INDICE
Introduzione: la vista
Le proprietà della luce
La struttura dell'occhio
Tonaca fibrosa
Tonaca vascolare
Tonaca sensoriale
Fotorecettori: coni e bastoncelli
Cheratite neurotrofica
La correzione della vista: i difetti degli occhi
La vista è un senso straordinario che ci permette di percepire dettagli microscopici, come una zanzara sul nostro naso e oggetti distanti milioni di anni luce, come una galassia. Grazie alla nostra sensibilità alla luce, animali e esseri umani possono individuare prede, predatori e potenziali partner. La luce riflessa dagli oggetti ci offre un’immagine del mondo circostante, ma ciò che sembra un processo semplice nasconde in realtà un meccanismo estremamente complesso: replicare anche una minima parte delle capacità visive umane con sistemi artificiali si è rivelato un’impresa molto ardua.
La luce è un’onda elettromagnetica e viviamo immersi in un “oceano” di radiazioni che si propagano con lunghezze d’onda diverse. Quando queste onde incontrano un corpo, possono essere assorbite, diffuse, riflesse o deviate. Il sistema visivo sfrutta tali interazioni per ricavare informazioni sugli oggetti esterni, grazie a una molteplicità di trasformazioni neurali che iniziano già nella retina.
Nell’evoluzione dei vertebrati, la vista ha avuto un ruolo chiave: ha ampliato le modalità di comunicazione, permesso di prevedere traiettorie di oggetti in movimento, stimolato la fantasia e contribuito alla nascita delle arti visive. Non a caso, oltre un terzo della nostra corteccia cerebrale è dedicata all’elaborazione delle informazioni visive.
Il percorso di questa straordinaria capacità inizia nell’occhio. Posteriormente all’occhio si trova la retina, un sottile strato di cellule sensibili che converte la luce in segnali elettrici. Il resto dell’occhio funziona come una macchina fotografica: mette a fuoco immagini nitide sulla retina, regola automaticamente l’intensità luminosa e segue con precisione gli oggetti in movimento, mantenendo la superficie oculare pulita grazie a lacrime e palpebre.
La retina, però, non si limita a misurare la quantità di luce. Possiamo considerarla una parte del cervello posta all’interno dell’occhio, con due “sistemi” sovrapposti: uno ottimizzato per la visione crepuscolare (in bianco e nero), l’altro per la visione diurna e dei colori. In ogni condizione di luce, però, essa non trasmette semplici informazioni relative all’intensità luminosa, bensì rileva i contrasti e i cambiamenti locali di luminosità. Già a questo livello l’immagine è ampiamente rielaborata prima di essere inviata alle aree cerebrali successive.
Dalla retina, i segnali viaggiano lungo il nervo ottico fino a varie strutture cerebrali: alcune regolarizzano i ritmi circadiani in base al ciclo luce-buio, altre controllano la posizione e il movimento oculare. La prima vera “tappa” per l’elaborazione visiva è il nucleo genicolato laterale del talamo. Successivamente, le informazioni raggiungono la corteccia visiva, dove vengono finalmente interpretate e integrate nella memoria.
Le caratteristiche fisiche della luce
Il sistema visivo si affida alla luce per costruire un’immagine del mondo che ci circonda. Di seguito riassumiamo in modo sintetico le proprietà fondamentali della luce e le modalità con cui essa interagisce con l’ambiente, aspetti essenziali per comprendere come funziona la visione.
Cos'è la luce
Intorno a noi esiste un vasto spettro di radiazioni elettromagnetiche, generate da fonti molto diverse: antenne radio, telefoni cellulari, apparecchi a raggi X e, naturalmente, il Sole. Tra tutte queste, solo una porzione è visibile al nostro occhio: la luce. Possiamo pensare alla radiazione elettromagnetica come a un’onda di energia, caratterizzata da tre grandezze principali:
Lunghezza d’onda – la distanza tra due creste successive dell’onda.
Frequenza – il numero di oscillazioni che l’onda compie in un secondo.
Ampiezza – la differenza di intensità tra un picco e un “avvallamento” dell’onda.
L’energia trasportata da queste onde è direttamente proporzionale alla loro frequenza: più alta è la frequenza (cioè più piccola la lunghezza d’onda), maggiore sarà l’energia trasmessa. Ad esempio, i raggi gamma e i raggi X (con lunghezze d’onda inferiori a 1 nm) sono estremamente energetici, mentre le onde radio o radar (con lunghezze d’onda superiori a 1 mm) hanno energie più basse.
Il nostro occhio riesce a captare solo le radiazioni comprese fra circa 400 nm e 700 nm. Isaac Newton, all’inizio del Settecento, dimostrò che la luce solare “bianca” è in realtà un miscuglio di tutte queste lunghezze d’onda, mentre una singola lunghezza d’onda pura corrisponde a uno dei colori dell’arcobaleno. I toni “caldi” (come rosso e arancione), associati a onde più lunghe, trasportano meno energia rispetto ai toni “freddi” (come blu e viola), che derivano da onde più corte e più ricche di energia. Infine, va ricordato che la nostra sensazione del colore è il risultato di un’elaborazione cerebrale: ciò che vediamo dipende anche dalle interpretazioni soggettive e dalle esperienze personali.
<= Lo spettro elettromagnetico: solo le radiazioni con lunghezza d'onda comprese tra 400 e 700 nm sono visibili all'occhio umano. Entro queste frequenze, le differenti lunghezze d'onda sono percepite come diversi colori.
L’occhio umano è l’organo sensoriale deputato alla vista, ed è un esempio straordinario di specializzazione biologica. Si presenta come un organo pari e simmetrico, con una struttura complessa che ricorda, per certi aspetti funzionali, quella di una macchina fotografica. La rifrazione, ossia la deviazione dei raggi luminosi per effetto delle superfici trasparenti dell’occhio (cornea, umor acqueo, cristallino, umor vitreo), è ciò che permette di formare un’immagine nitida sulla retina. Il potere rifrattivo complessivo dell’occhio è di circa 60 diottrie, di cui circa 42 derivano dalla cornea e il resto dal cristallino.
Anatomia generale dell’occhio
L’occhio è un organo sferico dal diametro di circa 24 mm che contiene al suo interno tre distinti compartimenti:
Camera anteriore, tra cornea e iride, riempita di umor acqueo.
Camera posteriore, tra iride e cristallino, anch’essa con umor acqueo.
Cavità vitreale, tra cristallino e retina, riempita di umor vitreo gelatinoso.
La parete esterna è formata da due tuniche: la sclera (parte bianca, resistente) e la cornea (porzione anteriore trasparente). Internamente, l’occhio è rivestito dalla retina, che riceve e trasduce la luce.
Anatomia dell’occhio in sezione
Attraverso una sezione sagittale si riconoscono (dall’esterno all’interno):
Cornea, lente esterna principale.
Camera anteriore con umor acqueo.
Iride, disco coloreggiante con apertura centrale (pupilla) che regola la quantità di luce entrante.
Cristallino, lente interna adattabile tramite il muscolo ciliare, consente l’accomodazione.
Camera posteriore con umor acqueo.
Umor vitreo, gel che mantiene la forma dell’occhio.
Retina, strato fotosensibile a fondo dell’occhio, poggiato sull’epitelio pigmentato.
L’occhio è protetto esternamente da degli elementi che contribuiscono a mantenerlo umido, pulito e protetto da agenti esterni:
Le sopracciglia e le ciglia proteggono il bulbo oculare da corpi estranei, sudore e raggi solari diretti
Le palpebre coprono gli occhi nel sonno, li proteggono da luce eccessiva e corpi estranei, cospargono sui bulbi secrezioni lubrificanti;
L'apparato lacrimale comprende un gruppo di ghiandole, dotti, canali e sacche che producono e drenano il liquido lacrimale:
Le ghiandole lacrimali destra e sinistra hanno le dimensioni di una mandorla e secernono le lacrime attraverso i dotti lacrimali sulla superficie della palpebra superiore. Il liquido passa entro due canalicoli lacrimali (superiore e inferiore), un sacco lacrimale e un dotto nasolacrimale che permette alle lacrime di defluire nella cavità nasale;
Il liquido lacrimale è una soluzione acquosa contenente acidi organici, amminoacidi, proteine, sali e muco, e le sue funzioni principali sono: la difesa dalle infezioni, la lubrificazione, la nutrizione, la trasparenza ottica, la pulizia dalle impurità esterne.
Ora che abbiamo fornito una generale spiegazione sull'occhio, ci concentreremo sulle tonache e sui fotorecettori! Il bulbo oculare si presenta come una sfera cava dal diametro di circa 2,5 cm, suddiviso in tre strati o tonache:
tonaca fibrosa
tonaca vascolare
tonaca sensoriale
La tonaca fibrosa è formata posteriormente dalla sclera che è la parte bianca dell'occhio formata da fibre collagene e elastiche con funzione di protezione dell’occhio. Copre l'occhio interamente tranne la zona frontale in cui è inserita la cornea e quella posteriore occupata dal nervo ottico.
La cornea è trasparente per lasciar entrare la luce nell'occhio ed è fondamentale per la rifrazione. Ricoperta da liquido lacrimale protegge l'occhio da agenti esterni.
Illustrazione anatomica della sezione della cornea. Vengono individuati diversi strati:
epitelio corneale: pavimentoso composto non cheratinizzato. Consta di 5-6 strati che proteggono la superficie oculare dall'abrasione meccanica e formano una barriera permeabile;
lamina di Bowman (o lamina elastica anteriore o membrana limitante anteriore): è un denso agglomerato di fibrille collagene;
stroma (o sostanza propria, o parenchima corneale) composta principalmente da fibre collagene. Costituisce la maggior parte della cornea;
membrana di Descemet (o membrana elastica posteriore, o membrana limitante posteriore);
endotelio.
La tonaca vascolare è formata, nella porzione posteriore, dalla coroide e nella parte anteriore dell'iride, un muscolo con al centro un foro detto pupilla. La coroide è ricca di vasi sanguigni e di pigmenti che assorbono la luce. Fornisce nutrienti ai recettori della retina e partecipa all'adattamento dell'occhio tra la visione da vicino e da lontano. L'iride (l'anello colorato che circonda la pupilla) può dilatarsi o contrarsi a seconda dell'intensità luminosa che riceve dall'esterno, regolando la quantità di luce che entra nell'occhio. Un esempio è quando in un ambiente luminoso determina il rimpicciolimento della pupilla (riducendo la quantità di luce). Al buio il muscolo si rilassa e la pupilla si dilata, aumentando di diametro. Dietro all'iride si trova il cristallino, una lente che può variare la curvatura per consentire la messa a fuoco delle immagini ( grazie ai muscoli ciliari ed è detta in accomodazione). Quando guardiamo oggetti vicini il cristallino si curva per metterli a fuoco nitidamente; quando guardiamo oggetti lontani, il cristallino si appiattisce. La parte anteriore dei nostri occhi è formata da 2 cavità riempite di liquido: le camere oculari. La camera oculare anteriore situata tra la cornea e l'iride; la camera oculare posteriore tra iride e cristallino. La cavità tra cristallino e retina è detto corpo vitreo, ed è un tessuto connettivo trasparente costituito prevalentemente da acqua e ha funzione meccanica (conferisce stabilità al bulbo oculare) e metabolica (deposito di scarti).
La tonaca sensoriale è formata dalla retina, a sua volta costituita da due strati: lo strato pigmentato esterno (cellule ricche di melanina che assorbono la luce) e lo strato nervoso, composto da tre file di cellule:
nella prima ci sono i coni (visione a colori) e i bastoncelli (visione notturna);
nella seconda si trovano le cellule bipolari di associazione, che si connettono da una parte ai coni e ai bastoncelli e dall'altra alle cellule gangliari;
nella terza cioè la più interna ci sono le cellule gangliari che si riuniscono nel nervo ottico.
L'area della retina in cui si forma l'immagine è nota come fovea dove si ha una visione nel dettaglio. Il nervo ottico trasferisce le informazioni dalla retina al cervello dove avverrà l’elaborazione dell’immagine.
La retina è una parte fondamentale dell’occhio, dove avviene la trasformazione della luce in segnali elettrici. Questa funzione è svolta da due tipi di cellule specializzate: i coni e i bastoncelli. Detti anche fotorecettori, si trovano nello strato più esterno della retina, vicino all’epitelio pigmentato, e sono essenziali per la percezione visiva. Ogni fotorecettore è formato da quattro parti principali: il segmento esterno, il segmento interno, il corpo cellulare e la terminazione sinaptica. Il segmento esterno è composto da una serie di dischi ricchi di fotopigmenti, sostanze capaci di assorbire la luce. Nei bastoncelli, il pigmento principale è la rodopsina, mentre nei coni ci sono tre tipi di pigmenti diversi, ciascuno sensibile a un colore specifico: blu, verde o rosso. Il segmento interno contiene i mitocondri e produce l’energia necessaria per far funzionare la cellula. Il corpo cellulare ospita il nucleo, e la terminazione sinaptica consente lo scambio di informazioni con le altre cellule della retina.
I bastoncelli sono molto più numerosi dei coni e si trovano soprattutto nella periferia della retina. Sono estremamente sensibili alla luce e permettono di vedere in condizioni di scarsa illuminazione, ma non distinguono i colori. Questa capacità prende il nome di visione scotopica. I coni, invece, sono concentrati nella fovea, la zona centrale della retina, e permettono di vedere con nitidezza e a colori in ambienti ben illuminati: questa è la visione fotopica. Grazie alla presenza di tre tipi di coni, l’occhio umano è in grado di percepire una vasta gamma di colori, secondo il principio della visione tricromatica.
La fototrasduzione è il meccanismo attraverso cui i fotorecettori convertono la luce in segnali elettrici. In assenza di luce, i canali ionici dei fotorecettori rimangono aperti grazie alla presenza di una molecola chiamata GMP ciclico (GMPc), permettendo l’ingresso di ioni sodio (Na⁺) e calcio (Ca²⁺). Questo fa sì che la cellula resti leggermente attiva (depolarizzata) e continui a rilasciare glutammato, un neurotrasmettitore.
Quando un fotone colpisce un bastoncello, il retinale (una molecola derivata dalla vitamina A) cambia forma. Questo cambiamento attiva una catena di reazioni: una proteina chiamata transducina attiva un enzima che abbassa la quantità di GMPc. Di conseguenza, i canali ionici si chiudono, la cellula si iperpolarizza (diventa cioè più negativa) e smette di rilasciare glutammato. Questa variazione viene trasmessa attraverso la retina fino al cervello, dove viene interpretata come informazione visiva.
Nei coni, il processo è simile, ma per attivarlo è necessaria una maggiore intensità luminosa. I coni reagiscono anche più rapidamente ai cambiamenti di luce e, grazie ai tre pigmenti diversi, permettono di distinguere i colori. Ciascun tipo di cono è sensibile a una diversa lunghezza d’onda della luce: circa 430 nm (blu), 530 nm (verde) e 560 nm (rosso).
Il nostro sistema visivo si adatta a diverse condizioni di luminosità. Quando si passa da un ambiente luminoso a uno buio, entra in azione l’adattamento al buio. Questo processo può richiedere fino a 30 minuti e comporta l’apertura della pupilla, la rigenerazione della rodopsina nei bastoncelli e un aumento della sensibilità alla luce. In queste condizioni, i bastoncelli diventano i principali responsabili della visione.
Quando invece si passa rapidamente da un ambiente buio a uno molto luminoso, si attiva l’adattamento alla luce. Inizialmente si può provare una sensazione di abbagliamento, ma in breve tempo i coni entrano in funzione, abbassando la sensibilità alla luce. A livello cellulare, la quantità di calcio nei fotorecettori cambia, contribuendo a regolare la risposta luminosa e a evitare la saturazione.
Tra queste due condizioni estreme esiste la visione mesopica, che si verifica in ambienti con luce intermedia, come durante il tramonto o in locali semi-illuminati. In questa situazione, sia i bastoncelli che i coni sono attivi. La sensibilità alla luce è buona, ma la percezione dei colori è ridotta rispetto alla visione fotopica.
↑ Scansione al microscopio elettronico di coni e bastoncelli. (Foto di J. Franks e W. Halfter)
→ I bastoncelli contengono più dischi e rendono possibile la visione in condizioni di scarsa illuminazione; i coni consentono di vedere alla luce del giorno.
La cheratite neurotrofica è una rara malattia degenerativa che colpisce la cornea: è una patologia caratterizzata dalla riduzione o totale perdita di sensibilità corneale ed è dovuta a una compromissione del nervo trigemino. Se non adeguatamente curata e trattata, può portare alla cecità, ed è qui che interviene il dottor Alessandro Lambiase (al tempo giovane medico, ricercatore e uno degli ultimi allievi della scienziata Rita Levi Montalcini) con la proposta di una cura sperimentale.
Nel 1996, all'Ospedale Civile S.S. Giovanni e Paolo di Venezia, arrivò in reparto una bambina di 9 anni affetta da un'ulcera neurotrofica all'occhio. Questa metteva a rischio la sua vista, ma ciò che rendeva la situazione particolarmente grave era che si trattava del suo unico occhio vedente, la ragazzina divenne, infatti, cieca dall'altro occhio a causa di una lesione non curata e trascurata. La paziente era nata con una condizione rara che comporta l’insensibilità al dolore, e proprio per questa mancanza ci si accorse della gravità della ferita, dando terreno fertile ad un'infezione che le danneggiò irrimediabilmente l'occhio. La nuova ulcera nell'altro occhio, invece, presentava un altro rischio di perforazione e avrebbe potuto condurla alla totale cecità e anche un intervento tradizionale avrebbe comportato una perdita della vista. Vi era dunque la necessità di una cura alternativa per preservare la vista di questa bambina.
Proprio in quel periodo, nel reparto lavorava il dottor Alessandro Lambiase, che condivise con il Professor Rama i risultati delle sue ricerche e propose di sperimentare un trattamento a base di NGF (proteina che promuove la sopravvivenza e lo sviluppo dei neuroni sensoriali e simpatici) per curare l'ulcera corneale della piccola paziente. Dopo aver discusso sulla sicurezza della procedura e aver ottenuto il consenso da parte dei genitori, presentarono l'idea e il caso al dottor Luigi Aloe (collaboratore della scienziata Montalcini). Richiesero un campione di NGF liofilizzato di origine murina e con questo realizzarono un collirio da somministrare direttamente sull'occhio della bambina; il trattamento fu avviato immediatamente e già in dieci giorni l'ulcera presente nell'occhio della paziente cominciò a mostrare miglioramenti, fino a chiudersi del tutto. La ragazzina recuperò completamente la vista senza nessuna recidiva, segnando segnando un'importante caso clinico nell'utilizzo del fattore crescita nervoso per la cura delle patologie oculari.
Il successo straordinario ottenuto nella prima fase della sperimentazione spinse i medici dell’ospedale veneziano a estendere la somministrazione del collirio a un campione più ampio di pazienti. Dopo aver testato il trattamento su dodici soggetti, il team redasse un articolo scientifico contenente i risultati dello studio, che fu inviato al New England Journal of Medicine, una delle riviste mediche più prestigiose a livello internazionale. La pubblicazione accolse il lavoro con entusiasmo, dedicandogli anche un editoriale positivo. Per circa otto mesi, i ricercatori mantennero il riserbo sui risultati, determinati a confermare che gli esiti ottenuti non fossero frutto del caso. L’intero percorso sperimentale fu condotto nel rigoroso rispetto dei principi della metodologia scientifica, con particolare attenzione alla sicurezza dei pazienti e alla solidità del razionale terapeutico. Ogni membro del team si assunse le proprie responsabilità professionali, contribuendo così al raggiungimento di un traguardo che, fino a quel momento, sembrava impensabile.
Nel contesto della ricerca farmaceutica, un'azienda italiana, Dompè, ha scommesso su un innovativo approccio terapeutico per il trattamento della cheratite neurotrofica, una rara malattia corneale. Nonostante il rischio legato alla fase iniziale dello studio, che si basava su una proteina di estrazione animale, Dompè, sotto la guida dell'Amministratore Delegato Eugenio Aringhieri e del Presidente Sergio Dompè, ha creduto nel potenziale terapeutico del progetto. Nel 2017, l’Agenzia Europea per i Medicinali (EMA) ha approvato il collirio cenegermin (Oxervate), frutto di questa ricerca, per la terapia della cheratite neurotrofica da moderata a grave, e successivamente il farmaco ha ottenuto l'autorizzazione in altri paesi come Stati Uniti, Canada e Israele. Questo successo testimonia l'importanza di integrare la ricerca di base con quella clinica, unendo scoperte scientifiche fondamentali con applicazioni terapeutiche pratiche. Il lavoro di ricerca, ispirato dalla scoperta della proteina NGF (Nerve Growth Factor) da parte di Rita Levi Montalcini, potrebbe aprire nuove frontiere nella medicina, considerando che l'NGF è presente in tutti i tessuti e organi del corpo umano, con potenziali applicazioni in diversi settori. La storia di questa scoperta sottolinea l’importanza di perseguire innovazione scientifica mantenendo solidi principi di sicurezza e affidabilità per i pazienti.
Un occhio è definito emmetrope quando, con i muscoli ciliari rilassati e il cristallino (la lente interna) appiattito, i raggi di luce paralleli provenienti da un oggetto distante vengono messi a fuoco direttamente sulla retina. La retina è lo strato di cellule fotosensibili che trasforma la luce in segnali nervosi. In un occhio emmetrope non serve alcuna accomodazione — ovvero la capacità del cristallino di modificare la sua curvatura per focalizzare oggetti a differenti distanze — per vedere nitidamente da lontano: basta un piccolo aumento di curvatura del cristallino per mettere a fuoco i vicini.
Nell’ipermetropia (o “vista lunga”), il bulbo oculare è troppo corto in direzione antero-posteriore. Senza accomodazione, i raggi paralleli si incontrano in un punto dietro la retina, e anche al massimo dell’accomodazione gli oggetti vicini restano sfocati perché il cristallino non riesce a incurvarsi abbastanza. Per risolvere questo errore refrattivo si usano lenti convesse (positive), la cui superficie bombata aumenta la rifrazione — la deviazione dei raggi di luce — spostando in avanti il punto di fuoco fin sulla retina.
La miopia (o “vista corta”) si verifica quando il bulbo oculare è troppo lungo: i raggi paralleli convergono prima di raggiungere la retina e poi si divergono, provocando sulla retina un’immagine sfocata. In questo caso la rifrazione è eccessiva per la lunghezza del bulbo, perciò anche il massimo dell’accomodazione non migliora la visione da lontano. La correzione avviene tramite lenti concave (negative), che divergono i raggi in entrata e spostano il punto di convergenza più indietro, posizionandolo sulla retina.
L’astigmatismo è causato da una curvatura non uniforme della cornea (la parte trasparente anteriore dell’occhio che compie gran parte dell’attività rifrattiva). Se la curvatura sui meridiani orizzontale e verticale differisce, i raggi di luce vengono focalizzati in piani diversi, generando visione distorta o sfocata. La correzione si ottiene con lenti cilindriche o toriche, che hanno poteri rifrattivi differenti lungo gli assi, compensando l’irregolarità della cornea.
Con l’avanzare dell’età, il cristallino subisce un processo di indurimento e perde elasticità, riducendo la capacità di accomodazione. Questa condizione, chiamata presbiopia (dal greco “occhio vecchio”), rende difficile mettere a fuoco da vicino (per esempio la lettura). Le prime soluzioni introdotte da Benjamin Franklin includevano occhiali con mezze lenti convesse per il vicino e, successivamente, lenti bifocali con la parte superiore per la visione da lontano e quella inferiore per la visione da vicino.
Oltre agli occhiali e alle lenti a contatto, oggi esistono diversi interventi chirurgici sulla cornea per modificare la sua rifrazione. Nella cheratotomia radiale si praticano incisioni sottili e radiali nella cornea periferica, appiattendola e riducendo la miopia. Con la cheratotomia fotorifrattiva (PRK) un laser vaporizza strati sottili della superficie corneale; nel LASIK, invece, si crea un sottile lembo corneale che viene sollevato per rimodellare la cornea dall’interno prima di riposizionarlo. Infine, esistono metodi non chirurgici basati su lenti a contatto rigide o anelli corneali in plastica, che alterano temporaneamente la forma della cornea per correggere gli errori di rifrazione senza ricorrere al bisturi.
↑ Immagine rappresentante alcuni difetti dell'occhio e gli errori di rifrazione. (Foto di eyecareguam.com)
Sitografia:
Bibliografia:
Mark F. Bear, Barry W. Connors, Micheal A. Paradiso, "Neuroscienze. Esplorando il cervello - Quarta edizione", Milano, Edra S.p.A., 2017.