ARCHIVIO 2023
È vecchio, il nostro leone: ha più di cent’anni. Presidia il monumento ai Caduti dal 1922. Non ha un aspetto aggressivo, nemmeno spavaldo. Ha piuttosto l’aria triste e un po’ dimessa di chi si è trovato in mezzo senza avere scelta. Ma non si tira indietro: se deve stare lì, farà il suo dovere.
È verde e fresca la corona sul monumento del leone. Domenica scorsa l’Amministrazione Comunale ha commemorato i Caduti, all’indomani della Giornata delle Forze Armate e dell’Unità Nazionale. Gli Alpini hanno portato il loro tradizionale saluto col cappello, i gagliardetti, l’appello e l’alzabandiera.
Il passare degli anni stempera la memoria di questi ragazzi caduti in guerra, che hanno corso e giocato, riso e pianto nelle strade del nostro paese. Uomini di vent’anni o poco più, giocati come pedine su uno scacchiere mondiale, troppo complesso per essere loro pienamente comprensibile. Mandati al fronte a morire.
Dentro la divisa da soldato, una persona; dietro, una famiglia e un’avventura umana. Cosa rimane nel ricordo? Oggi che quasi tutti i testimoni se ne sono andati, di loro rimane solo il nome sulla lapide… O forse no.
Vogliamo intraprendere un lavoro di ricerca, raccogliere documenti e testimonianze, per provare a dare un volto e una storia a questi giovani.
Perché si rifletta sulla morte e la devastazione che le guerre si portano dietro.
Perché non si parli di guerra mostrando indifferenza per le vittime.
Perché la fermezza si coniughi con un fraterno desiderio di convivenza pacifica.
Proprio oggi, che le guerre infuriano e mettono a serio rischio gli equilibri internazionali, è necessario riflettere: ragionare sul passato per progettare il futuro.
Mettetevi in contatto con noi se avete documenti, testimonianze o informazioni sui nostri Caduti (tramite gli indirizzi della Pro Loco o tramite il gruppo Alpini)
Caduti nella Prima guerra mondiale 1915-1918
MARTINOLI Francesco Giacomo
MARTINOLI Carlo
MARTINOLI Mario Giuseppe
MARTINOLI Alessandro
MARTINOLI Donato
MARTINOLI Marco
LEONI Pietro
ZAPPATINI Pietro
FRANZETTI Michele
FINARDI Giovanni
Caduti nella Seconda guerra mondiale 1940-1945
BORSOTTI Marino
MARTINOLI Elia
TAVELLI Anselmo
10 novembre 2023, per iniziativa di Laura V. e Pinuccio D.P.
“Istromento d’acquisto fatto dalla Società dei bederesi, 1840”- Il documento è qui, ciascuno lo può leggere e consultare. Vi si possono trovare tracce della topografia dell’abitato, dell’organizzazione del territorio, della vita sociale del paese per come era quasi due secoli fa.
Si può indagare sull’origine delle proprietà, dei toponimi, del paesaggio. Si possono trovare agganci tra la storia locale e la Storia con la S maiuscola. Ognuno può trovare spunti di interesse per contribuire con le proprie competenze a fare luce su questa vicenda, che per certi versi può essere considerata l’evento fondativo del paese: l’epopea dei diciotto capifamiglia che trovano scopi e criteri condivisi, poi si organizzano e si impegnano con tutti i loro mezzi per diventare padroni delle loro case e delle loro terre. Ecco, a grandi linee, la loro storia.
L’assemblea - I diciotto capifamiglia si convocano più volte in assemblea e decidono di unire le forze e di partecipare tutti insieme all’acquisto dei beni immobili che costituiscono l’abitato e i terreni agricoli e forestali di Bedero. Il tutto è di proprietà dell’Ospedale maggiore di Milano. Di questi beni immobili hanno goduto fino a questo momento come coloni, con l’obbligo di conferire buona parte dei loro prodotti alla proprietà.
I delegati - Due delegati partono per Milano, incaricati dell’acquisto. L’asta si protrae per tre giorni, con innumerevoli rilanci di prezzo. Man mano i concorrenti si ritirano. Nelle prime due giornate, i nostri non compaiono. Al terzo giorno lanciano la loro offerta e non demordono. Fino all’attacco finale, che sbaraglia i concorrenti (Giuseppe Meregnani e Giuseppe Beretta) e conclude positivamente la loro missione.
La divisione - I criteri con cui i beni, acquistati in solido, vengono poi attribuiti ai diciotto componenti della Società dei bederesi (e con cui questi diciotto capifamiglia suddividono ulteriormente a favore dei diversi componenti del proprio clan) suscita ammirazione. I caseggiati vengono assegnati a chi già li occupa. Da tutti gli altri beni, adeguatamente censiti, si vanno a costituire diciotto lotti di eguale valore, comprendenti seminativi, pascoli e boschi in proporzione comparabile, perché siano attribuiti per sorteggio. Una piccola parte di questi terreni viene tenuta in serbo ed utilizzata per compensare le differenze di valore tra i caseggiati; opportunamente, si scelgono i terreni più vicini all’abitato e si assegnano seguendo il criterio della contiguità alle abitazioni.
Un documento da studiare - La descrizione dettagliata dei caseggiati e dei terreni, identificati dai toponimi in uso all’epoca, è una miniera di informazioni e di suggestioni per chi saprà interpretarla. Invitiamo tutti i lettori a un lavoro collettivo di ricerca e di valorizzazione di questo prezioso documento. Di sicuro c'è chi ci ha già lavorato e magari vuole condividere le sue deduzioni: aspettiamo contributi.
5 novembre 2023, Laura V.
I capifamiglia - Ecco l’elenco dei diciotto capifamiglia. I primi due sono delegati a rappresentare la Società dei bederesi negli atti ufficiali
Ossola Giacomo
Vallugani Giovanni
Martinoli Giuseppe
Borsotti Antonio
Martinoli Innocente
Martinoli Francesco fu Giovanni
Bordonetti Rocco
Martinoli Battista
Depari Luca
Martinoli Giovanni
Martinoli Bernardino
Pelloli Paolo
Martinoli Stefano
Martinoli Francesco Zelino
Vallugani Giosuè
Zamaroni Giovanni
Ossola Antonio
Borsotti Francesco
3 novembre 2023, Laura V.
Venerdì 1 settembre 2023 si terrà la nuova edizione della Musica in corte nella corte dei Tavi. “Una sala da concerto naturale, con una acustica perfetta”- così dice Barbara, nella sua intervista. C'era una volta…
Il nucleo medioevale e la Bedero antica
Un campanile romanico, pure se nascosto sotto una scorza più recente, e le tracce di una torre di guardia al Castell testimoniano per il paese una storia quasi millenaria. Un nucleo antico molto compatto, accessi limitati e stretti, tracce di cardini, suggeriscono che si trattava di un insediamento abitativo sulla difensiva, con varchi chiusi da porte, che all’occorrenza potevano essere sbarrate, per difendersi da incursioni di briganti o di animali selvatici. Terre e abitato erano di proprietà collettiva: del monastero benedettino di Ganna prima, poi dell’Ospedale Maggiore di Milano. Le attività: una agricoltura di sussistenza, un allevamento d’alpeggio e la selvicoltura, con le carbonaie.
Il punto di svolta, a metà Ottocento
30 settembre 1840: i rappresentanti dell’assemblea dei capifamiglia acquistano in solido terre ed edifici di Bedero, per L. 142.800 austriache. Gli edifici del centro storico vengono assegnati alle famiglie che già le occupano. A qualche famiglia, che si è già insediata all’esterno del nucleo originario, viene attribuita l’abitazione già occupata, in quelle corti che costituiranno di lì in poi il primo anello di espansione del paese. Ma fuori dai boeucc ancora prevalgono edifici a destinazione rurale: cascine, stalle, depositi. I terreni agricoli e boschivi vengono divisi in lotti e sorteggiati. A quella data risale la proprietà privata dei beni immobili del paese.
Lo sviluppo dei primi del Novecento
Nei decenni a cavallo del Novecento, Bedero è un paese di emigranti stagionali: gli uomini validi sono, nella maggior parte, impiegati nell’edilizia oltre confine. Le competenze tecniche acquisite fanno sì che nuove abitazioni famigliari sorgano nel paese, più confortevoli e spaziose, all’esterno del nucleo storico. Sorge anche qualche villa di pregio, per la villeggiatura di cittadini facoltosi. Inizia così il processo di abbandono e di degrado dei boeucc.
La seconda metà del Novecento
Il paese, come tutti gli insediamenti vicini, ha una espansione edilizia tentacolare: si estendono le abitazioni lungo le vie di accesso, in tutte le direzioni. Il fatto che la posizione del paese sia un po’ defilata, fa sì che non si sviluppi quella sequenza di capannoni ed edifici commerciali che rende così anonime tante strade del circondario. Bedero è, tutto sommato, ben conservata. E gode di una posizione salubre, soleggiata e panoramica. La contropartita: un centro storico fatiscente, difficile da recuperare per esiguità di spazi e frammentazione di proprietà.
Come valorizzare il centro storico? - Difficile che l’iniziativa privata riesca a superare le difficoltà. Forse uno sforzo collettivo, che riconosca il valore storico, culturale ed affettivo di questo nucleo, potrebbe realizzare una riqualificazione.
La corte dei Tavi: un esperimento riuscito
E arriviamo ai tempi più recenti: nel 2010 l’Amministrazione comunale riesce a contattare tutti i proprietari e ad acquisire a titolo gratuito gli immobili degradati che occupano lo spazio dell’attuale piazzetta, che in quel momento è uno stretto vicolo, comunicante con altri vicoli attraverso un angusto sottopasso. Tutto è crollato o pericolante: la zona è da quindici anni transennata e inagibile. Demolizione, parziale ristrutturazione, valorizzazione di particolari architettonici tipici, infine riapertura: è del 2013 l’inaugurazione della piazzetta, che riconsegna ai bederesi un piccolo gioiello.
25 agosto 2023, Laura V.
ARCHIVIO
Silverio nacque a Bedero il 17 giugno del 1830 ed ebbe notevole successo come scultore. Frequentò l'accademia di Brera, coltivando probabilmente la speranza di trovare lavoro sicuro nei cantieri delle ville che l'alta borghesia ambrosiana edificava alacremente nel varesotto.
Giovanissimo, venne premiato dall'accademia per le sue realizzazioni. Cominciò ad esporre le sue opere anche all'estero e a riscuotere il favore della critica: Vienna, Parigi, Oporto. In Portogallo il suo lavoro fu talmente apprezzato, che dal re Luigi I di Braganza fu insignito con la Croce dei Cavalieri dell'Ordine di Cristo (1866).
Dopo due decenni di attività e fama internazionale, negli anni '80 ritornò a Varese, impegnandosi anche nell'amministrazione della comunità di Bedero: fu sindaco e garantì, tra i risultati più rilevanti della sua amministrazione, l'organizzazione del più antico asilo infantile del paese, che successivamente si sviluppò nella sede attuale.
L'epitaffio, comparso sulla "Cronaca Prealpina" del 12 novembre 1913, all'indomani della scomparsa di Silverio, ripercorre in tre colonne la carriera luminosa dell'artista che "ebbe la visita nel suo studio di uomini eminenti, quali il re Vittorio Emanuele II, Alessandro Manzoni e Camillo Benso Conte di Cavour". Nello stesso anno l'amministrazione comunale di Bedero pose la lapide commemorativa con l'effigie dello scultore.
Notizie tratte da Terra e gente - Appunti e storie di lago e di montagna/2013 - Daniele Cassinelli
Questa è la casa in cui abitavo da bambina.
C'era una porta d'accesso al piano terreno, mentre una scala di pietra portava ai piani superiori. Dalla porta si entrava nella nostra cucina, con la finestra sulla piazza e un piccolo locale attiguo, uno stanzino detto "stuva" per la presenza di un antico forno del pane, che serviva di ripostiglio, riempito dalle scorte di legna; in esso vi erano anche i sacchi di crusca e mangime per le galline, disposti su panche perimetrali. Lo stanzino era buio, con un piccolo pertugio che affacciava all'esterno, sulla parete dove ora c'è la porta del garage. In questa stanza adibita a cucina il camino tirava male, bisognava sempre tenere aperto almeno uno spiraglio della porta. Di conseguenza l'ambiente era fumoso e sporco di fuliggine. Una volta all'anno bisognava imbiancare, portando fuori tutti i mobili e le suppellettili. La zona esterna era di nostra pertinenza, compreso il portico, area di gioco preferita per i bambini di casa, con il bello e il cattivo tempo. Non c'era acqua corrente in cucina. Si andava a prendere l'acqua alla fontana. C'erano due secchi di acqua appesi a due ganci, vicino alla finestra. In uno c'era il mestolo per attingere.
Nella piazza si fermavano tutti i carretti a traino animale: c'era chi tornava dalla campagna per farsi un bicchiere nell'osteria, chi invece commerciava e si fermava per vendere le mercanzie. Questa concentrazione di carri e animali faceva sì che d'estate nugoli di mosche invadessero la casa. Il soffitto della cucina era nero di mosche.
La scuola e la chiesa erano vicine, non si doveva fare tanta strada. Quando c'era festa, la festa era lì, sotto gli occhi: Festa delle donne, Natale, Festa degli uomini; le processioni, la banda, il banchetto della Franceschina con i dolciumi...
Testimonianza di Natalina Martinoli, classe 1927
Sono nata nel ‘51, e della mia prima infanzia a Bedero ho ancora ricordi vivissimi.
Se chiudo gli occhi vedo l’antico acciottolato delle vie centrali del paese, o le strade sterrate bianche che portavano verso la campagna, come il mio amato vicolo di Carbulat.
Conservo anche ricordi uditivi: della sirena della fabbrica, la tessitura del Bassetti, che scandiva l’entrata del mattino, la pausa di mezzogiorno e l’uscita delle operaie. Vi lavorava allora la maggior parte delle ragazze e delle donne di Bedero. Così come ricordo lo scrosciare dell’acqua delle grandi fontane di granito del lavatoio, sotto l’edificio del comune, proprio dove ora c’è l’ambulatorio del medico: spazio assai frequentato dalle donne del paese, che vi portavano da casa i panni da lavare in pesanti secchi zincati. Per parlarsi, superando lo scroscio dell’acqua, bisognava gridare: ma vi erano abituate, dovevano farlo anche in fabbrica, a causa del rumore dei telai.
E poi ricordo il circolo: questo era però, allora un luogo quasi esclusivamente maschile. Io vi venivo talvolta portata da mio padre dopo la messa della domenica mattina, ed avevo diritto ad un magico bicchiere di spuma. A un certo punto degli anni ‘50, però, il “circolo familiare” lo divenne davvero: quando vi fu posto in alto uno dei primi apparecchi televisivi del paese, ed una sera alla settimana vi andavamo tutti, anche le donne e i bambini, a vedere “Lascia o raddoppia” con Mike Bongiorno. La dizione prevalente era però “La sciora doppia”. Del resto, per chiederti se volevi un panino, si usava dire: “Te voret un sànguis?”. Traduzione in bederese di “sandwich”.
Mentre i ricordi mi si affollano in mente, ne scelgo un ultimo: il mio primo giorno di scuola. L’inizio delle lezioni era scandito dal suono della campanella. Quella mattina di ottobre mia nonna Pierina l’aveva sentita un po’ in ritardo ed arrivai di corsa in piazza, con il mio grembiule nero, quando gli altri bambini erano già entrati. Varcai intimidita la soglia dell’aula, la stessa dove oggi si svolgono le elezioni, e vidi per la prima volta gli alti banchi di legno della pluriclasse (dalla prima alla quinta), con i buchi rotondi per i calamai con l'inchiostro. Tutti erano già seduti perciò quella mia prima mattina di scuola, invece che mettermi vicino alla mia amica Gisella, come avevamo progettato, mi ritrovai di fianco ad una ragazza che mi parve grandissima, la Fiormaria. Così come grandissime mi apparivano le due alte e bionde ragazze di quinta, La Rosa e la Mariarosa.
Ricordi di Maria Teresa Valugani
Bedero è stato a lungo un paese di emigranti.
Questa è la storia di Giovanni, partito per fare fortuna in America nel 1885.
Sbarcato a New York, fa subito esperienza di una città difficile e ostile. In California si adatta ai lavori più faticosi e più umili, ma per farsi pagare deve trascinare i padroni in tribunale. L’ingaggio come muratore non gli garantisce stabilità. Ripiega su un impiego da boscaiolo, ma le disavventure in cui incorre, accampato con un amico in un ambiente selvaggio, lo demoralizzano. Tornerà al paese dopo due anni: la fortuna là non l'ha trovata...
Voglio lasciare una memoria a tutti quelli che leggeranno questo mio scritto. Benché sia malcombinato e mal scritto (mi spiace, non posso far di meglio, non ho ricevuto istruzione), spero che capiate che mai e poi mai vi consiglierei di venire in America del nord. Questi sono gli ultimi paesi nei quali dovete venire! Ci sono almeno tre buoni motivi. Il primo è che non sappiamo la lingua inglese. Il secondo è che gli olandesi non ci possono vedere, e dove sono loro non c’è mezzo di poter entrare, e se per caso a qualcuno tocca di entrare a lavorare insieme a loro, gliene fanno tante che gli conviene scappare da lui stesso; sono gente come i limosini in Francia. Il terzo motivo è che è difficile che uno possa lavorare della sua professione, all’infuori dei minatori o dei lavoranti di terra, poi il commercio è stentato, le paghe sono basse, le spese alte... è come in Europa. Un tempo in America c’era poca popolazione, ma ora ce n’è troppa.
Se proprio qualcuno volesse allontanarsi dai suoi paesi, meglio andare in America del sud. Se qui ce n’è dieci su mille che fanno fortuna, in America del sud ce n’è venti su mille... Inoltre, la lingua spagnola per noi è molto facile, mica come l’inglese, e questo fa una gran differenza! Poi là tutti possono più facilmente lavorare del loro mestiere.
Se dovessi spiegare tutto quello che ho pensato nel 1885 qui in California mi ci vorrebbe un mese intero. Qualcosa ho scritto, il più l’ho tralasciato, ma è pur vero quel proverbio: “Chi vuol fare a sua idea, presto o tardi la purga”, e io sono uno di quelli.
Per sfogliare l'intero diario
Diario di Bordonetti Giovanni
e del compagno Recanzone Luigi
Giuseppe (per gli amici Pepinett) riceve la cartolina di precetto nel 1941 e parte per la guerra. Affronta le sofferenze della vita militare e le atrocità della battaglia. Viene infine fatto prigioniero in Sicilia e trasportato in campo di prigionia ad Algeri, quindi a Glasgow e poi in Scozia. Qui si stupisce del trattamento rispettoso riservato ai prigionieri: ben alloggiati, equipaggiati e nutriti, impiegati in lavori agricoli. E nelle serate di prigionia, alla fine del 1943, ricostruisce la sua storia di soldato, arrivando a questa conclusione:
Mi sono capitati diversi casi di essere in campagna con persone di altro sesso. Come per esempio alla trebbia ho fatto tanti pagliai con Capitani e Colonnelli del servizio territoriale, ho raccolto patate con insegnanti, capiufficio, ragionieri, i quali sono stati assegnati così le sue ferie, per lo svago. Ho tagliato rape a tonnellate con ottimi studenti universitari.
Così si formano i blocchi, così si accorciano le distanze, così si va veramente verso il Popolo, ma in Italia c’è ancora tanto da imparare da questa nobile terra, veramente amica della nostra Patria e di noi tutti. Noi tutti abbiamo riconosciuto in massa che i nostri occhi erano chiusi, non ci si faceva presente la realtà. Nelle manifestazioni si gridava, si battevano le mani, ma nessuno sapeva. E senza accorgersi siamo precipitati nell’abisso.
Possa un giorno tornare al mio nido lontano e tramutare in realtà tante cose che sono state profanate. Iddio grande e pieno di misericordia tenga aperta la strada del benessere, ed i popoli almeno d’Europa abbiano finalmente ad intendersi.
Siano scacciate dal nostro suolo le orde tedesche, ed i morti del Piave e del Grappa non siano morti invano. E gli ex combattenti del 15-18, nostri buoni insegnanti, si facciano avanti ora che la luce è tornata, e la loro ragione ritorna in primo piano.
Se la tessera del P.N.F. era la tessera che nascondeva la delinquenza, per taluni era la tessera per dare un tozzo di pane ai propri figli, era la tessera perciò della schiavitù. Dunque, perché ci hanno fatto cadere in questo abisso? Cosa abbiamo fatto noi di male? Diamo fuoco in massa a questo cencio putrefatto e torniamo, che non è tardi, sui nostri passi buoni.
Il popolo italiano ha dato prove a tutti i popoli di una salda disciplina e di una grande consapevolezza, specie in momenti tristi; ne darà ancora in avvenire nella grande opera di ricostruzione. La Germania ed il suo capo ci hanno ingannati, anche lo stesso Duce è stato ingannato, eppure persiste ad aiutare la distruzione del paese.
Per sfogliare l'intero diario
Memorie di Martinoli Giuseppe
P.O.W. n. 115.131
ISTROMENTO D'ACQUISTO
fatto dalla società dei bederesi
Milano, questo giorno di mercoledì
30 settembre 1840
Posti all’incanto per la vendita la possessione detta di Bedero, l’Amministrazione dello Spedale Maggiore di Milano proprietario deliberò per il prezzo di L. 142.800 aust. i beni suddetti in vendita ai signori Giacomo Ossola e Giovanni Vallugani. (…) Subito dopo i predetti Ossola e Vallugani (…) stabilirono la divisione dei beni in diciotto lotti da assegnarsi ad altrettante per sone, essi compresi, le quali convocatesi più volte in Bedero a pluralità di voti delegarono con lettera 2 gennajo corrente anno il sig. Ingegnere Giovanni De Notaris alla corrispondente relazione dell'atto divisionale...