti. Ancora più grave è il fenomeno dello sfruttamento minorile, dove bambini e ragazzini vengono impiegati nella produzione per pochi centesimi, privandoli del diritto alla scuola e al gioco.
In Italia, una delle aziende più note è Zara, che propone nuovi capi quasi ogni settimana. Spesso, come consumatori, non ci accorgiamo che dietro questa velocità si nasconde il sacrificio di chi lavora dall’altra parte del mondo. Negli ultimi anni, il dibattito si è spostato molto su Shein, diventato popolarissimo durante la pandemia grazie ai prezzi bassi e alla varietà infinita della sua app. Tuttavia, il suo successo nasconde questioni poco etiche legate alla produzione, tanto che anche la Commissione Europea ha iniziato a indagare su marchi simili, come Temu, per tutelare i consumatori e i lavoratori.
Oltre allo sfruttamento, esiste un rischio per la nostra salute. Per produrre vestiti in serie, vengono spesso utilizzati prodotti chimici che possono causare allergie o malattie. In contrasto con questo modello distruttivo, si sta però diffondendo la moda accessibile e inclusiva. In questo caso, "accessibile" non significa economico, ma indica una moda pensata per le persone con disabilità. È un approccio etico che cerca di unire la praticità al desiderio di esprimere se stessi, dimostrando che l'abbigliamento può essere rispettoso e utile per tutti.
In definitiva, la Fast Fashion ci ha abituati ad avere tutto e subito, ma a un prezzo troppo alto per il pianeta e per chi produce. La scarsa qualità dei materiali e la consapevolezza dello sfruttamento stanno spingendo sempre più persone a diffidare di questi grandi siti. Scegliere cosa indossare non è più solo una questione di stile, ma una scelta di responsabilità: preferire la qualità alla quantità e informarsi sulla provenienza dei capi è il primo passo per una moda che non faccia male a nessuno, né a chi la indossa, né a chi la produce.
Abbiamo intervistato i nostri compagni della redazione per capire cosa ne pensano della Fast Fashion!!
di Vanessa Imbornone, marzo 2025
Oggi esistono ancora molte differenze nel modo in cui uomini e donne accedono e si approcciano agli studi scientifici e tecnologici. In particolare, c'è una tendenza che vede molte più ragazze scegliere indirizzi di studio legati ai settori dei servizi, dell'assistenza e dell'arte, mentre i ragazzi tendono ad avvicinarsi di più a materie come la scienza, la tecnologia, l'ingegneria e la matematica (STEM).
Ma perché succede questo?
Fin da quando sono piccoli, i bambini e le bambine vengono spesso indirizzati verso attività diverse. I maschi sono incoraggiati a praticare sport e scoprire la tecnologia, mentre le femmine sono più coinvolte in attività artistiche e sociali. Questi comportamenti, che possono sembrare naturali, sono in realtà il risultato di stereotipi di genere, cioè di idee preconcette su cosa sia adatto a una ragazza o a un ragazzo. Ad esempio, la società spesso considera i maschi più portati per la matematica o la scienza, mentre le femmine sono viste come più adatte a materie umanistiche o a professioni di cura. Un altro motivo per cui ci sono meno ragazze che scelgono corsi di laurea nel settore scientifico riguarda la mancanza di fiducia nelle proprie capacità. Molte ragazze, infatti, temono di non essere abbastanza brave in materie come la matematica o la fisica, e quindi preferiscono evitare di affrontarle. Questo timore del fallimento o di non essere all'altezza è alimentato dal fatto che nella cultura comune si tende a considerare queste discipline come più difficili o più “maschili”.
Le ragazze possono sentirsi più fragili nel confronto con i ragazzi, anche se, in realtà, anche loro sono capaci.
Differenze nella scelta universitaria: nel mondo universitario, si vede chiaramente come questi stereotipi si riflettono nella scelta dei percorsi di studio. Più uomini si iscrivono a corsi di laurea scientifica, mentre le donne sono spesso più inclini a iscriversi a corsi di laurea umanistici, nei settori dell'educazione, della psicologia o delle scienze sociali.
Anche se oggi la situazione sta lentamente migliorando, con più ragazze che iniziano a entrare nei corsi STEM, è importante continuare a lavorare per abbattere questi stereotipi. È fondamentale che ogni persona, indipendentemente dal genere, possa scegliere il percorso di studio che desidera senza paura di non sentirsi all’altezza. Educare le ragazze fin da piccole a credere nelle proprie capacità, mostrare loro che la scienza e la tecnologia sono settori per tutti e incoraggiarle a seguire le loro passioni è il passo più importante per costruire un futuro più uguale e più giusto per tutti.
di Christian Casali, Pietro Martello, Francesco Signanini, febbraio 2025
Il fantacalcio è un gioco che coinvolge milioni di appassionati di calcio, trasformandoli in veri e propri "fantallenatori". L'obiettivo? Creare la squadra dei sogni, sfidando amici e rivali in avvincenti leghe.
Tutto inizia con l'asta, un momento cruciale in cui i fantallenatori si contendono i calciatori, utilizzando crediti preimpostati. I crediti servono a “comprare” i calciatori dalle diverse squadre di un campionato. Più un giocatore è forte, più alta è la sua quotazione in crediti. La rosa deve essere composta da un numero preciso di giocatori, ovvero 25. Sono suddivisi in 3 portieri, 8 difensori, 8 centrocampisti e 6 attaccanti. Le varie squadre si riuniscono in leghe, per competere tra loro.
Prima dell’inizio della giornata del campionato di riferimento, ogni fantallenatore deve schierare la sua formazione di 11 giocatori.
Alla fine di ogni partita, i giornalisti sportivi danno dei voti ad ogni giocatore. A questi voti, nelle app di fantacalcio vengono aggiunti dei cosiddetti “bonus e malus”, cioè un incremento di punti o una diminuzione. Un bonus, per esempio, è se un giocatore fa gol, assist o quando un portiere para un rigore. Un esempio di malus può essere un autogol, un rigore sbagliato o un gol subito da un portiere. L’insieme dei voti e dei bonus/malus di ogni giocatore determina i punti di un fantallenatore per ogni giornata di campionato.
Record e Curiosità: La Storia del Fantacalcio
Il punteggio più alto mai ricevuto per un singolo calciatore è stato di 24 punti: Miroslav Klose, ottenendo 5 bonus gol, ciascuno di 3 punti, al suo voto 9 dato dai giornalisti. Questo record venne stabilito nella stagione 2012/2013 nella 35° giornata, quando la Lazio vinse 6-0 contro il Bologna.
Il punteggio più basso, invece, venne ricevuto da due portieri: Sirigu e Mirante, ciascuno subì 7 gol rispettivamente nel 2011 e nel 2014. Il punteggio fu di -3, causato dalla rimozione di 1 punto per ogni gol subito dal loro 4 nella pagella dei giornalisti.
Il maggior punteggio ottenuto ad un fantallenatore fu di 126 punti.
Le applicazioni più utilizzate sono Fantamaster, Leghe fantacalcio e Fantapazz.
In conclusione, il fantacalcio è un gioco dinamico e coinvolgente che unisce la passione per il calcio alla strategia e alla competizione. Richiede attenzione, conoscenza del mondo calcistico e un pizzico di fortuna. Che siate neofiti o esperti fantallenatori, il fantacalcio offre un modo divertente e stimolante per vivere il campionato e mettere alla prova le vostre abilità. Non vi resta che provare!!
In tabella vengono riportate le migliori fantamedie dei calciatori con almeno 15 presenze, suddivisi per ruoli. Per ogni ruolo i migliori tre.
di Sofia Cusimano e Giulia Chamorro, febbraio 2025
TikTok è stato fondato in Cina da Aleix Zhu e Luyu Yang nel 2016. Prima di lanciare TikTok, uscì Musical.ly, che divenne subito un fenomeno sociale molto famoso. Su questa piattaforma, gli utenti dai 13 anni in su potevano creare video. All'inizio, i video duravano dai 3 secondi ai 3 minuti, poi, però, la piattaforma si è evoluta con video dai 15 secondi ai 10 minuti. Molte persone creano contenuti sponsorizzati per guadagnare soldi.
TikTok divenne così famoso che, a febbraio 2019, c'erano già 26,5 milioni di utenti attivi.
In quell'anno, è stata l'applicazione non di gioco più installata al mondo.
Francia e Germania hanno ricevuto più di 4 milioni di installazioni, mentre in Italia più di 2,5 milioni. I video e le immagini possono parlare un linguaggio universale, fatto appunto di molti elementi visivi e poche parole. Questo, oggi, risulta ancor più apprezzato tra i giovanissimi, tanto che la loro propensione a preferire il "far vedere" alla classica frase o citazione ha portato alla rapida diffusione mondiale di un nuovo social media che sta spopolando proprio tra i tredicenni.
Uno dei più grandi vantaggi di TikTok è la sua accessibilità e facilità d'uso. Chiunque può scaricare l'app e creare contenuti in pochi minuti. La piattaforma fornisce una vasta gamma di strumenti di editing, che consentono agli utenti di aggiungere didascalie, adesivi ed effetti speciali ai loro video. L'algoritmo di TikTok garantisce, inoltre, che gli utenti vengano esposti a una vasta varietà di contenuti, facilitando la scoperta di nuove tendenze, sfide e autori.
TikTok ha anche dei lati negativi. Una delle preoccupazioni principali riguarda la dipendenza che l'app può causare, soprattutto negli utenti più giovani. Con la sua funzione di scorrimento infinito e il flusso costante di nuovi contenuti, gli utenti possono ritrovarsi a passare ore su TikTok senza accorgersene.
di Filippo Nardo, Amir Elbyyady, febbraio 2025
L'Atalanta è una squadra di calcio speciale, con una storia che affonda le radici nel lontano 1901, quando a Bergamo nacque l'associazione "Giovane Orobia". Ma la vera avventura calcistica iniziò nel 1903, con il Foot-Ball Club Bergamo, fondato da alcuni svizzeri. Poi, nel 1907, un gruppo di studenti liceali, appassionati di sport e mitologia greca, diede vita alla "Società Bergamasca di Ginnastica e Sports Atletici Atalanta", ispirandosi alla mitica Atalanta, una velocissima eroina greca, simbolo di forza, coraggio e determinazione.
All'inizio, l'Atalanta giocava solo partite amichevoli, vestendo una maglia a strisce bianconere. Solo nel 1914, con l'inaugurazione del suo primo campo, la squadra fu ufficialmente riconosciuta dalla Federazione Italiana Giuoco Calcio (FIGC).
Curiosità nerazzurre
L'Atalanta è una squadra che ha sempre combattuto con grinta, regalandoci emozioni indimenticabili. Sapevi che nella stagione 2019-2020, la Dea ha segnato ben 98 gol in Serie A? Un record pazzesco! E non dimentichiamo che l'Atalanta detiene il record italiano di promozioni dalla Serie B alla Serie A, ben 13 volte!
Certo, ci sono stati anche momenti difficili, come la retrocessione in Serie C1 nel 1981. Ma la Dea non si è mai arresa, tornando subito in Serie B e poi trionfando in Serie A nella stagione 1983-1984.
Oggi: Atalanta nella storia!
E arriviamo ai giorni nostri, al magico 2024, quando l'Atalanta ha conquistato l'Europa! A Dublino, la Dea ha vinto la UEFA Europa League, battendo il Bayer Leverkusen con una tripletta di Lookman! Un'impresa storica che ha fatto esplodere di gioia tutta Bergamo e i tifosi atalantini di tutto il mondo.
L'Atalanta è una squadra che ci insegna a non mollare mai, a credere nei nostri sogni e a lottare per raggiungerli. Forza Dea!
di Bianca Bassanelli, Filippo Nardo, Kadissa Savadogo, febbraio 2025
Pronti, partenza, via...Sanremo 2025 in arrivo!
Il Festival di Sanremo è uno degli eventi musicali più seguiti in Italia, si tiene ogni anno nella città di Sanremo, in Liguria.
Nato nel 1951, è stato creato per promuovere la musica italiana ed è diventato una tradizione che si ripete ogni anno i primi di febbraio, durando una settimana.
Le canzoni vengono giudicate da una giuria di esperti e dal pubblico attraverso il televoto.
Il Festival ha influenzato molto la musica popolare italiana, con alcune canzoni diventate dei veri e propri classici.
Non è solo un evento musicale, ma un fenomeno che suscita discussioni tra gli opinionisti di tutta Italia. Ogni anno, canzoni, performance e look degli artisti vengono analizzati dai social e dal pubblico. E, ovviamente, non può mancare il GoSsIp...protagonisti i soliti noti.
Il trend di queste giorni vede al centro il dilemma: Fedez e Achille Lauro, amici o rivali?
I due musicisti, un tempo amici e colleghi (hanno collaborato nel tormentone estivo “Mille”), sembrerebbero ai ferri corti. Fedez e Achille Lauro entrambi in gara al Festival, si sono ignorati durante le prove e non è mancata qualche frecciatina a distanza. Che la competizione si trasformi in una sfida personale? Chi lo sa….
Una cosa è certa, Chiara Ferragni, nota influencer e imprenditrice digitale di successo, nonché ex moglie di Fedez, sembra essere il centro della disputa. Riuscirà a uscire indenne da questa situazione?
C’è poi il ritiro inaspettato di Emis Killa. Il rapper ha ufficializzato il suo ritiro dal Festival a seguito di un’indagine su presunti rapporti con le tifoserie organizzate. Una decisione che ha scosso il mondo della musica e ha privato Carlo Conti di un artista di spicco. Sarà sostituito da Tony Effe.
Carlo Conti, conduttore dell’edizione 2025, avrebbe minimizzato i gossip durante un’intervista a “Cinque Minuti” nella puntata di ieri: “Non è Sanremo Island. Il festival è anche questo, chiacchiericcio, parlare e sparlare. Per me è semplicemente il festival della canzone italiana”, ha risposto a Bruno Vespa.
Non ci resta che stare a guardare per capire se rimpiangeremo Amadeus e Fiorello!!
Trenta i cantanti pronti a sfidarsi sul palco del teatro Ariston, tra loro qualche novità e tanti ritorni, vedremo:
Gaia - “Chiamo io chiami tu”
Francesco Gabbani - “Viva la la vita”
Rkomi - “Il ritmo delle cose”
Noemi - “Se t'innamori muori”
Irama - “Lentamente”
Coma_Cose - “Cuoricini”
Simone Cristicchi - “Quando sarai piccola”
Marcella Bella - “Pelle diamante”
Achille Lauro - “Incoscienti giovani”
Giorgia - “La cura per me”
Willie Peyote - “Grazie ma no grazie”
Rose Villain - “Fuorilegge”
Olly - “Balorda nostalgia”
Elodie - “Dimenticarsi alle 7”
Shablo feat Guè, Joshua e Tormento - “La mia parola”
Massimo Ranieri - “Tra le mani un cuore”
Tony Effe - “Damme 'na mano”
Serena Brancale - “Anema e core”
Brunori Sas - “L'albero delle noci”
Modà - “Non ti dimentico”
Clara - “Febbre”
Lucio Corsi - “Volevo essere un duro”
Fedez - “Battito”
Bresh - “La tana del granchio”
Sarah Toscano - “Amarcord”
Joan Thiele - “Eco”
Rocco Hunt - “Mille volte ancora”
Francesca Michielin - “Fango in paradiso”
The Kolors - “Tu con chi fai l'amore”
di Bianca Bassanelli, aprile 2024
Anche in Malpensata ora si può pattinare!
Il 3 Dicembre è stata aperta la nuova pista di pattinaggio a rotelle all’interno del parco Olmi, dove prima c’era una pista di pattinaggio sul ghiaccio.
Il giorno dell’inaugurazione ci siamo recati presso il nuovo impianto sportivo entusiasti di partecipare a questo evento e accolti da palloncini e striscioni delle associazioni Time 4.2 e 2 Skate Park.
All’inizio c’è stata una presentazione di questo nuovo spazio da parte
del sindaco Giorgio Gori e dell'assessore ai giovani e allo sport Loredana Poli.
Subito dopo gli allievi che si allenano lì, hanno proposto un piccolo spettacolo per presentare la disciplina che praticano.
Ci sono state acrobazie tra rampe e birilli, coreografie straordinarie con pattinatrici con ali di farfalla illuminate da lucine azzurre, con ombrelli colorati, con nastri e con costumi a tema e una breve partita di hockey.
Dopo che è stato offerto un gustoso rinfresco con focacce, pizzette e molto altro, Don Claudio ha parlato per ringraziare di questo nuovo spazio per i giovani nel quartiere.
È stata data la possibilità di pattinare ai ragazzi, ma non solo, anche di divertirsi, giocare con gli amici, migliorare le abilità in questo sport anche aiutati dai più bravi.
Questo spazio ci permette anche di stare all’aperto, lontano dai dispositivi elettronici, dal traffico della città e sviluppare la coordinazione, l’equilibrio, l’elasticità del corpo, raggiungere più velocemente luoghi distanti da noi e, cosa molto importante, ampliare le nostre amicizie.
Inoltre questo palazzetto offre molti corsi per bambini e ragazzi ma anche per adulti.
Sono molto contenta di questa struttura, perché anche io, fin da piccola, quando mi sono stati regalati per il compleanno, uso i pattini a rotelle per spostarmi più rapidamente nella mia città, facendo comunque esercizio e stancandomi meno.
Provate a pattinare anche voi!
di Giulia Colleoni, aprile 2024
Pattinare sul ghiaccio offre una sensazione di libertà unica, liberando la mente da pensieri superflui e concentrandola unicamente sul mantenimento dell'equilibrio. La musica di sottofondo, elemento tipico delle piste di pattinaggio, accompagna i movimenti, che culminano nei salti.
La gioia di riuscire in una trottola o in un salto è indescrivibile, ma si accompagna sempre alla preoccupazione di non riuscire ancora nel tentativo successivo.
Molti dicono che pattinare non sia così difficile ma per iniziare a saltare ci vogliono degli anni e per arrivare a praticare questo sport a livello agonistico ci vogliono dai 5 ai 10 anni.
Il percorso di apprendimento nel pattinaggio sul ghiaccio prevede una serie di progressioni ben definite. Dopo aver acquisito la padronanza di base, si comincia con figure come il limone, la gru e l'angelo. Successivamente, si passa agli incrociati, alle trottole e, finalmente, ai salti. Il primo salto da imparare è il "salto del tre", che consiste in una scivolata su un pattino con curva, salto e rotazione.
Seguono poi il Salchow e il Toeloop, che integrano il salto del tre. Per i pattinatori più esperti e orientati all'agonismo, esistono salti più complessi come il Flip. Il vero asso nella manica è l'Axel a 3 giri, che richiede tre rotazioni e mezzo nell'aria. La sua difficoltà risiede non solo nella tecnica, ma anche nella gestione psicologica del salto, che può dare l'impressione di cadere nel vuoto. Solo pochi pattinatori, come la talentuosa Alexandra Trusova, riescono a dominarlo.
Alcune figure, pur spettacolari, sono vietate dai regolamenti di gara per motivi di sicurezza. Tra queste, il "Salto Mortale" o "flip all'indietro", che consiste in un salto all'indietro con atterraggio su una lama. La sua pericolosità ne ha determinato la proibizione.
Il pattinaggio sul ghiaccio si pratica generalmente in palazzetti con ampie piste di ghiaccio artificiale, spesso al coperto. A Bergamo c’è l'Ice Lab, palazzetto dove si sono allenati atleti di calibro europeo e mondiale. Tra questi Sara Conti e Niccolò Macii, che il 23 marzo 2023 hanno conquistato il bronzo ai mondiali in Giappone. Anche Beatrice Soldati, campionessa europea, vanta origini bergamasche.
Io ho praticato pattinaggio per molti anni e lo pratico ancora ma non mi sento più così appassionata come fino a qualche anno fa, forse perché è molto difficile arrivare all'agonismo; per molti anni gli esercizi risultano ripetitivi e alla lunga ci si può stancare.
di Pietro Bassanelli, febbraio 2024
Come ultimo evento di BergamoBrescia2023 città della cultura, a novembre è stata inaugurata a Palazzo della Ragione in Piazza Vecchia la mostra dell’artista Yayoi Kusama dal titolo Infinito Presente.
La mostra ha una durata di circa sei mesi: dal 17 novembre 2023 al 21 Aprile 2024.
I biglietti, pur non essendo proprio economici, sono andati a ruba, ma chi è Yayoi Kusama?
Yayoi, nata in Giappone nel 1929, non ha avuto un’infanzia facile. Il padre è sempre stato assente e la madre non apprezza la sua passione per l’arte dimostrata già verso i 10 anni. Infatti dipinge spesso dei pois che molte volte non sembra abbiano significato ma probabilmente sono delle rappresentazioni delle sue allucinazioni visive e auditive.
Nel 1958 si trasferisce a New York dove spera di diventare famosa grazie ai suoi quadri, infatti viene notata da qualche critico che elogia le sue opere che ora sono esposte nei musei più importanti al mondo tra cui il Moma.
Negli anni ‘70 torna in Giappone dove decide di entrare in un ospedale psichiatrico, ma questo non le impedisce di continuare a dipingere.
Quindi, se vedete un’ enorme scultura a forma di zucca, quadri, vestiti e stanze coperte di pois a colori accesi, probabilmente siete davanti a un'opera di Yayoi Kusama.
Per tornare alla mostra di Bergamo, non si tratta di una vera e propria mostra ma di una installazione immersiva dal titolo Fireflies on the Water.
Quando si arriva a palazzo della Ragione infatti si può entrare in questa stanza pensata per essere visitata in solitudine, ma essendo rivestita di specchi su tutti i lati ed essendoci 150 piccole luci appese al soffitto ci si sente immersi in una dimensione fuori dalla realtà.
Inoltre dentro alla stanza si trova una pozza d’acqua che è attraversata da un piccolo molo da cui si può ammirare l’infinita ripetizione dell’ambiente.
Io, sinceramente, pensavo che la mostra fosse più grande, però la stanza immersiva mi è sembrata molto bella proprio per il clima di immensità e della stanza favorita dalle luci e dagli specchi.
Progettando questa mostra Yayoi ha affermato:“che quando le persone vedono il loro riflesso moltiplicato all’infinito sentono che non c’è limite alla capacità dell’uomo di proiettarsi allo spazio infinito”.
di Federico De Laurentis, febbraio 2024
Fifa è il gioco di calcio più conosciuto al mondo, sviluppato da EA Vancouver e EA Romania e pubblicato da Electronic Arts. Il primo capitolo della saga è uscito nel 1993 e da allora ogni anno viene pubblicata una versione aggiornata. La serie ha privilegiato una giocabilità immediata rispetto a una simulazione più realistica, anche se questa tendenza è cambiata a partire dal 2003 con l'arrivo di Pro Evolution Soccer, serie concorrente prodotta da Konami.
Ogni anno, Fifa, stipula accordi con le squadre per ottenere nuove formazioni e giocatori aggiornati. Dalla sua nascita nel 1993 ad oggi, il gioco si è evoluto e adattato a diverse piattaforme. Con un account, è possibile collegarlo a differenti dispositivi e utilizzarlo su uno a scelta, ma non contemporaneamente su due. Tra le piattaforme compatibili troviamo la PlayStation, che ne esce una ogni 5 o 6 anni. Finora siamo arrivati alla PlayStation 5. La prima PlayStation è uscita nel 1994, un anno dopo il primo Fifa. La seconda è uscita nel 1999, la terza nel 2006, la quarta nel 2013 e l'ultima edizione, la quinta, nel 2020. Oltre che su PlayStation, Fifa è giocabile anche su telefono e computer. La versione per telefono è chiamata Fifa Mobile.
Per la classificazione PEGI l'età minima per giocare a FIFA con le funzionalità online è di 6 anni.
Ogni anno Fifa viene aggiornato con nuove formazioni, giocatori e moduli. Il gioco si basa su fatti reali del calcio, e il calciomercato influisce molto sull'uscita costante del videogioco, in quanto gli sviluppatori sono obbligati ad aggiornare le squadre in base ai trasferimenti dei giocatori. Il costo del gioco si aggira intorno ai 60 euro al momento dell'uscita, si abbassa ad ogni uscita del numero successivo ed il più venduto al mondo.
Ogni giocatore in Fifa ha diverse abilità, chiamate skills, che vengono utilizzate dai giocatori stessi nelle partite reali.
A volte FIFA non ha i consensi di alcune squadre per l'utilizzo di loghi e nomi. Questo perché le squadre possono avere accordi con altri giochi di calcio, come PES. Un esempio di squadra che non ha dato il suo consenso è la Juventus, che in Fifa si chiama "Piemonte Calcio".
Oltre a quanto detto, FIFA offre una varietà di modalità di gioco, tra cui Carriera, Ultimate Team, VOLTA FOOTBALL e Pro Club. Il gioco è anche molto popolare nel mondo degli eSport, con la FIFAe World Cup che rappresenta la competizione ufficiale.
L'impatto sociale di FIFA è significativo. Il gioco ha contribuito a far conoscere il calcio a un pubblico globale, promuovere la diversità e l'inclusione, e supportare cause sociali con iniziative come la FIFA Foundation e Common Goal.
L'ultima edizione del gioco, FIFA 24, è stata rilasciata il 27 settembre 2023 e include la Coppa del Mondo FIFA 2022™ maschile e femminile per la prima volta in assoluto. Il gioco è disponibile su PlayStation 5, PlayStation 4, Xbox Series X/S, Xbox One, PC e Stadia.
di Maymuna Rahman, Federico De Laurentis, dicembre 2023
Il Marrageddon Festival è il primo festival di musica Hip Hop tenutosi nel nostro Paese, due tappe, Milano e Napoli, per celebrare questo genere musicale. Un progetto ambizioso fortemente voluto da Marracash, meglio noto come MarraKing, re indiscusso del rap italiano, con l'obiettivo di ripercorrere la propria storia di musicista e contemporaneamente di questo genere musicale, non più giovanissimo.
Sul palco si sono avvicendati tanti rapper: Anna Pepe, Paky, Shiva, Fabri Fibra, Guè, Lazza, Geolier, Madame e molti altri artisti.
Tra la data di Milano dello scorso 23 settembre e quella di Napoli del 30 settembre sono stati venduti circa 170.000 biglietti. Uno spettacolo incredibile, un allestimento senza precedenti in Italia: tre palchi collegati tra di loro per oltre 100 metri di struttura, 580 fari, 200 unità di amplificazione acustica, 1.000 metri quadri di ledwall, tanto per dare alcuni numeri. E ancora: un ring di fiamme che circonda il rapper, cavi in sospensione che lo sollevano a 10 metri da terra facendolo volare sui suoi ballerini, fuochi d’artificio sparati a ciclo continuo durante il concerto, laser che simulano l’aurora boreale…un vero spettacolo, insomma. A confermare che l’hip hop italiano è vivo e ha dei talenti straordinari.
di Bianca Bassanelli, Vanessa Imbornone, Filippo Magoni, Filippo Nardo, dicembre 2023
ORIGINE: Haaloween risale al 1745 ed è di origine cristiana.La parola halloween significa “sera dei santi” ed deriva dal termine scozzese per “all hallows’ eve" cioè vigilia di tutti i santi. Halloween prende origine dalla antica festa di Samhain una sorta di capodanno celtico che separava il periodo invernale da quello estivo. La festa di Sahain durava un’ intera settimana durante la quale, secondo le credenze dell’epoca, il mondo terreno e quello dell’ aldilà potevano incontrarsi. Quando i romani conquistarono le terre celtiche eliminarono le feste pagane,considerate opera del diavolo e nel momento in cui fu istituita ufficialmente la festa di tutti i sant. I popoli che continuavano a festeggiare l’ antico samhain spostarono la ricorrenza al 31 ottobre. Negli anni ‘80, in Italia, i genitori presero l’ abitudine di accompagnare i bambini a fare dolcetto o scherzetto. Il loro gioco preferito da bambini e adolescenti è mascherarsi da mostri, fantasmi, zombi e ecc… ed andare in varie case chiedendo dei dolcetti e spaventare le persone con i loro fantastici costumi, usando la famosa formula “ Dolcetto o scherzetto?”.
LA LEGGENDA: La tradizione di intagliare le zucche è nata in Irlanda e la zucca rappresenta la vera icona di Halloween. Sembra che questa usanza derivi da un racconto irlandese in cui JACK,un fabbro avaro ubriacone che un giorno al bar incontrò il diavolo. A causa della sua anima era destinata al diavolo.
PERCHÉ HALLOWEEN CI AFFASCINA ? Non solo perché possiamo vestirci come vogliamo ma anche perché abbiamo un debole per le caramelle! Per noi i fantasmi e i mostri rappresentano apparizioni di defunti paurose e inquietanti. Solitamente ci si veste di più da:vampiro,zombi,zucche,fantasma e altri mostri…
In questo modo gli scherzi sono assicurati!
PERCHÉ SI PRATICA DOLCETTO O SCHERZO? Al tempo dei Celti questo giorno si festeggiava la fine dell’ anno della luce e l'inizio di quello oscuro cioè l'inverno.
Si narra che le fatine,dispettose,si divertivano a fare scherzetti e che,i celti
per evitare di caderne vittima,offrivano loro del cibo.
COSA SIGNIFICA HALLOWEEN AI RAGAZZI D’ OGGI? Halloween per i ragazzi d’ oggi non è soltanto una notte da paura, ma anche il momento per i ragazzi di girare in casa in casa, o piuttosto in italia in negozio in negozio, e fare il cosiddetto “dolcetto o scherzetto",cioè “obbligare” le persone a dare loro caramelle e altre golosità per non ricevere difetti.
di Maria Gargiulo. Teresa Gianola, dicembre 2023
L’amore è un sentimento di viva affezione verso una persona, che si manifesta come desiderio di procurare il suo bene e di ricercarne la compagnia.
La parola “amore” deriva dal latino amor ma questa risale a molto più indietro, al sanscrito kama, che vuol dire desiderio, passione. E amare, che discende dalla stessa radice indoeuropea ka, significa desiderare in maniera molto forte, profonda.
In età adolescenziale l'amore é molto importante, ma può condizionare molto la propria vita.
Quando si è innamorati si ha come la testa “tra le nuvole” e si può essere più felici, ma l'amore non porta soltanto emozioni positive, può portare anche sofferenza; si può essere tristi se magari è un amore non corrisposto.
L'amore condiziona la vita di tutti, grandi e piccoli, coinvolgendo tutte le fasce d’età. Molti si vergognano se non hanno una cotta, se non sono fidanzati… e anche questo condiziona: l'assenza di amore.
Ma ciò cui spesso non si pensa è quanto una relazione possa rappresentare, talvolta, al di là della bellezza del sentimento, un condizionamento tossico.
Sempre più spesso sentiamo parlare di relazione tossica, quella in cui ti trovi a pensare di essere non supportato, incompreso, umiliato o attaccato. Ma qual è il significato di relazione tossica e come riconoscerla?
Le relazioni tossiche sono rapporti di amore e odio in cui sono garantite la paura e l’instabilità per via della gelosia, della possessività e della competizione che caratterizzano l’amore condizionato.
Queste relazioni pongono sempre precisazioni, limitazioni, riserve e si desidera qualcosa dall’altro per una sensazione di mancanza e nella convinzione che l’altro possieda ciò che a noi manca.
Ci sentiamo felici se otteniamo quello che vogliamo o se la persona cambia per soddisfare i nostri bisogni: se ciò non succede, però, possiamo sentire che l’insoddisfazione cresce e diventa frustrazione, irritazione e poi rancore.
Abbiamo intervistato qualcuno per sapere che cosa si pensa in genere dell’amore.
L’amore può essere inteso come un sentimento magico che non conosce età né confini, oppure come rispetto, collaborazione e affetto.
Per qualcun altro l’amore coincide con una passione, per esempio quella per la scrittura. Veronica a 13 anni crede che l’amore sia qualcosa di meraviglioso, una sensazione indescrivibile e favolosa.
Tutti gli intervistati sono concordi nel ritenere l’amore un elemento fondamentale della vita.
di Pietro Martello, Francesco Signanini, dicembre 2023
In questi giorni in Israele e in Palestina, precisamente nel territorio della Striscia di Gaza, stanno accadendo cose terribili che possiamo raggruppare in un unico vocabolo: GUERRA.
La guerra possiamo definirla come una lotta armata tra più nazioni per scopi territoriali, ideologici (per pensieri diversi), economici o religiosi. In questo caso, la lotta è territoriale e religiosa.
Lo Stato d’Israele è nato nel 1948, con l'obiettivo di far ritornare gli ebrei nella loro terra natale da cui furono cacciati dai romani nel 70 d. C. Per pacificare una volta per tutte la regione, Vespasiano e suo figlio Tito, infatti, rasero al suolo il più importante luogo sacro della Giudea, il tempio di Gerusalemme – di cui adesso rimane solo il muro del pianto – e con una ferocia inaudita cacciarono gli Ebrei dalla Palestina: iniziava così la Diaspora, ovvero la dispersione del popolo ebraico. Da quel momento in poi, gli Ebrei furono costretti a vivere senza terra e cominciarono ad essere perseguitati.
La palestina e tutta la regione erano state abitate da popolazioni arabe e cristiano giudaiche, molte delle quali nomadi, colonizzate di volta in volta da potenze straniere, l'ultima delle quali furono i turchi ottomani. La terra natale degli Ebrei è dove si trova attualmente Israele, ma che, fino al 1948, era sotto il controllo palestinese. Con lo scopo di trovare una soluzione condivisa, l’ONU nel 1947 emanò la risoluzione 181 la quale, oltre a porre Gerusalemme sotto il controllo internazionale, prevedeva la divisione della Palestina in due parti, ma assegnava agli Ebrei il 56% del territorio, tra cui la zona più fertile e costiera. Così, nei territori a loro assegnati, gli Ebrei nel 1948 fondarono Israele. Questo gesto fu visto come una grave provocazione da parte degli Stati arabi che dichiararono guerra alla nuova nazione. L’anno successivo, gli Ebrei sconfissero la coalizione e riuscirono persino ad annettere alcuni territori assegnati ai Palestinesi, arrivando a controllare il 78% della regione. Approfittando della situazione, anche alcuni Paesi musulmani rosicchiarono porzioni di terra alla Palestina e infatti nel 1949 l’Egitto ottenne il controllo della Striscia di Gaza e la Giordania occupò la Cisgiordania e Gerusalemme est. Dopo questo conflitto, quasi un milione di musulmani furono costretti a lasciare Israele e a rifugiarsi in 59 campi profughi in Giordania, Libano, Siria, Cisgiordania e Gaza. Questa catastrofe umanitaria fu chiamata al-Nakba, che in arabo vuol dire “Disastro”. Una storia complessa che ci porta agli efferati attacchi avvenuti il 7 ottobre, quando Hamas ha lanciato un attacco contro Israele, prendendo di mira contemporaneamente la città di Sderot, una ventina di villaggi del Sud del Paese, due installazioni militari e un festival di musica che si svolgeva nell’area. Migliaia di miliziani provenienti dalla Striscia di Gaza sono entrati nel Paese.
Il bilancio della giornata è di circa 1.400 morti: 823 civili, 321 soldati, decine di corpi ancora da identificare: le vittime, comprese donne, minori e anziani, sono state oggetto di torture e abusi. In molti casi i corpi sono stati bruciati e per questo risultano difficili da identificare: 240 persone sono state portate a Gaza con la forza, e sono attualmente ostaggio nella Striscia. Più di 3.000 sono state ferite.
La motivazione sembra essere l’attacco alla moschea di Al-Aqsa avvenuta precedentemente. In più, la Palestina, dato che Israele e Arabia Saudita stavano normalizzando i rapporti, ha voluto evitare che questo accadesse. La Palestina stava anche programmando da tempo l'attacco perché il 7 ottobre coincideva con il 50° anniversario della guerra dello Yom-Kippur. Gli Stati Uniti stanno supportando Israele; invece Qatar e Iran stanno aiutando la Palestina.
Ad ogni attacco, purtroppo, ci sono sempre più minacce da entrambi i fronti e c’è sempre più odio di prima. La tensione aumenta di giorno in giorno e ad ogni attacco. La preoccupazione di molti capi di Stato mondiali è che la guerra in Russia e in Ucraina non venga più presa in considerazione e così potrebbero diminuire i supporti europei per il popolo ucraino ormai devastato.
Secondo noi la vita non va buttata, sprecata nel fare la guerra, la quale a prescindere da chi vince o chi perde è una cosa sbagliata. Chi fa la guerra spreca la propria vita non pensando alle conseguenze anche di quella degli altri.
di Pietro Bortolozzo, maggio 2023
Piazza Giacomo Matteotti, sabato 15 aprile 2023. Finalmente il gran giorno è arrivato: oggi Pioverà bellezza! Decine e decine di palloncini bianchi sventolano nel cielo azzurro di un bel pomeriggio di sole. Solo qualche nuvola nera, densa e minacciosa ci mette in apprensione. Speriamo che la pioggia (quella vera) non rovini il nostro spettacolo. Ma no! Siamo fiduciosi. Pioverà solo bellezza.
Oggi è la giornata conclusiva del progetto di animazione teatrale Pioverà bellezza, ideato dal Comune di Bergamo per gli alunni delle scuole secondarie di primo grado nell’ambito degli eventi di Bergamo-Brescia capitale della cultura 2023.
Nella piazza ci sono centinaia di ragazze e ragazzi dagli 11 ai 14 anni con magliette gialle, verdi, blu, azzurre, rosse, rosa, arancioni - un arcobaleno di colori - con la scritta ‘Pioverà bellezza, la città cresce con noi’. Un palloncino bianco gonfiato ad elio e contrassegnato con un numero è stato assegnato come postazione a ciascuno dei gruppi delle 70 classi che hanno aderito al progetto.
Alle 14.15 ci siamo dati appuntamento sotto il nostro palloncino bianco. Ad attenderci c’è Candelaria Romero, la nostra maestra di teatro. Nel corso dei laboratori teatrali, insieme a Candelaria, ci siamo interrogati su che cosa è la bellezza, che cosa vorremmo nella nostra città, cosa ci piacerebbe incontrare quando torniamo a casa, che cosa vorremmo che la pioggia facesse crescere e che cosa vorremmo invece che si portasse via. Ne sono usciti dei monologhi che oggi reciteremo sotto il palcoscenico creato dal nostro ombrello bianco per tutti coloro che ci vorranno ascoltare: familiari, parenti, amici, turisti, semplici passanti. Li inviteremo all’ascolto con dei piccoli doni: piccoli ombrellini di carta e bigliettini con una frase significativa dei nostri monologhi.
Ieri, venerdì 14 aprile, abbiamo fatto le prove generali con uno spettacolo riservato a pochi spettatori nel cortile della nostra scuola, sia alla Mazzi che alla Lotto. È stato emozionante, ma giocavamo in casa. Oggi siamo qui in centro, davanti a tutta questa gente. Non tutti sono nostri parenti, ci sono anche tante persone a passeggio. Chissà se avranno voglia di ascoltarci, se apprezzeranno i nostri monologhi. Il cuore batte a mille.
È il momento della sfilata. Ci portiamo in via Sant’Orsola insieme a tutti gli altri ragazzi delle varie scuole e ci mettiamo in fila per quattro, in attesa di entrare in scena. Dal “dietro le quinte” di via Sant’Orsola facciamo il nostro ingresso in Largo Rezzara. Ecco, inizia il corteo. Apriamo gli ombrelli bianchi che abbiamo decorato con scritte e disegni e sfiliamo per via Venti Settembre, accompagnati dalla musica e preceduti da quattro trampolieri. Siamo noi i protagonisti, tutti ci guardano. Che emozione!
Dopo la sfilata torniamo alla nostra postazione sotto il palloncino bianco. È il momento dei monologhi. Non è facile parlare di noi, delle nostre speranze, dei nostri desideri, delle nostre paure a degli sconosciuti. Ma sfoderiamo tutto il nostro coraggio e via!
Dopo i monologhi c’è il gran finale dello spettacolo. Una ragazzo e una ragazza leggono dal balcone di Palazzo Frizzoni un discorso sulla bellezza scritto con le parole che i maestri di teatro delle varie compagnie coinvolte in questo progetto (Erbamil, La Pulce, Pandemonium Teatro, Teatro Caverna, Teatro del Vento e Teatro Prova) hanno ascoltato da noi ragazzi durante i laboratori teatrali nelle scuole. Un abbecedario delle parole dei momenti brutti che speriamo siano alle nostre spalle e di quelle dei momenti belli che ci aspettano.
Perché una cosa è certa – come recita il discorso dal balcone – finalmente pioverà bellezza!
Perché una cosa è certa
UNA COSA È CERTA
Che ora Finalmente Pioverà
PIOVERÀ
P-i-o-v-e-r-à!
P-I-O-V-E-R-À!
Pioverà bellezza
PIOVERÀ BELLEZZA
Questo è il momento più emozionante. Tutti insieme in coro ripetiamo a gran voce le parole finali del discorso e capovolgiamo gli ombrelli in alto sopra le nostre teste per raccogliere la bellezza, rappresentata da un’allegra pioggia di coriandoli colorati. Lo spettacolo è finito e la pioggia (quella vera) inizia a cadere.
di Jada Islam, maggio 2023
Per noi alla Mazzi, è piovuta bellezza con la voce calda e i capelli grigi di Candelaria Romero: nata in Argentina, cresciuta in Svezia, ma ormai da trent’anni in Italia, Candelaria è vissuta in mezzo alle parole dei suoi genitori, poeti, e scegliendo la sua strada ha dato corpo alle parole occupandosi di teatro. Ha fondato il Circolo dei Narratori, che da dieci anni racconta storie a chi vuole sentirle nelle biblioteche, nei cortili, nei bunker e nelle strutture sanitarie. Le abbiamo parlato di bellezza nelle lingue dei nostri genitori e lei l’ha sempre riconosciuta. Dopo il progetto, abbiamo scelto d’intervistarla.
Cos'è per te bellezza?
Ho avuto la fortuna di vivere in una famiglia di scrittori, sia mamma che babbo scrivevano poesie. Loro mi hanno insegnato a vedere la bellezza della poesia anche nelle cose piu nascoste. Saper riconoscere la bellezza in luoghi, persone o cose dove non te lo aspetti, non è facile, occorre allenarsi. La bellezza, secondo me, non sta solo in un quadro o per esempio, una bella canzone, ma come mi avete insegnato voi, sta in quella sensazione che mi fa star bene, che crea benessere, che mi cambia l'umore. Più delle volte la bellezza è una cosa piccola, un attimo prezioso.
Sei sul palco da molti anni. Qual è la cosa più bella del fare teatro?
Ho iniziato a fare teatro che ero molto piccola. Il teatro mi ha sempre permesso di esprimere pensieri ed emozioni con tutto il corpo. Il teatro è una forma di arte molto completa perché puoi esprimerti con la voce, il corpo; puoi scrivere il testo teatrale, dipingere e creare le scenografie, pensare alla musica di scena...nel teatro ci sono falegnami, tecnici della luce, truccatori, parrucchieri, sarti. È un mondo incredibilmente vario! Una delle cose più belle del teatro è viaggiare e conoscere gente nuova.
Nella tua vita hai viaggiato molto e conosciuto da vicino diversi Paesi.
Che bellezza c’è secondo te nel cambiamento?
È una bellissima domanda questa! Credo proprio che la bellezza e il cambiamento siano due cose che stanno bene insieme. Le quattro culture che ho conosciuto (quella argentina, boliviana, svedese e italiana) mi hanno dato tantissimo: cibo, lingue diverse, religioni diverse, insomma, è difficile avere dei pregiudizi se hai vissuto in più posti! Cambiare poi fa parte della vita, della crescita e viaggiare e conoscere culture diverse ti aiuta secondo me ad affrontare il cambiamento.
Cosa porti a casa di quest’esperienza?
Dell'esperienza con voi e del progetto Pioverà bellezza, mi porto a casa una grande gioia. Mi avete insegnato molto. Ho ammirato il coraggio di chi, nonostante parlasse poco l'italiano, si è messo in gioco con grande creatività. Ho visto persone molto timide parlare di sé in modo profondo. Tutto questo e tante altre cose che sono successe all'interno del progetto, sono per me fonte di grande gioia. I vostri insegnanti sono bravissimi, hanno una passione contagiosa.
di Serena Salazar, marzo 2023
Dormire non è mai una perdita di tempo e questo è ancora più vero durante le fasi dello sviluppo. L’adolescenza è un periodo lungo, di intense trasformazioni a livello cerebrale, fisico, psicologico: la maturazione dell’essenza dell’adulto che sarà. Dobbiamo immaginare il corpo un po’ come se fosse un “cantiere” in cui il sonno svolge un ruolo fondamentale lavorando dietro le quinte sia in termini di salute fisica che psicologica.
Il sonno è il miglior alleato delle funzioni cognitive come l’attenzione, la memoria, il ragionamento ma anche del pensiero creativo: che si tratti di studiare per una verifica, per imparare uno strumento o acquisire nuove abilità, il sonno è essenziale.
Nei ragazzi la carenza di sonno indebolisce il sistema immunitario e nel lungo periodo può portare allo sviluppo di obesità, problemi cardiovascolari, difficoltà di apprendimento, ansia e depressione.
Negli adulti la carenza di sonno favorisce l’insorgere di problemi cardiovascolari, obesità, diabete, alcuni tipi di cancro, malattie neurodegenerative, come l’Alzheimer, ansia e depressione.
Dunque possiamo smentire il detto: chi dorme non piglia pesci!! A tutte le età dormire è fondamentale per stare bene.
I ragazzi dovrebbero dormire ALMENO 8-10 ore. Purtroppo i dati raccolti a livello nazionale e internazionale ci dicono che dormono molto meno del necessario.
Nella mia attività lavorativa è molto frequente incontrare ragazzi che presentano i sintomi sopra elencati e genitori che sottovalutano le conseguenze, per i propri figli, di un sonno che duri un numero di ore inferiore.
Perché è così difficile rispettare le corrette ore di sonno per gli adolescenti?
Non esiste un unico motivo, diversi fattori contribuiscono a questo problema e i fattori possono variare da adolescente ad adolescente.
Vediamone alcuni:
Aspetti biologici: durante l’adolescenza, c’è una forte tendenza ad essere “nottambuli”, rimanendo svegli fino a tarda notte e dormendo più a lungo al mattino. I ragazzi hanno una “spinta al sonno” che cresce più lentamente rispetto agli adulti, iniziano a sentirsi stanchi nella tarda serata. Inoltre il loro corpo inizia a produrre melatonina (l’ormone che favorisce il sonno) più tardi rispetto agli adulti. Gli adolescenti, se potessero, dormirebbero dalle 23/24 sino alle 9/10 del mattino… ma questo non combacia con gli orari scolastici per cui sono costretti ad alzarsi molto prima. A causa di questo ritardo biologico nel loro ritmo sonno veglia non sono in grado di addormentarsi abbastanza presto da dormire otto o più ore e arrivare comunque a scuola in tempo.
Lo stress: gestire tutti gli impegni cui sono sottoposti (compiti scolastici, sport, vita sociale, attività comunitarie, faccende domestiche…) può generare stress, è noto che l’eccesso di stress contribuisce a generare problemi del sonno e insonnia.
Dispositivi elettronici: telefoni cellulari e tablet sono onnipresenti tra gli adolescenti, i sondaggi rilevano che più dell’89% degli adolescenti tiene almeno un dispositivo nella propria camera da letto durante la notte. Le ricerche indicano che la luce blu dei telefoni cellulari e tablet contribuisce alla soppressione della produzione di melatonina. Inoltre le notifiche possono causare interruzioni e frammentazione del sonno.
È importante che gli adolescenti rivedano e migliorino la loro “igiene del sonno”, che include l’ambiente in cui dormono e le loro abitudini. A tal proposito ecco alcuni suggerimenti:
Programmare almeno otto ore di sonno cercando di mantenerle anche nel fine settimana;
Creare una routine costante prima di andare a letto per aiutare il rilassamento e l’addormentamento;
Evitare caffeina e bevande energetiche, soprattutto il pomeriggio e la sera;
Mettere via i dispositivi elettronici almeno mezz’ora prima di coricarsi e mantenerli in modalità silenziosa per evitare di controllarli durante la notte;
Preparare il letto affinché non sia un campo di battaglia!
Mantenere la camera da letto ad una temperatura non troppo elevata, e che sia buia e silenziosa.
di Alberto Colella, Jacopo Gavoci, Francesco Signanini, marzo 2023
In via san Giovanni Bosco, alle spalle della parrocchia, potete vedere una specie di negozio con un’insegna rossoblù: il disegno di una carta da gioco trafitta da una spada e il nome “Cards Realm”, il regno delle carte. Volevamo intervistare i gestori, Luca e Mau, per capire meglio se Cards Realm è un negozio di giochi o un’associazione dove ci si incontra per giocare, e per capire le origini della loro passione.
Quando siamo entrati, poco prima dell’apertura delle quattro, il posto sembrava piccolo, e non c’era nessuno, ma Luca ci ha portato nella sala dei tornei. Era molto grande, dipinta degli stessi rosso e blu dell’insegna e stracolma di cartelloni delle varie carte: dopo un po’ ti sentivi un Pokemon! Man mano arrivava gente e siamo rimasti colpiti: ci aspettavamo nostri coetanei, invece c’erano un sacco di persone di quarant’anni o più che venivano a scambiare carte, chiacchierare e giocare!
Luca e Mau sono dei grandi esperti e molto disponibili con tutti. Luca ha risposto alle nostre domande, ci ha raccontato quando è nata questa passione e come è riuscito a farla diventare un lavoro. Ma il passaggio dell’intervista che secondo noi è stato il più interessante è stato quando ci ha parlato di collezionismo e di gioco: ci ha raccontato che per lui e Mau tutto è iniziato giocando e ancora oggi loro preferiscono giocare con le carte, come prima era successo a tante persone, ma poi si è diffuso il collezionismo e quindi molti adesso preferiscono collezionare, e lasciano le loro carte “a fare la polvere”.
Se passate davanti al negozio in questi giorni, potete ancora vedere l’insegna rossoblù, ma Luca e Mau si stanno trasferendo in via Sardegna: iniziano una nuova partita della loro vita e speriamo che sia una mano fortunata! Guardate la nostra intervista integrale e, se vi viene voglia, andate a dare un’occhiata al loro nuovo regno.
Marta Poloni, Parmeet Kaur, Antonio Amato, febbraio 2023
Sicuramente avrete sentito parlare dell’arresto di Matteo Messina Denaro, avvenuto il 16 gennaio del 2023. Per giorni, in televisione e sui social, non si è parlato d’altro e questo ha incuriosito noi ragazzi che mai, prima d’allora, avevamo sentito parlare di questo personaggio.
Matteo Messina Denaro è uno dei capi di Cosa Nostra, la mafia siciliana. È accusato di crimini orrendi, tra cui l’omicidio e lo scioglimento nell’acido di un bambino. Per trent'anni è stato considerato il numero uno tra i latitanti italiani più ricercati al mondo e finalmente, il 16 gennaio 2023, i Carabinieri sono riusciti ad arrestarlo in una clinica di Palermo, dove il boss mafioso si recava regolarmente, con un’identità falsa, per curarsi di un tumore.
Parlando con i nostri compagni abbiamo capito che non tutti sanno cosa sia la mafia. Per questo motivo abbiamo pensato di rivolgere alcune domande alla signora Carmen Cortinovis che da diversi anni, ormai, viene nel nostro istituto a parlare di Legalità per conto dell’associazione Libera. Associazioni, nomi e numeri contro le mafie.
Buongiorno signora Cortinovis, grazie di aver accettato di rispondere alle nostre domande.
Che cosa è Libera?
Libera è un'associazione costituita da persone singole, ma anche da altre associazioni, cooperative e anche scuole. È nata nel 1995. Il Presidente è don Luigi Ciotti di Torino e insieme a lui ci sono due presidenti onorari: il Dott. Giancarlo Caselli (Giudice in pensione che ha lavorato a Torino e Palermo) e il Prof. Nando dalla Chiesa (figlio del Generale dei Carabinieri Carlo Alberto dalla Chiesa ucciso dalla mafia nel 1982 a Palermo).
Obiettivi di Libera:
contrastare le mafie difendendo i valori della LEGALITÀ e dell’ONESTÀ CIVILE
sostenere i familiari delle vittime innocenti delle mafie
tenere viva la memoria delle vittime innocenti delle mafie
promuovere e realizzare momenti di formazione per sensibilizzare al grave problema mafioso e combatterlo meglio tutti insieme
Qual è il suo ruolo in questa associazione?
Personalmente sono socia iscritta a Libera e referente per gli interventi formativi nelle Scuole secondarie di primo grado nella Bergamasca.
Riesce a spiegare in poche parole che cosa è la mafia?
Esistono due definizioni di mafia. Una letteraria (che potete trovare sul vocabolario, ma che è molto generica), una giuridica che si trova inserita nel testo della Legge Antimafia e dice:
Le mafie sono organizzazioni criminali segrete formate da uomini e donne, dotate di eserciti privati, armi e capitali, il cui fine è quello di realizzare profitti o vantaggi ingiusti per sé e per altri, controllando attraverso la condizione di intimidazione, di assoggettamento e di omertà, il territorio nel quale agiscono.
Quali danni provoca la mafia alla società?
Le mafie provocano enormi danni alla società perché agiscono illegalmente, quindi rubano soldi allo Stato e si pongono contro lo Stato. Lo Stato siamo noi, è formato dalle persone di un determinato territorio. Quindi danneggiano la nostra Repubblica e il Popolo italiano onesto.
Oltre a ciò, agiscono senza alcuno scrupolo e senza alcun rispetto verso nessuno e verso nulla. Non rispettano nemmeno l'ambiente che le ECOMAFIE inquinano e rovinano molto pericolosamente danneggiando anche la salute delle persone.
La mafia è solo al Sud?
Provate a rispondere da soli. Uno degli obiettivi delle mafie è l'accumulo di ricchezza: dove si trova maggiormente la ricchezza in Italia?
Cosa pensa dell’arresto di Matteo Messina Denaro?
Che era ora!!!!!! Però ce l'abbiamo fatta e questo è ciò che importa.
Che cosa possiamo fare noi ragazzi contro la mafia?
Per rispondere vi propongo un esercizio da fare in piccoli gruppi.
Prendete due fogli.
Foglio 1 – scrivete tutte le caratteristiche che conoscete del modo di agire mafioso.
Foglio 2 – scrivete come dovrebbe essere il comportamento delle persone e dei ragazzi onesti e rispettosi.
Alla fine sarete riusciti a tracciare voi stessi un modo per combattere le mafie.
***
Abbiamo proposto questo esercizio ai nostri compagni delle classi terze della Mazzi. Ecco che cosa ci hanno risposto..
"Credo che ognuno di noi debba essere giudicato per ciò che ha fatto. Contano le azioni, non le parole". Giovanni Falcone
di Jaho Enola, gennaio 2023
Tutte le persone che fanno volontariato lo fanno senza essere retribuite, perché si sentono appagati aiutando il prossimo. Questa realtà a Bergamo è molto diffusa: non per niente è stata la Capitale italiana del Volontariato nel 2022!
Noi siamo andati a chiedere perché ha fatto questa scelta alla signora Cristina, che gestisce con suo marito Silvano e alcuni altri volontari lo sportello di solidarietà alimentare nel centro sociale comunale vicino alla nostra scuola.
Per Cristina e Silvano, insieme da una vita, il volontariato è un altro modo di fare famiglia, “uno spirito innato” imparato da piccoli, e hanno trasmesso la loro passione anche ai figli.
L’attività principale è la distribuzione di pacchi di cibo raccolti da altre associazioni del territorio in accordo col Comune, come la Caritas, Namasté e il Banco alimentare: ogni mattina il signor Silvano va in giro a ritirare gli alimenti destinati allo sportello e Cristina li mette in ordine, poi nel pomeriggio gli utenti vengono a prendere i pacchi. È un lavoro a tempo pieno: ogni mese le famiglie fisse che si appoggiano allo sportello sono centoquaranta, ma molti altri utenti sono di passaggio, in un momento particolarmente difficile o senza altri punti di riferimento.
Un altro scopo della signora Cristina è quello di mettere in contatto le donne musulmane con persone che hanno bisogno di aiuto nei lavori domestici, magari per un breve periodo: queste donne possono così rendersi più indipendenti.
La signora Cristina ci parla con orgoglio anche delle cene etniche che organizzano periodicamente a pagamento, con 10/15 famiglie che fanno dei piatti di diversi paesi e poi possono dividersi i soldi ricavati.
Negli scaffali non mancano neanche prodotti per l’igiene personale e, dopo il Covid, bottiglie di igienizzante.
Cristina è proprio una nonna del quartiere, e le brillano gli occhi quando, alla fine dell’intervista, ci fa vedere i giocattoli che stanno impacchettando per regalarli a Natale ai bimbi bisognosi, insieme alla prossima busta di cibo! Fare quest'intervista alla signora Cristina è stata un'emozione unica e dopo l'intervista ci ha anche dato un regalino. La signora Cristina e suo marito appena li vedi capisci subito che sono persone col cuore d'oro! ♥️
Intervista a cura di Martina Cariccia, Jaho Enola e Francesco Signanini
di Martina Cariccia, gennaio 2023
Abbiamo incontrato la signora Cristina in una piccola stanza colma di cibo, prodotti per l’igiene, giocattoli eccetera, nel centro servizi comunale del nostro quartiere. Da fuori lo “Sportello solidarietà alimentare” si vede appena, ma lo conoscono in tanti e il suo lavoro è prezioso.
La signora Cristina ci ha accolto alla porta e da subito mi sono sentita a casa: ci ha spiegato che lei è sempre vissuta in una famiglia di altruisti, perciò era abituata a fare del bene per gli altri.
Cristina, con suo marito e quattro volontarie, si occupa di dare cibo alle famiglie che per vari motivi non se lo possono permettere, e segue circa 140 famiglie al mese. Ha iniziato otto anni fa, molto prima che l’Assessore alle Politiche Sociali Marcella Messina la conoscesse, credesse nel suo progetto e le fornisse lo spazio in cui l’abbiamo incontrata e i giusti contatti.
Prima di fare volontariato, Cristina ha lavorato per circa 43 anni nel supermercato di quartiere: è abituata a relazionarsi con le persone, conosce le famiglie del territorio e sa chi ha davvero bisogno di una mano. La signora ha condiviso con noi tante storie di povertà e di dignità.
E insomma, alla fine Cristina non ha lasciato a mani vuote neanche noi, e siamo usciti dalla magica stanzetta con un pacco di brioche e un igienizzante. Senza accorgercene siamo arrivati a casa un po’ in ritardo, perché ci siamo persi ad ascoltare le mille attività dietro questo servizio. Ascoltate la nostra intervista e anche voi verrete travolti dall’energia della signora Cristina!
di Francesco Signanini, gennaio 2023
Martina ed Enola vi hanno raccontato il nostro viaggio nella “magica stanzetta” della signora Cristina e di tutte le volontarie del quartiere Malpensata. Partendo da questa esperienza di vicinanza ho provato a capire se esistono altre realtà simili e come sono organizzate. E ho scoperto che il Comune di Bergamo con l’aiuto di tante associazioni di volontariato ha creato degli hub nei diversi quartieri della città. Tante altre stanzette magiche, insomma! Luoghi in cui il territorio aiuta il territorio, dove ci si conosce e si riesce a capire se qualcuno ha bisogno anche se non lo dice. Luoghi in cui si parlano tante lingue, e con alfabeti diversi ci si racconta le cose belle e le cose brutte.
Ho scoperto che è nata una mappa delle “stanzette magiche”, vi si possono trovare tutti i centri che distribuiscono i pacchi alimentari in città, e non solo. La mappa della solidarietà, così è stata definita, è stata realizzata con l’aiuto dei ragazzi disabili del laboratorio “Tantemani"... ed è bella oltre che importante.
È importante perché tutti questi Cristina e Silvano hanno un cuore grande e cercano di tamponare un problema ancora più grande: la povertà. Vedete, quella stanza così piccola e piena si trova davanti alla mia ex scuola primaria, e in tanti anni non l’avevo mai notata, così come non avevo mai pensato che un mio compagno potesse non avere cibo. Pensi ai vestiti, al materiale scolastico, ma il cibo è un’altra cosa. Non puoi farne a meno. È un diritto.
Ho sentito tante volte alla televisione che in Italia la povertà è in aumento, che ci sono quasi 6 milioni di persone in difficoltà. Sapevo che nelle grandi città mangiano alle mense della Caritas anche persone che lavorano ma che non riescono a pagare tutte le spese e si vedono costrette a rinunciare anche ai beni essenziali. Eppure sembra sempre tutto lontano.
E poi, in mezzo a tanta difficoltà, c’è chi parla di spreco e di lotta allo spreco alimentare, e non solo. Pensate che ogni anno, in Italia, finiscono nella spazzatura circa 20 milioni di tonnellate di cibo! Per sensibilizzare le persone su questi temi stanno nascendo diverse iniziative e delle app che permettono di limitare lo spreco donando il cibo in più o che è prossimo alla scadenza. Accanto agli spazi reali, si creano degli spazi virtuali per la condivisione alimentare.
Insomma, la mappa della solidarietà mi ha fatto fare i primi passi in un’altra Bergamo, vicina, ma che non vedevo. Proverò a saperne di più.
di Serena Salazar, gennaio 2023
La Fabbrica dei Sogni è un'associazione di volontariato che opera nel quartiere "Bergamo centro" in cui si trovano la scuola primaria Calvi e la secondaria di I grado Mazzi. Tutti i pomeriggi, Pietro, Irene, Maria, Giorgio e Rosanna, vi accolgono i nostri compagni, circa 150 tra le scuole del territorio, per affiancarli nello svolgimento dei compiti e per accompagnarli nel loro percorso di crescita.
La Fabbrica dei Sogni, infatti, non è solo un luogo in cui imparare, è qualcosa di più: è una realtà in cui etnie e culture diverse si incontrano, si arricchiscono e vivono insieme rispettandosi e sentendosi, nella loro diversità, parte di una grande famiglia.
Siamo andati a conoscere, Pietro e Irene, i "genitori" di questa grande famiglia, diventata un punto di riferimento per tante persone. Gli abbiamo chiesto di raccontarci progetti e obiettivi, cosa è per loro questo luogo di solidarietà e vicinanza, ma anche aspetti più pratici, fondamentali per gestire un lavoro così complesso.
di Kristel Kapidani, novembre 2022
In queste ultime settimane avrete sicuramente sentito parlare delle proteste in Iran.
L’Iran è una repubblica islamica in cui le leggi vengono dettate dalla religione.
Queste leggi sono molto dure nei confronti delle donne: le donne non possono uscire senza il velo, non possono cantare, nuotare, entrare negli stadi, divorziare o lasciare il paese senza il permesso di un uomo della famiglia.
In Iran troviamo per le strade delle città la “polizia morale” che si assicura che i cittadini non violino il codice di abbigliamento; in tal caso verrebbero arrestati oppure mandati in “strutture di correzione”.
Negli ultimi anni, molte volte i cittadini, in particolare le donne, hanno provato a ribellarsi a queste regole restrittive, ma le ribellioni sono sempre state respinte con la violenza.
Circa due mesi fa, queste proteste sono ricominciate con più decisione in seguito all’omicidio di Mahsa Amini, una ragazza di 22 anni picchiata a morte dalla polizia morale perché non portava correttamente l’hijab.
Dopo l’accaduto i cittadini, soprattutto ragazzi e ragazze, hanno deciso di scendere in piazza a protestare; ragazze poco più grandi di noi hanno tolto il velo, gli hanno dato fuoco e successivamente si sono tagliate i capelli in segno di ribellione.
Le proteste stanno andando avanti, nonostante le morti e la repressione violenta che però questa volta non è riuscita a fermare i manifestanti.
I giovani hanno trovato un supporto molto importante anche tramite i social: persone da varie parti del mondo condividono video dove si tagliano i capelli e condividono gli slogan della protesta, tra cui lo slogan “Donna, Vita e Libertà”.
Le donne iraniane non sono sole in questa battaglia, hanno migliaia di persone che le sostengono e che credono nella loro causa.
di Giulia Facoetti e Serena Salazar, novembre 2022
Dall'Ucraina al Kurdinstan, a Hong Kong e ormai in Iran, i manifestanti di tutto il mondo si incontrano e uniscono nelle note e nelle parole di "Bella Ciao", il canto tradizionale italiano divenuto simbolo della libertà.
In questi giorni, in particolare, tra i social si sono diffusi una vasta quantità di video in cui ragazze iraniane cantano in lingua persiana tra le note di Bella Ciao per protestare contro l'hijab e la morte, per mano della polizia morale, della 22enne Mahsi Amini.
Ma parliamo della storia di questo brano: da dove nasce?
“Bella Ciao” sembrerebbe essere nata come canto intonato dalle mondine, lavoratrici delle risaie, attorno al 1906. In questa prima versione del brano non si canta di resistenze belliche ma bensì dello straziante lavoro che le mondine dovevano fare nelle risaie.
In seguito “Bella Ciao” è diventata simbolo della Resistenza al fascismo.
L’Italia si trovava divisa in due: le truppe americane iniziarono a liberare il Paese da Sud, mentre a Nord nella Repubblica Sociale Italiana, Stato fondato da Mussolini, i partigiani iniziarono a ribellarsi. Erano gente comune: operai, contadini, cittadini, studenti che si organizzarono per combattere contro i fascisti.
Nel testo della canzone si onora la morte per la libertà e si parla appunto dell’opposizione verso gli estremismi che caratterizzavano gli anni quaranta del Novecento. La storia di questo canto resta, in parte, avvolta nel mistero, tante sono le ricostruzioni storiche. Per chi vuol saperne di più, qui accanto, trovate un documentario molto interessante.
Una cosa è certa: per molti è un canto politico, da onorare o da disonorare, ma per i più è un inno alla libertà.
Inoltre essendo una canzone facile da cantare, con un ritornello coinvolgente, rende semplice anche ai non italiani cantarla e comprenderne il significato.
I soldati ucraini l’hanno intonata quest’anno davanti alle forze militari russe; prima di loro, la cantante Khrystyna Solovyi ha cantato la cover di “Bella Ciao” in ucraino, intitolandola “La Rabbia Ucraina” e dedicandola alle forze armate e a tutti coloro che difendono il suo Paese in questo periodo di difficoltà.
“Bella Ciao” ha raggiunto, ancor più, i giovani di tutto il mondo grazie ad una celebre serie televisiva spagnola: “La Casa De Papel”. A spiegare il motivo per cui è stata scelta questa canzone come colonna della serie televisiva è stato lo sceneggiatore stesso, Javier Gomez Santander, il quale afferma che ormai “Bella Ciao” è una canzone capace di dare coraggio, con un significato toccante e un ritmo a dir poco contagioso.
Crediamo che il diritto a ribellarsi per ogni forma di ingiustizia, che sia una guerra o un modo barbaro di concepire il ruolo della donna o qualunque altro tipo di violenza, sia lecito e non va associato a nessun tipo di ideologia politica. I diritti non hanno colori, se non quelli della libertà, della giustizia e dell'eguaglianza.
Se “Bella Ciao” può diventare un inno alla libertà, allora speriamo che tutti possano cantarla a gran voce.
di Ginevra Marras e Antonio Amato, novembre 2022
Quest’app è stata creata dal comune di Bergamo per incentivare l’uso della bici. Si installa sul cellulare e si associa a un dispositivo Bluetooth che conteggia i chilometri effettuati nel percorso casa-lavoro o casa-scuola. Ad ogni chilometro viene accreditata una cifra di circa 0,25 centesimi fino a un massimo di 30 euro al mese. Questi premi vengono attribuiti sotto forma di voucher. L’iniziativa serve per convincere la gente a non usare mezzi di trasporto che inquinano l’ambiente.
ISTRUZIONI PER L’USO
1.Recarsi in comune a ritirare il gps.
2.Installare l’app.
3.Inserire nell’app le credenziali che ti danno in comune.
4.Inserire il punto di partenza e la destinazione.
5.Infine attaccare il gps alla bici.
INTERVISTA ALLE PROFESSORESSE DELLA MAZZI
Abbiamo intervistato due professoresse della nostra scuola che hanno aderito all’iniziativa: Genovese e Pellegrini. E gli abbiamo chiesto:
Perché usano la bici?
Secondo la prof Pellegrini in diverse città europee molte persone usano la bici per portare i figli a scuola, per andare al lavoro e per passeggiare, invece in Italia molti preferiscono utilizzare l’auto. Questa iniziativa è molto interessante proprio perché incentiva l’uso della bicicletta anche da noi. La prof Genovese usa la bici per la sostenibilità e per tenersi in forma.
Quanti km fanno ogni giorno?
Entrambe percorrono all'incirca 7 km al giorno.
Pin bike ha una scadenza?Alla fine ci sarà una classifica?
L’iniziativa è attiva da ottobre e terminerà il 31 dicembre. Alla fine ci sarà una classifica seguita da una premiazione.
ATTENZIONE!!!
Dovete sempre staccare il GPS dalla bici perché potrebbe essere rubato!!!
Proprio così. È successo davvero. La prof Genovese ha parcheggiato la bici con il dispositivo agganciato alla ruota fuori da scuola e non l’ha ritrovato.
Ci fa piacere constatare che molti dei nostri insegnanti utilizzino questo mezzo dimostrando di avere a cuore il futuro di noi ragazzi.
Vediamo come si applica il dispositivo alla bici...
di Antonio Amato, Kristel Kapidani, Marta Poloni, febbraio 2022
Avete mai sentito parlare della Giornata della Memoria? Vi hanno mai spiegato perché si celebra?
La Giornata della Memoria si celebra il 27 gennaio; è una giornata in cui si ricordano tutte le vittime dei campi di concentramento nazisti della Seconda guerra mondiale.
Questa giornata è importante da ricordare, per far sì che un’atrocità del genere non accada mai più.
Tutte le persone che, per i nazisti e i fascisti loro complici, erano considerate diverse, quindi secondo loro inferiori o pericolose (ebrei, omosessuali, oppositori politici…) venivano deportate nei campi di concentramento, dove erano costrette ai lavori forzati oppure assassinate nelle camere a gas.
Per ricordare tutte queste persone sono state ideate le Pietre d’inciampo.
Che cosa sono? Sono dei piccoli sampietrini posizionati a terra davanti alle case dei deportati nei campi di sterminio. Sono state create dall’artista tedesco Gunter Demnig; in totale in Europa sono state posate più di 71.000 pietre. Le pietre sono rivestite di ottone (così sono più visibili ai passanti), hanno inciso il nome della persona a cui è stata dedicata la pietra, la data di nascita e di morte e il luogo e la data della deportazione e dell’arresto.
Una famiglia di Bergamo, a cui sono state dedicate due Pietre d’inciampo, è la famiglia Sonnino, una famiglia del nostro quartiere, a cui purtroppo nel periodo della Seconda guerra mondiale sono stati tolti molti diritti a causa delle leggi razziali.
La famiglia era composta dal padre, Amleto Sonnino, dal figlio maggiore Pilade, dalla figlia Ilda e da Bella Marianna Ortona, la seconda moglie di Amleto, nonché mamma di Ilda.
Amleto, il padre, nato a Livorno, si sposa una prima volta con Argia, con cui ha il suo primo figlio: Pilade; purtroppo, Argia muore poco dopo la nascita del figlio. Amleto, rimasto vedovo, sposa Bella Marianna Ortona da cui nasce la figlia Ilda Sonnino.
La famiglia Sonnino, negli anni Venti si sposta a Bergamo dove aprono un negozio di tessuti, in via Roma, attuale viale Papa Giovanni XXIII, gestito da Amleto e dal figlio.
Pilade a Bergamo sposa Luigia Caspis, una bergamasca cristiana, con cui ha una figlia che prende il nome della mamma di Pilade: Argia.
Con le leggi razziali del 1938 i Sonnino sono costretti a chiudere il negozio di tessuti e diventano ambulanti.
Ilda e la mamma Bella Marianna nel febbraio del 1944 vengono arrestate e rinchiuse nel carcere di Sant’Agata in città alta, da qui nel campo di transito di Fossoli e poi deportate ad Auschwitz, dove sfortunatamente Bella Marianna viene subito mandata nelle camere a gas. Ilda invece muore di stenti dopo il trasferimento a Bergen Belsen, una delle tristemente note “Marce della Morte”.
Anche Pilade viene portato nel carcere di Sant’Agata come oppositore politico; da qui è trasferito a Milano e poi portato nel campo di Bolzano. Infine, è deportato a Mauthausen dove muore pochi giorni prima della liberazione del campo.
Nella Giornata della Memoria, il 27 gennaio, con il Comune di Bergamo e l’ISREC (Istituto bergamasco per la storia della Resistenza e dell’età contemporanea), abbiamo preso parte alla cerimonia per la posa delle Pietre d’inciampo per Bella Marianna Ortona e Ilda Sonnino, in via San Bernardino 22.
Per l’occasione abbiamo realizzato delle cartoline da distribuire ai passanti e abbiamo preparato un discorso per raccontare alla gente del nostro quartiere la storia di questa famiglia che ha perso la vita ingiustamente.
Abbiamo anche creato dei cartelloni e allestito una mostra a scuola per raccontare la triste storia di questa famiglia ai nostri compagni e per fare in modo che la loro memoria non svanisca nel tempo.
Siamo stati felicissimi di aver preso parte ad una cerimonia per ricordare tutte quelle persone che se ne sono dovute andare troppo presto e che ormai saranno per sempre parte di Bergamo.
di Edoardo De sole, dicembre 2022
Il giorno 11 settembre per i due quartieri Malpensata e Campagnola è stato un giorno speciale: il sindaco Giorgio Gori e gli assessori Francesco Valesini (Riqualificazione urbana) e Marco Brembilla (Lavori pubblici) hanno tagliato il nastro della nuova passerella ciclopedonale che scavalca la circonvallazione Paltriniano e collega i due quartieri. La passerella è stata realizzata dalla carpenteria metallica Eurozeta srl di Casazza e progettata dall’architetto Attilio Gobbi, general contractor dell’impresa Bergamelli di Nembro.
La struttura, dotata di ascensori e scale prefabbricate, pesa ben 65 tonnellate, è lunga 51 metri e larga 4 metri e per posizionarla ci sono volute due gru da 200 tonnellate ciascuna. Si completa così un importante intervento pubblico legato alla riqualificazione dell’area dismessa degli ex Mangimi Moretti, un’area nella quale fino a pochi anni fa non vi era altro che il rudere della fabbrica, utilizzato per lo più da senza tetto come riparo. Al suo posto sorgono un Mcdonald’s - per la gioia di noi ragazzi - e un supermercato. Oltre ad aver migliorato il traffico con una rotonda, quest’opera ha finalmente “avvicinato” gli abitanti dei due quartieri, soprattutto per noi ragazzi che non dovremo più attraversare una strada molto pericolosa per raggiungere la scuola primaria e secondaria. Come in tutte le storie c’è anche qualche nota stonata: le scale della passerella con la pioggia diventano scivolose e salire e scendere con gli zaini scolastici non è proprio facilissimo. L’inciviltà delle persone fa il resto, rifiuti e atti di vandalismo sporcano e mandano spesso in guasto gli ascensori creando gravi disagi.
di Hillary Bencosme, Elisa Serra , dicembre 2021
Il lavoro dello youtuber è nato dalla tendenza a girare video e condividerli tramite social fino a farli diventare virali. Per molti tale attività non è rimasta solo un passatempo ma è diventata una vera e propria professione fonte di guadagno che, come qualsiasi mestiere, richiede competenza, costanza ed impegno. Non tutti infatti sono capaci di creare video di qualità con lo scopo di informare, far riflettere o semplicemente divertire. Per scrivere copioni, registrare, montare, pubblicare e condividere video ci vogliono ingegno, creatività e dedizione, caratteristiche che non mancano agli youtuber italiani più seguiti al momento, come per esempio Davie504, un bassista i cui video sono incentrati sulle proprie performance ed il cui successo è legato anche alla sua capacità di ironizzare e sfruttare la conoscenza della lingua inglese o Me contro te, un duo che presenta video molto divertenti e allo stesso tempo educativi, con esperimenti di fisica o di chimica. Diversi sono gli youtubers che nei propri video dedicano ampio spazio al tema dei videogiochi, come ad esempio Favijtv, Anima, Cicciogamer89, St3pny e Surry, questi ultimi esperti in particolare di Minecraft.
Ci sono youtubers che si occupano di challenge, ossia sfide social, come Ilvostrocarodexter. Infine ci sono youtubers molto attenti all’aspetto sociale, come per esempio The Show che mettono in atto esperimenti per vedere come reagiscono le persone di fronte a determinate situazioni.
Sono tutti giovanissimi e sempre più ragazzi sognano di diventare youtuber. Ma qual è il motivo del successo di questa nuova professione? Forse ci identifichiamo con i nostri youtuber preferiti, oppure semplicemente ci sentiamo ispirati dai contenuti dei loro video e vorremmo a nostra volta provare a realizzarne degli altri mettendo in campo le idee che abbiamo e le nostre competenze. Per rispondere a queste domande proveremo a sentire i pareri dei nostri compagni. E tu? Vorresti parlarcene? Scrivi alla redazione per condividere con noi la tua opinione su: redazione@icmazzi.edu.it.
di Kristel Kapidani, Serena Salazar, Marta Poloni, dicembre 2021
E' il 15 agosto 2021, siamo in vacanza ed è un giorno di festa, eppure alla televisione continuano a passare immagini di paura e disperazione: uomini, donne e bambini in fuga dalla propria terra, pronti a tutto pur di salvare i propri cari e, forse, se stessi. Le immagini arrivano dall'Afghanistan: i Talebani hanno conquistato Kabul e l'intero Paese, sembrerebbe senza il minimo sforzo nonostante la presenza delle truppe straniere.
I misteri del Grande Medio Oriente, una storia così complessa da non capirci nulla. Eppure quelle immagini sono rimaste impresse nella nostra mente, e non solo, raccontavano di promesse tradite e speranze disattese.
Ecco è proprio così che siamo sentite quel giorno di agosto e ci sentiamo ancora oggi.
di Aurora Gargiulo, giugno 2021
In un tempo in cui la politica, l'economia e la logica del profitto orientano il pensiero e il sentire delle persone, in cui la velocità dell'informazione stride con la lentezza dell'argomentazione e dell'approfondimento, ci siamo interrogati sulla censura. Eh sì, la censura così indirettamente proporzionale alla libertà d'informazione. Ma che cos'è questo strumento senza forma e senza materia che ha attraversato il tempo e che concorre a scrivere la storia ?
Per censura si intende un controllo preventivo delle opere da diffondere o da rappresentare in pubblico e anche della corrispondenza in particolari situazioni. Nonostante viviamo in un paese democratico, dove uno dei punti cardine è la libertà di stampa, l’argomento è sempre fonte di discussione in diversi ambiti della nostra società non solo a livello culturale e sociale, ma anche tecnologico.
Una forma antica di censura risale ai tempi di Galileo Galilei, nato a Pisa nel 1564. Galilei si dichiarò a favore della teoria copernicana. Non tutti avevano preso in modo positivo il suo pensiero, infatti nel 1633 con la pubblicazione del libro “Dialogo sopra i due massimi sistemi del mondo” l’Inquisizione era intervenuta censurando la diffusione del libro, inserito nell’Indice dei libri proibiti e costringendo Galilei ad abiurare.
Spostandosi più sulla linea del tempo ci ritroviamo in Italia nell’anno 1919 dove Benito Mussolini stava gettando le basi per una dittatura.
Per diffondere le sue idee usava la propaganda a tutti i livelli, e per non rovinare la sua immagine da fascista perfetto che si era creato, attuò delle forme di censura per la stampa e la radio attraverso l’emissione delle famose ‘’ Veline Fasciste’’. Le veline erano delle disposizioni per la stampa e la radio scritte su carta velina. L’ultima velina risale al pomeriggio del 24 Luglio 1943:
“E’ rigorosamente vietato qualsiasi cenno critico o ostile, sia pur velato o indiretto agli alleati dell’Italia. Eventuali trasgressioni daranno luogo a immediato sequestro”
Rimanendo sempre in quel periodo ci spostiamo nella ‘’ Germania di Hitler’’. Per fermare tutti gli oppositori che avevano delle idee diverse da quelle del regime nazista Hitler avviò i cosidetti ‘’Bücherverbrennungen’’ ovvero i roghi dei libri. Questi roghi vennero accesi a Berlino e in 22 città tedesche; alcuni autori delle opere che furono messe ‘’al rogo’’ sono Bertolt Brecht, Alfred Döblin, Sigmund Freud, Erich Kästner, Heinrich Mann, Stefan Zweig.
Allo scoppiò della seconda guerra mondiale il regime nazista mandava dei messaggi codificati alle potenze dell' Asse per far sapere loro dove si sarebbe effettuato il prossimo attacco. In Inghilterra il famoso scienziato Alan Turing riuscì a decodificare questi messaggi e riuscì ad accorciare la guerra in Europa di 2 anni e a salvare oltre 14 milioni di vite. Finita la guerra il governo britannico impose a Turing un divieto per non parlare e non scrivere assolutamente niente riguardo Enigma e i messaggi codificati della Germania. Questo ‘’silenzio’’ privò Turing di ricevere dei riconoscimenti pubblici.
Spostandoci all’attualità troviamo un argomento che è sempre fonte di dibattito, ovvero la censura nei Social Network. La necessità di moderare i toni e bloccare contenuti offensivi o violenti spesso si scontra con la libertà di parola degli utenti che guardano il “digital” come luogo dove esprimere le proprie opinioni qualunque esse siano. Anche il paese più “libero” ha delle forme di censura contro comportamenti online che sono considerati pericolosi o criminali perché incitano all’odio. Ogni social network ha pertanto delle regole su quanto è lecito pubblicare e queste politiche sui contenuti possono variare anche da paese a paese.
Ci spostiamo invece all’interno dell’editoria italiana ricordando che c’è un articolo della costituzione che impedisce che la stampa sia soggetta a censura, ovvero l’articolo 21:
‘’ Tutti hanno diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero con la parola, lo scritto e ogni altro mezzo di diffusione. La stampa non può essere soggetta ad autorizzazioni o censure.’’
Per capire meglio cosa c’è scritto nell’articolo 21 ho intervistato la giornalista Prof.ssa Tiziana Sallese che lavora per L’Eco di Bergamo che fa parte del Gruppo SESAAB (acronimo di società editrice S. Alessandro Bergamo).
Durante l’intervista abbiamo trattato diversi temi riguardanti la censura e la linea di pensiero editoriale con la quale la giornalista ed i suoi colleghi redattori affrontano e scrivono i vari articoli. Al giorno d'oggi non si parla più di censura ma di LINEA DI PENSIERO EDITORIALE ( ovvero l'orientamento politico del giornale). Fermo restando che siamo in un paese democratico, ogni giornalista conosce quali temi andare a toccare e come trattarli allineandosi con le idee del giornale. Abbiamo, infine, concluso l’intervista affrontando l’argomento delle “FAKE NEWS” molto diffuse nel mondo dell’informazione. Il consiglio è sempre quello di verificare ed approfondire la notizia stessa da più fonti “accreditate”.
Un estratto dell'intervista sul rapporto tra censura, libertà d'informazione e comunicazione alla giornalista prof.ssa Sallese.
Trovate la versione integrale cliccando su questo link Intervista
Ciao ragazzi,
la Redazione del giornale-web ON-Mazzi, l’Istituto Comprensivo e l’Associazione Genitori Mazzi ci propongono una sfida molto speciale, un contest in cui potremo metterci alla prova. Che ne dite? Vi va di provare a raccontare la libertà? A darle forma? Eh sì, proprio lei! Una delle parole protagoniste di questo anno di pandemia: c’è chi dice che non abbiamo avuto la possibilità di vivere liberamente le nostre vite, chi dice che la libertà dell’uno inizia dove finisce quella dell’altro, chi dice che la libertà è giocare tutto il tempo, mangiare e dormire quando si vuole, chi dice che la libertà è identità e… Insomma, siamo in confusione! Prova a spiegarlo tu. Come? Semplice! Prepara un elaborato a scelta tra quelli elencati:
un testo scritto: un racconto, una poesia, il testo di una canzone sul tema della libertà.
un disegno sul tema della libertà realizzato in digitale o con una tecnica grafico-pittorica (es. matita, pastello, tempera, penna, inchiostro, acquerello, collage, mista ecc.). Il disegno deve essere accompagnato da una breve didascalia in cui si descrive l'elaborato e il suo significato.
una fotografia: ferma il tempo, cattura la libertà! La fotografia deve essere accompagnata da una breve didascalia in cui si descrive l'elaborato e il suo significato.
Abbiamo provato a chiederlo ai nostri compagni, queste sono alcune delle risposte che abbiamo ricevuto.
I lavori devono pervenire alla Redazione di ON-Mazzi entro e non oltre il 30 aprile 2021. Ogni elaborato deve essere obbligatoriamente corredato sul retro da titolo, dalla classe, dal nome dell’autore, dalla sezione e dalla scuola di appartenenza. Attenzione, l’elaborato deve essere individuale.
Possono partecipare al contest tutti gli alunni della scuola secondaria di I grado Mazzi-Lotto.
Come e dove consegnare gli elaborati?
I lavori potranno essere consegnati direttamente a scuola alle docenti Genovese, Mastrangelo, Piziali o spediti via mail all’indirizzo redazione@icmazzi.edu.it.
Ci saranno dei vincitori e dei premi?
Ebbene sì! Sarà premiato il miglior elaborato per ciascuna categoria. Andiamo a scoprire quali sono:
testo narrativo: eBook reader
disegno: tavoletta grafica
fotografia: fotocamera digitale compatta
Come vedete ci siamo superati! Un ringraziamento speciale all’Associazione Genitori Mazzi che finanzia l’acquisto di questi super premi.
Chi deciderà i vincitori? Esiste una commissione?
La commissione giudicatrice esiste, eh sì! È costituita da 4 docenti, i presidenti dell’Associazione e del Comitato Genitori dell’istituto comprensivo, il dirigente scolastico e da 3 alunni della redazione di ON-Mazzi. Gli alunni che faranno parte della commissione non possono partecipare al concorso.
Attento! La Commissione giudicatrice assegnerà, con giudizio insindacabile, il miglior lavoro per ogni categoria secondo quanto previsto dal bando, dando priorità all’originalità, alla creatività e alla forza-comunicativa dell’elaborato.
E se non sei tra i vincitori, non disperare. Hai accettato una sfida, e questo ti rende onore. Si potrebbe dire che sei una persona libera, in effetti!! Ah, questa libertà!
E adesso passiamo alle cose noiose ma necessarie, quelle scritte con un carattere più piccolo in fondo ad un contratto. Eccole qui:
1)I genitori degli alunni partecipanti autorizzano la scuola alla pubblicazione dell'elaborato e del nominativo dell’autore (nome, cognome, classe e sezione).
2)La partecipazione al concorso comporta accettazione incondizionata del presente bando. La non accettazione, anche di un solo articolo di questo bando, annulla la partecipazione al concorso.
È passato un anno da quando la pandemia ci ha travolto. Da quel 23 febbraio del 2020 (data dei primi casi covid nella bergamasca), niente è più stato come prima. Le nostre esistenze sono state del tutto stravolte: la vita famigliare, la scuola, le attività sportive, il tempo libero. Tutto si è trasformato per far fronte alla pandemia.
Sentiamo parlare tanto di attività commerciali chiuse, di gente che ha perso il lavoro, di smart-working e di DAD, di ospedali che faticano, di gente che non ce la fa, di vaccini. Tutto merita di essere raccontato, in modo che niente di questi giorni difficili venga dimenticato e che quanto vissuto possa essere da input per progetti futuri, intrisi di speranza e di audacia nel costruire un mondo migliore.
Per l’occasione abbiamo voluto dare voce a quello che, a nostro avviso, è stato il settore più dimenticato, quello dell’arte e della cultura.
Come hanno vissuto questo periodo i musicisti, gli artisti e i luoghi della cultura?
Siamo andati a cercare alcune persone che da anni vivono questi luoghi ( teatri, musei, cinema, biblioteche) con passione e tanta cura.
di Silvia Santini, Elena Prandi, Emma Arnoldi, Marta Poloni e Sveva Di Renzo
Per conto della Redazione di On-Mazzi, ci siamo recate al Museo Civico di Scienze Naturali Enrico Caffi in piazza Cittadella per intervistare il direttore Marco Valle sull’impatto della pandemia sul settore dei musei.
Ci siamo trovate davanti alla scuola e poi abbiamo cominciato a camminare verso città alta, ovviamente tutte distanziate e con le mascherine. Quando siamo arrivate Marco Valle ci ha accolte al museo come se ci stesse facendo entrare nella sua casa, mostrandosi da subito molto disponibile.
Ci eravamo divise i compiti per garantire la riuscita del video dell’intervista. Una ha registrato l’audio con la voce del direttore, proprio come fanno i giornalisti, un’altra ha ripreso le ragazze che rivolgevano le domande all’intervistato, un’altra ancora ha filmato e fotografato le varie parti del museo ed infine, naturalmente, una ha ripreso Marco Valle.
Ci sentivamo proprio delle giornaliste!
Il direttore, dopo averci spiegato tutto ciò che ha dovuto modificare a causa del covid (vedi il video dell’intervista), ci ha guidato nell’esplorazione delle diverse stanze del museo.
Il museo di scienze naturali è molto grande e pieno di cose che ci hanno incuriosito molto. Ci ha molto affascinato la parte di museo “da toccare”, una parte realizzata per le persone cieche e ipovedenti, perché il museo deve essere un posto aperto a tutti. In questa parte si possono toccare le pellicce degli animali e la pelle dei vertebrati. Abbiamo anche visto la parte di museo dedicata alla etnografia, con manufatti e oggetti di culture tradizionali del continente africano e americano e Marco Valle ci ha raccontato come questi reperti sono giunti al museo.
Abbiamo anche potuto osservare l’evoluzione della scienza attraverso l’esposizione degli strumenti scientifici che si utilizzavano nel ‘700 e nell’800.
Il direttore è stato molto gentile e disponibile, i suoi occhi sembravano brillare quando ci spiegava ogni singolo oggetto del museo, si vede che ama il suo lavoro. È stato molto bello avere il museo tutto per noi, però d’altra parte ci dispiace che tutta questa bellezza debba rimanere chiusa in un edificio, senza che la gente la possa ammirare. Sicuramente quando il museo riaprirà ci torneremo.
Ringraziamo Marco Valle di averci dato il suo tempo e di essere stato così disponibile. È stata una bellissima esperienza!
Intervista a Marco Valle direttore del Museo Civico di Scienze Naturali
Sede del museo nel complesso visconteo di Piazza della Cittadella
di Tessa Traini, Maria Chiara Poma e Daniela Massone, marzo 2021
A caccia di informazioni per capire come i musei hanno risposto al lockdown e alle chiusure dovute alla pandemia intervistiamo Ilaria Piccolini, archeologa e collaboratrice del Museo Archeologico di Bergamo
Che lavoro fa? Di cosa si occupa?
Sono un’archeologa collaboratrice del Museo Archeologico di Bergamo. Mi occupo di attività didattiche con le scuole, ma anche di organizzazione di mostre e di visite guidate e della realizzazione di pubblicazioni didattiche.
Durante il lockdown, com’è stata la situazione nei musei, avete attivato qualche iniziativa a distanza?
Anche se, come tutti, siamo stati colti alla sprovvista dal lockdown e ci siamo quindi visti costretti a fermare le attività nel principale periodo in cui svolgiamo visite guidate con le scuole, abbiamo scelto di non attivare iniziative a distanza, perché abbiamo pensato che sarebbero state troppo limitanti rispetto ai nostri percorsi. Abbiamo quindi aspettato la riapertura che speravamo ci sarebbe stata durante l’estate per svolgere le nostre attività in presenza a piccoli gruppi, organizzando brevi visite guidate.
Avete riaperto il museo?
Dopo il primo lockdown siamo stati aperti durante tutta l’estate per poi richiudere a fine ottobre; con il passaggio in zona gialla non abbiamo riaperto, a differenza degli altri musei cittadini, perché il museo sarà soggetto a un grande progetto di ristrutturazione che durerà per diversi mesi. Per questo motivo la Direzione ha scelto di tenere il museo direttamente chiuso per dedicarci allo svuotamento delle vetrine e procedere poi ai lavori di ristrutturazione.
Sono stati apportati cambiamenti al sito web del museo?
Il sito del museo sta venendo completamente rifatto e io mi sono occupata di questo progetto, lavorando in smart working. Il sito verrà adeguato al nuovo percorso e agli standard dei nuovi siti museali. La nuova versione è ancora in preparazione, ma sarà presto online.
È aumentata la presenza sui social media?
Sì, è stata una scelta della direttrice di potenziare la nostra presenza sui social. La pagina Facebook, che già esisteva, è stata resa più visibile e abbiamo anche creato una pagina Instagram. Durante il lockdown abbiamo scelto di postare delle informazioni su alcuni reperti particolari e poco conosciuti del museo, per dare risalto a quello che in una visita tradizionale si perdeva all’interno delle vetrine. I social, quindi, sono stati un elemento importante per mantenere visibilità anche a museo chiuso.
Come è cambiato il modo di comunicare e mostrarsi al pubblico?
I social sono stati fondamentali, è stato grazie alle pagine Facebook e Instagram che è stato possibile mantenere viva l’attenzione sul museo anche a porte chiuse. Questo ha creato inevitabilmente un nuovo modo di comunicare, più veloce e più focalizzato. Oltre ai post, durante il periodo estivo, abbiamo organizzato, in collaborazione con il Museo “E. Caffi”, un’iniziativa, che si chiamava “Archeologia e scienze sotto i riflettori”, che dava risalto ad alcuni pezzi evocativi, che potevano raccontare delle storie per suscitare l’attenzione del pubblico. Questo progetto verrà protratto anche nei mesi di chiusura: altri reperti saranno protagonisti di storie, sempre in modo molto veloce e in grado di attirare l’attenzione. Quindi un cambiamento c’è stato: abbiamo dato risalto a pezzi unici e particolari più che a delle vere e proprie visite guidate.
Il museo a 360°
Sede del Museo in Piazza della Cittadella
Videointervista di Aurora Gargiulo, Noemi Montanino, Ariana Estiba, marzo 2021
di Aurora Gargiulo, marzo 2021
Percussionista e polistrumentista, Dudu Kouate è nato in Senegal nel 1963 da una famiglia di Griots. Ha registrato con il gruppo Odwalla, con cui suona da anni, due DVD e due CD tra cui l’ultima produzione “Medusa, il mondo delle percussioni e della voce”. Ha registrato inoltre con il sassofonista Guido Bombardieri l’album “African Thought”.
Recentemente ha collaborato con Bakan Seck nello studio di registrazione di JOLOLI Dakar di Youssou Ndour. Suona anche con Pietro Tonolo.
Gli abbiamo chiesto com’è cambiata la sua vita da musicista e cosa ha rappresentato per lui la musica in questo periodo.
‘’Sono nato dentro la musica’’ ci spiega, raccontando di una passione nata con lui all’interno del contesto famigliare. La musica non è solo una passione ma anche un lavoro, che sta attraversando un momento drammatico, soprattutto perché è stata privata di uno dei suoi elementi fondamentali, il pubblico.
‘’ La musica aiuta nei momenti di disperazione e solitudine’’ e sicuramente non si è fermata, perché la creatività non si ferma mai, quindi diversi sono i progetti per il futuro.
https://dudukouate.art/discografia/
Per indagare l’impatto della pandemia sul settore musicale, abbiamo pensato di intervistare direttamente gli insegnanti di strumento del nostro istituto.
di Marta Poloni e Kristel Kapidani, marzo 2021
Come è cambiata la sua vita da musicista da quando è iniziata la pandemia?
La mia vita da musicista in quanto pianista non è molto cambiata perché negli ultimi anni mi sono dedicata prevalentemente all’insegnamento. Ho colleghi che non lavorano nel mondo della scuola che hanno invece vissuto un drastico cambiamento con la pandemia perché i teatri e tutti gli ambienti in cui si faceva musica dal vivo sono chiusi da almeno un anno; anche viaggiare è diventato complicatissimo, con conseguenze pesantissime sia dal punto di vista economico che dal punto di vista della dignità della persona del musicista.
Come era la sua vita artistica prima della pandemia?
Nonostante abbia la fortuna di avere un lavoro che mi piace nell’ambiente scolastico, prima della pandemia riuscivo a mantenere contatti con amici musicisti a Budapest, la città in cui ho studiato e vissuto per tanti anni. Tra il venerdì pomeriggio e il lunedì mattina con un breve volo Orio/Budapest riuscivo a suonare con loro il sabato o la domenica. Ora questo è praticamente impossibile perché vengono imposti sia dal paese d’origine che dal paese in cui si intende viaggiare dei lunghi periodi di quarantena e di controlli che non sarebbero compatibili né con le date dei concerti né con il mio lavoro di insegnante.
Come ha ripreso la sua carriera di musicista quando c’è stata la zona gialla?
Purtroppo, la situazione non è ancora cambiata per quanto mi riguarda.
Attendo con impazienza il momento in cui potrò tornare a viaggiare.
Come è stato insegnare durante il lockdown?
Insegnare durante il lockdown l’anno scorso tra marzo e giugno, esami compresi, e anche quest’anno a partire dal 15 marzo è stata una delle esperienze più frustranti della mia vita di insegnante. I motivi sono tantissimi: la connessione in Meet ha spesso problemi, il suono non arriva in concomitanza con il movimento delle mani e questo scollamento mano/suono crea confusione; a volte l’immagine e il suono si bloccano per poi arrivare insieme ad una velocità esagerata per cui l'insegnante deve sempre distinguere se è un problema dell’alunno o un problema di connessione. Se a questo si aggiunge che il pianoforte deve essere posizionato di profilo rispetto alla telecamera e che le mani suonano una doppia parte, in chiave di sol e di fa, i movimenti e il controllo in video diventano doppi. Oltre a questo, i rumori di sottofondo di chi non può collegarsi da una stanza singola, separata dal resto dell’ambiente familiare, rende la lezione ancora più complicata.
Come è insegnare adesso dovendo rispettare le norme di sicurezza?
Insegnare a scuola, invece, pur nel rispetto di tutte le regole di sicurezza (mantenendo le finestre aperte, la mascherina e le distanze, igienizzando sempre le mani e la tastiera tra un alunno e l’altro, mostrando i passaggi musicali su uno strumento diverso da quello degli alunni) rimane la soluzione ideale in questo periodo di pandemia.
In questa situazione sono vietati i brani a quattro o a sei mani (con due o tre alunni sulla stessa tastiera) e soprattutto non è consentita la musica d’insieme, l’orchestra, quindi l’aspetto più divertente dell’indirizzo musicale: questi sono i momenti di cui sento più la mancanza.
di Aurora Sorti, marzo 2021
Professor Manzolini, com'è cambiato il suo modo di fare lezione di chitarra?
Un anno fa, quando hanno chiuso le scuole per la pandemia, tutti noi insegnanti ci siamo trovati, da un giorno all’altro, a fare lezione a distanza e abbiamo dovuto adattarci alla nuova situazione. All’inizio non è stato facilissimo (problemi di connessione, latenza per quanto riguarda l’audio, impossibilità di intervenire fisicamente sull’alunno) ma, strada facendo, la nuova situazione si è poco a poco stabilizzata sfociando in una modalità diversa, ma comunque efficace, di fare lezione.
È comunque soddisfatto del traguardo raggiunto dai suoi allievi?
Sì, magari chi più e chi meno, perché alcuni hanno bisogno di essere stimolati di più e la distanza certo non aiuta in alcuni casi.
Come ha influito pandemia sul suo lavoro di musicista?
La pandemia, con le sue restrizioni, ha avuto un effetto devastante sul lavoro dei musicisti. L’impossibilità di svolgere concerti ed esibizioni dal vivo ha lasciato praticamente senza lavoro per più di un anno molti lavoratori dello spettacolo: musicisti, attori, fonici e altre figure indispensabili alla realizzazione di un evento.
Per quanto mi riguarda, ho dovuto rinunciare a molti concerti e situazioni varie. Tuttavia, ho avuto la possibilità di suonare in eventi online. Inoltre, ho approfittato del maggior tempo libero a disposizione per studiare in vista di progetti futuri.
Cosa le è mancato di più delle sue esibizioni?
Di sicuro il contatto con il pubblico. La musica è condivisione, suonare per se stessi può essere gratificante, ma davanti ad un pubblico si ha un altro tipo di soddisfazione, anche se richiede responsabilità.
Quali sono i brani che più preferisce suonare alla chitarra?
È difficile scegliere perché, nel corso degli anni, ho ascoltato e suonato molta musica di svariato genere. Tuttavia, mi piace spaziare fra territori diversi, dal Jazz al Blues, dal Rock al Barocco.
rappresentante del Sistema Bibliotecario Urbano per il Comune di Bergamo
di Elena Cacciola e Chiara De Bonis, Marzo 2021
Grazie a questa intervista abbiamo potuto porre delle domande a Laura Boni che lavora per il Comune di Bergamo in quanto rappresentante del Sistema Bibliotecario Urbano. Da lei abbiamo reperito molte informazioni interessanti e utili.
Le nostre biblioteche sono state chiuse a partire dal 9 marzo 2020. Automaticamente tutte le attività culturali come letture, incontri, conferenze che venivano svolte in biblioteca sono state sospese. È stata una notizia improvvisa che ha lasciato di stucco sia i lettori che i bibliotecari.
Visto che non si poteva lasciare un'attività così importante in sospeso a lungo, si è deciso di dar vita a una serie di attività on-line.
Così è partita l'iniziativa Storie per chi le vuole su Facebook per i più piccoli; è stato attivato il servizio di prestito in varie modalità, in quanto entrare direttamente in biblioteca non si può, così si possono prenotare libri on-line e restituirli in dei 'cassonetti' davanti alle biblioteche.
Come notizia positiva il prestito dei libri si è raddoppiato in digitale. Si può sempre consultare il sito Media-library on-line per i libri in formato e-book.
"Il contatto umano ci manca tantissimo" ci confida Laura Boni, parlandoci anche dei progetti per il futuro che, nonostante le difficoltà, non si fermano.
di Emma Laura Clerico, marzo 2021
Intervistiamo Silvia M.C. Sala, artista che lavora nel campo delle arti visive, dedicandosi in particolare alle tecniche incisorie. Realizza anche libri d’artista. Le sue opere sono state esposte in tutta Europa.
In questa intervista ci racconta come lei e il suo lavoro sono cambiati durante quest’ultimo anno e descrive il suo recente libro d’artista, PAN_demon.IO
Si dice che il Covid abbia cambiato e stravolto le vite di tutti. È stato così anche per te?
La Pandemia ha avuto e continua ad avere una pluralità di conseguenze, economiche, sociali e psicologiche (ma non solo), che in misura maggiore o minore hanno colpito tutti e così è stato anche per me. Forse ciò che è cambiato maggiormente non è tanto la mia vita quanto il mio modo di pensarla e di pensare la relazione con gli altri e con il mio lavoro. Le mie priorità si sono delineate con maggior chiarezza e ho imparato a dimenticare, forse, le preoccupazioni meno urgenti.
Come ha influito la pandemia Covid-19 sul tuo lavoro?
Se da una parte l’isolamento sociale, per mia natura, non mi ha particolarmente penalizzata, dall’altra il peso dell’incertezza generale ha avuto su di me un impatto significativo, soprattutto nei primi mesi del 2020 quando Bergamo era una città che faceva tristemente notizia. Come essere indifferenti rispetto a ciò che accadeva intorno? Il silenzio si infittiva di pensieri e di emozioni, ma, improvvisamente, non sapevo più come rappresentarli, né desideravo farlo. Per diversi mesi, l’unica voce per quel silenzio è stata per me la poesia, un dialogo con me stessa, a volte solo un monologo. Nel frattempo, il mondo intorno rallentava drasticamente, anche quello dell’arte. Il costante rinvio di eventi e appuntamenti in Italia e all’estero ha fatto sì che anche quanto avevo realizzato prima dell’avvento del Covid non avesse l’opportunità di essere visto. Questi freni, una creatività improvvisamente assente e una modifica delle opportunità, hanno caratterizzato il percorso di tanti altri artisti in diversi momenti del 2020. Ho avuto la fortuna di mantenere con alcuni di loro, amici e colleghi italiani e stranieri, un rapporto stretto a dispetto della lontananza e delle difficoltà. Il confronto, lo scambio di pensieri e idee, a volte anche l’individuazione di progetti sui quali collaborare in futuro sono stati per tutti noi un modo per ritrovare, nel tempo, energia ed entusiasmo per il nostro lavoro.
Hai trovato dei lati positivi nei cambiamenti che il Covid ha portato?
I momenti di difficoltà, come insegna la storia, portano sempre in sé i semi del cambiamento. La loro germinazione non è solo una questione di tempo, ma anche di coscienza e volontà. I cambiamenti sono stati numerosi, ma quali saranno duraturi? Quali auspicabili? In questi mesi, ognuno di noi ha avuto l’opportunità di conoscere meglio sé stesso e il mondo nel quale viviamo. Credo che saprà far tesoro di questa esperienza chi ha colto almeno uno degli aspetti positivi dei cambiamenti che abbiamo vissuto e che stiamo vivendo, più precisamente: chi ha visto come il nostro arresto abbia consentito alla natura di riprendersi una parte dei suoi spazi e compreso quanto le nostre azioni, influenzando l’ambiente e gli ecosistemi naturali, abbiano una ricaduta diretta sulla nostra salute e sul nostro futuro; chi ha sperimentato l’importanza delle relazioni a dispetto della distanza e imparato a riconoscerle, valorizzarle e proteggerle; chi ha scoperto la condivisione, la solidarietà; chi ha inteso il peso della comunicazione, in tutte le sue forme, nelle nostre vite; chi ha riconosciuto un diverso valore al tempo, trattenendosi dal riempirlo a tutti i costi, comprendendo che la noia ci permette di non spegnere la nostra creatività, cogliendo l’opportunità di un momento “vuoto”; chi ha voluto imparare qualcosa di nuovo; chi ha saputo avvantaggiarsi della tecnologia; chi ha trovato modi diversi per fare le stesse cose; chi camminando, anche brevemente, ha scelto un percorso alternativo; chi ha percorso la stessa strada con occhi diversi.
La tua espressione di arte è cambiata?
Ogni artista ha il proprio modo di esprimersi, il proprio linguaggio e i propri temi. Ciò dipende dalla sua natura, dalla sua storia, dalle sue esperienze e dai suoi stati d’animo. Tutto quanto influisce su di essi influisce anche sulla sua arte. Indubbiamente, quest’ultimo anno ha avuto un peso importante nelle riflessioni e nelle decisioni di ognuno di noi. Per quanto mi riguarda, noto, riguardando i miei ultimi lavori, che la mia visione del mondo circostante e la riflessione sulla natura umana sembrano soffermarsi, ancora di più rispetto a prima, sull’incomunicabilità, sull’errore e l’incongruenza. In questo lasso di tempo, accanto alle tecniche incisorie che normalmente utilizzo, mi sono avvalsa anche di linguaggi diversi e più immediati quali: il disegno, l’acquerello e la pittura ad inchiostro, utilizzando spesso tecniche e materiali non tradizionali. La velocità e facilità di esecuzione rispetto a quelle tipiche dell’incisione mi hanno permesso non di esprimermi più liberamente, bensì di concedermi tempi diversi, più brevi e più frequenti, adatti a rappresentare pensieri subitanei, emozioni da catturare, ma anche emozioni di cui liberarmi.
Come ha influito la pandemia sull’aspetto più “commerciale” dell’arte?
La pandemia ha provocato pesantissimi effetti economici su tutto il sistema museale e delle mostre d’arte. Dopo una prima battuta d’arresto, per contrastare almeno in parte questi effetti in un periodo ancora molto incerto, il sistema si è orientato maggiormente ai processi di digitalizzazione. I cambiamenti degli ultimi anni hanno posto più volte un interrogativo: si può godere dell’arte, e ancor di più comprarla, senza vederla dal vivo? L’arte si sta aprendo al digitale già da diverso tempo, ma la pandemia ha reso questo processo più veloce e, per certi aspetti, più urgente. Nel 2020, sono stati numerosi gli eventi online dedicati all’arte, sia quelli legati ai musei (“virtual tour”) che quelli legati alle gallerie e alle fiere (mostre online, piattaforme online) offrendo in un momento di difficoltà sociale ed economica una concreta opportunità di incontro tra artisti, galleristi e acquirenti. Le piattaforme digitali consentono all’arte di aprirsi ad un pubblico più vasto includendo non solo acquirenti, ma anche chi desidera semplicemente guardare le opere, chi studia arte o è chi è spinto solo dalla curiosità.
Credo che il futuro dell’arte partirà dal ripensare le modalità di fruizione, progettando, quando possibile, eventi da realizzarsi contemporaneamente online e dal vivo, come del resto si è già sperimentato in questo ultimo anno, superando gli aspetti negativi legati ad ogni modalità: le limitazioni di tempo (l’impossibilità di poter gestire il proprio tempo di fruizione nelle giornate e negli orari di maggior affluenza) e di spazio (la concentrazione di persone nello stesso luogo) negli eventi in presenza e l’impossibilità di godere dell’opera dal vivo negli eventi online. Non dobbiamo temere che il digitale possa determinare la chiusura dei musei (vedere un’opera di persona resta un’esperienza insostituibile), dobbiamo anzi pensare che esso possa rappresentare uno strumento in più per promuovere l’arte. Diverso sarà forse il futuro per le gallerie e le fiere, ma anche in questi ambiti il digitale porterà, e sta già portando, indubbi vantaggi.
Quando sono finalmente riuscita a riprendere in mano gli strumenti del mio lavoro, le immagini che avevo nel cuore e nella mente erano qualcosa che non avrei voluto condividere, ma ho capito che il modo migliore per liberarmene sarebbe stato quello di mostrarle. Ho scelto tra i miei schizzi quelli che appartengono a immagini che tutti noi abbiamo visto, li ho ripresi, contornati con pennarello nero, quasi fossero i disegni di un fumetto e costruito con essi un piccolo libro d’artista. Si tratta di un silent book, come si dice, un libro senza parole. Qui non erano necessarie.
Il titolo che ho scelto è PAN_Demon.IO: per ricordare il nome di questo terribile evento (pandemia); per ricordare che un “mostro” ha diretto il suo occhio nella nostra direzione (demon), per ricordare che a volte i “mostri” siamo noi (io), le nostre paure, le nostre fragilità; per ricordare che nel dolore e nella paura, l’agitazione e il caos possono solo generare problemi più grandi (pandemonio).
Il libro è stato esposto nel mese di settembre 2020 in una galleria del quartiere Praga a Varsavia, insieme ai lavori realizzati nel primo lockdown e nei mesi immediatamente successivi da altri quindici artisti europei. Nel rispetto delle misure di contrasto e contenimento della diffusione del virus Covid-19, l’evento si è svolto in presenza, ma sono stati contemporaneamente diffusi tour virtuali, video e fotografie sui social e sui siti delle realtà coinvolte nell’evento.
di Emma Arnoldi, Silvia Santini, Elena Prandi, marzo 2021
Per conoscere l’impatto della pandemia sul settore del cinema abbiamo intervistato il signor Angelo Signorelli, storico rappresentante di Lab 80 - la casa di distribuzione e produzione bergamasca, che gestisce anche l’Auditorium di Piazza della Libertà - e di Bergamo Film Meeting, che a marzo realizza l’omonimo festival cinematografico internazionale.
Che impatto ha avuto la pandemia sul vostro settore?
Il settore del cinema – meglio sarebbe dire dell’audiovisivo – è stato molto penalizzato dalla pandemia. Sale chiuse e di conseguenza distribuzione ferma. Produzioni bloccate o molto limitate rispetto al 2019. Insomma, un quadro abbastanza desolante.
All’inizio di questa situazione di emergenza pensavate che la diffusione del covid-19 avrebbe potuto avere questo impatto sul vostro settore?
Tutti pensavano che la situazione sarebbe migliorata e l’estate aveva illuso i più; non immaginavamo che si arrivasse alla situazione di oggi.
Quali regole bisognerà seguire per riaprire il cinema? Vi hanno già comunicato qualcosa riguardo alla riapertura?
Sulla riapertura non è possibile, soprattutto adesso, fare previsioni. Le regole erano già state stabilite – contingentamento dei posti, prenotazione online consigliata, uso della mascherina, igienizzazione delle mani, distanza di sicurezza – e il sistema delle normative aveva funzionato egregiamente.
Pensate che il vostro settore sia stato un po’ dimenticato dal governo? Se sì, perché?
Nel corso del 2020, fino a settembre, un aiuto è stato dato, ma poi tutto si è fermato. Siamo in attesa, ad esempio, di sapere se sarà in qualche modo “coperto” con altri interventi di sostegno economico il periodo delle festività natalizie, decisivo per l’andamento di tutta la stagione cinematografica. Confidiamo nelle prossime decisioni del governo.
Durante il lockdown di marzo, come avete gestito i vostri dipendenti? Ne avete dovuti licenziare molti?
Non abbiamo licenziato nessuno perché tra le nostre priorità c’è la difesa del posto di lavoro. Veniamo dal mondo dell’associazionismo e della cooperazione, che ha in sé valori, come quelli della mutualità e della solidarietà, per noi assolutamente imprescindibili. Abbiamo utilizzato la cassa integrazione, ma in maniera limitata, perché ci siamo dedicati con impegno a progettare il futuro, partecipando a bandi e lavorando per un nuovo e molto importante progetto.
Da quanto tempo avreste già potuto riaprire secondo voi?
Le sale di spettacolo, proprio per le norme severe e per il comportamento richiesto agli spettatori, erano luoghi sicuri, tant’è che non si sono verificati casi di contagio durante le riaperture. Forse si poteva prolungare l’apertura e capire quali rischi effettivi si potevano correre. In ogni caso, è giusto rispettare le regole stabilite dietro consiglio degli esperti in materia.
Quali misure di sicurezza avete dovuto adottare per poter riaprire in sicurezza dopo il lockdown?
Quelle che dicevo prima: contingentamento dei posti, prenotazione online consigliata, uso della mascherina, ingienizzazione delle mani, distanza di sicurezza, regolazione degli ingressi, sanificazione tra uno spettacolo e l’altro.
Se non potrete fare Bergamo film Meeting dal vivo, pensavate di fare qualcosa virtualmente?
Bergamo Film Meeting si svolgerà comunque online, con un programma invariato nella struttura rispetto agli anni precedenti. Se le sale potranno riaprire – ma nutriamo molti dubbi in proposito – faremo alcune proiezioni anche in presenza.
Cosa cambia tra vedere un film al cinema e vedere un film in streaming sul proprio dispositivo?
Cambia tutto: in sala la proiezione è su grande schermo e questo incide molto sulla fruizione estetica ed emotiva; le persone possono condividere pensieri e sensazioni, si incontrano, discutono, litigano, si appassionano; l’atmosfera è molto diversa, c’è il senso di condividere un appuntamento culturale importante, si possono fare nuove conoscenze, incontrare i registi o altri soggetti coinvolti nella realizzazione dei film. Insomma, è tutta un’altra cosa.
I film in streaming stanno avendo successo?
I dati delle visioni in streaming sono molto bassi, per nulla confrontabili con quelli delle proiezioni in presenza. Dopodiché, non siamo contrari all’uso del web, perché in futuro si dovranno utilizzare entrambi i “canali”, ma, ripeto, sono due cose completamente diverse.
Cosa le mancherà di più del Bergamo film meeting quest’anno?
La gente, le persone che arrivano dall’Italia e dall’estero, gli amici che vengono a Bergamo per seguire il festival, le amicizie che si formano nei giorni della manifestazione, i registi dei film in concorso e quelli delle personali e delle retrospettive. Il contatto umano, quindi, la convivialità, lo scambio di conoscenze.
Per quanto riguarda Lab80, siete riusciti a produrre nuovi film nel 2020?
Abbiamo fatto alcuni lavori, come riprese, post-produzione, ma non possiamo parlare di vere e proprie produzioni.
A conclusione, mi preme dire che Bergamo Film Meeting e Lab 80 dispongono di personale competente e in grado di superare anche questo periodo difficile. Sono giovani e giovanissimi che si sono formati sul campo negli ultimi 10/15 anni. Hanno molta forza di volontà e grandi capacità inventive. Il futuro è nelle loro mani.
di Francesca Arena e Noemi Merelli, Marzo 2021
Attrice, regista e formatrice. In scena dal 1989. In contesti formativi si occupa di teatro sociale: fonda il Laboratorio teatrale multietnico di Dalmine, Puzzle Teatro con attori diversamente abili e conduce laboratori di scrittura creativa per persone con sofferenza mentale.
Ha risposto a tutte le nostre domande dimostrando grande passione per il suo lavoro. Ci ha raccontato le differenze nell'ambito del suo lavoro teatrale prima e dopo la pandemia che ha colpito tutto il mondo.
I teatri in Italia sono stati chiusi il 24 febbraio 2020 e, a parte la breve parentesi estiva, sono rimasti chiusi.
Spaesamento e crisi creativa hanno accomunato i vari lavoratori dello spettacolo, che si sono sentiti abbandonati, “invisibili”.
Per far fronte alle difficoltà alcuni lavoratori hanno trasformato le performance in streaming con letture e spettacoli sul web. Alcuni teatri fanno piccole rassegne a pagamento con spettacoli on-line, per vedere i quali si paga un biglietto.
La grande novità degli ultimi mesi è stata il Teatro d’asporto o Deliveroo, ossia la possibilità di prenotare uno spettacolo a casa con poche persone, ovviamente nei periodi in cui ciò è concesso (non in zona rossa).
Mentre ci racconta cosa è cambiato, è evidente che le manca tutto quello che faceva, soprattutto le prove con i colleghi e la relazione con il pubblico. “Il teatro è una cosa viva” ci dice, le manca la felicità del pubblico mentre si gode gli spettacoli e non vede l'ora di tornare sui palchi. In conclusione sottolinea quanto sia importante che si abbia a che fare con l’arte fin da ragazzi.
“Che l’arte sia nutrimento per tutti”.
Attrice, regista e formatrice. In scena dal 1989. In contesti formativi si occupa di teatro sociale: fonda il Laboratorio teatrale multietnico di Dalmine, Puzzle Teatro con attori diversamente abili e conduce laboratori di scrittura creativa per persone con sofferenza mentale.
di Sophia Bruzual, marzo 2021
La "Giornata Internazionale della Lingua Madre" viene celebrata il 21 febbraio di ogni anno per promuovere e valorizzare l’importanza della madrelingua e la diversità linguistica. È stata proclamata dall’UNESCO nel novembre del 1999.
La lingua madre è senza dubbio la lingua del cuore, delle emozioni e degli affetti primari.
Ma perché proprio il 21 febbraio?
Questa data è significativa. Si riferisce ad un evento drammatico avvenuto nel 1952: l’uccisione da parte della polizia pakistana di alcuni studenti dell’Università di Dacca. Questi studenti stavano manifestando per il riconoscimento del Bangla come lingua ufficiale.
Non bisogna sottovalutare le lingue degli altri, bisogna avere rispetto per ogni lingua del mondo.
Nelle nostre due scuole medie si parlano molte lingue e senza dubbio è proprio questa diversità che le rende così belle.
Questi sono i diversi paesi da dove provengono gli studenti:
Bolivia - Bangladesh - Cina - Marocco - Albania - Romania - Senegal- India - Pakistan - Burkina Faso - Ghana - Perù - Tunisia - Kosovo - Egitto - Nigeria - Ecuador - Ucraina - Somalia - Costa d’Avorio - Polonia - Georgia - Bielorussia - Sri Lanka - Turchia - San Salvador - Serbia - Moldavia - Venezuela - Filippine - Argentina - Brasile - Mali - Repubblica Democratica del Congo - Bulgaria - Santo Domingo - Eritrea - Colombia - Cuba - Bosnia - Russia - Spagna.
I risultati del questionario sulla DAD
di Elena Cacciola e Isabel Gianola, marzo 2021
A circa un anno dal primo avvio, improvviso e inaspettato, della didattica a distanza (DAD), abbiamo chiesto agli alunni delle scuole medie Mazzi e Lotto come hanno vissuto questa esperienza e quali problemi abbiano incontrato.
Purtroppo, su 360 alunni delle due scuole secondarie, solo 97 alunni hanno compilato il questionario, somministrato online, cioè solo il 27%.
Tra gli alunni che hanno risposto, lo strumento più utilizzato per la didattica a distanza è il computer (67%). La grande maggioranza è sempre stata presente durante le lezioni a distanza (circa il 60%), mentre il 33% dichiara di essere stato assente qualche volta.
Il 66% ha avuto problemi ad accedere alle videolezioni, in particolare problemi di connessione (63%).
La maggior parte degli studenti preferisce le lezioni in presenza (circa il 50%), ma c'è anche un 37% che preferisce le lezioni a distanza.
Anche la DAD ha i suoi vantaggi: si può avere tutto il materiale a disposizione senza preparare lo zaino (33%); non c’è bisogno di uscire di casa e si può dormire un po' di più (32%). Il 15% dichiara addirittura che a distanza si riesce meglio a seguire la lezione perché i compagni hanno il microfono spento. Tuttavia, per il 43% degli intervistati il principale svantaggio della DAD è proprio la difficoltà a restare attenti durante la lezione.
Ma non tutto il male vien per nuocere. La didattica a distanza ha spinto gli insegnanti verso un maggior utilizzo di applicazioni e piattaforme per la didattica. A questo proposito è interessante notare che la quasi totalità degli alunni (97%) apprezza l’utilità di classroom, soprattutto per poter recuperare le lezioni (50%), condividere materiali e lavorare in condivisione a distanza (43%).
Quasi tutti gli alunni hanno svolto sempre i compiti assegnati per casa durante la DAD (72%).
Il 55% di coloro che hanno risposto al sondaggio preferisce comunque lo studio tradizionale con libri e quaderni cartacei.
Anche il registro elettronico viene consultato regolarmente solo dal 48% degli intervistati.
In conclusione, per il campione rappresentativo degli alunni delle scuole medie dell’Istituto Mazzi, le lezioni in presenza battono le lezioni a distanza, anche se la scuola digitale ha i suoi lati positivi.
di Sveva Di Renzo e Marta Poloni, gennaio 2021
Il 27 gennaio si ricorda lo sterminio, avvenuto nel corso della Seconda guerra mondiale, di tutti quelli che, dai nazisti e dai loro alleati, erano ritenuti diversi (ebrei, omosessuali, oppositori politici, zingari, diversamente abili, testimoni di Geova).
La Giornata della Memoria è stata istituita dall’ONU nel 2005. È stata scelta la data del 27 gennaio perché proprio il 27 gennaio del 1945 è stato liberato il campo di concentramento di Auschwitz, universalmente noto come simbolo dell’orrore nazista.
Molti ragazzi della nostra età pensano che nella Giornata della Memoria si ricordino fatti avvenuti tanto tempo fa che non hanno nulla a che fare con il nostro presente. In realtà è importante che tutti capiscano che è un dovere assoluto ricordare quanto è successo, proprio per evitare che accada di nuovo.
Quando si avvicina questa data i nostri insegnanti ci propongono film, documentari, libri e letture sull’argomento della Shoah. Anche noi della Redazione, in questo numero di On-Mazzi abbiamo voluto ricordare la Giornata della Memoria con una serie di articoli dedicati.
di Sveva Di Renzo e Marta Poloni, gennaio 2021
Le pietre d’inciampo sono state ideate dall’artista tedesco Gunter Demnig per ricordare i deportati nei campi nazisti.
Si tratta di blocchi in pietra di 10 X 10 cm, ricoperti sulla facciata superiore da una piastra di ottone che riporta il nome, l’anno di nascita, il giorno e il luogo della deportazione, la data di morte. Queste pietre vengono posizionate nel selciato stradale delle città, davanti alle ultime abitazioni delle vittime di deportazioni.
Nelle intenzioni del loro ideatore Gunter Demnig, che instancabilmente da anni gira l’Europa per posizionare migliaia di pietre ogni anno, le pietre sono “come segni che rimarranno nel futuro. La Storia ha già fatto il suo corso ma noi possiamo combattere perché nessuno dimentichi quel che è stato, perché gli sbagli non vengano ripetuti, perché ci sia la pace e non venga versato altro sangue. E io mi do da fare per rispondere alle richieste che mi vengono dalle famiglie di chi ha perso la vita a causa del nazismo e vuole avere una pietra di inciampo, una "STOLPERSTEINE" per ricordare i parenti morti".
Dal 1992 ad oggi sono state posizionate più di 70 mila pietre in tutta Europa. In Italia le pietre d’inciampo sono tantissime. A Milano sono state installate 90 pietre d'inciampo e in Lombardia attualmente ce ne sono 237.
Se volete consultare la mappa italiana delle pietre d’inciampo, ecco un sito:
https://lab24.ilsole24ore.com/pietre-inciampo/.
Da oggi, 27 gennaio 2021, anche la nostra città, ha la sua prima pietra d'inciampo. Questa mattina davanti all'ex carcere di Sant'Agata è stata posata la Pietra dedicata ad Alessandro Zappata, una guardia carceraria della prigione in cui venivano rinchiuse le persone che poi sarebbero state deportate nei campi di sterminio. La Pietra è stata donata dal Comitato per le Pietre d'inciampo di Milano al Comune di Bergamo. La storia di Alessandro Zappata era, infatti, parzialmente nota: si credeva che fosse guardia carceraria presso San Vittore. Solo il lavoro e la collaborazione tra Isrec, Aned e il Comitato per le Pietre d'inciampo di Milano, ha permesso di ricostruire la sua storia.
Presto, la nostra città avrà nuove Pietre d'inciampo a ricordare donne e uomini bergamaschi che non hanno potuto raccontare la loro storia. Saranno nomi a dispetto di chi voleva fossero solo dei numeri.
Grazie alla proposta della classe quinta dell’anno scorso della scuola primaria Calvi, potrebbe essere collocata in città una pietra d’inciampo, in via San Bernardino 22, davanti all’abitazione di Ilda Sonnino, bergamasca deportata ad Auschwitz insieme alla madre. Entrambe non sono mai più ritornate.
Chi è Ilda Sonnino?
Ilda Sonnino, nata a Genova, il 17 luglio 1904, residente a Bergamo dagli anni ’20, viene arrestata e trasferita nel campo di transito di Fossoli con la madre nel 1944. Fanno parte del convoglio destinato a Auschwitz: la madre è inviata subito al gas; Ilda è immatricolata con il numero 76841. È ancora viva quando il campo è evacuato a metà gennaio 1945: muore a Bergen Belsen, dopo aver raggiunto il campo in uno di quei trasferimenti tristemente noti come marce della morte.(fonte: Isrec, CDEC)
Se volete saperne di più sulla vita di Ilda Sonnino e sulla persecuzione nei confronti degli ebrei nella nostra città, vi consigliamo questo sito che noi ragazzi abbiamo avuto modo di conoscere grazie all’intervento dell’Isrec nelle nostre classi:https://www.memoriaurbana.it
Le pietre d'inciampo si raccontano in questo breve video!
L'Isrec di Bergamo, per la Giornata della Memoria, ha realizzato il video che trovate accanto.
Guardatelo!
Hanno partecipato anche le classi prime della scuola media "A. Mazzi", gli stessi ragazzi che, quando erano in quinta, hanno proposto la Pietra d'inciampo per Ilda Sonnino.
di Kristel Kapidani, gennaio 2021
È l’Otto settembre 1939, il Ministero dell’Interno decide di ubicare a Campagna un campo di internamento dislocato in due caserme dismesse: l’ex Convento Domenicano di San Bartolomeo e l’ex Convento degli Osservanti dell’Immacolata Concezione. Quel giorno, quel piccolo paese dell’entroterra salernitano, si ritrova catapultato in uno dei periodi più bui che la storia ci abbia consegnato.
Abbiamo deciso di raccontare questa storia, una storia diversa, fatta di pace, carità e immensa umanità.
Il 16 giugno 1940 arrivano a Campagna i primi internati. I due campi di concentramento non garantiscono la presenza dello spazio minimo per muoversi, così- come stabilito dalla Convenzione di Ginevra sul trattamento dei prigionieri di guerra- agli internati è consentito passeggiare liberamente in paese rispettando l’ambito delle zone autorizzate, delimitate da strisce di pittura colorata sul manto stradale e da tabelle di legno scritte in più lingue poste all’uscita del paese.
Ed è qui la diversità di questa storia, la storia di due mondi che si incontrano, quello antico dei contadini, delle persone semplici e quello degli ebrei deportati, persone colte e moderne. Mondi che, con la compiacenza delle autorità e delle forze dell’ordine addette alla sorveglianza, imparano a coesistere, a rispettarsi e a trarre beneficio l’uno dall’altro. Gli internati, infatti, sono liberi di muoversi e di organizzare tante attività tra cui: la presenza di un coro e di una piccola orchestra che organizza concerti musicali, rappresentazioni teatrali e mostre di pittura, la redazione di un giornale ciclostilato in lingua tedesca, partite di calcio, l’allestimento di una sinagoga e di un ambulatorio medico per aiutare i campagnesi, la possibilità di consultare migliaia di libri della biblioteca del seminario e impartire lezioni di lingue straniere ai giovani del posto.
In questo contesto storico e sociale si inserisce la figura di Giovanni Palatucci, funzionario dell’ufficio stranieri della Questura di Fiume che, d’intesa con lo zio vescovo di Campagna, Giuseppe Maria Palatucci, riesce a salvare da morte sicura centinaia di ebrei internandoli anche a Campagna. Scoperto dai nazisti, Palatucci viene arrestato e trasferito nel campo di sterminio di Dachau dove trova la morte a pochi giorni dalla Liberazione. Giovanni Palatucci è stato riconosciuto “Giusto tra le Nazioni” in Israele nel 1990, gli è stata conferita la Medaglia d’Oro al Merito Civile “alla memoria” nel 1995 dal presidente della Repubblica Italiana. La Chiesa Cattolica si sta occupando del processo di beatificazione di Giovanni, mentre nel 2004 è stato proclamato “Servo di Dio”.
Nel 2008 il Convento Domenicano di San Bartolomeo è diventato Museo per testimoniare il dialogo interreligioso, la tolleranza, la pace e la fratellanza tra i popoli.
Immagini che ritraggono gli internati e il Museo della Memoria e della Pace
Per saperne qualcosa di più!!
di Sophia Elinor Bruzual, gennaio 2021
Quello che è accaduto a Washington, il 6 gennaio 2021, ha scosso il mondo intero.
Un tentato colpo di stato, sollecitato dal presidente degli Stati Uniti si è trasformato in tragedia.
Gruppi di manifestanti (sostenitori di Trump), di cui alcuni armati, hanno fatto irruzione a Capitol Hill, dove il Congresso era riunito per la cerimonia di insediamento di Joe Biden, presidente ufficiale neoeletto. Sia all’esterno che all’interno del Campidoglio è successo di tutto: scontri, spari, lancio di bombe, lacrimogeni. I manifestanti hanno abbattuto barricate, superato cordoni di ufficiali e rotto finestre. I sostenitori di Trump si sono perfino scontrati con la polizia all’interno del Campidoglio.
Trump non ha parlato in tv ma è intervenuto sui social per invitare i manifestanti ad andare a casa, ma dando esplicitamente loro ragione e ribadendo ancora una volta che la sua vittoria gli era stata strappata con le ultime elezioni.
Ci sono stati diversi feriti, 52 arresti e persino alcuni morti.. Sospesa la seduta di conferma della vittoria del nuovo eletto alla Casa Bianca, è stata ripresa solo dopo molte ore. A Washington, sono state quattro le persone morte durante l’assalto al Campidoglio.
Trump è stato bannato dai social, con Facebook e Twitter che hanno bloccato i suoi account. Twitter lo ha bloccato per 12 ore, minacciando un blocco permanente. Facebook invece, lo ha sospeso per 24 ore.
Trump rischia la rimozione dalla Casa Bianca, e l'impeachment. Ci sono state diverse accuse da parte di famigliari o amici dei manifestanti, che in disaccordo con quanto avvenuto, hanno inviato le loro informazioni private all'FBI sulla pagina appositamente creata, per chi volesse fare denunce anonime; poi in molti sono stati rintracciati e arrestati. L’utilizzo strumentale dei social da parte di Trump è alla base di quanto successo. Centinaia di persone inferocite, sono state convinte e manipolate attraverso una continua alimentazione dell’odio sui social, tendenza sempre più diffusa, sostenuta dalla circolazione di fake news.
di Elena Cacciola e Isabel Gianola, Gennaio 2021
A gennaio 2020, è stata pubblicata la sequenza genetica del virus SARS-CoV-2, scienziati, industrie e altre organizzazioni in tutto il mondo hanno collaborato per sviluppare il prima possibile vaccini sicuri ed efficaci contro il COVID-19.
Secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS), al 22 gennaio 2021 erano 237 i vaccini candidati in corso di sviluppo, di cui 173 in fase pre-clinica e 64 in fase clinica (16 di questi ultimi nella fase 3). Finora in Europa sono stati autorizzati due vaccini, entrambi vaccini a mRNA, il primo prodotto dalla ditta BioNTech/Pfizer e approvato dall’Agenzia Europea del Farmaco (EMA) il 21 dicembre 2020, il secondo prodotto da Moderna e approvato dall’EMA il 6 gennaio 2021.
E' così che il 27 dicembre in tutta Italia, come in tutta Europa, si è tenuto il Vaccine day, l'avvio "simbolico" della campagna di vaccinazione anti Covid-19.
Il 26 dicembre, infatti, 9.750 dosi del vaccino Pfizer-Biontech sono arrivate dal Belgio all’ospedale "Spallanzani" di Roma. Da qui, per consentire all’intero Paese di partecipare al Vaccine day europeo, l’esercito le ha prelevate per distribuirle in tutte le altre Regioni.
Finalmente, dopo quasi un anno dall'inizio della pandemia, si accende una piccola speranza fondata sulla scienza e non più solo la responsabilità individuale.
Il Piano Nazionale per la Vaccinazione anti SARS-Cov-2/Covid-19 prevede:
vaccinazione gratuita e garantita a tutti
oltre 215 milioni di dosi disponibili in base agli accordi stipulati, e dopo autorizzazione dell'EMA e dell'AIFA (stima aggiornata al 30 dicembre 2020)
27 dicembre 2020, inizio vaccinazione in Italia ed Europa (Vaccine Day)
identificazione delle categorie da vaccinare con priorità nella fase iniziale a limitata disponibilità dei vaccini: operatori sanitari e sociosanitari, residenti e personale delle Rsa per anziani
logistica, approvvigionamento, stoccaggio e trasporto, di competenza del Commissario straordinario
governance del piano di vaccinazione, assicurata dal coordinamento costante tra il ministero della Salute, la struttura del Commissario straordinario e le Regioni e Province Autonome
sistema informativo per gestire in modo efficace, integrato, sicuro e trasparente la campagna di vaccinazione
farmacosorveglianza e sorveglianza immunologica per assicurare il massimo livello di sicurezza nel corso di tutta la campagna di vaccinazione e la risposta immunitaria al vaccino
Per adesso le dosi totali somministrate - a personale sanitario, degenti nelle Rsa e persone a rischio- sono 1.602.332; visitando il sito https://www.governo.it/it/cscovid19/report-vaccini/ è possibile seguire i dati in tempo reale, regione per regione.
L'arrivo del vaccino è stato vissuto da molti come la luce in fondo ad un tunnel, da altri come una semplice illusione e da altri ancora come uno strumento per trasformarci in tanti robot. Eh sì, la fantasia ha dato vita ad una serie di teorie, complottiste o meno. Nel rispetto di tutti e di ogni possibile idea, non ci resta che decidere in cosa credere. E se la scienza è conoscenza, abbiamo fatto la nostra scelta!
Fonte: Ministero della Salute e Istituto Superiore di Sanità
“La stanza degli abbracci” è il titolo del primo di quattro spot, ideati e diretti pro bono (senza alcuna retribuzione) dal regista Giuseppe Tornatore, su richiesta del Commissario Straordinario per l’emergenza Covid-19, per la promozione nazionale della campagna di vaccinazione anti-covid appena partita.
Tornatore ha accettato di contribuire con il proprio talento alla lotta contro il virus, chiamando a collaborare per le musiche anche il Maestro Nicola Piovani.
di Antonino Bertino e Aurora Gargiulo, gennaio 2021
Sulle strade delle nostre città, negli ultimi anni, si è andata affermando la sharing mobility, modalità innovativa che consente di spostarsi da un luogo all’altro condividendo con altri utenti mezzi, spazi e percorsi per muoversi in modo più efficiente, rapido e rispettoso dell’ambiente.
Nella nostra città si possono noleggiare due tipi di monopattini.
Il primo è BIT MOBILITY il cui uso è diviso in alcuni step che prevedono una registrazione e un abbonamento dell’utente per sbloccare il monopattino e utilizzarlo comodamente in città.
1.REGISTRAZIONE: Dopo aver scaricato l’app, ti verrà chiesto di inserire un indirizzo e- mail e una password che utilizzerai per accedere al tuo account personale. Una volta confermati i dati, potrai sbloccare il tuo BIT.
2. SBLOCCA IL BIT : Cerca il monopattino BIT più vicino a te sulla mappa e sbloccalo scannerizzando il QR Code presente sul mezzo. Datti una leggera spinta per partire e accelera usando la levetta sulla destra. Ora sei pronto a sperimentare un nuovo modo di viaggiare in città, evitando il traffico e riducendo le emissioni di CO2.
3.ATTENZIONE ALLE ZONE : Con BIT puoi muoverti all’interno delle isole pedonali, nelle zone con limite di velocità fissato a 30Km/h e nelle corsie ciclabili. La mappa mostra zone colorate in modo diverso. Ecco che cosa rappresentano: Le zone blu sono quelle che mostrano le aree entro le quali il servizio è abilitato.
Le zone gialle sono quelle che prevedono un velocità massima del monopattino di 6 km/h. Se entrerete con BIT in queste aree, la velocità di marcia verrà ridotta automaticamente per restare entro questo limite.
Le zone rosse sono quelle in cui non è consentito parcheggiare. In queste aree non sarà possibile terminare il noleggio.
Le zone viola sono quelle che mettono insieme le caratteristiche delle aree gialle e rosse. In queste zone infatti non si può parcheggiare e il limite di velocità massimo è di 6 Km/h.
4. GODITI IL VIAGGIO: BIT è l’ideale per brevi spostamenti in città. Perfetto per arrivare puntuale agli appuntamenti di lavoro, per spostarsi tra le sedi universitarie tra un corso e l’altro, per scoprire tratti altrimenti nascosti della città o anche soltanto per fare un giro e divertirsi con gli amici.
5. TERMINA IL NOLEGGIO: Una volta arrivato a destinazione, puoi terminare il noleggio parcheggiando il BIT in modo che non intralci la normale mobilità cittadina o che non arrechi disturbo: accostandolo al muro del marciapiede, sfruttando gli appoggi “naturali” offerti dalla città, in prossimità di rastrelliere o negli spazi per le moto.
Il secondo tipo di monopattino è REBY.
Reby offre tariffe di noleggio convenienti per un uso casa-lavoro e casa-scuola o per percorsi che coprono la maggior parte degli spostamenti cittadini. Prevede tariffe e abbonamenti che favoriscono un uso breve, ma costante nell’arco della settimana.
I monopattini elettrici sono un mezzo molto pratico, tuttavia è necessario rispettare delle regole per un corretto utilizzo e soprattutto per una questione di sicurezza.
È vietato il trasporto di passeggeri, borsoni o oggetti che ostacolino l’utilizzo sicuro del mezzo; l’utilizzo del telefono cellulare, salvo che quest’ultimo sia fissato correttamente al manubrio, o qualsiasi riproduttore musicale portatile.
È vietato utilizzare il monopattino elettrico sotto l’effetto di droghe, alcolici e farmaci, che possano compromettere la guida sicura; utilizzare il mezzo per gare, escursioni in strade sterrate o per l’esecuzione di acrobazie di qualsiasi tipo.
Uno dei più grandi vantaggi offerti da questo mezzo di trasporto è quello di ridurre traffico e inquinamento (anche acustico) in modo efficiente, comodo e divertente. Per questo, i monopattini elettrici sono considerati il futuro della micromobilità.
A livello ambientale invece i benefici sono legati alla misura con cui si riesce a ridurre l’uso di auto e moto e quindi l’emissione di CO2 nell’aria. Si tratta di un mezzo di trasporto che non produce fumi né emissioni, perché non brucia alcun tipo di carburante.
L'introduzione di questi monopattini in città è molto utile perché promuove una mobilità sostenibile, inoltre si tratta di mezzi che tutte le persone, anche i ragazzi, possono usare senza avere necessariamente la patente.
Dicembre 2020
Al ritorno a scuola a settembre ci aspettava una gigantesca sorpresa su un muro del cortile della Mazzi: l’immagine colorata e sorridente di un ragazzo con un cappello in mano, circondato dalla parola “Libertà” scritta in diverse lingue. Ma chi è? Cosa sta facendo? Perché sta lì? Chi ha dipinto il murale?
Abbiamo chiesto al nostro dirigente Andrea Pioselli di rispondere a queste domande. È Giuseppe Brighenti, il partigiano “Brach”, dipinto dallo street artist Paolo Baraldi, detto “Il Baro”. Il dipinto è preso da una fotografia scattata mentre Brighenti, un ragazzo poco più grande di noi, si trova sui monti bergamaschi a combattere per la Resistenza contro i fascisti e i nazisti, tra il 1943 e il 1944.
“Brighenti è vissuto in un’epoca in cui tutti gli uomini che combattevano per la libertà e l’uguaglianza si sentivano fratelli, al di sopra delle differenze nazionali”, ci ha detto il Preside, che invita ciascuno di noi a domandarci che cosa è la libertà e a cercare la propria via per raggiungerla.
Giuseppe Brighenti (il partigiano “Brach”) in una fotografia scattata dal suo comandante Giovanni Brasi, detto “Montagna”.
Il murale del partigiano “Brach”, dipinto nel cortile della scuola media Mazzi dallo street artist Paolo Baraldi, detto “Il Baro”.
Intervista al Dirigente Andrea Pioselli di Aurora Gargiulo e Elena Prandi
Chi è il personaggio rappresentato sul murale?
È un ragazzo di vent’anni, nel 1943-‘44. Da molti mesi è alla macchia, sulle colline e sui monti tra la val Cavallina e la valle Seriana, insieme a qualche decina di compagni. Con mezzi molto scarsi, mangiando quando capita, dormendo nelle malghe e nelle cascine, continuando a spostarsi a marce forzate anche nella neve che ti arriva fino alla vita, combatte contro i fascisti e i nazisti. Molti suoi compagni sono già morti, fucilati o uccisi in battaglia. È un partigiano. In un momento di calma sorride, guardando il cappello che tiene tra le mani. Dopo la guerra, sarà il primo giovanissimo sindaco del suo paese (Endine, in provincia di Bergamo). Si dedicherà alla politica, divenendo deputato e poi sindacalista. Si è occupato molto delle condizioni degli emigrati bergamaschi all’estero. È morto nel 1996. È della generazione dei vostri bisnonni.
Qui ha semplicemente vent’anni. Non sa nulla del suo futuro in questo momento. È stato spinto in montagna dall’avere visto le ingiustizie subite dal popolo e il senso che nel fascismo mancava la libertà. Si chiamava Giuseppe Brighenti.
Da dove è partita l’idea del murale in cortile?
La storia è questa. Un professore dell’università di Colonia (Germania), Federico Spinetti, sta girando un film sulla vita di Giuseppe Brighenti. In verità è un film che utilizza la figura di Brighenti come occasione per raccontare tante storie che in qualche modo hanno incrociato la sua vita, anche di persone o paesi lontani (Brighenti dopo la guerra ha viaggiato tanto, per passione, ma anche per lavoro). In più nel film c’è tanta musica, perché Federico si occupa di quello. È tutto molto complicato da dire, ma spero che quando il film uscirà, potrete vederlo…
All’interno del film quindi c’è la storia di alcune persone che, direttamente o indirettamente, hanno avuto un rapporto con Brighenti. Tra queste persone c’è anche un artista che dipinge una grande opera. In sostanza, Federico cercava un muro (grande) dove riprendere un artista (Paolo Baraldi) mentre eseguiva questo enorme murale. Facile a dirsi, ma difficile a farsi! Muri così grandi non è facile trovarli, e anche quando li trovi è molto difficile ottenere l’autorizzazione a dipingerli (potete vedere dei bei murales al quartiere Malpensata, non lontano dalla Mazzi o ce ne è uno bellissimo alle case popolari della Celadina – immagino poi che tutti voi conosciate quello dedicato alla finale di Coppa Italia dell’Atalanta). E così una sera di questa estate gli ho detto: ma perché non vieni a vedere il cortile della Mazzi? Conosco Paolo Baraldi e la sua attività: mi piaceva pensare che la Mazzi ospitasse una sua opera, per di più ispirata a una figura pubblica, impegnata e molto coerente durante tutta la sua vita. Sono venuti a vedere il muro e si sono convinti. Poche settimane dopo Paolo era appeso a 20 metri di altezza con i suoi attrezzi a dare la prima mano di colore.
Quale messaggio si propone di dare ai suoi studenti con la scelta di questo tema per il murale?
È una domanda molto difficile. Per rispondere mi devo spiegare bene. Il significato di questa opera a me è chiarissimo. Ovviamente è stata pensata e creata dall’artista che, prima di eseguirla, me ne ha fatto vedere un bozzetto. Avevamo discusso un po’ insieme ed erano venute fuori alcune idee. Ci siamo incontrati sul fatto che doveva essere internazionale (voi sapete che le famiglie della nostra scuola vengono veramente da tutti i paesi del mondo. Ma non sapete che Brighenti è vissuto in un’epoca in cui tutti gli uomini che combattevano per la libertà e l’uguaglianza si sentivano fratelli, al di sopra delle differenze nazionali. E lui, quando era un giovane poverissimo, ma anche quando era un uomo politico e un sindacalista ormai affermato, ha sempre viaggiato per il mondo per conoscere, sostenere e anche partecipare alle lotte degli uomini per migliorare le loro condizioni di vita e di lavoro. Ad esempio, negli anni ’60 è stato in Africa ed è stato anche arrestato e imprigionato in Kenya). Il bello è che la storia di Brighenti ci mostra che questo modo di vedere (sentirsi fratelli di tutti gli uomini al di sopra delle differenze di lingua e nazione) non è per nulla in contrasto col sentirsi legati a un luogo: a lui questa visione veniva dall’avere conosciuto tante persone e tanti parenti del suo paese che erano emigrati per il mondo per lavorare e durante tutta la sua attività di parlamentare si interessò molto alle condizioni degli emigrati italiani (viene da una zona dove prima e dopo la guerra tantissimi emigravano per lavorare nelle miniere, fino in India!).
La seconda idea era che doveva essere un dipinto con ZERO retorica. Intendo: quando si raffigura una persona “tutta di un pezzo” come lui, è facile farne degli “eroi”, quasi al di sopra degli altri uomini, senza nessun difetto o debolezza. Ma veramente abbiamo bisogno di eroi? Il dipinto è preso da una fotografia reale di Brighenti. È una fotografia che gli ha fatto il suo comandante (pensate che nella vita civile questa persona faceva il fotografo) mentre erano sui monti a combattere per la Resistenza. In una vita come fu quella dei partigiani durante la guerra, fatta di fame, continui spostamenti, freddo, rischio continuo della vita, è un momento di calma: Brighenti è colpito dalla luce del sole, si è tolto il cappello e … sta togliendo le pulci! (le condizioni igieniche della vita sui monti non erano buone).
Come dire: la libertà si difende non con grandi eroismi (soprattutto: non con grandi parole e discorsoni, i veri eroi non ne hanno bisogno) ma con la semplicità di restare uomini e donne autentici, riconoscendo le proprie debolezze e sofferenze e proprio per questo divenendo capaci di riconoscere quelle degli altri.
Detto questo, non so se ho fatto bene a raccontarvelo. Si tratta del significato che quest’opera ha per me. Ma il vero messaggio dell’opera è: avanti, cerca tu la tua via verso la libertà! Cosa è per te libertà? Cosa ti ispira questo giovane che sorride? Chi sarà? Cosa ti fa venire in mente? L’opera è viva se suscita domande. La mia è solo una delle mille risposte che chiunque può darsi.
La parola libertà è uno degli elementi fondamentali del murale ed è scritta in molteplici lingue. Per quale motivo?
Negli ultimi anni troppo spesso le persone chiedono agli altri “da dove vieni?”. Per me la domanda più importante è “dove vogliamo andare, insieme?”. Una delle risposte più importanti è la libertà. Che non è fare quelle che si vuole (magari, quando avevo la vostra età, anche io la intendevo così. Va bene. Poi però, proprio alla vostra età, bisogna iniziare a fare qualche pensiero). Ma essere capaci di vivere dandosi da sé le regole del proprio vivere, insieme agli altri. È il significato letterale di “autonomia”. Una persona autonoma è quella che è in grado di vivere dandosi da sé i propri limiti, perché capisce che sono necessari se si vuole vivere civilmente insieme agli altri.
È scritta in tutte le lingue (voi non avete idea che fatica ha fatto Paolo a scriverla correttamente in tutte le lingue e alfabeti, e quante volte ha dovuto correggere!) perché capita spesso che oggi si sottolineino più le differenze tra le persone che quello che le accomuna. Ma, secondo me, se ci si pone il problema del dove si vuole andare insieme agli altri, viene fuori ciò che ci unisce agli altri, indipendentemente dal cammino che abbiamo fatto fino a quel momento. A volte basta una semplice traduzione per capirsi.
Chi ha dipinto il murale?
Paolo Baraldi, detto “il Baro”. È un artista bergamasco che lavora da molti anni, soprattutto in città, ma non solo. Sul web potete vedere le sue opere. Probabilmente, girando per la città ne avrete viste molte. Provate a guardare il suo sito: http://www.ilbaro.com/blog/ o il suo profilo Instagram. Forse non sapete che ha già lavorato nella nostra scuola, con un murale nella scuola primaria Biffi, realizzato insieme ai bambini. E mi piacerebbe che continuasse anche negli altri plessi, per rendere l’ambiente non solo bello, ma significativo, in grado di suscitare domande, pensieri, emozioni.
di Kristel Kapidani e Marta Poloni
di Emma Arnoldi e Silvia Santini, dicembre 2020
Rientro a scuola a settembre tra l’emozione del ritrovarsi tutti insieme e la necessità di imparare a rispettare nuove regole contro il coronavirus.
Siamo ritornati a scuola. Dopo più di sei mesi da quel giorno di fine febbraio 2020 in cui, per colpa del Covid-19, le scuole hanno chiuso da un giorno all’altro, cogliendo tutti di sorpresa.
Dopo i mesi di didattica a distanza e dopo le vacanze estive, ecco la bella notizia della riapertura delle scuole. La mattina del 14 settembre eravamo felicissimi e molto emozionati. Finalmente avremmo potuto rivedere dal vivo professori e compagni.
Sapevamo che sarebbe stato un anno diverso dagli altri. Non ci sarebbero più stati i corridoi che brulicavano di ragazzi, di risate e di divertimento. Non avremmo più visto né sentito i bambini della scuola elementare che correvano felici e spensierati in cortile. Tutto sarebbe stato molto diverso. Ma sentivamo anche che sarebbe stato comunque meglio della didattica a distanza. Avevamo bisogno di ritrovarci tutti insieme, pronti a rianimare una scuola che da marzo si era spenta, senza più alunni e professori.
Da quel momento, quell’edificio senza vita sarebbe tornato ad essere LA SCUOLA.
Quella mattina, in attesa di entrare a scuola, sapevamo ancora poco delle nuove regole. Ma tutti gli studenti avevano le mascherine sul viso, un tubetto di disinfettante nello zaino e cercavano di tenersi il più possibile distanziati.
Uno dei momenti più emozionanti di quella giornata è stato quando abbiamo camminato nei corridoi che da tempo erano rimasti vuoti e spogli. Entrati in classe siamo stati colpiti dalla nuova disposizione dei banchi, distanziati gli uni dagli altri. Guardandoci intorno non ci sembrava vero poter rivedere in faccia i nostri compagni e i nostri professori, o almeno quello che si vedeva della faccia coperta dalla mascherina. Anche dai loro occhi si capiva l’emozione di rivederci tutti.
Quel giorno abbiamo imparato a conoscere le nuove regole restrittive. Indossare sempre la mascherina, tranne durante l’intervallo; mantenere la distanza di sicurezza di almeno un metro dagli altri; disinfettarsi spesso le mani, soprattutto prima di toccare le superfici comuni; non scambiarsi le cose: ognuno deve avere il proprio materiale. Inoltre, bisogna tenere sempre le finestre aperte. All’inizio eravamo felici di questa regola, perché era ancora estate e faceva molto caldo, ma con l’arrivo della brutta stagione abbiamo capito che è la regola più difficile da sopportare, quella che causa i maggiori malumori, liti, lamentele e raffreddori.
Quel primo giorno di scuola, al momento dell’intervallo, ci siamo disinfettati le mani e siamo usciti in corridoio, distanziati, con la nostra merendina. Finalmente abbiamo potuto abbassare la mascherina. In quel momento abbiamo visto completamente il volto di tutti i nostri compagni dal vivo e per intero, dopo tutti quei mesi.
Al suono della campanella, alla fine di quell’intenso primo giorno di scuola, non ci sembrava vero che anche il giorno dopo avremmo camminato verso la scuola, anziché collegarci con un computer attraverso un link. Tornando a casa non avevamo sulle spalle solo il nostro zaino, ma anche la consapevolezza che un giorno ci saremmo potuti strappare quelle mascherine dal volto e riabbracciarci di nuovo.
di Sofia Morsali, dicembre 2020
Bergamo, sabato 21 Novembre, l’Unione e il Comitato Inquilini delle case Aler manifestano, in via Luzzati, contro la richiesta dell’Azienda Lombarda per l’Edilizia Residenziale di restituire il locale dato in concessione agli inquilini per allestire uno spazio solidarietà.
Dal 2016 la signora Cristina e il signor Silvano gestiscono con dedizione questo angolo di cura e amicizia, raccogliendo e donando a chi ne ha bisogno beni alimentari di prima necessità, abiti, scarpe e oggetti per la casa. Una perdita che il quartiere, oggi più che mai, in questo momento di grande difficoltà economica non può permettersi. Sono tanti gli anziani con pensioni al minimo, le famiglie numerose o in grave disagio economico, i soggetti fragili o impoveriti, che si rivolgono a questo spazio di mutuo soccorso. Gli inquilini chiedono, solo, di poter continuare ad utilizzare il locale o di avere un altro spazio in cui proseguire questa attività di solidarietà. Aler, non ha dato risposte alle numerose istanze, se non una proroga al termine per lasciare il locale, spostandola dal 30 Novembre al 31 Dicembre. Abbiamo provato a chiedere spiegazioni anche noi, attendiamo risposte.
Risposte importanti, non solo per gli inquilini, ma anche per questo luogo, espressione del tempo, di un tessuto sociale in continuo divenire. Le case Aler di via Luzzati nascono, infatti, nel 1908. E’ il primo lotto di case residenziali realizzate in città dall’allora Istituto Case Popolari di Bergamo come possibile soluzione al problema sociale dell’abitazione per le classi più disagiate. Il disagio e il bisogno di ieri e di oggi convivono in via Luzzati, hanno la statura degli operai di un tempo e del presente, il riflesso di volti dai lineamenti e colori diversi, suoni e voci, uniti dalla consapevolezza che insieme è meglio.
Manifestanti in via Luzzati
di Sophia Elinor Bruzual , giugno 2020
Senza il suono dell’ultima campanella è terminato questo anno scolastico. Non più baci, abbracci, lacrime di gioia e malinconia, le scorribande nei corridoi, i saluti ai professori, solo un solo click a dirci che questi 200 giorni e le loro emozioni sono volte al termine. Dal 22 febbraio siamo stati catapultati in una dimensione virtuale, abbiamo dovuto imparare ad usare nuovi strumenti e nuovi modi di comunicare per fare scuola, perché entrare in classe non ci era più concesso! Con fatica e buona volontà, professori e ragazzi, si sono messi in gioco per far sì che la chiusura dell’edificio scolastico non fosse la chiusura della scuola, e del futuro che essa rappresenta.
Un futuro che abbiamo scritto avendo la sensazione di essere fermi, eh si!, perché le prime settimane sono state caratterizzate dalla novità, dalla bellezza di non doverci alzare presto, dalle lezioni in pigiama o vestiti a metà, poi è arrivata la stanchezza, il timore di non tornare alla nostra vita, a quella normalità che trovavamo tanto noiosa. I mesi sono passati e in questo susseguirsi di emozioni ci siamo resi conto che eravamo andati avanti, quel tempo che ci era sembrato sospeso ci aveva ingannati.
L’estate è arrivata, la pandemia impazza nel mondo mentre sembra essersi ridimensionata in Italia, con queste poche certezze e tanti dubbi ci avviamo a vivere i giorni di vacanza. E, nonostante la voglia di libertà, non possiamo non guardare alla scuola che verrà. Ehm, la scuola che verrà! Al momento parole d'ordine: Plexiglass o plexiglas, classi dimezzate o classi pollaio, scuola o cinema, didattica a distanza o didattica a metà, mascherina si e mascherina no...insomma molte teorie, varie proposte, ma tante domande! Abbiamo pensato di cercare qualche risposta, l'assessora del Comune di Bergamo all'educazione ( infanzia, istruzione e formazione, politiche per i giovani,Università), edilizia scolastica e sportiva, sport., arch. Loredana Poli, e il nostro dirigente scolastico, prof. Andrea Pioselli, hanno accolto l'invito. Due interviste che anticipano scenari futuri e raccontano il vissuto di questi mesi. Due chiacchierate in cui abbiamo imparato che gli adulti, nonostante il loro ruolo, pensano come noi che la scuola sia un luogo in cui stare insieme sia l'elemento fondamentale, aldilà della paura e delle situazioni, il motore per crescere come persone e studenti. Abbiamo imparato che la scuola richiede progettualità, visione e relazioni con il territorio di cui è espressione.
di Clara Baudini, giugno 2020
Ormai in America il coronavirus sembra quasi un lontano ricordo, ma non perché sia sparito. Il dramma dell’epidemia che ha sconvolto tutto il mondo, negli USA è stato sotterrato da nuovi avvenimenti.
Ora le strade brulicano di persone che manifestano.
Ma per cosa manifestano?
L’INIZIO
Mentre l’Italia e il resto del mondo stavano cercando di combattere il virus che li aveva già attaccati, l’epidemia si è fatta spazio anche negli USA, aumentando in modo sproporzionato. L’America del Nord, con il suo particolare programma sanitario, è stata completamente travolta da una tempesta, uno tsunami, un ciclone distruttivo. In realtà i primi casi di coronavirus negli Stati Uniti erano stati registrati a metà gennaio.Ma la situazione, inizialmente, è stata sottovalutata. Non sono stati fatti i tamponi e i controlli subito, perciò il virus ha continuato ad espandersi all'oscuro di tutti. Intanto la situazione negli altri paesi peggiorava e mentre la Cina si riprendeva, l’Italia occupava le prime pagine dei giornali con i suoi contagi. Forse è stato proprio questo, il picco degli altri paesi, a spingere gli USA a iniziare con gli esami.
All'inizio di aprile gli Stati Uniti si erano posizionati al primo posto per decessi e per casi confermati di COVID-19. Dopodiché la situazione si è fatta critica anche nell'America Latina. Ora come ora i casi confermati di coronavirus negli USA sono quasi 2 milioni e i morti 110 mila. Mentre molti paesi, tra cui il nostro, uscivano dal peggio e si riprendevano per un nuovo futuro, paesi come gli USA erano al picco dei contagi. Ma un avvenimento inaspettato ha scosso gli Stati Uniti d’America, anzi il mondo... facendo quasi dimenticare l’esistenza del virus.
GEORGE FLOYD
E’ il giorno 25 maggio 2020. Un normalissimo lunedì a Minneapolis, in Minnesota. Il 46enne afroamericano George Floyd si reca in un negozio per acquistare un pacchetto di sigarette. Dopo l'acquisto, il proprietario del negozio, che credeva che la banconota datagli fosse falsa, manda due impiegati da Floyd, ormai uscito e recatosi nella sua macchina. Floyd nega tutto e si rifiuta di ridare il pacchetto di sigarette. La discussione viene ripresa da una telecamera di sicurezza e un altro impiegato chiama il 911. Quando la polizia arriva, un agente, senza dire una parola, tira fuori la pistola e la punta contro Floyd, ordinandogli di uscire dalla macchina. Dopo un’animata discussione, e dopo l’arrivo di altri poliziotti, Floyd viene ammanettato, ma si rifiuta di entrare in macchina.
Il poliziotto Derek Michael Chauvin immobilizza George sul marciapiede con la faccia schiacciata a terra e il ginocchio ad esercitare una forte pressione sul collo di George. Floyd ripete più volte: “Non respiro! Non riesco a respirare! Per favore!”, ma il poliziotto non gli da’ retta. Dopo pochi minuti George smette di muoversi, ma è ancora vivo. Viene chiamata un’ambulanza, ma nonostante tutto il poliziotto non toglie il ginocchio dal collo di Floyd, che continua ad implorarlo dicendo: “Non riesco a respirare, per favore!”
Floyd perde conoscenza prima dell’arrivo dell’ambulanza.
Il poliziotto toglie il ginocchio dal collo di Floyd solo su richiesta dei medici… non c’è nulla da fare. George Floyd viene dichiarato morto.
L’orribile accaduto viene ripreso da un passante, che lo manda in streaming su Facebook. Il video diventa virale e fa il giro di internet con l'hashtag #icantbreathe (ovvero ciò che Floyd aveva detto prima di morire). Le proteste per la sua morte sfondano lo schermo virtuale e arrivano nelle strade. Nonostante l’emergenza COVID la gente inizia a manifestare: vengono incendiate stazioni della polizia, sfondate auto, si marcia dappertutto con cartelli di protesta. Le manifestazioni contro la discriminazione razziale si estendono non solo alla cittadina di Minneapolis, all’America, e all’intero mondo.
Pochi giorni fa i quattro poliziotti responsabili dell'omicidio di Floyd sono stati arrestati e messi sotto inchiesta. Proprio per questo, soprattutto in America, il dramma del Covid-19 è stato quasi dimenticato.
George Floyd è morto soffocato. Su un marciapiede. Dal ginocchio di un poliziotto.
Non meritava di morire per una banconota falsa, non meritava di morire perché era nero...e non meritava di morire perché era un essere umano.
Una testimonianza da New York sui movimenti antirazziali, il punto di vista di una italiana trasferitasi nella Grande Mela.
di Clara Baudini
L'Istituto Comprensivo "A. Mazzi", indirizzo musicale, partecipa all'iniziativa dell'INDIRE La musica unisce la scuola, con gli studenti dell'indirizzo musicale, classe di chitarra, pianoforte e violoncello .
"Noi siamo la memoria che abbiamo e la responsabilità che ci assumiamo. Senza memoria non esistiamo. Senza responsabilità forse non meritiamo di esistere”. Questa celebre frase di Josè Saramago è un invito alla cultura della memoria, non si può immaginare il futuro, attendere e desiderare cambiamenti, senza guardare al passato. Un passato che ci dona persone come Peppino Impastato e Giovanni Falcone che si sono opposti alla mafia e alla cultura mafiosa. Perchè la mafia non è solo quella dei grandi capi e degli imponenti affari internazionali, la mafia è, anche, uno stato culturale che trae forza dal bisogno e dal silenzio.
Abbiamo deciso di dedicare uno spazio importante a queste due persone che la mafia ha consegnato alla storia rendendoli immortali, immortali come i valori di giustizia, legalità e libertà che rappresentano.
Peppino Impastato è stato ucciso il 9 Maggio del 1978; il 23 maggio 1992, all’altezza del paese siciliano di Capaci, cinquecento chili di tritolo fanno saltare in aria l’auto su cui viaggia il giudice Giovanni Falcone, la moglie Francesca Morvillo e tre uomini della scorta, Antonio Montinaro, Rocco Di Cillo e Vito Schifani.
di Sofia Arens Micheletti, maggio 2020
La Sicilia del dopo Falcone è una Sicilia profondamente cambiata, nuova, combattiva.
Giovanni Falcone nasce nel 1939 nel rione Kalsa di Palermo, finito il Liceo intraprende la carriera militare, per poi iscriversi alla facoltà di Giurisprudenza. A 25 anni si laurea con il massimo dei voti e a 26 anni entra in magistratura.
Assegnato a Trapani, si occupa di reati bancari e frode; sviluppa così un’ importante interesse alla valutazione oggettiva dei fatti. Nel 1979 inizia a lavorare con Rocco Chinnici, che gli affida, nel maggio del 1980, le indagini su Rosario Spatola, coinvolto con la criminalità statunitense .
Nel 1983, con l’uccisione di Rocco Chinnici, si costituisce un nuovo pool di esperti, Caponneto, Barrile, Di Lello, Guarnotta e Paolo Borsellino.Sono gli anni delle inchieste e delle morti per mafia, a Palermo il clima era caldo; i mafiosi erano in politica, negli appalti pubblici, nell’alta finanza, e i corleonesi erano alla conquista di Palermo.
Il “pool antimafia” ottiene il più grande successo nel 16 dicembre del 1987 con il maxi processo che vede alla sbarra 474 imputati e che si conclude con 19 ergastoli e 2.665 anni di carcere. I mafiosi speravano in un annullamento della sentenza, come spesso era avvenuto in passato. Una riforma fortemente voluta da Falcone impone per i processi di mafia la rotazione dei giudici, in modo che gli imputati non possano sapere il nome del magistrato che presiede la Corte.
La sentenza di Cassazione del 30 gennaio 1992 conferma tutte le condanne in modo definitivo. Cosa Nostra ha subito un duro colpo.
È il 23 maggio 1992, quando alle 17.56, all'altezza del paese siciliano di Capaci, cinquecento chili di tritolo fanno saltare in aria l'auto su cui viaggia il giudice Giovanni Falcone, la moglie Francesca Morvillo e tre uomini della scorta, Antonio Montinaro, Rocco Di Cillo e Vito Schifani.
Tanto ci sarebbe da raccontare: vittorie, sconfitte, inchieste internazionali, attentati falliti e domande che non hanno ancora risposta.
Giovanni Falcone dopo la sua morte è divenuto un eroe anche per quella parte dello Stato, della stampa e della stessa magistratura, che lo aveva "denigrato, ostacolato e, talvolta, odiato". La verità è che per la gente era ed è rimasto un esempio da seguire, un esempio di dedizione, onestà e impegno civile.
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di Alda Merini
La mafia sbanda,
la mafia scolora
la mafia scommette,
la mafia giura
che l’esistenza non esiste,
che la cultura non c’è,
che l’uomo non è amico dell’uomo.
La mafia è il cavallo nero
dell’apocalisse che porta in sella
un relitto mortale,
la mafia accusa i suoi morti.
La mafia li commemora
con ciclopici funerali:
così è stato per te, Giovanni,
trasportato a braccia da quelli
che ti avevano ucciso.
di Arianna Gaspani, maggio 2020
La storia di Peppino è straordinaria non solo perché ai tempi fu uno dei pochi a denunciare le realtà mafiose che in molti ancora fingevano di non vedere, ma perché lui stesso proveniva da una famiglia affiliata al crimine organizzato ed ebbe il coraggio di fare una scelta differente.
Giuseppe, detto Peppino, Impastato nacque il 5 gennaio 1948 a Cinisi. La famiglia di Peppino era molto legata alle attività mafiose: la sorella di Luigi, il padre di Peppino, aveva sposato il boss Cesare Manzella, mentre lo stesso papà Luigi era un amico di Gaetano Badalamenti, il capomafia della zona che, come era solito dire Peppino, abitava “a cento passi” da casa sua.
Nel 1963 lo zio Cesare Manzella, allora capomafia locale, viene assassinato. Qualche anno dopo, Peppino, nonostante la giovane età, rompe con il padre ed inizia un’attività di studio e azioni politiche. Diventato giornalista, si schiera dalla parte degli oppressi, organizzando proteste e manifestazioni, e fondando il circolo Musica e Cultura, per dare voce ai giovani di Cinisi.
Dopo aver dato vita nel 1977 al circolo “Musica e cultura”, con il boom delle radio libere, decide di fondarne una propria, a Cinisi: “Radio Aut”. Nel programma “Onda Pazza” prende in giro i capimafia e i politici locali. Il suo bersaglio preferito è don Tano Badalamenti, l’erede di Cesare Manzella, amico di suo padre Luigi, soprannominato Tano Seduto.
Il mafioso non rimane a guardare e lancia un messaggio preciso alla famiglia: “Vostro figlio la deve smettere, altrimenti lo ammazziamo”. Il padre di Peppino, spaventato, vola negli Stati Uniti a chiedere protezione per suo figlio. Pochi mesi dopo il suo ritorno, il 19 settembre 1977, Luigi muore investito da una macchina. Peppino decide comunque di non rinunciare alla sua battaglia. Ma il suo destino è segnato.
Il 9 maggio del 1978, mentre l’Italia è sotto choc per il ritrovamento del cadavere del presidente della Dc Aldo Moro in via Caetani, a Roma, dopo 55 giorni di prigionia, in un paesino della Sicilia che si affaccia sul mare, muore dilaniato da una violenta esplosione Giuseppe Impastato.
Alcuni parlano di suicidio, altri dicono sia morto saltando per aria mentre stava preparando un attentato dinamitardo. Nessuna indagine viene, però, fatta sull’esplosivo. Al funerale si presenta spontaneamente una folla di giovani, da tutta la Sicilia. Nel gennaio del 1988 il Tribunale di Palermo invia una comunicazione giudiziaria a Badalamenti. Quattro anni dopo l’inchiesta viene archiviata. Ci vogliono altri 7 anni perché Badalamenti venga processato per l’omicidio di Peppino.
La testimonianza di questo giovane ragazzo è ancora oggi un esempio di coraggio per quanti hanno voglia - a testa alta - di parlare, lottare, denunciare crimini, affari e connivenze.
Le parole di Peppino aprirono gli occhi a numerose persone, riguardo le infiltrazioni mafiose in ogni ambito della vita sociale (nell'amministrazione pubblica, nella sanità, nell'edilizia ecc...) e tanti siciliani trovarono finalmente il coraggio di unirsi alla sua battaglia.
Peppino Impastato e Aldo Moro sono simboli di due Italie che cercano di lottare, negli «Anni di Piombo», contro differenti mali: la mafia e il terrorismo.
Anche se ora Peppino non c'è più, la sua attività ha ispirato film, libri e canzoni, facendolo diventare un simbolo della lotta contro la cultura mafiosa che ancora oggi infesta il nostro Paese.
di Tommaso Cazzaniga, maggio 2020
La Festa della Mamma ha una lunga tradizione che si perde nei secoli, legata al culto della fertilità e della maternità, ma quella che conosciamo e abbiamo festeggiato il 10 maggio affonda le sue radici nella seconda metà dell’Ottocento.
Siamo in America, in piena Guerra Civile, Ann Reeves Jarvis, un' attivista per i diritti umani della Virginia, organizza circoli di donne che promuovessero istruzione e assistenza alle famiglie. I circoli durante la guerra curano i soldati di entrambi i fronti, e nel dopoguerra divengono i nuclei di movimenti pacifisti per incoraggiare la riconciliazione tra soldati nemici.
Jarvis e gli altri membri dei suoi club proclamarono il Mothers Friendship Day per i soldati reduci e le loro famiglie, un'occasione che fu istituzionalizzata nel 1868, con lo scopo di riunire i parenti divisi dalle ostilità della guerra.
Fu la figlia di Ann, Anna, a battersi per l'istituzione della Festa della Mamma.
Il primo festeggiamento di questa ricorrenza si tenne in Virginia il 10 maggio 1908. Negli anni successivi i festeggiamenti per il giorno della mamma ebbero sempre più seguito, finché il presidente americano Woodrow Wilson ufficializzò la festa nel 1914. Egli stabilì che la festa cadesse la seconda domenica di maggio in onore di Ann Jarvis, che morì il 9 maggio 1905: questa data venne poi adottata in molti paesi occidentali, compresa l’Italia a partire dalla fine degli anni Cinquanta, mentre in molti paesi arabi la Festa della mamma coincide invece con il 21 marzo, equinozio di primavera.
di Pietro Redondi, maggio 2020
Il 18 maggio è arrivato e la Fase 2 iniziata. Finalmente potranno riaprire molte attività e noi potremo uscire di casa. Le riaperture sono uguali per tutte le regioni ma in Lombardia, come spiegato dal presidente Fontana, verranno applicate regole più severe rispetto alle altre regioni. Fontana ha continuato dicendo che alla fine di questa settimana sperimentale valuteranno i risultati raggiunti.
La regione ha emanato una nuova ordinanza, in vigore dal 18 al 31 maggio, che regolerà le aperture durante la Fase 2.
Cosa si potrà fare
Potranno riaprire i bar, i ristoranti, i parrucchieri, i centri estetici, i negozi, i musei, gli alberghi, i luoghi di culto e i centri sportivi che permettono lo sport all’aperto. Ci si saranno comunque stringenti controlli per queste attività che dovranno rispettare le regole imposte dal Governo: obbligo delle mascherine, distanza di almeno un metro, lavaggio delle mani o utilizzo dei guanti e misurazione della temperatura. Si potrà inoltre uscire di casa e andare in altri comuni senza l’autocertificazione e incontrare congiunti o amici.
Cosa non si potrà fare
Rimane l’obbligo di portare la mascherina anche all’aperto, con l’unica eccezione per le attività sportive, e il divieto di uscire dalla regione. Ci si potrà spostare in un’altra regione solo per motivi di lavoro o urgenti motivi personali e familiari. A differenza di quanto comunicato dal Governo, in Lombardia non verranno riaperte piscine e palestre. Inoltre negli incontri con altre persone bisognerà tenere la mascherina e non dovranno durare troppo. Rimane il divieto di fare feste, cene e assembramenti con numerose persone.
di Arianna Gaspani, Clara Baudini, Pietro Redondi, Sofia Arens Micheletti
Aprile 2020
"Bergamo combatte e cura. Bergamo siamo noi”
Un video toccante e drammatico che racconta una città sofferente e deserta. Una città che nel silenzio, e con una smisurata dignità, affrontava in quei giorni una tragedia improvvisa.
Immagini forti che non bisogna dimenticare, oggi, domani e domani ancora, per far sì che la memoria non sia solo il ricordo di un periodo, ma la consapevolezza di ciò che è stato, è e- si spera- non sarà.
Coscienti di tutto ciò affrontiamo questa nuova fase con senso di responsabilità e rispetto per la vita. Perché se c'è una cosa che abbiamo imparato da tanto dolore e da una immensa solitudine è che le nostre vite sono legate l'una all'altra, senza limiti di tempo e di spazio.
di Arianna Gaspani, Clara Baudini, Pietro Redondi, Sofia Arens Micheletti
Sono ormai passati due mesi da quando si è manifestato in Italia il primo caso positivo al COVID-19.
Il 18 febbraio Mattia, maratoneta 38 enne di Codogno, si era recato all’ospedale a causa di alcuni sintomi di polmonite. Dopo i controlli venne rilasciato senza alcuna preoccupazione. Ma la sua salute peggiorava, tanto che il 20 febbraio Mattia venne ricoverato nel reparto di medicina. Dopo il tampone è emersa la positività al COVID-19.
In pochi giorni il numero dei contagiati si era moltiplicato.
Era sempre più evidente che il virus era circolato e si era diffuso senza trovare ostacoli in tutta la Lombardia e in altre regioni del nord.
Ignare del pericolo imminente, le persone, dopo la notizia del primo paziente, hanno continuato ad incontrarsi e a frequentare luoghi affollati, come i centri commerciali, che non hanno limitato l’entrata dei clienti, e il virus ha continuato a diffondersi ulteriormente.
Tre giorni dopo Codogno inizia l’incubo per i bergamaschi.
I primi casi di persone contagiate sono stati registrati il 23 febbraio nei comuni di Alzano, Seriate e Nembro. In poco tempo il virus arriva anche a Bergamo. Sempre lo stesso giorno, il Governo e la regione Lombardia si avvicinano al lockdown, iniziando con la chiusura delle scuole, per poi proseguire, l’8 marzo, con quella dei negozi non strettamente necessari (gli unici a rimanere aperti sono farmacie, alimentari, supermercati, ecc. ovvero i negozi che vendono beni di prima necessità).
Bergamo è bombardata da un virus invisibile e diventa uno dei focolai principali.
Secondo numerosi esperti, le cause di questa diffusione così estesa sono dovute a due elementi molto importanti:
la partecipazione di molti bergamaschi alla partita di Champions League, Atalanta-Valencia, avvenuta a San Siro il 19 febbraio.
i numerosi contatti economici delle realtà produttive del territorio con la Cina.
Quando si sono verificati i primi casi, prima del lockdown, la città di Bergamo era ancora in movimento: niente era stato chiuso. Le persone passeggiavano per le strade, si fermavano nei negozi e nei bar. Tutti eravamo ignari di ciò che stavamo rischiando. I ragazzi, liberi dalla scuola, continuavano ad incontrarsi, anche più frequentemente del solito. Una settimana dopo, con l’innalzamento dei casi e dei decessi, la gente ha iniziato a rendersi conto del pericolo. Nel momento in cui il governo ha cominciato ad applicare le prime regole restrittive, molta gente, presa dal panico, se ne è andata dalla Lombardia. In questo modo il virus si è diffuso più rapidamente.
Quando finalmente è stato ordinato il lockdown, Bergamo diventa una “città fantasma”: nonostante il sole splendente, le strade erano deserte e gli unici rumori erano quelli delle sirene delle ambulanze che passavano. Le poche persone presenti si potevano contare sulle dita di una mano, tutte affrettate a rifornire le dispense, per tornare poi a chiudersi in casa.
Le mascherine non erano più facoltative e sono diventate parte della quotidianità, coprivano, e coprono ancora adesso, i sorrisi spenti, mostrando solamente occhi colmi di tristezza e malinconia.
La prima data fissata per il rientro a scuola era il 3 marzo, ma più il tempo passava più la speranza di rientrare si allontanava.
La situazione peggiorava drammaticamente con l’aumento dei decessi, a tal punto che i forni crematori di Bergamo non avevano più spazio, nonostante lavorassero ininterrottamente. La sera del 18 marzo è successo un fatto orribile nella città: una fila di camion militari si era fermata davanti al cimitero di Bergamo. Il motivo ormai era noto a tutti. I militari avevano cominciato a trasportare le bare in eccesso per portarle in altri forni crematori. Quella sera ci siamo resi conto di quante vittime avesse causato questa epidemia, e che niente sarebbe più tornato come prima, lasciando un ricordo indelebile nelle nostre menti.
Marzo è stato un mese critico: i morti ogni giorno aumentavano e la quarantena sembrava infinita. Le speranze cominciavano ad affievolirsi. I posti letto per la rianimazione nell’ospedale Giovanni XXIII erano drasticamente diminuiti. In sette giorni le vittime erano salite a 385, con un totale di 50 nuovi casi al giorno.
Intorno alla metà di marzo sembrava esserci una speranza: i casi rimanevano stabili. Ma era solo un'illusione e infatti il 28 di marzo erano tornati a crescere con oltre 600 nuovi contagiati.
All’inizio di aprile la situazione sembrava essersi stabilizzata . Il dato migliore era quello delle terapie intensive: 55 ricoveri in meno rispetto alla settimana precedente.
LA SITUAZIONE ATTUALE
Successivamente la situazione si è avviata verso una fase di miglioramento stabile. Il 20 aprile, all’ospedale Papa Giovanni XXIII di Bergamo c’è stato un enorme calo dei contagi, da 500 pazienti al giorno, a un reparto intensivo quasi deserto. La paura ha iniziato leggermente a calare e le persone stavano ricominciarono ad uscire più spesso, per brevi passeggiate e per la spesa (con tutte le precauzioni e le limitazioni necessarie).
Con il decreto del 4 maggio e’ ora possibile uscire per andare a trovare i parenti stretti, per una passeggiata.Sono stati riaperti riaperti negozi e molte aziende;la gente sta tornando ad andare in giro Le mascherine e le distanze di sicurezza rimarranno accanto a noi ancora per chissà quanto, ma non possiamo farci niente. Questa è la Fase 2.:negli occhi non c’è più tanta paura e malinconia, ma c’è un barlume di speranza, che ci aiuterà a ricominciare.
Ricominceremo tutti.
COME LA VIVIAMO NOI RAGAZZI
All’inizio della pandemia le prime strutture ad essere chiuse sono state le scuole, e noi ragazzi l’abbiamo vissuto come una vacanza: si usciva di più e molti di noi hanno iniziato a incontrarsi. Tanto era solo una settimana… poi due, poi tre… poi un mese! Stavamo cominciando a capire la situazione...
I primi giorni gli insegnanti ci davano solo dei compiti attraverso il registro elettronico, ma dopo hanno iniziato a sperimentare le video lezioni. Era l’unico modo per comunicare con i compagni e le professoresse, e l’unica certezza a cui ci stavamo aggrappando, e ci aggrappiamo ancora adesso. Prima era molto difficile, era strana questa didattica a distanza, in cui non potevamo abbracciare i nostri compagni e parlare faccia a faccia con gli amici e i professori. Inizialmente ci sono stati dei problemi tecnici: alcuni non avevano il wi-fi funzionante, il computer, o non riuscivano ad entrare in classroom, ma poi queste novità sono entrate nella nostra routine quotidiana e la scuola di tutti i giorni è diventata virtuale.
Con il rinnovo della didattica, anche le scuse sono cambiate: da ”scusi prof non mi sento tanto bene, non mi interroghi oggi” a “non mi funziona il wi-fi, va a scatti, non la sento. Mi scusi”. Qualcuno si metteva persino d'accordo con il fratello per disattivare il wi-fi prima dell'interrogazione (e altro!!). Ci sono altri lati positivi della didattica a distanza : fare lezione in pigiama o non doversi svegliare presto…
Ma la scuola reale sarà sempre la migliore. Le cose che desideriamo di più sono: tornare a scuola, riabbracciare i nostri amici, parlare con i professori e tornare il prima possibile alla vita di tutti i giorni.