Chi siamo è una domanda semplice per alcuni, ma non sempre per noi.
Siamo una famiglia che vive tutto quassù, al rifugio, tutto l’anno, e che in estate come in inverno apre le porte per accogliere chi sale a trovarci.
Anche quando non ci sono turisti o camminatori, qui si lavora comunque: questa dopotutto è la nostra casa e c’è sempre qualcosa da fare.
Qui di seguito trovate, in breve, come gestiamo alcuni aspetti del "vivere in rifugio".
Da questo punto di vista siamo fortunati rispetto a molti altri rifugi.
In estate è tutto più semplice: carichiamo i prodotti che ci servono — tutti perlopiù locali, come goulasch, salsicce, polenta, patate e altri ingredienti — e saliamo in macchina.
Per altri rifornimenti, come le bevande, un piccolo furgoncino che arriva fin quassù. In inverno, invece, le cose si complicano un po’: tutto finisce nel carretto della motoslitta e si parte da Misurina fino al rifugio.
Siamo dotati, fortunatamente, di corrente elettrica, anche se negli anni i temporali ci hanno dato parecchio filo da torcere — più di un’apparecchiatura è finita fuori uso! In caso di necessità abbiamo comunque un generatore di supporto.
Raccogliamo l’acqua piovana dal tetto: passa dalle grondaie e finisce nelle nostre cisterne, per poi essere utilizzata nel rifugio.
Per questo motivo l’acqua non è potabile. Vendiamo bottigliette d’acqua (purtroppo di plastica), ma l’acquedotto qui non arriva e al momento non abbiamo alternative praticabili.
Questo è forse l’aspetto più complicato di tutti!
Chiediamo ai nostri ospiti di portare con sé i propri rifiuti, senza abbandonarli lungo i sentieri o al rifugio. Qui non passa il camion dell’immondizia: carichiamo tutto in macchina e lo portiamo ai bidoni a Misurina, per mantenere sia il rifugio che la montagna più puliti possibili.
Gestire un rifugio è anche questo: dietro a un piatto caldo e a un sorriso ci sono organizzazione, dedizione, fatica e amore per la montagna.
Vi lasciamo alle parole di Danilo De Martin, uno dei due autori della guida fotografica Monte Piana & Monte Piano, per un escursus sulla storia del nostro rifugio.
La fiumana di turisti che da Misurina, a piedi o utilizzando il predisposto servizio di navetta tramite Jeep, sale lungo i cinque chilometri di strada che la separano dalla sommità del Monte Piana, alla fine del tragitto (alla quota di 2.205 m s.l.m.) si trova di fronte il rifugio maggiore Angelo Bosi al Monte Piana. Se le apparizioni sulla scena dei cippi di confine, della Wettershutzhütte, della Piramide Carducci e dell’omonima Capanna non hanno avuto alcun legame con i fatti d’arme succedutisi sul Monte, la stessa cosa non si può dire per l’apparizione del Bosi. Esso vide la luce come una sorta di anomalo cippo commemorativo, di particolare fattura e funzione, nel quale il ricordo non poteva essere affidato solamente ad un conglomerato di pietre o ad una lapide, ma voleva bensì essere, tale ricordo, soprattutto, vita di relazione. Nacque insomma come punto d’appoggio per chi, dalla fine della guerra e per lunghi anni in seguito, lassù tornò in pellegrinaggio per piangere e ricordare i propri caduti o, da reduce, per ringraziare il fato o una grazia divina d’essere ancora tra i vivi. Fu con questo spirito che Agostino Martinelli, capitano degli Alpini combattente sul Piana, subito dopo la fine della guerra allestì, con materiali di recupero, una modesta baracca nella quale i primi pellegrini e turisti poterono trovare rifugio e ristoro. La eresse sul piazzale dirimpetto alle baracche in rovina che durante il conflitto furono sede del Comando di battaglione italiano, alla fine della strada militare che da Misurina saliva fino al Comando. Un primo tracciato della rotabile era stato progettato e realizzato su commissione, nel 1905, dalla ditta Monti di Auronzo di Cadore, successivamente allargato e sistemato a vera e propria strada dal Genio militare nel corso del 1915. Questa soluzione “di fortuna” perdurò fino al 1929, anno nel quale Martinelli decise di iniziare la costruzione di un nuovo edificio partendo da zero e tenendo conto che, alle prime esigenze, quelle legate ai “pellegrinaggi” dei familiari dei caduti e dei reduci, nel frattempo se n’erano aggiunte altre di carattere più squisitamente turistico. Infatti il turismo, mano a mano che le ferite provocate dalla guerra si rimarginavano, iniziava a svilupparsi a ritmi sempre più consistenti, trainato sia dalla presenza della Ferrovia delle Dolomiti “Calalzo-Cortina-Dobbiaco” (inaugurata il 16 giugno 1920 fu elettrificata nel 1929), sia dallo sviluppo del traffico automobilistico che andava sempre più impegnando le strade di fondovalle. Costruito lo stabile, il rifugio maggiore Angelo Bosi verrà inaugurato il 29 giugno 1931(*) in occasione di un pellegrinaggio dei reduci del 55° reggimento sul Monte Piana. Nel corso degli anni Trenta esso vedrà un fiorire di iniziative che ne confermeranno l’importanza in campo turistico. Ad esempio il collegamento fisso con Misurina presso l’albergo Sorapiss, tramite radiotelefono, servizio attivato il 22 febbraio 1936 insieme al rifugio Principe Umberto (l’attuale rif. Auronzo), primo del genere nelle Dolomiti Orientali. Nel corso del 1936 Martinelli fece stampare depliants pubblicitari con i quali inondò la rete ferroviaria tedesca; per l’estate l’attrattiva sulla quale puntò fu il più interessante e vasto campo di battaglia delle Dolomiti, mentre per l’inverno la scelta cadde sullo sport e gli insuperabili Campi di neve di cui la località è fornita. Ma oltre ai campi, ideali per i principianti, la gestione del rifugio offriva anche da Dicembre a Maggio corsi quindicinali di sci promossi dall’organizzazione RODOLFO ROTHER di Monaco. Poi venne un’altra guerra i cui boati, questa volta, risuoneranno ben lontani dal Monte; ciò non precluse alla Wehrmacht tedesca, l’8 marzo 1943, di prendere in affitto il rifugio allestendovi una postazione di controllo aereo. Tornò quindi la pace e nei primi anni Cinquanta la struttura venne acquistata da Giuseppe e Lino Coin di Mirano (Venezia) che tuttavia non ne fecero niente. E qui subentrano le figure di Giovanni De Francesch e Argia Mazzorana. I due si erano sposati nel 1953 e, mentre il primo svolgeva il lavoro di capo carpentiere, Argia era occupata al rifugio Auronzo, ai piedi delle Tre Cime di Lavaredo, gestito allora dal cugino Pietro Mazzorana, presso il quale prestava servizio da maggio fino ai Santi, in novembre. Nel 1959 Giovanni trovò anch’egli impiego al rif. Auronzo come tuttofare e, insieme alla moglie, elaborò l’idea di provare a tener aperto l’Auronzo durante l’inverno. Ne parlarono con Pietro Mazzorana, il quale concesse loro volentieri l’utilizzo del rifugio per quel periodo. Questo esperimento gestionale si protrasse per altri due anni nei quali Giovanni, nel tempo libero, dall’Auronzo scrutava con il binocolo quella costruzione là, sul Monte Piana, tristemente chiusa e lasciata a se stessa. Da qualcuno venne poi a sapere che quell’edificio era in vendita: ne parlò con Argia e, nella primavera del 1962, si precipitò ad acquistarlo (insieme alla Capanna Carducci), senza neanche averlo mai visto da vicino. L’edificio si presentò loro in condizioni di accentuato degrado ma i nostri erano giovani, non si disperarono e posero mano ai primi interventi cosicché, già nel corso di quell’estate, furono in grado di accogliere decorosamente i primi turisti. Negli anni successivi continuò l’opera di sistemazione ma i due si convinsero sempre più del bisogno di un salto di qualità definitivo. Ciò avvenne nel 1969, allorché decisero di radere al suolo il nucleo principale del vecchio rifugio ed erigere il fabbricato attuale, portandolo a compimento ai primi di novembre, dopo 40 giorni di assoluto e provvidenziale bel tempo. Nel 1973 il Presidente della Repubblica Giovanni Leone conferì a Giovanni De Francesch l’onorificenza di Cavaliere della Repubblica, riconoscendo in lui rettitudine morale e laboriosità. Nel 1986 egli però morì e Argia continuò a condurre il rifugio fino al 1993, momento nel quale le subentrò il figlio Mauro, attuale proprietario dell’immobile e gestore dell’attività insieme alla moglie Lucia Nicolai. E se il Piana aveva già stregato Giovanni e Argia, che lassù avevano deciso non soltanto di gestire il rifugio ma di viverci tutto l’anno, pari fascino deve aver esercitato su Mauro e Lucia che, insieme alle due figlie, lassù continuano a vivere, oggi, giorno dopo giorno, pure per tutto l’anno.
(*) Il 28 giugno 1931 cadde di domenica, quindi il 29 non poté che essere un lunedì; Albino Capretta, nel libro Monte Piana (p. 67), afferma nel testo che l’inaugurazione avvenne il 29, mentre nella didascalia della foto che la illustra evidenzia la data del 28 chiarendo, com’è nei fatti, che si trattava di una domenica. A p. 72 l’autore riporta poi lo stralcio di un articolo apparso in prima pagina sul Corriere di Napoli il 4 giugno 1931, tratto verosimilmente dalla documentazione storica conservata presso il Museo di guerra del rifugio, nel quale è detto che I reduci del 55° fanteria... il 28 e 29 giugno compiranno un pio pellegrinaggio al Monte Piana per inaugurare il rifugio ... .
Vi auguriamo buone escursioni tra le Dolomiti! 🧗🤩