ARCHIVIO 2023
Lucia ha dodici anni e ha scritto questa favola, dedicandola ai bambini dell'asilo di Bedero
C’era una volta una piccola bambina chiamata Main. Aveva cinque anni, occhi vispi e verdi come le chiome di un abete, capelli scurissimi, come il carbone, ricci, corti e spettinati; la pelle era olivastra: sembrava abbronzata, ma la vera domanda appunto era: COME CI SI PUO’ ABBRONZARE A BEDERO?
Bedero è il bel paesino dove è ambientata la storia, un villaggio piccolo, ma pieno di risorse: i boschi, il campo di equitazione, i “boeucc”, i campi da calcio e da basket, l’oratorio, l’asilo e inoltre altre attrazioni… Ma una delle costruzioni più BELLE del paese è di certo il CAMPANILE!
Main ogni domenica andava con i suoi genitori alla chiesa del campanile. La sua stagione preferita era l’inverno: le piaceva vedere il campanile ricoperto di neve. Si divertiva con suo fratello Miliu, di nove anni, a giocare con la neve davanti al campanile.
Una domenica però Main non andò in chiesa perché era ammalata. Allora quando si affacciò al balcone e vide suo fratello giocare con la neve, si infuriò. Si mise il giubbotto nero, pesante, il cappello blu ricamato dalla sua nonna, di lana, i calzoni pesanti, una sciarpa di cotone, un paio di muffole, scarponcini da montagna; poi prese uno zaino e ci mise dentro: dieci mele, una busta dell’Esselunga con dentro del prosciutto, una pasta già pronta, due paia di pantaloni, 20 Euro, il suo pupazzo preferito e uno scaldacollo. Scese le scale, aprì la porta e uscì di casa.
Le venne il naso rosso e iniziò a tremare. Senza farsi vedere dalla sua famiglia, oltrepassò il campanile, raccolse un po' di neve e se la ficcò in bocca. Passò per l’oratorio che era chiuso, entrò nel campo da basket e si mise ad ammirare quanto fossero alti i canestri. Poi andò nel campo da calcio e vide quanto era grande la porta rispetto a lei. Fece il giro dei boeucc, il grande giro dei boeucc, si stava perdendo tra una pietra e l’altra. Andò avanti a camminare e vide il suo asilo, pieno di neve anche quello, con la grande scritta ASILO e il grande scivolo. Infine giunse fino al campo dei cavalli e dei pony. Guardò in faccia i pony: “Che occhi grandi e lucidi!” pensò. Poi andò dai cavalli, vide i puledri, erano grandi per essere cuccioli come lei. Guardò i cavalli adulti e quasi si spaventò osservando la loro grandezza.
Infine entrò nel bosco senza alcuna paura, lei quei boschi li conosceva a memoria. Vide una famiglia di cinghialini, una dozzina di caprioli passarle davanti, una volpe col pelo rossiccio e folto, la vide in lontananza. Ammirando questi animali, Main però non si accorse di essersi persa!
Non le era MAI CAPITATO!
Main si sedette su un tronco di un albero a magiare il prosciutto. Sentendo quel profumo di prosciutto si avvicinò un cane e Main ebbe paura. Poi però si avvicinò un uomo, grosso con una barba rossa e folta: era il guardiabosco. Main gli raccontò tutto: da come era scappata di casa a come si era persa nel bosco, e il guardiabosco la portò a casa.
A casa i genitori la accolsero a braccia aperte, dopo però le fecero una bella RAMANZINA. Così Main imparò la lezione.
Ops! Mi ero dimenticata di dirvi che era la vigilia di Natale e la mattina seguente Miliu e Main scartarono con gioia tutti i regali portati da Babbo Natale!
Questa bella storia ci insegna ad ascoltare sempre i genitori e a stare sempre molto attenti a non perderci.
Vi auguro un buon inverno, a tutti i bambini dell’asilo di Bedero!
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29 dicembre 2023, Lucia P.
Lucciolai era una ragazzetta dagli occhi lucenti, persa nei suoi pensieri e nelle sue fantasie. Gli adulti dicevano che era svagata, perché ogni tanto dava risposte strane:
- Hai fatto i compiti?
- Certo, di diritto e di rovescio!
- Hai cambiato la maglietta?
- No, tifo Inter.
- È tornata la prof di Scienze?
- Ieri, con pollice ed indice.
Le piaceva passeggiare nei luoghi selvaggi e per prudenza si faceva accompagnare dai suoi cani. Quelli scorrazzavano come saette, avanti e indietro nel bosco, attratti da mille odori. La avrebbero protetta in caso di bisogno? È tutto da dimostrare. Nonostante la loro baldanza, si rifugiavano lesti tra le sue gambe quando sentivano un rumore molesto o annusavano qualche traccia sconosciuta ed inquietante.
La passeggiata preferita di Lucciolai e dei suoi cani partiva da Bedero, costeggiava i grandi prati ai piedi della Martica fino alla torbiera e poi al laghetto di Ganna. I cani amavano tuffarsi in una certa pozza di acqua sorgiva che si incontrava sul cammino, l’Occhio del frate. Anche quel giorno vi stavano sguazzando, per rinfrescarsi e giocare con l’acqua. A un certo punto, ne emersero abbaiando e rimasero sospettosi sulla riva, a fianco di Lucciolai, uno di qui e uno di là, puntando a qualcosa che si muoveva sinuoso nell’acqua.
Lucciolai si sporse sull’acqua e vide una piccola e bellissima creatura nuotare nella pozza: era trasparente e diafana, agilissima e sottile. Emerse scuotendo la sua folta chioma a fior d’acqua, spruzzando una nuvola di goccioline sottili, nelle quali un raggio di sole accese i colori dell’arcobaleno. Poi si immerse di nuovo. Saettava avanti e indietro, agitando l’acqua della pozza, che normalmente era immobile, a formare mulinelli e ondine. Non era fatta di carne e d’ossa, come la gente normale, ma di qualche essenza trasparente e tenera, che luccicava nell’acqua. Che fosse una fata d’acqua? Lucciolai ordinò ai cani di stare buoni e tese una mano in segno di amicizia. Superando timore e ritrosia, quella afferrò con presa decisa e tiepida la mano di Lucciolai, emerse dall’acqua con tutto il busto e si presentò:
- Sono Acqualìa, fata di Pralugan. Corro su e giù per vene d’acqua, di superficie e di profondità, a controllare il mio territorio.
Lucciolai la guardò stupefatta:
- Il tuo territorio? Lo controlli? Mi spieghi?
- Attraverso le falde, risalgo fin sulla cima della Martica di qua, del Mondonico di là, e poi sullo Sceré. Al ritorno, mi lascio scivolare giù, nella corrente dei ruscelli o di nuovo nello sgocciolio delle acque carsiche del sottosuolo, per ritrovarmi quaggiù in torbiera e scorrazzare tra le canne fino al laghetto di Ganna, appostarmi sotto i ponti a spiare il passaggio degli umani.
- Sempre in acqua? Non puoi uscire?
- Posso avventurarmi qualche istante fuori dall’acqua, distesa sul muschio umido e fresco delle sponde.
- Ma che storie strane racconti! E sei sola o hai delle amiche?
- Ognuna di noi fate d’acqua abita un suo territorio, ed ha il compito di preservarlo e di governarne i flussi. Conosco le mie sorelle dei territori limitrofi, qualche volta ci incontriamo ai confini e chiacchieriamo un po’. Al lago di Ghirla, per esempio, c’è Acqualoca, la più simpatica di tutte. Nel laghetto di Brinzio c’è Duligonda, un tipetto tosto… Ma qui abito sola.
Lucciolai immaginò l’incontro delle fate: un abbraccio, due chiacchiere, un allegro giro di danza… mulinelli dentro l’acqua.
Ma da dove venivano queste creature? Lo chiese in modo diretto:
- Come sei arrivata fin qui?
- Tre anni fa, su per giù, in una notte di pioggia torrenziale. Noi cadiamo al suolo portate dalle acque di pioggia, proveniamo dalle nuvole. Quando un territorio è senza protezione, veniamo inviate per prendercene cura.
- E perché un territorio rimane senza protezione?
- Perché la fata che lo abitava ha compiuto i suoi giorni. Quando succede, la fata evapora e ritorna tra le nuvole. Sarà lei stessa a ricadere con la pioggia nello stesso territorio, o un’altra al posto suo. Non lo saprà, perché nel passaggio tra le nuvole perderà memoria della sua esperienza precedente e ritornerà come nuova a prendere possesso della valle, delle montagne, delle acque che le sono state affidate.
Lucciolai non seppe se essere triste o contenta, nell’immaginare queste fatine andare e venire, alternandosi nel governo, sempre giovani e senza memoria.
- Quindi tu non hai ricordi delle tue esperienze precedenti?
- Macché… magari sono stata fata d’acqua di un’oasi nel deserto, o di un ampio e acquitrinoso delta di fiume, oppure di un torrente di montagna dalla corrente fredda e impetuosa.
Si immaginarono entrambe una fluida presenza guizzante emergere accanto al muso dei cammelli in abbeverata, o fare a gara con le anguille nel lento fiume di pianura, oppure a scansare i sassi nelle rapide spumeggianti di un fiume di montagna. Venne loro da ridere.
- E potresti adattarti ad ogni tipo di acqua?
- Purché sia acqua dolce: è il mio elemento, in essa mi muovo a piacimento, solo lì esprimo i miei poteri. Per l’acqua salata ci sono le sirene; altra estrazione sociale.
- E senza l’acqua?
- Se mi manca l’acqua divento debole e senza energia, non valgo più niente: come un pesce fuor d’acqua. Nei periodi di siccità soffro moltissimo. L’anno scorso questa risorgiva era una pozzanghera fangosa ed io, adagiata sul fondo senza forze, con il terrore che si prosciugasse del tutto, mi auguravo di evaporare prima possibile. Per fortuna sono tornate le piogge e mi sono rimessa in sesto.
Povera Acqualìa, esangue e disperata in mezzo al fango!
Acqualìa fece amicizia con Lucciolai. Si incontravano tutti i giorni. Infine anche i cani si abituarono alla sua presenza, e lei alla loro: nuotavano assieme, facendo gare di velocità e spruzzandosi. Quando i cani, usciti dall’acqua, si scrollavano, lei li imitava scrollando a sua volta la chioma e producendo quegli arcobaleni iridescenti che davano al luogo un’aria di magia e di incanto.
C’erano i momenti di svago, ma anche quelli di dura fatica. Per esempio, nei periodi di maltempo.
- Vieni Lucciolai, aiutami! Ha piovuto molto e i torrenti sono in piena, se si aggiunge altra acqua, c’è pericolo di smottamento.
- Cosa devo fare?
- Parola d’ordine: deviare. Aiutami dai! Risaliamo la montagna, Assestiamo potenti colpi coi manzanilli e scaviamo dei solchi, che disperdano i rivoli d’acqua lungo i pendii, impedendo di incanalarsi.
Anche i periodi siccitosi richiedevano interventi d’emergenza.
- Devo tappare qualche canalino di scolo della montagna, in profondità. Tu procurami bucciole e cocciole, e io scendo in profondità e le conficco, a rallentare la gocciolatura per conservare più acqua nel suolo.
E giù a raccogliere bucciole e cocciole, sopra e sotto i cespugli, dentro e fuori le loro tane, fino a riempirne un cesto, bastante alle esigenze di Acqualìa.
Prima di partire per queste spedizioni, Lucciolai si metteva nello zaino grossi panini imbottiti, che al bisogno tirava fuori e divorava a grandi morsi, per rifocillarsi dopo la fatica. Si dava la carica così.
- Vuoi fare a metà? - chiedeva ad Acqualìa, addentando la sua merenda.
- Ma va’! Che schifo!
- E cosa mangi, tu?
- Io mi nutro di gocce di rugiada e di nebbie mattutine. Qualche stilla di sorgente a merenda mi dà la carica fino a sera. Prima di andare a letto, una spremuta di falda. Ogni tanto mi concedo un ghiacciolo.
- Alla menta?
- No, preferisco al tamarindo.
Sui gusti dei ghiaccioli non andavano d’accordo.
Dopo una settimana di forti temporali si allagò la strada di Pralugan. Acqualìa era arrabbiata:
- E adesso daranno la colpa a me, come se fosse in mio potere impedire questi danni! Se il terreno non assorbe, l’acqua si accumula e sommerge la strada. E voi umani, avanti a coprire il suolo con tegole, asfalto e cemento, come se non ci fosse un domani! L’acqua di pioggia scorre sopra, non si infiltra, arriva a valle tutta in un botto, e allaga…
- Non puoi davvero fare niente per rimediare?
- Ma non ci penso proprio! Siano gli umani a sfangare via l’acqua. È la giusta penitenza. Bisogna agire prima. Parola d’ordine: assorbire.
La spiegazione era convincente:
- Il terreno buono assorbe l’acqua, la trattiene come una enorme spugna. Quando la spugna è inzuppata, lascia colare l’acqua poco alla volta. Questo flusso, per vie superficiali e sotterranee, dura a lungo e alimenta le erbe e le piante di tutta la montagna.
E nei giorni successivi, passata l’emergenza:
- Andiamo a spargere asperbilli e capperbilli sul terreno, che gli fanno bene
- Cosa fanno, come fanno?
- Sono detritivori, si cibano di residui e scavano nel terreno, lo rimescolano e lo rendono poroso e permeabile!
Nelle scorribande con la sua amica, Lucciolai era sempre mezza dentro e mezza fuori dall’acqua. Finché durò il caldo, l’essere a mollo non era un problema, coi piedi nudi e i panni sempre umidi. Ma con l’avvicinarsi della stagione fredda, la ragazzina pensò che fosse meglio proteggersi. Si procurò degli stivali da pescatore, che diventarono la sua divisa. Non solo la proteggevano, ma le davano un’andatura veramente sicura e veloce, tanto in discesa come in salita. Al punto che fu che fu soprannominata “Lucciolai delle sette leghe”.
Venne l’autunno, venne l’inverno. La torbiera ghiacciò. E Acqualìa?
- Vieni a giocare sul ghiaccio! Tu sopra, io sotto. Facciamo la gara?
E Acqualìa correva sotto, e i cani con Lucciolai correvano sopra. Poi si rincontravano all’Occhio del frate: lì l’acqua sorgiva, più tiepida, non congelava.
Venne una bella nevicata e ricoprì Pralugan di una coltre soffice. Lucciolai con i suoi cani percorreva in lungo e in largo la conca, lei osservando le impronte, i cani seguendo le tracce odorose di tutti gli animali selvatici che avevano giocato nella neve. Ma dove era finita Acqualìa? Non la si trovava da nessuna parte. Torbiera, laghetto, ruscelli, sorgenti: nessuno l’aveva vista.
Ed ecco là, un arcobaleno a mezza montagna: Lucciolai pensò che potesse essere traccia della presenza della sua amica e si affrettò a raggiungerla, con i suoi stivali delle sette leghe.
- Cosa fai su quel faggio, Acqualìa!
- Gli alberi sono ricoperti di neve e ci posso salire! Sto qua in alto, eppure sono nel mio elemento acqueo! Non sto più nella pelle, sono andata su e giù per la montagna scivolando da una chioma innevata all’altra, da un ramo pesante di neve a quello vicino… vedo il mondo da un’altra prospettiva. Il bosco di sempre, ma visto dall’alto. È magnificoooo!
E Acqualìa saltava dai rami del faggio a quelli del castagno… Da chioma a chioma, danzava tra i rami alti degli abeti e poi scivolava giù, per poi spiccare un salto e guadagnare di nuovo la cima, per lanciarsi sui rami dell’albero vicino.
Tornò la primavera, si sciolse la neve. Il bosco risuonava di un lento sgocciolio, i ruscelli della Martica cantavano forte, i rospi scendevano dai versanti ad accoppiarsi e a deporre le uova nei laghetti.
Acqualìa e Lucciolai aiutarono quelli del Mondonico ad attraversare la strada. Si trattava di mettere delle barriere a bordo strada, in modo che i rospi non si buttassero come matti sull’asfalto, spinti dall’urgenza della riproduzione, mettendosi in pericolo.
- Trattenetevi, arriviamo noi!
E quando non era in vista alcuna macchina e nemmeno se ne sentiva il rumore lontano, le amiche aprivano un varco e lasciavano passare i rospi, che raggiungevano i canneti in sicurezza.
Dopo poche settimane, le acque della torbiera brulicavano di girini.
Un giorno, gonfiata dalle piogge, un’esile vena d’acqua che scendeva in Froda, a Carbulat, sospinse un gran pezzo di legno dentro la canalizzazione dell’acqua, che passava sotto la strada. Altri rami si impigliarono, fino a formare una grande ostruzione, un tappo, che si ingrossava ogni minuto di più:
- Un’enorme forza preme contro l’ostruzione, la corrente che si ingrossa potrebbe spazzare via la strada!
- Acqualìa, facciamoci aiutare dai miei cani, sono molto forti!
E mentre la corrente ingrossava, i cani furono imbrigliati e trainarono i rami fuori dal letto del torrente, fino a riaprire il passaggio all’acqua, che poté fluire senza più impedimenti.
E l’indomani:
- Parola d’ordine: pulire! Sgomberare dai detriti il letto dei torrenti, i canali e le griglie di scolo ostruite, i tombini!
E le due si davano da fare, sole o aiutate dai cani, avanti e indietro tra il paese, la torbiera e la montagna, con manzanilli, cucchiarone, secchi e spirlinghe. Qualche volta gli animali selvatici davano una mano, ma in genere osservavano da lontano, intimiditi dalla presenza dei cani.
Un giorno di calura - era ormai estate - le due erano a mollo al Puntesell e guardavano tra le fronde degli alberi le nuvole che si rincorrevano nel cielo. I cani erano un po’ mogi e lambivano con le lingue penzoloni le mani acquatiche di Acqualìa.
- Sai cosa ti dico? Mi sento strana. Ho una corrente che mi vortica dentro la pancia e mi fa quasi il solletico. E quella nuvola, quella nuvola là… mi ha fatto l’occhiolino.
- La nuvola ti ha fatto l’occhiolino? Ma tu sei matta! - rise Lucciolai.
Ma Acqualìa si fece pensosa e seria, mentre i cani perlustravano intorno, come annusando una traccia che li inquietava.
- Lucciolai, le mie gambe frullano, ho una voglia irresistibile di ballare!
E la fatina cominciò a turbinare come un mulinello, un vortice che risucchiò la superficie liscia della sorgente.
- Hai fatto un buco nell’acqua! - Lucciolai cercò di buttarla sullo scherzo.
- Ti sbagli! - Rispose seria Acqualìa. - Io ho fatto il mio lavoro, l’ho fatto bene. E forse l’ho completato, adesso che tu conosci tutte le leggi dell’acqua e tutti i trucchi per governarla.
- Di’, ma stai scherzando?
- Credo che sia venuto il tempo del cambiamento. Questa danza indiavolata, a cui non so resistere. Quella nuvola lassù, che mi lancia il suo richiamo. Questa polvere d’acqua in cui mi sto dissolvendo. Questo grande arcobaleno, il più grande che abbia mai prodotto.
- Sei trasparente più che mai, ti vedo poco…
- Sono vaporosa, leggera, tiepida…
- Ti senti bene?
- Benissimo. Sono ancora nel mio elemento, fatta del mio elemento, ma mi espando. Non ho più legàmi, né confini, né rimpianti… Voloooooo!
- Acqualìa, dove sei?
I cani, inquieti e sospettosi fino a quel momento, abbaiarono verso il cielo. Lucciolai accennò un saluto, guardando verso la nuvola.
Si sentiva triste. Per lei non valeva l’incantesimo della perdita di memoria, che rendeva le fatine come nuove ad ogni missione. Se la ricordava bene la sua amica, lei! E le mancava. Oh, se le mancava…
Poi pensò: metti che ritorni proprio lei. Arriva e non mi riconosce, e mi tocca insegnarle tutto… Certo imparerà veloce, l’istinto di una fata d’acqua la guida velocemente a imparare il suo mestiere.
Anche se piovesse una fatina diversa, potrei adottarla ed aiutarla.
E Acqualìa chissà… magari emergerà accanto al muso dei cammelli in abbeverata, o farà a gara con le anguille nel lento fiume di pianura, oppure scanserà i sassi nelle rapide spumeggianti di un fiume di montagna. Le venne da ridere.
- Già, ma intanto? Il territorio è senza protezione, nell’attesa che piova un’altra fata. Meno male che ci sono io! Ho imparato le leggi dell’acqua e i trucchi delle fate. Ehi, voi, sfaticati! Siete pronti a riprendere il lavoro?
E con un sorriso, Lucciolai si lanciò in corsa con i suoi cani.
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22 dicembre 2023, Laura V.
Questa fiaba è frutto di un lavoro collettivo, che si è sviluppato nella progettazione, nell'allestimento e nell'animazione. Vi ha partecipato la squadra delle fiabe (gli animatori), i bambini e i loro genitori.
Il titolo è stato proposto e votato durante la merenda conclusiva.
Un brutto giorno la strega di Bedero si sentiva particolarmente invidiosa e scontenta. Per dispetto, preparò il veleno del malcontento, lo sciolse nel diluente dell’inimicizia e infine sparse la pozione ottenuta per tutto il paese. Sotto l’effetto della pozione, la gente sparlava e litigava tutto il tempo. Non se ne poteva più…
Che Natale sarebbe stato, se tutti erano scontrosi e sempre in disaccordo?
Allora i bambini del paese decisero di affrontare il problema. Si diedero appuntamento e si incontrarono per trovare una soluzione.
– Bisogna trovare la strega e affrontarla.
– Dobbiamo rubarle il libro delle pozioni e trovare l'antidoto al veleno del malcontento.
– Ma qualcuno sa dove abita?
– Io credo di saperlo. Ho visto un antro buio, in Carbunisc: davanti c'era un gran paiolo, intorno volavano i pipistrelli e per terra si aggiravano ragnacci e millepiedi. Andrei a cercarla là.
– Ma io ho paura della strega!
– Noi siamo tanti, lei è da sola. Se agiamo con astuzia, ce la possiamo fare
Facendosi coraggio, i bambini cercarono la casa della strega: c'era davvero un paiolo, un pipistrello svolazzante, qualche ripugnante ragno sulla soglia. Si avvicinarono piano piano e....
Un urlo tremendo risuonò nel buio. Sembrava un ruggito, un barrito, un latrato, un boato spaventoso che annunciava tempesta!
I bambini, terrificati, scapparono in tutte le direzioni, si nascosero dietro gli angoli, si protessero stringendosi gli uni agli altri. Aspettarono un po’, ma nulla accadeva.
Di nuovo si radunarono e cautamente si avvicinarono. Una voce agghiacciante risuonò nell’antro:
– Profumo! Sento profumo di carne dolce e tenerella.
I bambini rabbrividirono e fecero un passo indietro. Con terrore videro la strega affacciarsi sulla soglia. Maneggiava una scopa e veniva avanti annusando l'aria. Vedendoli, cercò di fare la voce dolce. Non era più un barrito: sembrava il cigolio di un vecchio catenaccio.
– Bambini! Buoni bambini! Tu, che hai ciccia tenerella: vieni qui, vuoi entrare un momento nel mio paiolo?
– Non ci penso nemmeno!
– Ehi tu, piccolina! Vieni qui, vieni un attimo!
– Aiutooooo!
E la bimba scappò a gambe levate. La strega provò a rincorrerla, allontanandosi dalla soglia. Allora un gruppo di animosi corse nell'antro, trovò il libro delle pozioni, che era tutto coperto di ragni. Vincendo la ripugnanza, la più coraggiosa tra tutti lo sollevò. E via tutti di corsa!
Solo a quel punto la strega si accorse di quanto stava accadendo. Non capiva più dove voltarsi, non sapeva più chi doveva rincorrere. Rimase lì confusa a lanciare urla raccapriccianti e roteando la scopa:
- Chi è stato? Dov'è il mio libro? Me la pagherete!
I bambini si ripararono con il fiatone nella loro tana. Era stata una avventura terribile, rabbrividivano ancora al ricordo della strega...
Ma ora erano al sicuro e dovevano pensare a come proseguire l'azione. Cominciarono a studiare il librone delle pozioni. C’erano notizie interessanti. Tra le altre ricette (quella per dimagrire, quella per far crescere i denti davanti, per esempio) trovarono quella della pozione che neutralizza qualsiasi veleno: poteva fare al caso. Gli ingredienti: bezoar e succo di fata. Ci voleva anche un unicorno magico, perché solo il suo influsso avrebbe attivato la pozione. La scheda spiegava poi come procedere, punto per punto.
Già, ma bezoar e succo di fata non sono ingredienti comuni, che si possono comperare al supermercato... Come procurarseli?
La consultazione del libro delle pozioni diede altri risultati interessanti:
· una scheda informativa sul bezoar;
· una descrizione del succo di fata e delle sue applicazioni;
· la descrizione delle fate di Bedero, dei loro luoghi preferiti e dei regali più apprezzati;
· una pergamena con informazioni importanti e riservate sull'unicorno.
Bisognava darsi da fare, i bambini erano pronti.
La scheda del bezoar svelava l'importanza degli uccellini, quali accumulatori e guardiani del bezoar.
Affacciandosi dalla tana, i bambini avvistarono il primo uccellino, poi un altro, un'altro ancora...
Si divisero i compiti: mentre un gruppo si dedicava agli uccellini, un altro sarebbe andato in cerca dell'attrezzatura, che sarebbe poi servita per la preparazione della pozione. Qualcuno suggerì che forse la signora Marinella poteva prestare l'occorrente.
Poco dopo, ritornati alla base, i bambini deposero l'attrezzatura e cercarono di comporre il messaggio che gli uccellini avevano consegnato.
Qualcuno, nel mentre, aveva notato delle curiose impronte nella corte vicina: come di cavallo, ma con una stellina nel mezzo. Seguendole, i bambini trovarono l'unicorno. Ma era tutto scolorito. E soprattutto: gli mancava il corno. Così com’era, quell’unicorno sembrava un semplice cavallo. Non poteva funzionare!
Grazie alle informazioni ottenuta dal libro della strega, sapevano già cosa fare: restituirgli i suoi colori e portarlo al cospetto delle fate, che gli avrebbero restituito il corno, e con quello i suoi poteri.
Intanto, componendo i bigliettini consegnati loro "a becco", i bimbi più grandi lessero la scritta:
CAR-BU-LAT / VAI PER MON-DO-NI-CO / CAR-BU-LAT
I più coraggiosi erano pronti a partire per cercare il bezoar a Carbulat, ma qualcuno esitava:
– Per andare a Carbulat bisogna attraversare il paese. E se incontriamo la strega?
– Io ho paura della strega!
– Ho sentito dire che quella ci vede poco. Se arriva, ci fermiano tutti, in silenzio, bloccati come statue. Avete presente uno-due-tre stella? Così.
Tenendosi vicini vicini, guardinghi e circospetti i bambini si avviarono per Carbulat. Alla Froda, il ruscello che passa al Crutin, videro delle luci colorate brillare sull'erba. Era quello allora il luogo magico, dove gli uccellini tenevano le loro scorte di bezoar!
Cercarono e trovarono facilmente molti bezoar. Ne raccolsero presto un cesto. Ma mentre stavano ultimando la raccolta, sentirono l'urlo raccapricciante della strega, che annusando minacciosamente l'aria veniva verso di loro.
– Sento odore di ciccia tenera. Dove sono, dove si nascondono i bambini?
Tutti si fermarono stecchiti, nella posizione in cui si trovavano, in silenzio perfetto, con la pelle d'oca.
Davvero la strega non li vedeva, anche se era molto vicina. Stava passando in quel momento una signora e la strega, sentendone i passi, le si rivolse:
– Mariuccia, ha visto per caso passare dei bambini?
– Di qua no, ma cinque minuti fa li ho visti andare su per il bosco...
E così, grazie all'intervento provvidenziale della signora Mariuccia, che aveva capito rapidamente la situazione e aveva deciso di imbrogliare la strega, quella si avviò su per il bosco, allontanadosi.
Tutti tirarono un sospiro di sollievo, ma non si attardarono oltre e si affrettarono verso la base.
Quindi si misero fervidamente al lavoro: chi dipingeva l'unicorno, chi apriva i bezoar per ricavarne la polvere magica e versarla nella grande ampolla, chi si truccava per apparire più forte nel momento della resa dei conti con la strega: musetto da animale fatato, faccia da zombie o da creatura magica.
C'era da risolvere un ultimo problema: trovare le fate e ottenere il loro aiuto, per il succo di fata e i poteri dell'unicorno. I bambini si avviarono per quest'ultima missione, seguendo le indicazioni di una mappa, ritrovata nel libro della strega. L'unicorno dipinto a festa restò a presidiare la loro tana.
Il corteo dei bambini si avviò. Passando dal leone, una lucina magica segnalò un cofanetto pieno di pepite preziose, da portare in regalo alle fate, che le apprezzano molto.
Una bimba si arrampicò agilmente sul monumento per recuperare il dono.
Cammina cammina, su per Carbunisc fino a dove il paese finisce, poi ancora avanti verso il bosco...
Il sole era tramontato e si stava facendo buio, ma i bambini coraggiosi non si diedero per vinti e continuarono ad avanzare, rassicurati dalla comparsa di lucine magiche lungo il sentiero. Fino a che, arrivati al ruscello, le lucine finirono, avvertendo che lì ci si doveva fermare. Guardandosi attorno, notarono che c'erano molte corde legate qui e là. Tira e tira, scoprirono che all'estremità di ogni corda era legata una bottiglietta di liquido azzurro... Era quello il succo di fata!
Dai e dai, recuperarono tutte le bottigliette. E sul più bello, ecco una creatura biancovestita scendere dal bosco. Mentre si avvicinava, videro che aveva piccole ali e una corona luccicante in testa, lunghi capelli inanellati e un sorriso splendente.
Nel buio ormai ci si vedeva poco, ma la fata magica riluceva di luce propria.
Una bambina un po' confusa esclamò:
– Zia, sei bellissima!
– Oh, per chi mi hai preso? - disse la fata, con disappunto.
Preoccupati che si offendesse, gli altri bambini la salutarono festosi e le porsero in regalo le pepite preziose. Dolcemente la fatina porse loro un corno bellissimo, con una scanalatura a spirale che lo avvolgeva e lo decorava. Non poteva essere altro che il magico corno dell'unicorno!
Ecco, ora avevano tutto quello che serviva a sconfiggere la strega.
Salutarono e ringraziarono la fata e tornarono sui loro passi, verso il paese e la loro base.
Fu bellissimo il momento in cui il corno fu restuito e l'unicorno acquistò i suoi poteri magici. Un coro di voci meravigliate ed entusiaste accolse la trasformazione. L'unicorno cornuto, in tutta la sua magnificenza, presiedeva il tavolo della pozione, dove già troneggiava l'ampolla con il bezoar. Si poteva cominciare.
Tutti i bambini avevano le loro bottigliette di succo di fata, appena recuperate al ruscello. Con l'imbuto le travasarono in un'unico grande bottiglione. Quando tutto fu pronto, si disposero a cerchio e il succo fu versato sopra in bezoar, dentro la grande ampolla.
Un grido corale di stupore accompagnò l'inizio della magia, ma presto tutti si ricordarono che andava scandita la formula magica, per la completa riuscita dell'operazione. Ed ecco le voci scandire a tempo:
- Carbulat! Carbunisc! Carbulat! Carbunisc! Carbulat! Carbunisc! ...
Il miscuglio dell'ampolla fece mille bollicine magiche, si gonfiò fino a fuoruscire, poi si sgonfiò. E la pozione fu pronta.
Fu subito distribuita a tutti i bambini, dentro gli aspersori: chi ne aveva uno, chi ne aveva due. Si provò il funzionamento: agitando con forza, ne uscivano goccioline.
Era venuto il momento di liberare il paese dall'incantesimo e di affrontare e sconfiggere la strega.
La squadra partì con baldanza. Qualcuno, più prudente e non ancora del tutto convinto, si teneva un po' nelle retrovie. Fecero il giro del paese, aspergendo la pozione magica e sciogliendo via via l’incantesimo dell’inimicizia e del malcontento. Sulla via del ritorno, i bambini passarono dalla corte della strega e sentirono i suoi gracchianti lamenti: era chiaro che non si sentiva molto bene. Uscì infatti dal suo antro piegata dal mal di pancia, appoggiandosi penosamente alla scopa. I bambini si fecero avanti, spruzzandola tutta con loro pozione Quello fu il colpo di grazia: la strega crollò proprio dentro il suo paiolo e lì rimase stecchita, coperta dal suo mantello nero. Qualcuno dei bambini provò timidamente a toccarla: non reagiva più.
Finalmente! Ora non poteva più far male a nessuno!
Tutti contenti, i bambini si avviarono a festeggiare con una lauta merenda.
Ma la bambina più sensibile volle dare un’occasione di ravvedimento alla strega.
Le si avvicinò e la invitò ad uscire dal suo paiolo, a dismettere gli abiti da cattiva e ad unirsi ai festeggiamenti del Natale. Sorpresa da questa proposta davvero inaspettata, la strega stupefatta accettò e ricambiò l'abbraccio. Appese alla scopa cappello e mantello, promettendo di fare la brava. Almeno per un po’, fino alla prossima occasione.
Evviva! Anche quest’anno si sarebbe festeggiato un cordiale e gioioso Natale.
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17 dicembre 2023, la squadra delle fiabe
I bambini dell'asilo visitano il centro storico, il circolo e il mercatino dell'usato
La storia di Leone - Camillo K.
A mio figlio Timo
a mia figlia Maia
e a tutti i bambini di Bedero
Era autunno. Cadeva la prima neve.
La mattina una grossa impronta bianca comparve giù, dove finiva la strada.
Se ne accorse la pecora della valle, venuta all’alba tra gli orti di Gisora
a brucare di nascosto qualche cavolo.
- Bè?
Non era certo l’impronta di uno stivale, valutò. Né quella di una volpe.
E neanche di un tasso. No. Era molto più grossa e profonda. Ee… Unghiosa!
Allarmata la pecora convocò in gran consiglio tutti gli animali del paese.
L’oca di Valegia, che svolazzando rumorosamente in qualche modo scavalcò la rete del pollaio.
I cavallini del maneggio, che passarono sotto lo steccato dal prato, giù in fondo, disubbidendo al padrone.
Il cervo scese dalla Martica, dal cuore della montagna, dove grattava gli alberi con le corna lunghe.
Il cinghiale corse giù dallo Sceré, sbucando da uno stretto sentiero tra i rovi.
Il gatto dei bocc era già in piazza ad aspettare pigramente a penzoloni su un muretto in discesa.
Lì si riunirono tutti.
Per ultimo, brontolando, arrivò anche il cagnaccio nero del Carbunisc:
- Che succede? Che c’è di così urgente? - abbaiò.
- Bèèè… Un lupo - belò Pecora - C’è un lupo in paese!
Gli altri animali la stettero a fissare per un attimo. Un lupo? a Bedero? Impossibile. Non se ne erano mai visti. E poi se fosse stato così l’avrebbero sentito ululare alla luna. No, la pecora di certo belava e blaterava.
Come al solito fu Cagnaccio a rompere il silenzio dell’imbarazzo e a congedare tutti quanti.
- Wof. -, sentenziò scocciato. E sciolse la riunione, tornandosene a casa.
Più tardi, quello stesso pomeriggio, Gatto si stiracchiava al sole, al Carbulatt, quando un odore acre gli spalancò gli occhi. Seguì quell’olezzo con un misto di disgusto e curiosità fin dietro l’angolo, dove trovò… una grossa cacca pelosa!
- Peli nella cacca, animali nella pancia! - concluse.
- Sarà un orco? - pensò preoccupato.
Corse subito a cercare gli altri animali.
Nel mentre Cinghiale grufolava in un prato a Melì, quando un grosso ruggito gli rizzò il pelo.
Alzò il muso dalla buca che stava scavando:
- Sgrunt! Ma cos’era? un grizzly?!
Si affrettò a tornare in paese.
Lì trovò già tutti quanti, richiamati da Gatto. Discutevano agitati i nuovi avvenimenti. Anche Cagnaccio sembrava pensieroso. Cosa stava succedendo? Chi si aggirava in paese ? Che fosse un mostro?
E gli animali starnazzavano ipotesi e bramivano le proprie ragioni.
Pecora diceva: - Bèè!
Cinghiale: - Grunt!
Gatto: - Miao!
Oca: - Coooo!
Cane: - Wof!
Cervo: - Ööööö!
Cavallino: - Bbrruf!
E ululavano.
E si parlavano sopra.
Quando a un certo punto, timidamente, una voce ruvida si intromise:
- Scusate. C’è una fontana in paese? Devo riempire la mia borraccia.
Tutti girarono la testa di scatto. Cervo per poco non infilo le corna nell’occhio di Cagnaccio, che si abbassò appena in tempo.
Ma quale strano animale era quello?
Aveva zampe da cane, ma non era un cane.
Una coda da mucca, ma una mucca non era.
Aveva baffi da gatto e una criniera come Cavallino, ma più folta. E le orecchie ricordavano quelle di Cinghiale.
Non ha corna, pensò Cervo. Non ha lana, pensò Pecora. Oca non c’era. Non era riuscita a scavalcare questa volta. Comunque non aveva neanche il becco.
Cagnaccio lo annusò sempre più perplesso. -“Woff?”
Vedendo quelle facce l’animale aggiunse: - Mi chiamo Leone, mi sono perso.
E raccontò che veniva da lontano, al di là delle montagne e del mare, dove finiva la foresta e gli alberi erano radi e faceva caldo. Raccontava di animali mai visti: con le strisce, con le squame, con le corna ricurve, la barba e i becchi lunghi. Animali grossi e ruvidi come massi e animali maculati veloci come fulmini. E poi alberi larghi come case, con spine lunghe e frutti dolci come caramelle. E raccontava.
Quando, a un certo punto, il campanile della piazza suonò la mezzanotte.
Era tempo di andare a dormire.
Gli animali salutarono Leone di malavoglia per tornarsene a casa.
- Ma io non volevo andare a nanna! - protestò Cavallino.
- Wof - disse il cane.
- A domani - grugnì Cinghiale.
- Oh, mi raccomando, vogliamo il resto - lo incoraggiò Cervo.
E cosi si trovarono ancora la sera dopo e quella successiva. Sempre in piazza, vicino alla fontana. E altri animali si aggiungevano. E i bambini del paese, seduti sulle panchine di pietra. E Leone stava lì. Prendeva posto sulle rocce, in modo che lo sentissero proprio tutti, e raccontava.
Ogni tanto, tra una storia e l’altra, beveva un po’ d’acqua dalla fontana per schiarirsi la gola. Per poi riprendere quei racconti meravigliosi.
Finché un giorno Gatto miagolò: - Miao.
E lo invitò a restare per sempre.
1 dicembre 2023, Camillo K.
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C’era una volta… l’abitudine di raccontare le favole.
Si abbassavano le luci e la voce narrante evocava principesse, orchi, oggetti magici e animali parlanti. Le storie si mescolavano ad elementi di realtà e prendevano corpo nelle fantasie dei bambini: la Bella Addormentata abitava al Castell, il lupo si aggirava sullo Sceré e quando aveva fame si avvicinava al paese. Cappuccetto Rosso l’ha incontrato dalle parti della Froda, mentre andava a Gerbina a trovare la nonna ammalata. La Sirenetta no, lei non abitava qui: stava di casa nel laghetto di Brinzio.
Perché non proviamo a ripetere la magia?
Ognuno di noi può inventare una storia o una favola e ambientarla in paese, colorando con la fantasia i luoghi, la memoria, le tradizioni, i personaggi, gli usi e i costumi di Bedero.
Chi vuole, può produrre testi.
Chi se la sente, può cimentarsi con storie illustrate.
Chi non ha voglia di prendere in mano penna o matita, può lasciarci un vocale: provvederemo noi a trascrivere
Il risultato di questo laboratorio creativo sarà la pubblicazione sul sito della Pro loco delle storie che ci arriveranno, in formato scaricabile e stampabile, durante tutto il mese di dicembre. Così nelle vacanze natalizie avremo materiali con cui intrattenere i nostri figli, nipoti, fratellini.
Inviate testi e illustrazioni alla mail della Pro loco, oppure messaggi vocali agli indirizzi social.
10 novembre 2023, Laura V.