Modica (RA)
Il Duomo di San Giorgio a Modica è un esempio straordinario del barocco siciliano, famoso per la sua architettura e l'uso simbolico della luce. La chiesa fu ricostruita dopo il terremoto del 1693 e si crede sia stata progettata da Rosario Gagliardi, anche se recentemente è emersa l'ipotesi che Francesco Paolo Labisi possa aver creato la facciata. La facciata alta 62 metri è su una scalinata di circa 250 gradini, rappresentando così un'ascesa spirituale. È caratterizzata da cinque ordini architettonici e decorazioni rococò, per enfatizzare la verticalità e la tensione verso il divino. L'interno ha cinque navate separate da 22 colonne corinzie, con una cupola centrale di 36 metri che filtra luce, simbolica dello Spirito Santo. Una meridian solare sul pavimento aggiunge un'ulteriore dimensione di significato legata al luce e al tempo. La luce, sia all'esterno che all'interno, è fondamentale per valorizzare architettura e decorazioni, creando un'atmosfera mistica. Per quanto concerne l'esterno è possibile affermare che la facciata è orientata in modo da catturare la luce del sole durante il giorno, creando giochi di luce e ombra che esaltano le decorazioni barocche. Mentre all'interno le finestre laterali e la cupola permettono alla luce di filtrare all'interno, creando un'atmosfera mistica e mettendo in risalto le decorazioni e le opere d'arte. Inoltre, come accennato precentemente, sul pavimento di fronte all'altare maggiore è presente una meridiana solare, disegnata nel 1895 dal matematico Armando Perini, che testimonia l'interesse per la luce e il tempo nella progettazione della chiesa.
Caravaggio
Caravaggio usa la luce in modo drammatico, con forti contrasti tra luce e ombra, per evidenziare i personaggi e creare tensione. La luce dà realismo, profondità e intensità emotiva alle sue scene. In Giuditta e Oloferne l’abilità dell’autore nel rappresentare la luce è evidente. La scena rappresenta l’attimo in cui Giuditta ha già ucciso il generale Oloferne ed il suo sangue sta ancora sgorgando dal collo lacerato. La luce nell’opera giunge dall’alto illuminando e sottolineando il volto raccapricciato della giovane Giuditta e la sofferenza che si legge nella bocca spalancata di Oloferne. Al loro fianco l’ancella Alba, nel racconto originale giovane, mentre qui anziana, osserva la scena. La luce rappresenta in quest’opera un primato, che poi diventerà exemplum per le opere di Caravaggio, nella rappresentazione del chiaroscuro che in primo luogo conferisce profondità e spazialità all’opera ed in secondo luogo rimarca simbolicamente i diversi contrasti inseriti nell’opera, gioventù e vecchiaia, vita e morte. L’oscurità dello sfondo dell’opera, infine, concentra lo sguardo dell’osservatore nella scena centrale e aggiunge drammaticità ad una scena già fortemente patetica. Il tema evidenziato attraverso la luce è un dibattito etico dibattuto in diversi momenti e contesti filosofici. Infatti Giuditta è costretta ad uccidere Oloferne per difendere il proprio popolo, i sumeri. Il tema discusso è dunque quello dell’eticità di un atto in sé moralmente sbagliato di fronte ad un bene collettivo. Ad evidenziare la sofferenza in una decisione così difficile è, nel quadro di Caravaggio, la luce che sottolinea attraverso il chiaroscuro l’atmosfera cupa e lo sguardo corrucciato di Giuditta. Si sono espressi in tale tema filosofi dalla mentalità greca classica, in cui la collettività all’interno della polis primeggiava sul bene singolo, quali Platone o Aristotele. Come loro anche filosofi Romani forti dell’esperienza greca, cui contesto era caratterizzato da fenomeni quali le liste di proscrizione che permettevano l’assassinio di uomini in quanto malevoli per la società.
Bernini
Realizzata tra il 1647 e il 1652 per la cappella Cornaro nella chiesa di Santa Maria della Vittoria a Roma, l’Estasi di Santa Teresa è considerata una delle più alte espressioni della scultura barocca. Bernini mette in scena il momento in cui Santa Teresa d’Avila, mistica spagnola del XVI secolo, racconta di essere trafitta da un angelo con una freccia infuocata, simbolo dell’unione spirituale con Dio. La composizione è teatrale: la santa abbandonata in estasi, l’angelo sorridente, e ai lati i membri della famiglia Cornaro che osservano la scena come spettatori da un palco. Tutto è costruito come un dramma sacro, dove la fede si fa spettacolo e coinvolgimento emotivo.
In quest’opera, la luce è molto più di un elemento fisico: è il mezzo attraverso cui si manifesta il divino. Proveniente da una finestra nascosta sopra la cappella, la luce naturale cala dall’alto e illumina direttamente la figura della santa, sottolineando il momento della rivelazione mistica. Il volto socchiuso, il corpo sospeso, le pieghe animate del panneggio marmoreo: tutto sembra vibrante e vivo sotto questa luce celeste. Bernini, come un regista teatrale, guida lo sguardo dello spettatore proprio là dove accade il miracolo.
Accanto alla luce reale, Bernini inserisce anche elementi che la evocano simbolicamente: i raggi dorati che scendono dall’alto rappresentano lo Spirito Santo, la grazia, la presenza di Dio. La luce diventa così strumento di comunicazione tra cielo e terra, un ponte tra il materiale e l’immateriale, tra il corpo della santa e la trascendenza. L’estasi non è solo spirituale: è fisica, visibile, scolpita nella materia — ed è la luce a rendere questo passaggio tangibile e visibile allo spettatore umano.
Come in Caravaggio, anche qui la luce crea un forte contrasto con l’ombra e accentua la teatralità della scena. Ma mentre in Caravaggio è portatrice di dramma e realismo, in Bernini è portatrice di grazia, elevazione, trascendenza. La sua è una luce che salva, che svela, che commuove.
L’“Estasi di Santa Teresa” mette in scena la fede come esperienza interiore, ma la luce la trasforma in esperienza visibile, condivisa. In questo, l’opera si fa specchio di una spiritualità barocca che non teme l’eccesso, ma lo usa per toccare il cuore. La luce — come già avevano intuito Platone o Agostino — è simbolo del divino intellegibile, ciò che illumina l’anima. Bernini ne fa un linguaggio visivo, un’emozione scolpita nella pietra.