Claude Monet
La serie delle Cattedrali di Rouen di Claude Monet, realizzata tra il 1892 e il 1894, è un'importante espressione dell'Impressionismo e della rappresentazione della luce nella pittura. Monet ha dipinto oltre 30 versioni della facciata della cattedrale gotica di Rouen, ognuna in un diverso momento della giornata e in condizioni atmosferiche varie. Le opere non sono semplici ritratti architettonici, ma esplorazioni sul tempo, sulla percezione e sulla luce. Ora queste opere si trovano in collezioni pubbliche e private in tutto il mondo. Monet visitò Rouen due volte per dipingere la cattedrale, realizzando alcune tele en plein air. La maggior parte delle tele è stata realizzata vicino alla facciata ovest. I primi dipinti furono eseguiti nel febbraio 1892 nel cortile dell’Albane, gli unici realizzati all'aperto. Poi si spostò nella Place de la Cathédrale, dove dipinse la facciata da diverse angolazioni, principalmente dall'ufficio del Bureau des Finances. Il soggetto principale è la facciata occidentale della Cattedrale di Notre-Dame di Rouen, osservata da una finestra dello studio di Monet. Nonostante l'apparente staticità, ogni dipinto è diverso grazie ai cambiamenti di luce, atmosfera e ora del giorno. Monet utilizza pennellate brevi e dense che restituiscono l'impressione visiva della cattedrale piuttosto che la sua forma oggettiva. La luce assume un grande valore, trasformando la pietra da un materiale fisico a qualcosa di più percepibile e vivente. I colori cambiano drasticamente: dal grigio-azzurro del mattino all'oro del mezzogiorno, fino ai toni rosa-viola del tramonto. Ogni tela mostra le molteplici possibilità della luce naturale che colpisce la cattedrale, vivificandola. Non c'è fedeltà cromatica alla realtà, trasformando l'architettura in un'esperienza soggettiva della sua presenza. La luce è il vero protagonista della serie. Monet non si limita a ritrarre la cattedrale, ma indaga come la luce ne modifica la percezione. Le variazioni atmosferiche e le diverse ore del giorno creano una magia visiva, rendendo la cattedrale quasi evanescente. Ogni opera rappresenta un attimo nel tempo e una sospensione nelle sue trasformazioni. Anche se Monet si descrive come un “occhio puro”, la sua serie è ricca di significati. La cattedrale simboleggia la memoria collettiva e l'unità culturale della Francia, mentre ogni quadro riflette l'instabilità della realtà. Monet crea una spiritualità laica, dando vita a una visione mistica attraverso la luce. Le tele evocano emozioni come meraviglia, contemplazione, mistero, e un senso di eccitazione visiva. Monet è stato pionieristico nel dipingere serie tematiche e le sue Cattedrali di Rouen rappresentano un'importante riflessione sul tempo e l'arte. La serie suggerisce che nulla è stabile e che l'arte è un'evocazione. La luce diventa la verità ultima e ogni tela è un’apparizione unica.Ogni dipinto, come “Cattedrale di Rouen, effetto di luce mattutina” o “Cattedrale di Rouen, effetto di sole pieno”, trasmette emozioni diverse e atmosfere uniche, rendendo ogni opera un'esperienza visiva e spirituale. La serie non è solo un capolavoro pittorico, ma una meditazione sulla natura della realtà e della percezione, celebrando la bellezza dell'effimero.
Rodin
Nell’opera i Borghesi di Calais di Auguste Rodin, la luce ha un ruolo fondamentale nel valorizzare l’intensità emotiva della scena. Non si tratta solo di un’illuminazione che serve a far vedere le figure, ma di un elemento che contribuisce attivamente al significato dell’opera. Rodin, infatti, scolpisce i sei personaggi con una superficie molto lavorata, ricca di pieghe, solchi e dettagli, in modo che la luce naturale crei continuamente contrasti tra zone illuminate e zone in ombra. Questo gioco di luci e ombre fa risaltare le espressioni dei volti e la tensione dei corpi, sottolineando lo stato d’animo drammatico dei protagonisti.
La luce cambia durante il giorno, e con essa cambia anche l’aspetto della scultura: in certi momenti le figure sembrano ancora più cupe, in altri emergono particolari che prima erano nascosti. È come se l’opera fosse viva, in costante dialogo con l’ambiente. Questo uso della luce contribuisce a restituire tutta la sofferenza, il dubbio, il coraggio e la dignità dei sei borghesi che si offrono alla morte per salvare la loro città.
Rodin non vuole idealizzarli come eroi classici, ma presentarli come uomini comuni travolti da una scelta più grande di loro. E proprio la luce, che ne sottolinea le imperfezioni e le emozioni, aiuta a trasmettere questa profonda umanità.
La Galleria Vittorio Emanuele II, progettata da Giuseppe Mengoni e costruita tra il 1865 e il 1877, rappresenta uno dei più straordinari esempi di architettura ottocentesca in ferro e vetro. Situata nel cuore di Milano, collega due luoghi simbolici della città — il Duomo e il Teatro alla Scala — e si presenta come un grande “salotto urbano” coperto, dove arte, ingegneria e modernità si incontrano in perfetto equilibrio. La pianta a croce latina culmina in una cupola ottagonale maestosa, realizzata con una struttura metallica e rivestita da superfici vetrate che lasciano entrare liberamente la luce naturale. In questa opera architettonica, la luce non è solo un elemento funzionale, ma diventa il cuore stesso dell’esperienza dello spazio. Giungendo dall’alto, attraverso la grande volta in vetro e ferro, la luce naturale inonda l’ambiente sottostante, definendo una percezione dello spazio ampia, trasparente e solenne. La Galleria non ha bisogno di decorazioni teatrali: è la luce a scolpire l’ambiente, esaltando i dettagli dei pavimenti in mosaico, le decorazioni neorinascimentali e i profili metallici che compongono la struttura. Il chiaroscuro che si genera nelle diverse ore del giorno crea un paesaggio in continuo mutamento, dove il passaggio della luce evidenzia ora l’eleganza dei volumi, ora la vivacità dei colori. Se in Caravaggio il chiaroscuro è dramma e tensione, nella Galleria la luce è segno di apertura, progresso e modernità. È simbolo della nuova Milano borghese, colta e industriale, che crede nel sapere, nella scienza e nella trasparenza come valori fondanti della società. Come la luce guida lo spettatore nella scena di Caravaggio, nella Galleria essa guida i cittadini nel vivere lo spazio urbano, li accompagna in un cammino simbolico e letterale tra cultura (il teatro), fede (il Duomo) e commercio (i negozi sotto le volte). Lo sfondo non è più oscurità ma cielo, reso visibile e abitabile dall’architettura in vetro. La luce qui non crea pathos ma trasmette ordine, chiarezza e fiducia: valori cardine del razionalismo ottocentesco e dell’Italia postunitaria. In quest’opera, la luce assume quindi una valenza quasi etica, rappresentando un ideale di società trasparente e illuminata, in cui il singolo si muove all’interno di uno spazio collettivo armonico. Una visione affine, in chiave moderna e laica, a quella di filosofi come Kant o Rousseau, che nella luce del sapere e nella razionalità vedevano il fondamento della convivenza civile. La Galleria non è solo un capolavoro architettonico, ma anche un manifesto di fiducia nel futuro, reso possibile – e visibile – dalla luce.