“Lampeggia, palazzo spirtal de' dïamanti”
L’opera, costruita nell’anno 1453, è uno degli elementi chiave del progetto di Addizione Erculea attuato dal duca Ercole I.
Il palazzo sorgeva nel crocevia tra cardo e decumano, rispettivamente via degli angeli e via dei prioni, conosciuto come “quadrivio degli Angeli” ed ha funto da dimora per la famiglia degli Este, ed in seguito dei Villa, fino al 1842, anno in cui questo divenne proprietà del comune di Ferrara e conseguentemente sede della pinacoteca nazionale.
La realizzazione e la lavorazione dei marmi che costituiscono il bugnato fu affidata da Sigismondo d’Este, fratello di Ercole I, al tagliapietre Gabriele Frisoni di Mantova ed a Gabriele di Milano.
A rappresentare la grandezza della famiglia degli Este che aveva in Palazzo dei Diamanti la sua abitazione interna alle mura è senza dubbio il bugnato esterno che sembra risplendere nel contrasto con i palazzi che lo circondano, formato da circa 8500 blocchi di marmo bianco venato di rosa di Carrara. L’unicum del bugnato del palazzo è dettato dalla forma a punta di diamante che assume ogni blocco ed è ció che detta anche il nome del palazzo.
Nonostante la pluralità dei blocchi sono state accuratamente eliminate le fessure di connessione tra un blocco e l’altro, in modo tale da mostrare la facciata del palazzo come un blocco di marmo unico, nel quale i diamanti sono stati scolpiti. La leggenda narra che tra i diamanti marmorei che formano il bugnato sia presente un vero diamante, cui posizione è conosciuta solo dal duca e dai tagliapietre che hanno realizzato l’opera
“Lampeggia, palazzo spirtal de' dïamanti”, scrive del palazzo Giosuè Carducci. Ad aumentare, infatti, la lucentezza del palazzo sono le punte dei singoli diamanti, queste, puntando in direzioni diverse l’una dall’altra a seconda della posizione, catturano e riflettono al meglio la luce creando cosí un effetto simile al lampeggio, aumentando il distacco con gli altri palazzi rispetto a quanto già sancito in precedenza.
Il bugnato conferisce anche un forte dinamismo e profondità alla facciata, attraverso giochi di luci ed ombre o chiaroscuri che variano al variare della luce.
I diamanti e la luce, dunque, assumono un ruolo fortemente simbolico, diventando simbolo della ricchezza e del potere della famiglia, oltre che essere un simbolo araldico di autocelebrazione. In aggiunta a tale significato all’interno della progettazione del palazzo l’autocelebrazione fu accentuata da una peculiare simbologia cosmologica. Palazzo Diamanti coincide con il medium coeli del Duca, ovvero con il punto più alto del cielo rispetto alle coordinate del luogo di nascita,il punto più alto d'intersezione tra l'asse del meridiano del luogo di nascita con l’ecoitta solare, il suo zenit, a simboleggiare nuovamente la grandiosità del Duca e della famiglia degli estensi.
La complessa simbologia del bugnato di Palazzo dei Diamanti risiede, dunque, dietro il fenomeno fisico detto “riflessione” o meglio “diffusione”. La luce propagata da una sorgente primaria, ad esempio il sole, o secondaria, ad esempio la luna, incide la superficie del bugnato e viene riflessa, ossia rinviata completamente o parzialmente. È dovuta proprio a questo fenomeno la vista da parte nostra della facciata con un colore bianco, i corpi, infatti, che riflettono la maggior parte della luce appaiono alla nostra vista come chiari e luminosi.
È, tuttavia, opportuno compiere una fondamentale precisazione, infatti il bugnato è caratterizzato da asperità e da punte di diamante direzionate in modo diverso l’una dall’altra, per tale motivo si tratta in questo caso di “diffusione” e non più di semplice “riflessione”. Infatti la luce all’incontrare una simile superficie è deviata in molte direzioni e non solo in una è detta infatti “luce diffusa”.
Secondo, infatti, seconda legge della riflessione l’angolo di riflessione, angolo che assumono i raggi di luce una volta deviati, coincide all’angolo d’incidenza, angolazione con cui i raggi colpiscono la superficie. Così, nel caso del bugnato di Palazzo dei Diamanti, la luce colpisce la superficie con una moltitudine di angolazioni differenti, perció è così riflessa con una molteplicità di angoli altrettanto diversi e la luce appare diffondersi dalla facciata dell’edificio agli occhi dell’ osservatore.
Il fenomeno fisico della diffusione della luce
Il bugnato di palazzo diamanti
Masaccio
Masaccio è tra i primi artisti a usare una fonte di luce coerente, proveniente da sinistra e uniforme per tutte le figure. Questa scelta segna un cambiamento radicale: non si tratta più di un’illuminazione simbolica o generica, ma di una luce naturale, simile a quella del mondo reale. Le ombre proiettate sono coerenti con la posizione della fonte luminosa, e questo conferisce all’intera scena una sorprendente verosimiglianza.
Dal punto di vista fisico, questo effetto trova una spiegazione nei principi dell’ottica: la luce si propaga in linea retta e genera ombre definite, proprio come accade nell’affresco. Tali concetti erano già stati studiati in epoca medievale da Alhazen, noto anche come Ibn al-Haytham, autore del Libro dell’ottica, che fu fondamentale per la comprensione del comportamento della luce e la nascita della prospettiva.
Ma la luce in Masaccio non è solo un fenomeno naturale: è anche un simbolo. Al centro della scena c’è Cristo, irradiato dalla luce, che diventa così manifestazione visibile della verità e della giustizia divine. Secondo la filosofia neoplatonica, la luce è immagine del principio divino: più ci si avvicina ad essa, più si accede alla verità. L’intera composizione riflette questo principio, mostrando come la luce possa guidare il fedele verso la comprensione del miracolo e dell’ordine civile.
Anche sul piano scientifico, Masaccio dimostra una consapevolezza nuova: attraverso la prospettiva lineare, applicata secondo gli studi di Brunelleschi, riesce a rappresentare uno spazio tridimensionale su una superficie piana. La luce, modellando i volumi e le profondità, rafforza l’illusione ottica. Questo approccio, fondato sull’osservazione e la matematica, anticipa le riflessioni di Leonardo da Vinci sulla pittura come scienza della visione.
Donatello
Anche Donatello usa la luce come elemento fondamentale, ma in un contesto scultoreo. Nel rilievo marmoreo del Banchetto di Erode, utilizza la tecnica dello stiacciato, scolpendo il marmo con sempre maggiore finezza man mano che le figure si allontanano dal primo piano. Il risultato è una gradazione di profondità che modula la luce: le superfici più levigate riflettono la luce in modo diffuso, creando ombre più morbide e una percezione realistica della distanza.
Questo effetto, che oggi potremmo spiegare con i concetti di riflessione e dispersione della luce su superfici di diversa rugosità, mostra come Donatello abbia saputo sfruttare le leggi fisiche per potenziare l’espressività visiva dell’opera.
Ma anche qui, la luce ha una valenza simbolica e filosofica. Nel momento più drammatico della scena – la reazione di Erode di fronte alla testa di Giovanni Battista – la luce si concentra sui volti e sui gesti, evidenziando la tensione morale. L’illuminazione diventa così uno strumento per riflettere sul contrasto tra verità e corruzione, tra conoscenza e ignoranza. Come nella tradizione filosofica, chi è nella luce è vicino alla verità; chi resta nell’ombra è vittima del peccato e dell’errore.
Dal punto di vista della percezione visiva, Donatello anticipa conoscenze che oggi appartengono alla scienza cognitiva: il cervello umano percepisce la profondità combinando elementi come il contrasto luminoso, la sfocatura e il cambiamento prospettico. Attraverso un’abilità artistica sorprendente, Donatello riesce a simulare questi effetti e a guidare l’occhio dello spettatore attraverso la scena.