Tomaso da Modena e le storie di Sant'Orsola

Tomaso Barisini da Modena

Tomaso da Modena, pittore della metà del IV secolo, soggiornò per almeno una decina d'anni a Treviso. Qui dipinse, tra l'altro, due celebri cicli di affreschi:

  • nel 1352 i quaranta ritratti dei monaci presso il Capitolo del Seminario Vescovile, a cui dobbiamo la prima apparizione degli occhiali indossati da uno dei monaci.
  • fra 1355 e il 1358 le famose "Storie di Sant'Orsola" conservate presso il Museo di Santa Caterina.

Tomaso diffuse e influenzò con la sua opera l'ambiente artistico trevigiano alla luce delle novità pittoriche giottesche espresse nella vicina Cappella degli Scrovegni a Padova.

Le "Storie di Sant'Orsola".

Il ciclo delle "Storie di Sant'Orsola" è un insieme di più affreschi realizzati da Tomaso da Modena, i quali assumono il valore di capolavori della pittura trecentesca in Veneto. Gli affreschi sono esposti nel Museo Civico di Santa Caterina di Treviso, da qualche anno restaurati.

Vi è raccontata la vicenda della figlia cristiana del re di Bretagna che accetta di sposare il figlio pagano del re d'Inghilterra a condizione che egli si converta e lei compia un pellegrinaggio a Roma. Pellegrinaggio che però le fu fatale: Orsola, il seguito del corteo di vergini e il papa che si era unito a loro, furono martirizzati dagli Unni a Colonia.

Come in Giotto, anche in Tomaso vi è l'uso della prospettiva che crea il contesto è rappresenta gli ambienti. Le figure non sono simboli ma persone, spesso rappresentate nei gesti così come nelle espressioni del volto.

L'affresco del martirio, in particolare, costruito secondo due diagonali convergenti, esprime tutta la concitata drammaticità dell'evento attraverso gli sguardi e il groviglio dei corpi.

L'abate Luigi Bailo

Nel 1882 con un provvedimento dell'autorità militare si decideva la parziale demolizione della chiesa di Santa Margherita degli Eremitani, sconsacrata in epoca napoleonica e da tempo in stato di degrado. I lavori iniziarono la primavera dell'anno successivo, dopo i ripetuti appelli da parte dell'abate Luigi Bailo (strenuo difensore del patrimonio artistico trevigiano) verso tutte le autorità ministeriali e locali per evitare quest'opera di demolizione. Con la caduta accidentale di parti d'intonaco più recente, che ricopriva le pareti interne della chiesa, in una cappella tornarono alla luce numerose decorazioni ad affresco. Con l'indifferenza delle autorità, Bailo decise allora di provare lui stesso a coordinare le operazioni di stacco degli affreschi con l'aiuto di due trevigiani: Antonio Carlini e Girolamo Botter (a cui si unì in seguito Luigi Coletti). Le operazioni iniziarono il 18 giugno 1883 e, dopo 50 giorni di lavoro, vennero salvati circa 120 metri quadrati di affreschi dalla distruzione. Bisognerà poi attendere il 1888 per dare definitiva sistemazione al ciclo di affreschi posto nelle stanze del Museo di Santa Caterina.